L’ultimo dialogo rimasto aperto
Cinque anni or sono il filosofo Giacomo Marramao era a Milano, a un incontro presso la Casa della Cultura, quando apprese che il suo amico e collega Salvatore Veca era in fin di vita. Alla notizia della morte, fra Giacomo e me ci fu uno scambio di messaggi intenso e commosso. Eravamo entrambi quasi increduli, come frastornati.
Appena pochi giorni prima, il 27 settembre, Salvatore, che si accingeva a preparare la postfazione a un mio libretto, mi scrisse: «Grazie di cuore, caro Danilo, per la tua sollecitudine con Agnese Manni, che ti prego di ringraziare per la sua comprensione. Ti cercherò nei prossimi giorni per un chiarimento concettuale». Quel concetto non venne più chiarito.
Di sinistra e profondamente liberali
Mi sento fortunato ad aver avuto e ad avere non pochi maestri. Affinità, sintonia, insegnamenti che provengono da varie figure del nostro panorama culturale, soprattutto filosofico. Con Veca, tuttavia, era diverso: non si trattava semplicemente di spunti o di stimoli. Era una più profonda intesa, una più pervasiva complicità. Entrambi profondamente di sinistra e profondamente liberali. Io credente, lui sensibilissimo all’istanza religiosa.
Il suo volumetto postumo Pensieri nella penombra. Meditazioni sul mondo e sull’uomo, a cura di Arnoldo Mosca Mondadori, è stato pubblicato dalla casa editrice Morcelliana, per dirne una. E proprio dalla sezione del libro intitolata L’amore e altri enigmi prende le mosse, a sua volta, un mio volumetto di prossima uscita. Quasi che le nostre vite e la nostra ricerca continuassero a intrecciarsi.
Cultura, politica e città
Il pomeriggio del 6 ottobre, a Milano, presso la sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, a cui il filosofo era legatissimo, si terrà un incontro pubblico intitolato Intellettuali per la città. Omaggio a Salvatore Veca. Un incontro dedicato proprio al connubio tra cultura, politica e città e rivolto soprattutto al presente e al futuro.
Sì, perché egli era un pensatore della «gran città del genere umano» — espressione di Giambattista Vico a lui cara — e, insieme, uno studioso attento ai fenomeni e ai sommovimenti in corso nella «capitale morale», come si diceva un tempo. Ed era — sono affezionatissimo a queste espressioni, da lui apprese — un europeo e un occidentale «con gli occhi sul resto d’umanità», come avrebbe detto Adam Smith.

