HomeAskanewsTrump-Xi, sull’Ia la sfida tra sicurezza e primato tecnologico

Trump-Xi, sull’Ia la sfida tra sicurezza e primato tecnologico

Roma, 18 set. (askanews) – L’Intelligenza artificiale si prepara a entrare definitivamente nel cuore del confronto strategico tra Stati Uniti e Cina. Quando Donald Trump e Xi Jinping si incontreranno a Washington il 24 settembre, nel loro secondo vertice dell’anno, sul tavolo ci saranno commercio, Taiwan, Iran e fentanyl, ma l’Ia avrà uno spazio di primo piano, non solo perché Washington e Pechino competono per la leadership nella tecnologia destinata a trasformare economia e apparati militari, ma perché entrambe cominciano a interrogarsi su come impedire che quella competizione produca rischi che nessuna delle due sarebbe poi in grado di controllare.

Si tratta di un terreno sul quale, però, le differenze iniziano già dalla definizione del problema. Negli Stati Uniti il dibattito più acceso riguarda la possibilità che i modelli più avanzati acquistino capacità difficili da controllare, siano impiegati autonomamente in attacchi informatici o facilitino la costruzione di armi. Negli ultimi giorni Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto esplicitamente all’industria di rallentare il ritmo di crescita delle capacità dei modelli, ricevendo il sostegno anche del numero uno di OpenAI, Sam Altman, e di Elon Musk. Anthropic ha inoltre documentato operazioni informatiche nelle quali agenti di Ia hanno già assunto un grado crescente di autonomia: proprio delle ultime ore è la notizia che Claude ormai svolge autonomamente attività di auto-sviluppo per un quarto del necessario.

Ma questa non è la posizione dell’amministrazione Trump. La Casa Bianca considera il primato nell’Ia una componente della sicurezza nazionale e ha scelto di accelerarne lo sviluppo e l’impiego, sostenendo che una regolamentazione eccessivamente pesante rischierebbe soprattutto di avvantaggiare la Cina. Un memorandum presidenziale di giugno ordina alle strutture della sicurezza nazionale di accelerare l’adozione dei modelli più avanzati, pur chiedendo che siano affidabili, controllabili e sottoposti a responsabilità umana. Trump ha respinto anche gli ultimi appelli a un rallentamento. Washington arriva quindi al confronto con Pechino senza una posizione univoca: una parte dell’industria chiede di frenare, mentre la Casa Bianca considera altrettanto pericoloso perdere velocità nella corsa con la Cina.

Anche la posizione cinese è più complessa di quanto suggerisca la contrapposizione tra un’America preoccupata della sicurezza globale e una Cina interessata soltanto al controllo politico.

Chen Yixin, ministro della Sicurezza dello Stato, ha certamente indicato come primo rischio la possibilità che l’Ia venga utilizzata da ‘forze ostili’ per produrre disinformazione su vasta scala, condurre ‘guerra cognitiva’ e destabilizzare l’ordine politico e sociale cinese. La risposta indicata da Chen passa anche attraverso un rafforzamento del controllo del Partito su internet e sui dati. E’ una concezione della sicurezza nella quale stabilità politica, sicurezza nazionale e controllo dell’informazione rimangono strettamente intrecciati.

Pechino, tuttavia, sta contemporaneamente ampliando la propria definizione del rischio tecnologico. A luglio Xi Jinping ha chiesto che l’Ia rimanga ‘sempre sotto il controllo umano’ e ha indicato la necessità di sistemi di monitoraggio e allarme contro abusi e perdita di controllo. La dichiarazione conclusiva della Conferenza mondiale sull’Ia di Shanghai ha citato esplicitamente i pericoli per infrastrutture critiche come finanza, elettricità, telecomunicazioni e trasporti e la necessità di fissare limiti decisionali agli agenti autonomi. La Cina sta inoltre lavorando a standard di sicurezza per gli agenti di Ia e dispone già di una struttura normativa che impone, tra l’altro, la marcatura dei contenuti generati artificialmente.

La distanza tra Washington e Pechino, dunque, non riguarda soltanto l’esistenza dei rischi. Riguarda soprattutto il modo in cui affrontarli e il rapporto tra sicurezza e competizione strategica. Per gli Stati uniti qualunque limite allo sviluppo deve essere valutato anche in funzione della possibilità che la Cina ne approfitti. Per Pechino, viceversa, molte delle misure presentate da Washington come strumenti di sicurezza – a cominciare dai controlli sull’esportazione dei semiconduttori più avanzati – sono strumenti di contenimento tecnologico.

Il contrasto è reso ancora più evidente dal diverso modello industriale. I principali laboratori americani mantengono chiusi i pesi dei sistemi di frontiera e concentrano enormi risorse di calcolo sui modelli più potenti. Molti sviluppatori cinesi, da DeepSeek a Z.ai, hanno invece puntato sulla diffusione di modelli open-weight, scaricabili e modificabili dagli utenti. Secondo il Center for Strategic and International Studies, il divario nelle capacità si è ormai fortemente ridotto e la disponibilità di modelli cinesi più economici e aperti sta contribuendo alla loro diffusione anche fuori dalla Cina e persino tra startup statunitensi. Per Pechino l’apertura dei modelli è così anche uno strumento di influenza tecnologica globale.

In questa cornice, la sicurezza e il primato tecnologico sono più che mai strettamente interconnessi. Anthropic accusa diversi laboratori cinesi di avere utilizzato su scala industriale la ‘distillazione’, cioè le risposte di modelli americani più potenti per addestrare sistemi propri, violando le condizioni di accesso. Pechino respinge queste accuse e sostiene che Washington applichi un doppio standard, trasformando pratiche tecniche diffuse nell’industria in un problema di sicurezza soltanto quando vengono utilizzate da aziende cinesi. Il Quotidiano del Popolo ha definito l’Ia un settore che non può diventare ‘monopolio delle grandi potenze’, mentre il ministero degli Esteri cinese ha accusato gli Stati Uniti di alimentare ‘narrazioni della minaccia’ e una competizione dannosa.

Eppure qualche margine di convergenza esiste. Trump e Xi avevano già concordato durante il vertice di Pechino di maggio di avviare un dialogo intergovernativo sull’Ia, rimasto finora sostanzialmente fermo. Scott Bessent, segretario al Tesoro e responsabile americano del dossier, incontrerà domenica a New York il vicepremier cinese He Lifeng in preparazione del vertice e ha detto che Washington è disponibile a discutere dei ‘rischi condivisi’, della possibile frammentazione dei due ecosistemi e dei problemi posti sia dai modelli chiusi sia da quelli open-weight.

Il terreno sul quale un’intesa appare meno irrealistica è quello dei rischi estremi e soprattutto militari: mantenimento del controllo umano sulle decisioni più sensibili, prevenzione di incidenti causati da sistemi autonomi, comunicazioni rapide tra i due governi in caso di anomalie o attacchi difficili da attribuire. Esperti americani e cinesi che lavorano da anni su questi temi hanno proposto persino una linea diretta bilaterale per gli incidenti legati all’Ia e limiti all’autonomia dei sistemi che interagiscono con infrastrutture nucleari o conducono operazioni informatiche particolarmente sensibili.

Il paragone ricorrente è quello con la corsa nucleare tra Stati uniti e Unione sovietica: due potenze possono continuare a competere e nello stesso tempo concordare regole minime per evitare una catastrofe. Ma l’analogia ha dei limiti: una testata nucleare può essere localizzata e sottoposta a sistemi di verifica; un modello di Ia è un software, può essere copiato e modificato, viene sviluppato in larga parte da imprese private e, se i suoi pesi sono aperti, può diffondersi nel mondo in poche ore. Il controllo degli armamenti aveva due interlocutori statali relativamente definiti; la governance dell’Ia deve fare i conti con migliaia di attori e con una tecnologia che cambia in pochi mesi.

Per questo dal vertice di Washington è difficile attendersi un accordo e, ammesso che ci sia, è improbabile che abbia effetti concreti. Più realistico sarebbe l’avvio effettivo del dialogo promesso a maggio, con canali permanenti di comunicazione e alcune aree circoscritte nelle quali nessuna delle due potenze avrebbe interesse a lasciare l’altra completamente all’oscuro. Il paradosso è che Stati Uniti e Cina potrebbero avere sempre più ragioni per parlarsi proprio mentre hanno sempre meno ragioni per fidarsi l’uno dell’altra. La questione che Trump e Xi dovranno affrontare è se sia possibile costruire una minima sicurezza reciproca senza chiedere a nessuno dei due di rinunciare alla corsa alla supremazia nell’Ia.