La tentazione, più o meno, è sempre quella: giocarsi tutta la partita scommettendo sulla leadership. Lo fa la destra, che al culto del capo sacrifica da sempre una gran quantità di incenso. E lo fa anche la sinistra, precipitata nel giro di qualche ora dalla vittoria nel referendum al surreale dibattito Po sulle primarie.
Come a ricordare che la politica ha da essere una contesa tra “uno” e “tutti”: laddove è il primo a contare e gli altri a votare, ma soprattutto ad applaudire.
Eppure proprio questo modo di intendere le cose dovrebbe a questo punto essere almeno un po’ rivisto.
Poiché, è vero, la Meloni ha qualità di leadership. Ma se avesse avuto accanto consiglieri più accorti, capaci di segnalarle per tempo che forse non era proprio il caso di schiacciarsi sulla presidenza Trump in modi perfino servili, le cose sarebbero andate un po’ meglio anche a lei.
E invece da quelle parti non s’è levata neppure una voce capace di segnalare l’immenso iceberg contro cui la maggioranza stava per andare a sbattere.
Ed è vero, altrettanto, che l’opposizione fa fatica a non schierare una figura − una sola, ovviamente − che possa apparire come un o una candidato condiviso per la guida del governo.
Eppure il tormentone sulla leadership dell’opposizione, a cui s’è appena dato inizio, rischia già di disperdere l’effetto del referendum. Laddove s’è votato per un principio, giusto o sbagliato che fosse, e non per una persona.
Si dirà che la leadership è ormai il cuore della moderna disputa politica. Forse è vero. Ma quel formato, così alto e stretto, e così solitario, ne rappresenta poi anche il limite inesorabile.
Fonte: La Voce del Popolo – 9 aprile 2026
[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]
