Il vizio dell’arruolamento
Nelle settimane che precedono il referendum del 22–23 marzo 2026 sulla riforma costituzionale della giustizia, riaffiora un vizio nazionale: trasformare i grandi nomi in mascotte di parte. Così c’è chi prova a tirare per la giacca Don Luigi Sturzo, facendone l’alfiere della separazione delle carriere. È un cortocircuito: Sturzo non è un vessillo, ma una misura. E questa misura si regge su due assi — popolarismo e autonomia del politico.
Popolarismo: il popolo come trama, non come claque
Il popolarismo non è populismo. Per il fondatore del PPI, il popolo non è una folla emotiva che pretende soluzioni facili, ma una società plurale che si organizza nei territori: comuni, associazioni, sindacati, cooperative, corpi intermedi. Quando questo tessuto si indebolisce, la democrazia si svuota: cresce l’astensione, la sfiducia diventa rancore, e ogni istituzione appare opaca e distante. Applicato alla giustizia, il punto sturziano non è “da che parte stare” per appartenenza, ma chiedersi se un pacchetto di modifiche accresca trasparenza, responsabilità e imparzialità percepita, riducendo autoreferenzialità e zone grigie. Perché la fiducia non si dichiara: si costruisce.
Basta una decisione incomprensibile, o un processo infinito, per trasformare la legge in risentimento. Una riforma costituzionale seria non parla solo ai giuristi: parla ai cittadini, garantendo tempi ragionevoli e motivazioni leggibili.
Autonomia del politico: né morale totale né tecnica come destino
L’autonomia del politico completa l’analisi. L’esule antifascista difende la politica sia dalla pretesa di farsi morale totale sia dalla tentazione di ridursi a mera esecutrice della “necessità”: emergenza, vincoli, tecnica, “non c’è alternativa”. La politica deve decidere e rispondere, ma senza colonizzare l’autonomia di altri poteri e, al tempo stesso, senza subire supplenze. È qui che l’intervento va letto nel merito: chiarisce i ruoli senza intaccare l’indipendenza? Riduce la politicizzazione o la sposta? Rende più credibile l’imparzialità agli occhi dei cittadini?
Il punto tagliente: contro l’uso commerciale dei “padri nobili”
Ecco il punto tagliente: se si usa Don Luigi Sturzo per fare agit-prop, lo si tradisce. Chi lo invoca per chiudere la discussione non lo cita: lo imbavaglia. La democrazia raramente viene abbattuta; più spesso viene svuotata: mantra comunicativi al posto di argomentazioni, iconografie al posto del merito, plebisciti emotivi al posto della fatica della mediazione. Direbbe che una giustizia più giusta non nasce da un nome messo in copertina, ma da un equilibrio serio tra i poteri, da regole limpide e da istituzioni che accettano di essere guardate, misurate, contestate. Il resto è merchandising politico: fa rumore, non fa storia.
