Un anniversario che si avvicina senza pace
È cominciato il nuovo anno e ci si avvicina al quarto anniversario dall’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale” russa in Ucraina. E niente lascia prevedere che un vero accordo di pace sia prossimo. Siamo fermi a quel 90% di intesa – Volodymyr Zelensky dixit – raggiunto a Mar-a-Lago nei giorni successivi a Natale e subito dopo messo in dubbio dall’accusa russa agli ucraini di aver attentato alla residenza privata di Vladimir Putin (un pretesto, in realtà, non essendo assolutamente stato provato).
Il 10% che può far saltare tutto
La verità è che quel 10% che manca è decisivo e può far saltare il restante 90%. Per dirla tutta anche quel 90% è stimato con una buona dose di ottimismo o forse, più probabilmente, è stato indicato dal presidente ucraino per non irritare quello americano, che si era lanciato in uno dei suoi frequenti annunci ottimistici e che quindi era meglio non smentire.
Ormai Zelenskyi ha preso le misure a Donald Trump e cerca di non contraddirlo, salvo ovviamente segnare le linee rosse non oltrepassabili: che poi rappresentino il 10% o più non è il punto principale.
I nodi irrisolti del negoziato
Che invece consiste nei capitoli da affrontare e risolvere: questione territoriale, garanzie assolute di sicurezza futura per l’Ucraina, centrale nucleare di Zaporizhzhia.
Esclusa l’appartenenza alla NATO, resta in sospeso quella alla UE.
Concluso l’anno in questa posizione di stallo, senza alcun nodo decisivo risolto, i primi giorni dal 2026 hanno portato una preoccupante novità per Kyiv: il blitz americano a Caracas con la associata rivendicazione di presunti diritti yankees sulle produzioni petrolifere venezuelane potrebbe essere facilmente associato dai russi alle loro rivendicazioni in Ucraina.
E la ormai accertata capacità di Putin di influire su Trump (qualunque ne sia la ragione di fondo, se psicologica o politica o che altro) potrebbe ora avvalersi di una motivazione supplementare. In effetti la condanna espressa da Mosca dell’operazione americana a Caracas è stata certo ferma ma non così dura come ci si sarebbe potuti attendere, in considerazione degli interessi economici e geopolitici che la Russia ha in Venezuela.
Il timore dell’abbandono americano
Queste sono novità preoccupanti per Kyiv, in vista della prosecuzione del negoziato, se ci sarà. E nel mentre proseguono gli attacchi dal cielo alle città ucraine.
Se poi nella capitale dovessero prendere per buone le analisi dei molti esperti geopolitici che sulle principali testate internazionali ipotizzano un tentativo esperito da Stati Uniti, Cina e Russia di spartizione del mondo in sfere di influenza, il terrore d’essere abbandonati definitivamente dagli USA guidati da Trump potrebbe prendere il sopravvento.
Zelenskyi deve però fare di necessità virtù: ha assoluto bisogno di tenere almeno un po’ dalla sua parte il volubile presidente americano, ben sapendo che in realtà Trump è più simpatetico con Putin che con lui.
Deve cercare di ottenere qualcosa di più all’interno di quel supposto 90%, ad esempio allungando a 30 anni, dai 15 al momento ipotizzati, l’impegno americano nella difesa attiva dell’Ucraina da eventuali attacchi esterni.
I “Volenterosi” e una fragile speranza
Una buona notizia, almeno una, al presidente ucraino è arrivata dal vertice dei cosiddetti “Volenterosi”, questa volta in formato extra-large, con gli inviati speciali di Trump, i soliti Witkoff e Kushner.
Dal quale è arrivato l’impegno a presidiare con una forza multinazionale e con un sistema di monitoraggio garantito dagli USA il “dopo accordo di pace” o quanto meno il “dopo cessate-il-fuoco”.
Ma aperture dalla Russia al momento non se ne vedono, anzi quello che si sente dai suoi vertici è esattamente il contrario: una chiusura su tutto il fronte.
Lo stallo quindi prosegue. E intanto la guerra continua: difficile immaginare un quarto anniversario celebrato nel silenzio delle armi.
