Un caso che va oltre il singolo artista
Non conosco il comico Andrea Pucci; non sono in grado di giudicare il suo talento artistico e, tantomeno, conosco quale sarebbe stato il suo ruolo – pare di “co-conduttore” – per una serata con Carlo Conti nell’ormai prossima edizione del Festival di Sanremo.
Quello che so, come tutti del resto, è che questo artista ha dovuto rinunciare alla sua presenza sul palco di Sanremo perché, da quando è diventata ufficiale la sua possibile performance artistica, è partito un fuoco di fila dalla galassia progressista e di sinistra sul “rischio democratico” che questo artista poteva provocare al Festival canoro con le sue presunte e del tutto virtuali posizioni.
Satira, libertà e doppi standard
Ora, e per fermarsi al profilo della satira, comico e dell’intrattenimento, è da svariati decenni che i detentori del “politicamente corretto” ci spiegano quasi tutti i giorni che gli artisti sono liberi ed autonomi nel declinare il loro talento. Dal caso Benigni in poi, chiunque osi mettere in discussione questo postulato essenziale viene semplicemente tacciato di essere oscurantista, illiberale, dispotico, autoritario e – puntuale come il cacio sui maccheroni – parafascista se non esplicitamente fascista.
E proprio il caso di Andrea Pucci, costretto di fatto a rinunciare a Sanremo dopo le molteplici e mirate minacce che gli sono piovute addosso a lui e alla sua famiglia – almeno così ha dichiarato pubblicamente – ci pone una semplice domanda. E per l’ennesima volta, per essere sinceri sino in fondo.
Esiste davvero un clima censorio?
Ovvero: ma in Italia esiste il rischio della censura nell’informazione secondo una narrazione che ormai ascoltiamo da almeno tre anni? E, parlando anche e soprattutto dell’informazione televisiva – non quella della carta stampata, perché quella risponde esclusivamente e radicalmente agli interessi dell’editore di riferimento – c’è realmente quel clima di intolleranza e di repressione violenta del dissenso?
Beh, ascoltando La7, molti programmi della Rai – a cominciare dal giornalismo politicamente militante come Report – e alcuni programmi della stessa informazione di Mediaset, è francamente difficile cogliere un clima liberticida e semi-dittatoriale.
Il nodo decisivo: il pluralismo
Dopodiché c’è un tassello, fondamentale e decisivo, che impedisce una presunta e un po’ comica deriva illiberale, dispotica e da regime sudamericano, come paventano molti settori della sinistra italiana. Ed è il principio del rigoroso, e quasi fideistico, rispetto del pluralismo.
Nei Tg come nei talk, nei programmi di intrattenimento come nella normale programmazione quotidiana. Senza praticare, come ormai avviene in molti talk de La7, la cancellazione del principio del “contraddittorio”. Perché quando il pluralismo delle opinioni viene cancellato si afferma, di fatto, un giornalismo militante e politicamente di parte. Ossia, l’esatto contrario di ogni principio giornalistico democratico, liberale e costituzionale.
La censura preventiva come salto di qualità
Ma, per tornare alla riflessione iniziale, quando un artista – chiunque esso sia – viene bloccato preventivamente dalla propaganda politica perché “sgradito” al politicamente corretto, si fa un salto di qualità.
E cioè si mette in campo una censura preventiva e di piazza, ovviamente politicamente telecomandata, che mette realmente a rischio il pluralismo delle opinioni, ultima ed unica ricchezza per salvaguardare e rafforzare la qualità della nostra democrazia.
Una domanda che riguarda il servizio pubblico
Domanda finale, e non polemica. Ma la Rai – dove, come sempre, si celebra il Festival della canzone di Sanremo – non è “TeleMeloni” da ormai tre anni?
Forse sarebbe opportuno che sulla necessità di avere ancora una informazione democratica e pluralista – tema sempre delicato e decisivo – si aprisse un dibattito vero, franco, sincero e trasparente. Per evitare che, d’ora in poi, i casi Pucci si moltiplichino.
