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venerdì, 9 Gennaio, 2026
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Se non ora, quando? Il Vecchio continente alla prova della storia

I tempi per un’Unione politica e federale appaiono oggi più maturi che mai: tra crisi geopolitiche, ritorni nazionalistici e nuove responsabilità, l’Europa è chiamata a scegliere se restare spettatrice o diventare soggetto.

Un tema ormai stringente

Ci ritornerò sopra sicuramente, perché il tema è diventato stringente e si è attualizzato, e non va per niente abbandonato.

Non si era infatti mai verificato prima d’ora che i tempi per un’Europa federata e politicamente unita fossero, a mio avviso, così maturi come lo sono diventati in questi ultimi giorni. Lo fanno capire alcuni studiosi con la vista lunga sull’Europa e la geopolitica, tra cui primeggia Sergio Fabbrini con i suoi costanti e ripetuti articoli sul Sole 24 Ore. E, paradossalmente, assieme ad altri studiosi con la vista corta però sui singoli Stati e sul nazionalismo europeo d’antan.

Geopolitica brutale e urgenza europea

Tempi maturi perché, dopo i recentissimi rapporti “amichevoli e pacifici” tra Maduro e Trump, con quest’ultimo pronto a sborsare miliardi di dollari per comprarsi la Groenlandia, che riscopre senza nessuna perplessità l’antica pirateria vichinga sequestrando due navi, di cui una di Putin, e più che mai pronto a ritirare il Nobel per la Pace – come chiede ripetutamente Salvini – tempi maturi, dicevo, per rendere attuale il titolo del noto romanzo di Primo Levi: Se non ora, quando?

Le radici storiche dell’idea europea

Sono passati poco meno di 200 anni da quando Giuseppe Mazzini unì le esigenze del particolare con quelle del generale e fece nascere, accanto alla “Giovine Italia”, la “Giovine Europa”.

Ed è quasi un secolo da quando don Luigi Sturzo parlò, dal suo esilio londinese, della necessità di creare gli “Stati Uniti d’Europa” (1924): circa 17 anni prima del Manifesto di Ventotene di Spinelli e Rossi (1941) e circa 28 anni prima del Trattato parigino della CECA (1952).

Il sogno europeo nella visione cristiana

Tralascio tutti gli europeisti convinti del dopoguerra. Tuttavia, mi si consenta in questo appunto di ricordare che lo stesso Papa Francesco, nella sua Enciclica Fratelli tutti del 2020, al paragrafo 10 del primo capitolo, scrive che «…si è sviluppato il sogno di un’Europa unita, capace di riconoscere radici comuni e di gioire per la diversità che la abita»: sogno di un’Europa unita, dunque.

Un comune sentire e un comune agire.

Persona, comunità, bene comune

Non ci sono dubbi sulle idee di europeismo nel mondo cattolico, che ha da sempre portato avanti il valore della persona in relazione: della persona sociale.

Quella della persona mai singola ed isolata individualità, ma sempre in rapporto con altre persone. Quella del Noi, e non dell’Io, lasciando l’Io nelle mani della sola intima spiritualità.

Una persona che, sin dalla sua dimensione nei mondi della vita civici e comunitari, fonda i suoi valori etici, sociali, politici e democratici sull’idea di fraternità ed uguaglianza anche fra diversi, e perfino di intesa e concordia fra avversari, su cui Aldo Moro lavorò molto, mantenendo sempre la rotta verso un’intesa orientata al bene comune di tutti.

Due sostantivi, fraternità ed uguaglianza, che – ricordo – sono stati fatti propri dalla Rivoluzione francese.

Nazionalismi, nostalgie e illusioni

I dubbi che però rimangono ai nostri giorni sono quelli relativi a un determinato mondo cattolico e laico tradizionalista che circola in Europa: un mondo nostalgico, che rivuole anche la Messa in latino, che crede nella differenza insanabile delle razze, e che è presente in diversi partiti politici conservatori.

Addirittura sotto la banale insegna di autonomia e di nazione, per tutti i pericoli di “sostituzioni etniche” paventate dalle tragiche ondate migratorie, e non solo per il denunciato aumento della criminalità, quasi sempre imputato ai migranti.

Basti guardarsi attorno e notare quanto sia ancora vivo e vegeto l’ottocentesco patriottismo nazionalistico, oggi sotto forma di sovranismo exit.

L’illusione dell’autosufficienza

E quanti illusi ci sono in circolazione che pensano – e si ingannano – che nel 2026 un singolo Stato europeo e una singola nazione europea, se non, follemente, una singola e microscopica regione come quella della Padania italiana, possano da soli e in autonomia affrontare gli urti e le insidie che provengono, anche solo sul piano della politica internazionale, dal confronto con Stati giganti come gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, nelle loro mature idee di espansione territoriale e di dominio economico.

Fare l’Europa, fare gli europei

Aggiungo allora che forse occorrerebbe scovare al più presto un Massimo d’Azeglio europeista dei nostri giorni che lanciasse l’idea di un auspicabile processo: «fatta l’Europa, occorre fare gli europei».

Un processo oggi urgentissimo, e al quale occorrerebbe che la von der Leyen si svegliasse un poco, per proporre sin dalle scuole elementari di tutti gli Stati un’educazione civica e culturale di taglio europeo. In modo tale che, in ogni singolo Stato, dopo la piega isolazionista presa dagli USA nei confronti di un’Europa definita “parassitaria”, se ne parlasse liberamente con gli occhi rivolti al futuro, e non al passato: al futuro dei nostri figli e nipoti, e non al passato dei nostri nonni e bisnonni.

Una scelta non più rinviabile

La mia opinione risiede allora nella speranza che oggi si sia finalmente capita l’esigenza di una urgente USE (Stati Uniti d’Europa), di un’Unione politica e federata sotto l’insegna della democrazia partecipata e dei suoi valori, compresi quelli della sussidiarietà.

Perché… se non ora, quando?