L’endorsement di Erika Kirk, vedova di Charlie Kirk e nuova guida di Turning Point Usa, a favore di JD Vance per le presidenziali del 2028 non è soltanto un gesto di fedeltà politica e di continuità simbolica. È, piuttosto, un segnale politico che merita di essere letto con attenzione, perché mette in luce una criticità crescente all’interno del blocco trumpiano, oggi meno compatto e più attraversato da tensioni ideologiche di quanto non appaia in superficie.
L’annuncio, pronunciato all’AmericaFest di Phoenix – primo grande raduno conservatore dopo l’assassinio di Charlie Kirk – ha avuto toni espliciti: «Faremo eleggere l’amico di mio marito, JD Vance, come 48esimo presidente». Un’investitura anticipata che di fatto apre la partita del dopo-Trump, quando la sua parabola politica non è ancora conclusa ma appare già segnata da un calo di consenso e da una leadership meno indiscussa.
La destra cristiano-radicale come attore autonomo
Turning Point Usa non è una semplice appendice del trumpismo. Negli anni è diventata una infrastruttura politica e culturale autonoma, capace di mobilitare una base giovane, ideologicamente motivata e sempre più orientata verso un conservatorismo cristiano radicale, meno pragmatico e più dottrinario. L’endorsement a Vance va letto proprio in questa chiave: non come una sfida frontale a Trump, ma come la preparazione di una opzione alternativa, più coerente sul piano identitario.
In questo senso, la destra cristiana che fa capo all’eredità di Charlie Kirk appare sottilmente insofferente verso lo stesso Trump, percepito come strumento efficace ma non come interprete autentico di una visione integralmente ideologica. È un passaggio significativo, perché segnala uno spostamento del baricentro del movimento Maga.
Vance, il delfino che può andare oltre Trump
JD Vance, oggi vicepresidente e formalmente leale al Presidente, incarna questa possibile evoluzione. Il suo profilo – nazionalista, cristiano, fortemente conservatore sui temi sociali – lo rende particolarmente appetibile per quella parte della destra che vuole andare oltre il modello personalistico del trumpismo, trasformandolo in una piattaforma più strutturata e meno dipendente dal carisma del leader.
La vicinanza personale a Charlie Kirk e il sostegno esplicito di Turning Point Usa rafforzano questa lettura: Vance non è solo un erede designato, ma un potenziale interprete “originale” del trumpismo, capace di ridefinirne contenuti e priorità.
Un leader più debole, un blocco più diviso
Il quadro che emerge è quello di un Trump più debole come leader egemonico, stretto tra una base che si radicalizza e una coalizione che comincia a pensare al dopo. Le recenti prese di distanza di figure simboliche del mondo Maga, come quelle di Marjorie Taylor Greene, confermano una dinamica di frammentazione interna che rende più complessa la navigazione del Presidente.
Paradossalmente, proprio il successo del trumpismo ha prodotto le condizioni per una sua trasformazione: una destra che non si accontenta più del leader, ma cerca una coerenza ideologica più rigida. E che, nel farlo, rende il Trump di oggi meno centrale di quanto non fosse ieri.
