Home GiornaleThe Donald, il confine sottile dell’autoritarismo

The Donald, il confine sottile dell’autoritarismo

La leadership di Trump, segnata da una personalizzazione estrema del potere e da un uso disinvolto della forza, solleva interrogativi inquietanti sulla tenuta della democrazia americana e sugli equilibri internazionali.

Istinto personale e governo solitario

Donald Trump si fida solo del proprio istinto, consulta solo la propria morale, valuta solo – o comunque prevalentemente – i propri interessi, personali, famigliari e di clan. Governa solo per la propria parte, insulta gli altri suoi connazionali e chiunque non sia accondiscendente con le sue decisioni e prese di posizione. Non studia i dossier, troppo lungo e faticoso. Non accetta, se non li condivide, i suggerimenti delle persone competenti ed esperte su un determinato argomento.

E col proprio istinto, opportunamente sobillato da quella vecchia volpe politica che è Bibi Netanyahu, “The Donald” ha cacciato gli Stati Uniti e noi tutti in un gigantesco guaio, dal quale ora non sa come uscire. E così alterna minacce di devastazione totale dell’Iran a minacce di ritorsione verso gli europei che non lo seguono in una guerra che essi non hanno deciso e che non volevano, a rassicurazioni – fondate su presunti contatti col nemico ma invero basate sul nulla – circa la prossima conclusione del conflitto.

La politica ridotta a psicologia

A questo punto, forse, più che di analisti esperti di geopolitica necessitiamo di psichiatri (e di “quelli bravi”, come usa dire) per decrittare le affermazioni di quest’uomo che una maggioranza di americani (molti dei quali, v’è da augurarsi, sia fortemente pentita) ha voluto un anno e mezzo fa riportare alla Casa Bianca. Uno psichiatra per dirci se si tratta di delirio d’onnipotenza (come a noi sembra proprio) o esagerata e dunque sopravvalutata sicurezza nelle proprie capacità unita a un ego ipertrofico: di certo destò una notevole impressione il tono e il contenuto delle affermazioni che fece, pochi mesi fa durante i drammatici giorni vissuti dalla città di Minneapolis, a quattro giornalisti del New York Times in una lunga intervista durata oltre due ore.

In quella occasione – forse anche per rafforzare l’idea di sé in modo provocatorio di fronte a una testata giornalistica che egli detesta, ricambiato – Trump rispose letteralmente così alla domanda se non vedesse limiti alla sua abilità nell’utilizzo della potenza militare americana: “Sì, c’è una cosa. La mia moralità. La mia coscienza. È l’unica cosa che può fermarmi”. Proseguendo: “Io non ho bisogno della legge internazionale. Io non sto cercando di far male alle persone”.

La forza come unica regola

Dunque per Trump è solo il suo personale giudizio a dettare le sue scelte, ritenute a quel punto indubitabilmente corrette. Finanche morali. E il corollario consiste nella convinzione che è solo la forza a dover guidare il comportamento delle nazioni, nelle relazioni fra di loro. I precedenti presidenti – ha sostenuto – sono stati troppo cauti nell’esercizio della potenza americana.

Questa supponenza, oltre i limiti della spocchia, Trump la ingigantisce quando gli viene chiesto se dopo l’operazione compiuta in Venezuela egli non ritenga per caso se questo non possa essere un precedente che Xi utilizzerà, prima o poi, per Taiwan. Di nuovo, letteralmente: “Può accadere dopo che noi avremo altri presidenti, ma non credo che lo farà con me come presidente”.

Certo, il soggetto è quello che in campagna elettorale sosteneva che in pochi giorni avrebbe fatto finire la guerra in Ucraina e che dopo – a fronte della realtà, ben diversa da come se l’era immaginata – ha detto che con lui al posto di Biden quella stessa guerra non sarebbe mai incominciata, perché Putin non avrebbe osato tanto.

Il rischio autoritario per la democrazia

L’impressione, a questo punto testata in oltre un anno di governo pirotecnico che lo ha portato sulle prime pagine dei giornali e in apertura dei notiziari televisivi e radiofonici praticamente ogni giorno, è che l’uomo vada preso con molta serietà: perché la sua pericolosità è grande.

La tentazione di trasformarsi in un autocrate è in lui molto forte. Senza intaccare formalmente (o magari un poco anche sì) la veste esterna della democrazia ma iniettando in essa forti dosi di autoritarismo. Non è il caso qui di citare tutti i numerosi esempi a supporto di questa tesi, esplicitati prevalentemente attraverso i suoi Executive Orders. Basti solo ricordare l’indegno oltraggio a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. L’ambiguità del suo atteggiamento quel pomeriggio. Le parole incendiarie pronunciate prima e dopo, non riconoscendo mai la vittoria elettorale di Joe Biden. Ritornato alla Casa Bianca, il suo pronto esercizio del potere presidenziale di amnistia per i colpevoli di quella sediziosa rivolta, che lui aveva istigato e che non ha poi mai condannato. Tutt’altro. Segnali pericolosissimi. Inquietanti per la democrazia americana.

Ora, tutti sperano in una vittoria dei democratici alle prossime elezioni di metà mandato, e i sondaggi vanno in quella direzione. Mancano però ancora molti mesi. E tutto, come abbiamo qui già scritto, può ancora succedere. Anche una torsione della piena libertà elettorale. O la preventiva contestazione dei risultati. È già successo. Non è un caso se Trump ha sostenuto di poter essere sconfitto solo dai brogli. La china presa è preoccupante. Delirio di onnipotenza, appunto.