Un bipolarismo estraneo alla storia italiana
L’Italia non è un Paese da sistema politico bipolare. Non lo è mai stata nella sua cultura politica, nella sua storia istituzionale, nella sua struttura sociale. Eppure si insiste in questa direzione.
Da anni ci viene proposto – e in qualche modo inculcato – un bipolarismo forzato, quasi fosse l’unica forma possibile di democrazia moderna. Un meccanismo che pretende di ridurre la complessità della società italiana a due blocchi contrapposti, come in una versione semplificata – e spesso caricaturale – del modello americano.
Uno scimmiottamento che diventa farsa
Ma quel modello non ci appartiene. Non è nato dalla nostra storia, né dalle nostre tradizioni politiche. È uno scimmiottamento che finisce per trasformarsi in farsa: due poli che si contrappongono in modo rituale, mentre entrambi cercano di intercettare lo stesso bacino elettorale, quello centrale e moderato, dove si concentra la parte più ampia e decisiva dell’elettorato.
La parentesi tripolare e la sua normalizzazione
Non è un caso che, a un certo punto, si sia parlato di sistema tripolare, con l’entrata in scena del Movimento 5 Stelle che aveva intercettato, tra le altre cose, uno spazio politico rimasto vuoto: quello di chi non si rivede in questo schema dei due blocchi contrapposti.
Ma quella rottura è stata progressivamente riassorbita: il Movimento è stato “normalizzato”, ricondotto dentro la logica del “campo largo”, e dunque riportato all’interno del perimetro del bipolarismo, abbagliato dalla possibilità di vincere.
Accordi sì, matrimoni forzosi no
Non si criticano gli accordi elettorali in quanto tali. Si criticano i matrimoni forzosi, fondati unicamente sull’obiettivo di vincere e non su una visione condivisa.
E cosa fanno i partiti di ispirazione popolare? Si prestano a essere cavalli di Troia del sistema. Portatori d’acqua a vantaggio di raggruppamenti di destra e di sinistra con cui hanno, spesso, poco da spartire dal punto di vista delle idee e dei valori.
Offrono un contributo identitario in cambio di qualche seggio sicuro, di una candidatura protetta, della speranza di partecipare alla vittoria di uno dei due schieramenti e alla spartizione del potere.
L’anomalia italiana del centro politico
In gran parte d’Europa i partiti di centro e di ispirazione popolare esprimono percentuali significative, spesso intorno al 15–20%, quando non di più.
Solo in Italia quell’area è frammentata, dispersa, fagocitata dentro coalizioni che ne sterilizzano l’identità. Molti esponenti di cultura popolare hanno finito per trovare casa in partiti che poco o nulla hanno a che vedere con quella tradizione. Tuttavia i tempi sono maturi perché si possa tentare di costruire davvero il partito dei popolari.
Non si tratta di rifare la Democrazia Cristiana, che appartiene alla storia della Repubblica. Tentare di replicarla sarebbe un’operazione nostalgica e fuori dal tempo. Si tratta, piuttosto, di ripartire dal popolarismo sturziano e declinarlo in chiave moderna.
La lezione di Sturzo: metodo prima del simbolo
Il Partito Popolare di don Sturzo non era un partito-persona né un contenitore di potere. Nasceva da una cultura politica fondata sulla centralità della persona, sul valore dei corpi intermedi, sulla sussidiarietà, sulla responsabilità, sulla libertà unita alla solidarietà.
Era una chiamata all’impegno dei “liberi e forti”, non una costruzione artificiale di schieramenti. Ripartire da quella idea significa recuperare un metodo prima ancora che un simbolo: autonomia, identità, progettualità.
Un soggetto politico autonomo e riconoscibile
Significa costruire un soggetto politico riconoscibile, alternativo al bipolarismo forzato, capace di presentarsi agli elettori senza subalternità.
Ricostruire la casa dei popolari non sarà semplice. Occorrerà mettere da parte personalismi e calcoli di breve periodo. Non dovrà nascere per alimentare l’ego di qualche leader né per drenare voti verso destra o verso sinistra in cambio di posizioni di rendita. Diversamente, non avrebbe senso.
Dovrà nascere con ambizione: ambizione di identità prima ancora che di consenso, ambizione di progetto prima ancora che di alleanza. Un partito che, nella scia del popolarismo sturziano e della migliore tradizione democratico-cristiana, torni a elaborare soluzioni concrete sui grandi temi del Paese: lavoro, famiglia, corpi intermedi, autonomia, solidarietà, Europa.
Correre con la propria identità
Correre con la propria identità non significherà isolarsi ma identificarsi. Significherà restituire al voto la sua dimensione di scelta consapevole, liberare una parte dell’elettorato dall’obbligo di scegliere “contro” qualcuno anziché “per” qualcosa.
La chiamata all’unità dei popolari non è nostalgia. È una proposta politica. È la richiesta di rompere un equilibrio artificiale e di rimettere al centro la persona, la comunità e il bene comune.
È evidente, infine, che esistano difficoltà oggettive, legate a una legge elettorale che premia i raggruppamenti di liste. Proprio per questo è necessario avviare un processo politico serio, coerente e capace di guardare lontano.
Occorre dare vita a un Partito dei Popolari Uniti che si presenti alle prossime elezioni con una propria identità autonoma, non come appendice di uno dei poli, ma come forza autenticamente alternativa, pronta a dialogare con chi condivida l’esigenza di superare l’attuale schema.
In questa prospettiva, l’obiettivo è costruire un autentico “campo degasperiano”, dialogando con le forze di matrice liberale e riformista più vicine per cultura e visione e mantenendo una chiara distanza da impostazioni populiste, sovraniste o massimaliste di ogni segno.
Una scelta di responsabilità
Costruire il partito dei popolari non è un’utopia. È una scelta di responsabilità. «Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi».
