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Tor Bella Monaca in mano al narcotraffico

Roma est, la droga prospera dove arretrano Stato, servizi e lavoro. Torna attuale il monito attribuito a don Pino Puglisi: solo il pessimismo vede ovunque deserti. La speranza però deve farsi prossimità, responsabilità, ostinazione civile.

Oltre la cronaca

Tor Bella Monaca non si comprende inseguendo soltanto la cronaca delle retate. Si chiarisce, piuttosto, osservando la struttura che quelle retate rende necessarie e, nello stesso tempo, insufficienti. Il narcotraffico, qui, non è un fattore esterno: è la forma più redditizia assunta da un abbandono pubblico stratificato nel tempo, tra fragilità abitativa, povertà educativa, scarsità di lavoro legale e debolezza dei servizi di prossimità.
Per questo ridurre Tor Bella Monaca al cliché del “quartiere dello spaccio” è una semplificazione pigra. Lo spaccio non esaurisce il problema: ne è il sintomo più evidente. Quando l’economia criminale offre denaro rapido, ruoli riconoscibili e perfino una parvenza di protezione, smette di apparire soltanto come devianza e comincia a presentarsi, soprattutto agli occhi di molti giovani, come una possibilità concreta.

Il limite della politica

Ed è qui che la politica rivela tutta la sua insufficienza. Roma Capitale colloca, tra PINQuA e PUI, un programma da circa 135 milioni di euro: 1.267 appartamenti coinvolti, circa 4.500 abitanti interessati, 112 nuclei da movimentare. Le fonti ufficiali attestano cantieri aperti e cronoprogrammi distribuiti tra il secondo e il quarto trimestre del 2026; per una parte del PINQuA, nel gennaio 2026, l’amministrazione indicava un avanzamento superiore al 75 per cento. E tuttavia, proprio perché il processo resta in corso, è ancora troppo presto per dire se la riqualificazione materiale saprà diventare vera ricucitura sociale.

Sono numeri rilevanti. Ma, sindaco Gualtieri, i cantieri non bastano se questo lembo di città continua a trascinarsi addosso la medesima solitudine, come una ferita antica che nessuna impalcatura riesce a fasciare.

A poco serve contare gli alloggi recuperati se il narcotraffico continua a occupare i vuoti della vita quotidiana. Non basta evocare la rigenerazione urbana se quella civile resta fragile, discontinua, rinviata. Il rischio, allora, è fin troppo chiaro: rifare i muri e lasciare intatta la ferita. 

Servizi, non parole

Sul fronte dei servizi sociali non bastano dichiarazioni di principio. Il Ministero del Lavoro ha ribadito che il livello essenziale di assistenza sociale prevede un assistente sociale ogni 5.000 abitanti, con l’obiettivo di arrivare a uno ogni 4.000, e ha confermato la natura strutturale del contributo economico agli Ambiti territoriali che rispettano questi parametri.

Ma in questa periferia il problema non si esaurisce in uno standard numerico. Ciò che manca è una rete stabile, visibile, quotidiana, capace di raggiungere il disagio prima che lo raggiunga la criminalità. Se lo Stato arriva quasi solo con la repressione, abbandona tutto il resto: i minori esposti, le famiglie disgregate, la dispersione scolastica, le dipendenze, la sofferenza psichica, la povertà che passa di generazione in generazione.

Una parola netta

Qui non servono pose muscolari, ma verità. Una periferia non si trasforma con i sopralluoghi: si trasforma con una presenza pubblica continua. Con scuole solide, educatori, assistenti sociali, lavoro dignitoso, presìdi culturali, spazi comuni restituiti alla vita. Altrimenti il narcotraffico continuerà a occupare un ruolo che non dovrebbe mai avere: quello di supplenza sociale nel vuoto dello Stato.

Ma guai a consegnarsi alla rassegnazione. È qui che torna attuale il monito attribuito a don Pino Puglisi: solo il pessimismo vede ovunque deserti. La speranza, però, per non farsi parola vuota, deve farsi prossimità, responsabilità, ostinazione civile.

Perché il dramma delle periferie non sta solo nel frastuono delle sirene. Sta anche in questo silenzio spossato: la miseria è davvero muta, non ha nemmeno la forza di gridare.

Presidiare civicamente

Quest’angolo di Roma, allora, non ha bisogno di compassione, né di una sorveglianza soltanto intermittente. Ha bisogno di un autentico presidio civico: delle istituzioni, certo, ma anche delle scuole, delle parrocchie, dell’associazionismo, dei comitati, delle reti culturali, dei cittadini che non vogliono più lasciare questo territorio in balìa della paura e dell’abbandono.

Questo quartiere chiede di essere abitato nella sua verità pubblica, custodito da una presenza quotidiana, visibile, tenace. Perché i clan avanzano dove la comunità si ritrae. E ogni spazio restituito alla vita civile è, insieme, uno spazio sottratto al potere criminale.