La maggioranza cova in sé almeno tre linee di politica estera: una più atlantista, una più europeista, una più nazionalista. L’opposizione ne coltiva forse anche di più, fino al punto di non riuscire a votare allo stesso modo neppure una innocente mozione sull’Iraq. La premier, infine, si sdoppia spesso e volentieri tra le sue due metà: una che vuole compiacere Trump, l’altra che preferisce – saggiamente – tenersene a distanza.
Una frammentazione senza precedenti
Diciamo la verità, una Babele così non s’era mai vista. E diventa ogni giorno più sorprendente la nonchalance con cui si attraversano passaggi (geo)politici che in altri momenti avrebbero agito da ferrea discriminante all’atto del formarsi delle coalizioni e dei governi. Il fatto è che non si comprende, o meglio si fa finta di non comprendere, che un ordine politico così sparso e così insensato produce un serio danno alla considerazione che il mondo si fa del nostro Paese. Tanto più in un frangente tanto delicato e strategico per i destini del pianeta.
Il rischio della marginalità internazionale
Una situazione così confusa può durare solo a patto di non essere considerati un paese cruciale. Uno di quei paesi da cui dipende cioè l’assetto del mondo. Allora sì, può capitare di guadagnare qualche benevolo sorriso negli incontri al vertice. Ma non più di questo.
Ora è piuttosto ovvio che a lungo andare questa disinvoltura non ci sarà consentita. A meno di non voler restare appunto ai margini della geopolitica mondiale, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero. Se invece ci teniamo al nostro buon nome al cospetto del mondo, sarà il caso che facciamo un po’ di chiarezza. Da una parte e dall’altra.
Fonte: La Voce del Popolo – 22 gennaio 2026
Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia.
