Home GiornaleUSA, verso l’appuntamento elettorale di midterm. Un voto a rischio intimidazioni?

USA, verso l’appuntamento elettorale di midterm. Un voto a rischio intimidazioni?

Tra sondaggi favorevoli ai Democratici e timori per la tenuta del processo elettorale, il clima politico americano si carica di tensioni che innescano pensieri e discorsi sulla solidità delle istituzioni.

Un possibile ribaltamento politico

Il terremoto distruttivo che Trump ha provocato nelle relazioni internazionali potrebbe travolgerlo all’interno del suo Paese. Tutti i sondaggi sono concordi nel ritenere, allo stato, largamente vincente il Partito Democratico nelle prossime elezioni di midterm, a novembre. Dopo le quali il Presidente perderebbe il controllo del Congresso e – a fronte di una iniziativa parlamentare democratica che sarebbe senz’altro assai battagliera – si avvierebbe così a un biennio da “anatra zoppa” nel quale non potrebbe più (come ha fatto sinora) evadere sistematicamente il confronto con il Parlamento attraverso l’uso sistematico degli executive orders e gestire l’istituto presidenziale con il piglio autocratico che lo contraddistingue.

“Ci siamo liberati dagli inglesi due secoli e mezzo fa perché non volevamo un re che ci comandasse, e non lo vogliamo neppure oggi”: NO KINGS è il motto che campeggia le manifestazioni anti-trumpiane che si svolgono sistematicamente nei diversi Stati dell’Unione.

Segnali dal territorio e fattori economici

Le elezioni locali che si sono svolte nei mesi scorsi, a cominciare da quelle tenutesi a New York, in Virginia e nel New Jersey hanno indicato una tendenza che successivamente i sondaggi hanno confermato. E che si sta rafforzando in queste settimane, confermata clamorosamente l’altro ieri dalla vittoria della candidata democratica per il seggio alla Camera nel distretto, nientemeno, di Mar-a-Lago.

Trump comincia a pagare la crescita dei prezzi della benzina alla pompa, e non solo di quella, innescata dall’improvvida azione militare in Iran, da lui decisa su input del primo ministro israeliano senza aver valutato a fondo tutte le incognite e i rischi che una simile decisione avrebbe comportato.

Pericoli e perplessità che senz’altro la CIA e le altre fonti di intelligence USA avranno evidenziato nei loro dossier. Che però, probabilmente, Trump non avrà letto in quanto, sostiene, lui si fida solo del proprio istinto. Affermazione ridicola, se non fosse tragica, visto che proviene dalla persona a capo delle Forze Armate più potenti al mondo.

Il precedente del 2020 e l’ombra dell’insurrezione

E però, a questo punto, è prudente frenare l’ottimismo che genera entusiasmi eccessivi perché bisogna pur sempre ricordarsi che stiamo parlando di un Presidente che non ha mai riconosciuto la sconfitta subita ad opera di Joe Biden nel 2020 e che, assai ambiguamente, ha sostenuto un tentativo insurrezionale il 6 gennaio 2021.

Tanto è vero che, tornato alla Casa Bianca, ha quasi subito amnistiato tutti i protagonisti del gravissimo assalto al Congresso in quella disgraziata giornata. Per di più minacciando di punizioni i funzionari amministrativi che avevano correttamente presieduto alle operazioni di voto del novembre 2020.

I timori di intimidazioni elettorali

E infatti una serie di segnali hanno acceso l’allarme rosso presso i democratici e fra i più attenti osservatori (quelli che possono consentirsi ancora il lusso della libertà d’espressione: ad esempio, non più i giornalisti, ormai pochi, rimasti in forza al Washington Post).

Il più eclatante, poi ridimensionato dopo gli eccessi che hanno causato la morte a Minneapolis di due persone, è stato il lasciar intendere che i seggi elettorali verranno presidiati dagli uomini dell’ICE: una chiara intimidazione volta a impaurire e tener lontani dal voto le persone delle comunità più invise al mondo MAGA (anche se una di esse, quella dei latinos ha votato in prevalenza Trump, l’ultima volta).

In gennaio il Presidente ha detto in una intervista concessa a Dan Bongino, ex vicedirettore dell’FBI, che i repubblicani dovrebbero “prendere il controllo del voto in almeno 15 aree”: un invito a nazionalizzare il sistema di voto laddove il Partito Democratico è in maggioranza, superando così la Costituzione federale che attribuisce ai singoli Stati la competenza sulle modalità di svolgimento delle elezioni. Non si sa bene cosa abbia esattamente in testa, ma già solo queste affermazioni hanno preoccupato e non poco.

Il rischio sistemico e la tenuta democratica

Il timore – un incubo, da un punto di vista democratico – di taluno è che un qualche organismo federale si arroghi il diritto di sequestrare le schede elettorali in alcune contee decisive prima che i voti siano conteggiati procedendo poi alla convalida del risultato successivamente emerso (con un rischio-broglio assoluto, evidentemente).

Altri temono che la minaccia di una inquietante presenza dell’ICE vicino ai seggi, al momento rientrata, torni a manifestarsi per poi concretizzarsi davvero nel giorno elettorale. Gli uomini dell’ICE potrebbero ad esempio provocare ingorghi stradali in zone predefinite delle città così da impedire di fatto a molti elettori di raggiungere i seggi.

Sotto tiro, per diretta ammissione di Trump, è anche il voto per corrispondenza e in contemporanea ha chiuso l’agenzia che garantiva la corretta operatività e la protezione dagli attacchi informatici dell’infrastruttura elettorale ad esso adibita.

Insomma, qualche preoccupazione c’è, e non completamente campata in aria. Giusto che vi sia, sostengono molti osservatori, ma il sistema democratico americano è in grado di garantire in ogni caso la regolarità del voto. Speriamo.