Sotto il cavalcavia della Tiburtina, tra le sterpaglie del Casilino, il buio di Roma non è mai del tutto buio. C’è il bagliore arancione di un accendino puntato su una pipa artigianale, ricavata da una lampadina o da una lattina. C’è un odore acre, dolciastro, chimico: quello di una sostanza che si sta prendendo un’altra vita. Marco ha ventiquattro anni, gli occhi di chi non dorme da giorni e le mani che tremano appena. Non somiglia al “tossico” degli anni Novanta che abbiamo in mente. È un ragazzo che ha perso un lavoro precario, poi la casa, poi gli affetti. Adesso cerca soltanto altre due ore di anestesia. Nella Capitale il crack è tornato a dettare legge, accanto alla cocaina e all’eroina delle vecchie piazze. È la droga della disperazione economica: veloce, a buon mercato, feroce.
Una comunità senza argini
Viviamo un tempo slegato, in cui i punti di riferimento si sono dissolti come nebbia al mattino. I legami di quartiere si sono sfilacciati, le famiglie faticano a tenere insieme i pezzi, il lavoro non garantisce più alcuna sicurezza. In questa assenza di regole condivise, dove nessuno sembra più indicare cosa sia giusto e cosa sbagliato, la sostanza diventa l’unica legge rimasta. Manca un argine culturale capace di frenare la corsa verso la fuga chimica. Il crack non genera solo dipendenza: produce “invisibili”. Provoca un picco di dopamina che si esaurisce in pochi minuti e lascia un vuoto che chiede dosi sempre più ravvicinate, fino a spingere chi lo consuma verso piccoli reati predatori o la prostituzione di sopravvivenza.
I numeri dell’emergenza
I dati confermano ciò che la strada racconta. L’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze, curata dal Dipartimento per le Politiche Antidroga, registra un aumento dei sequestri di cocaina e derivati e un abbassamento dell’età media di chi ne fa uso. A Roma i SerD segnalano una crescita delle richieste di aiuto legate agli stimolanti, soprattutto tra i giovani adulti che vivono ai margini della città.
Lo spaccio a portata di clic
La piazza di spaccio si è smaterializzata ed è entrata negli schermi. Le operazioni coordinate dalla Direzione Centrale per i Servizi Antidroga hanno più volte documentato lo spostamento del narcotraffico sui social network e sulle app di messaggistica criptata. Basta uno smartphone. Il pagamento parte con la stessa facilità di un messaggio: moneta virtuale che passa da un’app all’altra, senza nomi, solo codici alfanumerici. Un anonimato più apparente che reale, però: nella maggior parte dei casi ogni transazione resta impressa in un registro pubblico, e gli investigatori specializzati della Polizia Postale stanno imparando a seguirne le tracce, trasformando quei codici in nomi e cognomi. Chiuso l’affare, il “rider” della droga lascia il pacchetto in un tombino o sotto un vaso, a Tor Bella Monaca, a San Basilio, lungo l’anello del GRA.
In trincea con le Unità di Strada
Davanti a questo scenario, le Unità di Strada restano l’ultimo presidio di umanità. Il Comune di Roma, attraverso il Dipartimento Politiche Sociali e in collaborazione con i SerD delle ASL, coordina le cooperative accreditate che escono di notte. Organizzazioni come Auxilium e altre realtà del terzo settore romano, molte delle quali aderenti al CNCA, gestiscono progetti di unità mobile finanziati tramite bandi pubblici. Ma chi lavora in strada è davvero pronto ad affrontare quest’ondata?
“Siamo davanti a una nuova clinica del disagio”, racconta un operatore di una cooperativa romana, che preferisce restare anonimo, mentre sistema le coperte termiche nel bagagliaio. “Il crack non seda come l’eroina. Rende paranoici, aggressivi, toglie il sonno per giorni. I nostri protocolli faticano a tenere il passo: non basta più distribuire pipe pulite o naloxone. Serve un approccio psichiatrico mobile e una fiducia che si costruisce in mesi, non in una notte”.
Negli ultimi tempi l’amministrazione ha rafforzato i presidi mobili e i servizi di ascolto. Ma la vera sfida è culturale e strutturale. Le cooperative svolgono un lavoro immenso, spesso in solitudine: non si limitano a portare beni di prima necessità, ma provano a ricucire un patto sociale spezzato, offrendo una vicinanza che i servizi tradizionali stentano a garantire.
La strada passa anche dallo schermo
Forse, però, la strada da sola non basta più. Se il mercato si è trasferito dentro uno smartphone, anche chi fa prevenzione deve imparare ad abitare quello spazio. Un operatore esperto riconosce una piazza di spaccio a colpo d’occhio; molto più difficile è decifrare un canale Telegram, il linguaggio in codice fatto di emoji e abbreviazioni, la grafica accattivante con cui la sostanza viene presentata come un prodotto qualsiasi, il funzionamento di un portafoglio elettronico. È una competenza che va costruita, con la formazione e con un dialogo stabile tra servizi, scuole ed esperti del digitale.
Poi c’è il piano educativo, probabilmente il più decisivo. Un ragazzo di sedici anni che trova la droga con lo stesso gesto con cui ordina una pizza non ha bisogno soltanto di divieti, ma di strumenti per leggere ciò che ha davanti: capire come funziona quella vetrina, chi c’è dietro, quanto sia fragile l’anonimato che promette, quanto costi davvero. Significa portare l’educazione ai nuovi media nelle scuole, nei centri giovanili e nelle famiglie, formare educatori capaci di parlare quel linguaggio, sperimentare forme di presenza anche online. L’Unità di Strada del futuro dovrà saper camminare su due marciapiedi: quello d’asfalto e quello digitale.
L’incubo fentanyl
Intanto, un’altra ombra si allunga all’orizzonte. L’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe (EUDA, già EMCDDA) ed Europol segnalano da tempo la circolazione di oppioidi sintetici in Europa. In Italia i casi legati al fentanyl restano, per ora, isolati, ma i traffici internazionali non conoscono confini. Se dovesse arrivare sul mercato romano, mescolato a cocaina o eroina all’insaputa di chi le consuma, sarebbe un punto di non ritorno: bastano due milligrammi per uccidere. Le istituzioni rassicurano. Speriamo abbiano ragione, perché su questo fronte non c’è margine d’errore.
Roma, Città eterna, si scopre fragile. Il crack non è soltanto un’emergenza sanitaria: è il sintomo di una società che ha smesso di proteggersi. Finché guarderemo queste periferie come zone franche da tollerare, e non come ferite aperte da curare, il bagliore di quegli accendini continuerà a illuminare il volto di chi abbiamo deciso di lasciare indietro.

