La difficile tregua che accompagna le trattative in corso a Islamabad tra Usa e Iran induce a una riflessione sulla condotta di Trump. Non si commette peccato se si afferma che una sua evidente instabilità lo porta a oscillare da un giorno all’altro.
È una postura segnata da un “narcisismo maligno” variabile, accompagnato da una forte esaltazione carismatica individuale. È un’impostazione che affonda anche in insegnamenti protestanti ed evangelici e che lo induce a ripiegarsi su se stesso, fino a convincersi che ogni suo comportamento – e tutto ciò che fa e dice – risponda a una volontà divina. Come se fosse stato selezionato, scelto ed “eletto”.
Motivi di fondo che lo portano persino a ritenersi meritevole del Nobel per la pace.
Il “Caffè” di Gramellini e l’origine della riflessione
Queste riflessioni mi sono state suggerite da Massimo Gramellini. In uno dei suoi “Caffè”, pubblicato sul Corriere della Sera il 3 aprile scorso con il titolo “Non è Gesù”, ho trovato uno spunto che merita attenzione. L’ho letto più volte, perché ha generato in me pensieri complessi, che affronto con cautela.
I sentimenti che emergono da quella lettura richiamano, per certi versi, quelli che Trump mostrava quando vendeva i suoi grattacieli.
Gli acquirenti – si può supporre – erano spesso grandi investitori, oggi in molti casi vicini a Benjamin Netanyahu, mentre nel Libano continuano a morire civili e bambini, nel silenzio di una Bruxelles ancora divisa.
Gli stessi ambienti economici risultano oggi tra i sostenitori e partner di Trump, anche sul piano finanziario e politico.
Resta poi nella memoria la sua minaccia di “ridurre l’Iran all’età della pietra”: parole che, secondo molta stampa, evocano implicitamente l’uso dell’arma nucleare.
Predestinazione e costruzione del leader
Trump aveva un nonno tedesco, emigrato dalla Baviera negli Stati Uniti a sedici anni, alla fine dell’Ottocento, per cercare fortuna. Era di religione protestante, tradizione trasmessa al padre e poi allo stesso Trump.
In questo contesto Donald è cresciuto, si è formato e continua a riconoscersi. Il suo humus culturale e religioso è questo.
Trump arriva alla Casa Bianca non solo grazie a un ampio consenso elettorale, ma anche perché si percepisce come predestinato, quasi unto da una missione superiore.
Il “Caffè” di Gramellini rafforza questa impressione. In quella rubrica si racconta che la pastora evangelica Paula White-Cain, sua consigliera spirituale, durante un pranzo pasquale alla Casa Bianca, avrebbe paragonato Trump a Gesù, tra i cenni di approvazione dei presenti.
Un episodio che colpisce e che non richiede ulteriori commenti.
Weber e il nodo tra religione e capitalismo
Rimane attuale, a questo proposito, il pensiero di Max Weber, che già nel 1904 analizzava il rapporto tra valori religiosi e fenomeni sociali.
Nel suo studio sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Weber mostra come alcune convinzioni religiose abbiano inciso profondamente sullo sviluppo economico moderno.
L’individualismo, il rapporto diretto con Dio, la lettura personale della Bibbia e l’idea della predestinazione – cioè della grazia non legata alle opere – hanno influenzato il modo di intendere il lavoro, la ricchezza e il successo.
In questo quadro, anche il carisma individuale assume un valore decisivo.
È un’analisi che, a più di un secolo di distanza, continua a offrire chiavi di lettura efficaci.
Individualismo e comunità: due visioni inconciliabili
Senza nulla togliere al rispetto dovuto ai protestanti, che restano pienamente dentro la tradizione cristiana, un dato emerge con chiarezza: il loro orizzonte tende a privilegiare l’individuo.
Il cattolicesimo, al contrario, insiste sul “noi”, sulla fraternità, sull’idea di una comunità che cammina insieme.
Due impostazioni diverse: da una parte l’accento sull’Io, dall’altra sulla dimensione collettiva.
Nel primo caso si rischia una chiusura individuale, giustificata dall’idea di essere stati scelti e di intrattenere un rapporto diretto con Dio. Nel secondo si valorizza invece la relazione, la solidarietà, il legame sociale.
È una differenza profonda.
E resta la sensazione che Donald Trump incarni, in modo emblematico, la prima di queste visioni.
