Un inedito umanesimo imprenditoriale
Ci sono personaggi così singolari, che proprio per questo sono meno studiati o relegati nella loro singolarità. Certamente Adriano Olivetti spicca in questa piccola schiera, grazie alla sua esperienza imprenditoriale, la quale può essere concepita come espressione di un inedito umanesimo, che, oltre a mettere a frutto indicazioni provenienti specialmente dal “personalismo comunitario”, soprattutto si nutre di umanità e alimenta umanità. In tal modo, all’universalismo degli umanesimi tradizionali si sostituisce un umanesimo singolare collocato nell’orizzonte esistenziale ed esperienziale di una impresa, in cui si traducono un modus vivendi e un modus operandi che possono essere espressi nella formula di “umanesimo imprenditoriale” ovvero di “imprenditorialità umanistica”.
Più precisamente, egli si collocò sulle spalle di giganti, come Mounier, Maritain, de Rougemont (citati in questo ordine dallo stesso Olivetti), ma anche di Bergson, Weil, Berdiaev e, ispirandosi a questi autori, riuscì a vedere di più e meglio, più precisamente a vedere − con gli occhi del corpo e della mente − “l’impresa” come luogo privilegiato per rinnovare a partire da questo specifico ambito il senso del “personalismo comunitario”, dell’“umanesimo integrale”, del “federalismo solidale” dei tre filosofi citati.
Sulle spalle di Olivetti
Detto questo, vorrei aggiungere che l’immagine può essere rovesciata, per dire che oggi il gigante è lui, Adriano Olivetti, e noi siamo chiamati a salire sulle sue spalle, se vogliamo guardare più lontano. E salire sulle spalle di Olivetti significa aprirsi ad un umanesimo che coniuga − sul piano imprenditoriale − persona e comunità, dignità individuale e bene comune. Tale lezione, però, è da tradurre alla luce delle res novae, che nel frattempo si sono verificate, e possiamo farlo, se non scendiamo dalle spalle olivettiane ma ci sporgiamo per vedere oltre.
Dall’umanità all’umanesimo
Si potrebbe al riguardo dire che il pensiero olivettiano è riconducibile a una unica esigenza, quella di “umanità” in una duplice accezione. In primo luogo, quale riconoscimento di una appartenenza definita, quella alla “umanità” come specie, per cui appartenere all’umanità vuol dire essere contrassegnati dalla “dignità” che Hannah Arendt definiva “il diritto ad avere diritti”. In secondo luogo, quale esercizio di comportamenti all’insegna della “umanitarietà”, per cui dell’uomo occorre avere “cura”, curarsene (oltre che curarlo all’occorrenza), una cura che è premura nei confronti della persona, che è, per sua natura, fragile e, insieme, preziosa.
È da questa duplice consapevolezza (vissuta nella quotidianità del suo vivere di uomo e di imprenditore) che consegue l’umanesimo olivettiano; nel quale è evidente che non è la teorizzazione ad avere la priorità o il primato, perché la teoria è conseguente e coerente con le istanze che emergono dalla prassi. Al riguardo si potrebbe parlare di una “rivoluzione copernicana”, dal momento che al centro non c’è una qualche “concezione” dell’umanesimo, bensì ci sono delle “pratiche” umanizzatrici; quindi non dall’umanesimo all’umanità, bensì dall’umanità all’umanesimo.
Il primato della prassi
A mio parere, sta qui la forza (secondo altri la debolezza) della impostazione olivettiana, che priva di una robusta impalcatura teorica, non sarebbe adeguatamente argomentata e giustificata, e quindi presterebbe il fianco a facili critiche, e non reggerebbe alla lunga alla prova dei fatti. In realtà, a me pare (come ho accennato qualche anno fa a un convegno olivettiano all’ISTAO di Ancona) che proprio il “rovesciamento” operato da Olivetti fra teoria e prassi, gli permette di imboccare strade nuove, che hanno portato a una impresa originale, e conseguentemente a un umanesimo inedito, fondato sulla categoria di “imprenditorialità”, in una duplice accezione: economica ed esistenziale.
Creatività, responsabilità e cultura
Dal punto di vista economico, si tratta di mettere in luce il rapporto tra creatività e responsabilità, fra tecnica ed etica, tra produttività e umanità, realizzando l’incontro fra “le due culture” scientifica e letteraria (di cui parlerà Charles Percy Snow nel libro omonimo a metà degli anni sessanta), grazie all’assunzione di non pochi intellettuali (scrittori e pensatori soprattutto), a dimostrazione della “utilità dell’inutile”, richiamata da Abraham Flexner alla fine degli anni trenta del secolo scorso e ribadita da Nuccio Ordine nel 2013.
Dal punto di vista esistenziale, si tratta di sottolineare che la stessa esistenza può essere concepita come una personale costruzione secondo una progettualità che impegna a realizzare sé stessi, per cui il problema non è vincere sugli altri ma operare con gli altri.
Una lezione ancora attuale
Ne consegue che nell’idea di “umanesimo imprenditoriale”, il riferimento alla “impresa” va letto non nei termini di una “aziendalizzazione” della società e della vita, che determinerebbe quella che Michela Marzano ha chiamato la «estensione del dominio della manipolazione» nel libro omonimo, bensì come una modalità per dare una concreta traduzione all’istanza umanistica, evitando all’umanesimo il rischio della universalità astratta, che può portare all’ideologico, da cui Olivetti intendeva prendere le distanze.
Quindi sarebbe auspicabile disporre di ulteriori contributi “di” cultura olivettiana e “alla” cultura olivettiana. Quella di Olivetti è lezione che non passa, e che merita di essere riletta per darle rinnovate traduzioni pratiche non meno che conseguenti teorizzazioni.

