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giovedì, 19 Febbraio, 2026
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Referendum, è buona regola confrontarsi nel merito

Risposta a Zecchino e Rapisarda. Comunque, il governo in carica appare animato da un senso di rivalsa giustizialista verso i magistrati. Riformare la Costituzione repubblicana in queste condizioni è altamente dannoso e pericoloso.

Il nodo delle procure e l’equilibrio del processo

È importante il confronto che si è aperto su questo giornale sul tema del prossimo referendum. Ortensio Zecchino e Luigi Rapisarda mi hanno invitato a porre di più l’accento sulla questione tecnica, di merito. Lo faccio volentieri.

Partiamo dal cuore della questione: una presunta dominanza delle procure (spesso politicizzate) che metterebbe in soggezione il giudice, indebolendo il sacrosanto diritto ad un giusto processo. Ebbene, si può essere davvero convinti che trasformando le procure in un corpo del tutto autonomo sia possibile delimitarne l’esuberanza? E come dovrebbe avvenire questa evoluzione?

Per diversi commentatori — ultimo Luciano Violante sul “Corriere della Sera” di martedì — questa soluzione porterebbe a due rischi: un ulteriore potenziamento delle procure, davvero a quel punto una “corporazione autonoma”, oppure al controllo politico delle procure stesse, come ha chiaramente detto il ministro Nordio invitando l’opposizione in questa direzione per trarne vantaggio in caso di vittoria. In entrambi i casi l’equilibrio dei poteri definito dalla Costituzione repubblicana ne uscirebbe stravolto, con rischi peggiori dei mali che si vorrebbe curare.

Separazione delle carriere e assetto del CSM

Vediamo poi la disarticolazione del CSM. Zecchino ha ricordato la posizione di Franco Marini favorevole alla separazione delle carriere nella stagione della Bicamerale D’Alema. È vero, ma è altresì vero che la riforma che Marini sosteneva prevedeva che il CSM rimanesse uno e che vi fossero due sezioni al suo interno, non costituite con sorteggi. Ben altro discorso rispetto a quello proposto anche nell’attuale legislatura e del tutto rifiutato dal governo.

Per restare al merito mi taccio sulle ragioni politiche che portavano Marini a quella posizione in quel momento storico.

Il precedente costituzionale e il ruolo del Parlamento

Torniamo poi all’art. 138 della Costituzione. Come ha ricordato nei giorni scorsi il prof. Nicola Lupo su “Quaderni Costituzionali”, nei 23 casi di processi parlamentari di riforma costituzionale in 78 anni non è mai successo che il testo entrato in Parlamento su proposta del governo sia stato del tutto identico a quello uscito.

Non è una questione di poco peso. Significa che il governo ha proibito ogni iniziativa di confronto e di miglioramento, ogni contributo parlamentare dell’opposizione e della sua stessa maggioranza. Si può ritenere questo un fatto secondario? Solo una casualità procedurale? Vogliamo anche qui rimanere al merito tecnico, senza altre considerazioni.

Autonomia, responsabilità e limiti del sorteggio

Luigi Sturzo è stato uno strenuo difensore dell’autonomia della magistratura, ma certo non della sua irresponsabilità. Condivido in pieno questa posizione. Ma vorrei pacatamente domandare se si può ragionevolmente ritenere che la riforma Nordio possa automaticamente risolvere questo problema che, indubbiamente, esiste.

L’Alta Corte disciplinare, composta tramite sorteggi all’interno di liste definite, si ritiene davvero che possa cancellare il potere correntizio della magistratura? I sorteggi all’interno del mondo universitario non hanno attenuato l’antico diritto di cooptazione delle cerchie accademiche: talvolta con buone scelte, altre volte meno. Il professor Zecchino queste cose le dovrebbe sapere bene. Perché questo sistema dovrebbe funzionare nella magistratura?

Personalmente sono da tempo convinto che molti errori delle procure o dei giudici non dipendano da malafede o da appartenenze correntizie. Molto più prosaicamente ritengo che derivino da incompetenza, cioè da insufficiente conoscenza e comprensione di fenomeni complessi e di peculiari situazioni della vita economica e sociale.

La proposta dimenticata di Beria d’Argentine

Adolfo Beria d’Argentine, illustre magistrato e grande umanista, fu anche capo di gabinetto del Ministro della Giustizia. Era appassionato del collegamento tra magistratura e realtà sociale in continua evoluzione. Propose la nascita di una Alta Scuola di formazione per i giovani che si volevano dedicare all’attività giudiziaria: un percorso di almeno 2-3 anni dopo la laurea, con accesso selettivo e uscita altamente selettiva, non più della metà dei partecipanti.

Molte materie economiche e sociali, non teoriche ma applicate, oltre a quelle giuridiche e procedurali. Dalle graduatorie finali si sarebbero automaticamente reclutati i nuovi magistrati. Si dimentica che la professione richiede il massimo impegno fin dall’inizio della carriera. La proposta di legge fu approvata dal Senato nel 1976; lo scioglimento delle Camere ne impedì l’attuazione. Essa prevedeva anche una formazione permanente, operativa e non meramente teorica.

Una riforma che divide e indebolisce

Purtroppo il governo in carica appare animato da un senso di rivalsa giustizialista verso i magistrati. Forza Italia, partito che si richiama a valori liberali e di centro, guida ancora oggi questo attacco avviato da Berlusconi. Anche le opposizioni non mostrano idee chiare su aspetti tanto delicati.

Riformare la Costituzione repubblicana in queste condizioni è altamente dannoso e pericoloso. Per ragioni di merito, chiunque le comprenda dovrebbe, in coscienza, respingere questa riforma.