La militarizzazione dei due fronti sul referendum non è una buona notizia perché, al netto della lamentela quotidiana per l’eccesso di reciproca radicalizzazione, avviene poi che ogni questione diventi l’occasione buona per cementare due coalizioni che non stanno in piedi. Né l’una né l’altra.
S’intende che sui temi della giustizia ognuno può, e forse deve, dire la sua. Il problema nasce quando una sfida tra i due blocchi viene intesa alla stregua di una sorta di giudizio di Dio come avviene, con qualche limitata eccezione, da tutte e due le parti. Occorrerebbe piuttosto considerare che esiste anche il giorno dopo ed questo, per l’appunto, lascerà gli uni e gli altri alle prese con le stesse questioni di equilibrio politico (e geopolitico) che sono state messe da parte per buttarsi a capofitto nella battaglia referendaria.
Tanta ansia e tanta acredine non s’erano viste quando a suo tempo il centrosinistra si intestò la revisione del titolo quinto, dando alle Regioni poteri che esse non erano in grado di gestire; né quando il centrodestra si batté per la cosiddetta “devolution”, aggiungendo al pacco regalo confezionato allora anche il fiocchetto colorato di quella improvvida legge elettorale, il “Porcellum”.
Ma si sa, col tempo, certi difetti tendono a peggiorare e la piega che ha preso la vicenda referendaria ci ricorda che questa classe dirigente, nel suo insieme, sa trarre forza e convinzione solo alla vista del nemico. Peccato che il nemico più insidioso sia proprio nascosto in questo modo di vedere le cose, tagliandole sempre col coltello più affilato.
Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 26 febbraio 2026
[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]
