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Quei bambini a lezione di mafia e in fuga dalla scuola

Dalla pistola messa nelle mani di un bambino a Catania ai numeri dell’abbandono scolastico nel Mezzogiorno: mafia, povertà educativa e dispersione compongono un cortocircuito che chiama direttamente in causa lo Stato e la scuola.

Mentre nell’estate ‘92 l’eco delle stragi di Cosa nostra a Palermo scuoteva ancora le coscienze, lo scrittore e docente siciliano Gesualdo Bufalino pronunciò questa frase: «La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari».

 

Maestre e mafia

La lezione contenuta in questa frase è di una forza travolgente: per battere le mafie non bastano indagini e aule giudiziarie ma ci vuole una rivoluzione culturale che parta dalle scuole, caposaldo della formazione con la famiglia.

Trentaquattro anni dopo siamo – più o meno – allo stesso punto. Forse peggio, perché le mafie sparano poco o nulla ma seminano tanto, soprattutto al Sud, tra giovani e giovanissimi: da Napoli a Catania, passando per Foggia e Reggio Calabria. E mentre le mafie spargono veleno che diventa miele per la gioventù socialmente più debole ed esposta, la scuola riesce con enorme difficoltà a trattenere in aula i ragazzi e il tasso di dispersione resta – in primis al Sud – allarmante. Un combinato disposto mortale per la vita democratica del Paese.

Prendiamo l’ultimo esempio (ce n’è una serie).

La Direzione distrettuale antimafia di Catania il 24 settembre sferra l’ennesimo colpo a Cosa nostra ed in particolare a una famiglia e ad alcuni narcos legati (anche a livello familiare) al clan Santapaola. Tra le pieghe dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di 25 persone, si legge un passaggio che la dice lunga sulla lungimiranza di Bufalino e su quanta strada bisogna ancora compiere.

Due uomini (indagati) cinque anni fa avvicinano un bimbo di 5-6 anni e lo convincono a maneggiare una pistola per qualche minuto. Il presunto boss gli impartisce una vera e propria lezione di mafia: «Se qualcuno maltratta la mamma gli devi sparare addosso. Ce la fai a sparargli addosso? Ti do la pistola, vero che te la do. Dai forza gliela puoi dare… hai visto! Se l’è presa! È pazzo».

 

Il bambino con la pistola

Un comportamento che suscita rabbia e indignazione della madre del bambino – che nel frattempo si era anche sentito dire che sarebbe diventato il braccio destro del pistolero – che apostrofa così il boss: «Ehi, pezzo di m…».

«Si è arrivati a mettere nelle mani di un bambino un’arma dicendogli che quello sarebbe stato il suo strumento di lavoro», ha commentato il capo della Procura di Catania Francesco Curcio.

Mentre questo accade – e, si ripete, nelle aree più a rischio del Sud le provocazioni e le fascinazioni esercitate dai criminali sui minori sono tutt’altro che casi isolati – accade anche che la dispersione scolastica alimenti un corto circuito dal quale lo Stato deve uscire se vuole vivere e non solo sopravvivere.

 

Disuguaglianze territoriali

Openpolis – la fondazione indipendente e senza scopo di lucro che promuove trasparenza, partecipazione democratica e accesso alle informazioni pubbliche – l’11 dicembre 2025 ha reso pubblico un rapporto su “Giovani e periferie” che l’11 febbraio di quest’anno ha presentato alla 7ª Commissione del Senato, nell’ambito dell’indagine conoscitiva su povertà educativa, abbandono e dispersione scolastica.

L’analisi condotta sui 14 comuni capoluogo di città metropolitana conferma quanto le disuguaglianze territoriali pesino sulla condizione educativa dei più giovani. Le situazioni di maggiore fragilità sociale si concentrano nelle aree del Mezzogiorno. A Catania (6,2%), Napoli (6%) e Palermo (5,8%) l’incidenza delle famiglie con figli in potenziale disagio economico risulta molto marcata. I valori sono oltre 4 volte superiori a quelli registrati in altre città del Centro-Nord, dove l’incidenza è più contenuta: Bologna si ferma all’1,2%, Venezia e Genova all’1,3%, Milano e Firenze all’1,4%.

 

Uscite precoci

Il legame tra condizioni economiche e opportunità educative emerge anche osservando il fenomeno delle uscite precoci dal sistema di istruzione e formazione. A Catania oltre un quarto dei giovani tra i 18 e i 24 anni (26,5%) ha lasciato gli studi prima di conseguire un diploma o una qualifica, mentre a Palermo e Napoli le quote si attestano rispettivamente al 19,8% e al 17,6%. Valori che si riducono sensibilmente a Bologna (12%), Roma (9,5%) e Reggio Calabria (8,4%), in base ai dati ricostruiti da Istat attraverso il censimento permanente.

La ripresa (monca) al Senato

Gli abbandoni precoci della scuola, con al massimo la licenza media, rappresentano oltretutto solo la parte esplicita di un fenomeno molto più complesso, la cosiddetta “dispersione implicita”.

Concetti ripresi e sviluppati anche da Filippo Serra, Direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per la Sicilia, anch’egli audito – il 18 febbraio – dalla 7ª Commissione del Senato. Quel che colpisce nelle 14 pagine ricche di analisi, proposte e riflessioni lucide e condivisibili è che non venga mai fatto almeno un cenno al rapporto potenziale tra povertà scolastica, dispersione e l’abisso di Cosa nostra pronto a inghiottire i più deboli o svantaggiati.

 

Chiacchiere e distintivo

Come ha scritto Lorenzo Dellai sul Domani d’Italia, la scuola deve diventare sempre di più «il principale terreno sul quale costruire democrazia, superamento delle disuguaglianze, coesione sociale e sviluppo. Soprattutto in tempi di inverno demografico e di radicali e inediti cambiamenti».

Tutto il resto – quando non fa danno come le recenti geniali idee del Governo – è solo un fiume di parole. Per molti, solo chiacchiere e distintivo.