Una cultura che continua a vivere
Lo sappiamo tutti. La Democrazia cristiana, intesa come partito autonomo e organizzato, è stata consegnata agli archivi storici da oltre trent’anni. Ma la cultura politica democratico-cristiana continua a esistere. Eccome se esiste. L’ha riconosciuto, con realismo, persino Giorgia Meloni nel suo saluto al convegno di Saint-Vincent organizzato dal partito di Gianfranco Rotondi.
Esiste, cioè, la cultura politica declinata dalle varie correnti della Democrazia cristiana. Perché, come amava ripetere l’ultimo «maestro» del cattolicesimo democratico italiano, nonché leader della sinistra Dc, Guido Bodrato, «la storia della Dc è la storia delle sue correnti».
E la storia, la sensibilità, la cultura e il progetto delle varie correnti democristiane continuano a fermentare e a caratterizzare settori consistenti della politica contemporanea nei vari partiti esistenti — o meglio, nei vari cartelli elettorali e partiti personali — e nelle rispettive coalizioni.
Le correnti nello scacchiere attuale
Non è neanche troppo difficile individuare il profilo delle varie e intramontabili ex correnti della Dc nell’attuale scacchiere politico italiano. Con le debite eccezioni, come è ovvio e persino scontato.
Se le correnti moderate, conservatrici o di destra si riconoscono tranquillamente, e storicamente, nella coalizione di centrodestra, le componenti della sinistra interna si sentono più rappresentate — anche qui storicamente — nella coalizione di centrosinistra. O meglio, quando c’era ancora un’alleanza di centrosinistra, perché, nel frattempo, si è consolidata una coalizione di sinistra e progressista. Molto più simile alla «gioiosa macchina da guerra» di occhettiana memoria che a una coalizione riformista, di governo e autenticamente democratica, riconducibile al tradizionale centrosinistra.
Poi ci sono delle eccezioni, come è ovvio. La più vistosa è quella della sinistra sociale della Dc, cioè la componente che ha fatto capo per molti anni a Carlo Donat-Cattin e poi a Franco Marini. Donat-Cattin: lo statista e il leader Dc più contestato, più insultato e più attaccato sul piano personale e politico dal Pci e da tutti i suoi addentellati culturali, editoriali, giudiziari, accademici e intellettuali.
La riscoperta di una cultura di governo
Ma, al di là delle vicende concrete che hanno caratterizzato il percorso di molti esponenti appartenenti alle varie correnti democristiane, è indubbio che la cultura che ha accompagnato quegli straordinari strumenti politici nel «partito italiano» per eccellenza, la Dc appunto, continui a innervare larghi settori della politica italiana.
E questo non solo perché gli storici detrattori e contestatori dell’esperienza e della storia democristiana, cioè quasi tutta la classe intellettuale della sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni, ne hanno compiuto una riabilitazione politica postuma.
Ma per la semplice ragione che quasi tutti — tranne, come è ovvio, i populisti come Conte, Vannacci e Salvini e gli estremisti come Fratoianni, Bonelli e Salis — prendono atto che proprio quella cultura e, soprattutto, quella postura non solo sono necessarie, ma addirittura indispensabili per poter declinare una vera e propria cultura di governo.
Il compito dei democristiani non pentiti
La postilla finale, di conseguenza, non può che essere una sola. Sarebbe auspicabile che quella cultura politica, quella postura istituzionale e anche quella cultura di governo fossero concretamente declinate ancora dai cosiddetti «democristiani non pentiti».
E non solo da quelli che hanno sempre e soltanto contestato, ridicolizzato e delegittimato quella storica esperienza politica, culturale e istituzionale.

