Una guerra che doveva durare poche settimane
Fra pochi giorni ricorrerà il quarto anniversario dall’inizio di quella che Vladimir Putin definì un’operazione militare speciale in Ucraina. Riteneva di poterla concludere in pochi giorni, massimo due o tre settimane, occupando la parte orientale di quel Paese e insediando a Kyiv un governo fantoccio, sullo stile di quello bielorusso. Non voleva chiamarla “guerra” perché tale – in senso tecnico – non avrebbe dovuto essere.
Millequattrocentocinquanta giorni dopo
Millequattrocentocinquanta giorni dopo siamo ancora nel pieno di una guerra – giova ripeterlo: di una guerra – che ha martoriato un’intera popolazione, rubandole larga parte del suo futuro: i giovani deceduti, quelli sopravvissuti nel corpo ma devastati nello spirito e nel morale. Una popolazione costretta a vivere inverni gelidi dentro abitazioni spesso private dell’elettricità e del gasolio necessario per riscaldarle almeno un po’.
I numeri della carneficina
Pur oscurate dal velo della propaganda di entrambe le parti in conflitto, sono cominciate a filtrare negli ultimi tempi cifre mostruose relative al peso immane di vite perdute, di giovani vite umane, in questi tragici quattro anni. Oltre un milione, fors’anche un milione e mezzo di morti. Di questi, i russi sono almeno un milione. V’è pure qualche decina di migliaia di nordcoreani, inviati come carne da macello dal loro feroce dittatore al solo scopo di ingraziarsi lo zar del Cremlino.
Ogni volta che si parla, che si scrive di questa guerra si tende a non ricordare i numeri impietosi di questa carneficina. Sarebbe invece meglio farlo, per determinare una forte pressione delle opinioni pubbliche – almeno di quelle libere – forse indispensabile per far avanzare un processo di pace del quale non v’è al momento traccia. Ma questa pressione non c’è.
L’attesa del “salvatore”
E allora si rimane in attesa di un salvifico intervento dell’uomo che aveva garantito, con la nota arroganza, di essere in grado di far terminare questa guerra – che, sostiene, se ci fosse stato lui alla Casa Bianca non sarebbe mai scoppiata – entro pochi giorni dal suo insediamento al 1600 di Pennsylvania Avenue. Ma nulla di tutto ciò è accaduto, ovviamente.
Negoziati senza svolta
E ora siamo nel pieno di una nuova fase di incontri – l’ultimo round, appena concluso, ad Abu Dhabi – mediati dalla ormai onnipresente e, evidentemente, onnisciente coppia di negoziatori americani, Witkoff & Kushner, per lo più abile a disegnare improbabili realizzazioni immobiliari piuttosto che credibili piani di pace, equi fra le parti in conflitto.
Vedremo cosa ne sortirà. Ma è lecito non farsi illusioni. Non si vede una soluzione senza il cedimento di uno dei contendenti. Da mesi ci dicono che vi è un accordo definitivo al 90%, anche al 95%. Ma è quel 5 o 10 per cento che manca a fare la differenza fra la guerra e la pace, o almeno fra la guerra e la tregua.
Il nodo decisivo: il territorio
Ed è il territorio. Il Donbass, dove tutto è iniziato e tutto finirà, se finirà, quando finirà.
Alcuni punti, forse, sono definiti o quanto meno definiti come percorribili, esplorabili. Gli Stati Uniti sarebbero disponibili a fornire una copertura – e dunque un sostegno reale in caso di estrema necessità – agli europei, la cosiddetta Coalizione dei Volenterosi, che verrebbero impegnati sul terreno dopo il cessate-il-fuoco quale forza di interposizione fra le parti e di “rassicurazione” per l’Ucraina.
I costi economici del tutto graverebbero su Bruxelles; Washington ne trarrebbe invece profitto, vendendo i suoi sistemi d’arma a ucraini ed europei.
Le condizioni di Putin
Ma tutto ciò a Putin interessa poco. Lui deve poter dire in patria di aver conquistato l’intero Donbass, almeno. E di aver consolidato l’acquisizione definitiva della Crimea. Nulla di meno. Sarebbero così giustificate – quale orrore – quelle centinaia di migliaia di bare riempite dai corpi di giovani russi.
Putin dunque vuole, esige che gli ucraini cedano anche quel lembo residuale di Donbass che non è sin qui riuscito a occupare, inclusa la centrale nucleare di Zaporizhzhia.
Il limite invalicabile di Kyiv
Volodymyr Zelenskyi, per parte sua, non può accettare. Sono decine di migliaia i giovani ucraini morti per difendere quei territori. E così non se ne esce.
Una soluzione potrebbe consistere nella creazione di una zona demilitarizzata lungo la linea del fronte, ovvero fra il Donbass ancora ucraino e un pari arretramento chilometrico russo da dove oggi le truppe di Mosca sono arrivate. Parrebbe questa una proposta fatta da Kyiv, ma a Putin non va bene.
Il rischio che l’Europa non può accettare
Ed è qui allora che si deve comprendere quale è il problema di fondo. Quei territori, se ceduti ai russi, aprirebbero la via, costituendone la base di partenza, per future rivendicazioni e avanzate militari. E questo rischio gli europei e gli ucraini non possono accettarlo.
