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lunedì, 5 Gennaio, 2026
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Venezuela, risposta sbagliata a problemi reali

L'intervento Usa appare più come un evento dirompente che mescola obiettivi di politica interna (lotta al narcotraffico), con questioni geopolitiche globali.

Una violazione che interroga l’ordine internazionale

È ancora presto per capire quali potranno essere gli sviluppi in Venezuela dopo l’intervento militare statunitense di ieri, 3 gennaio, che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro.

Per ora si può tentare di individuare gli aspetti chiave da considerare. Il principale è senz’altro che questa operazione militare costituisce una preoccupante conferma del fatto che in un mondo ancora alla ricerca di nuovi equilibri, le violazioni della sovranità e il ricorso improprio e anacronistico alla guerra di fronte a problemi aperti, accadono con una certa frequenza. Ieri Putin occupa il Donbass, oggi Trump spodesta Maduro. A quando l’occupazione di Taiwan? Si tratta di un punto molto serio. Perché non è che la cartina di tornasole della debolezza delle Nazioni Unite, della urgenza della loro riforma, della mancanza di un quadro condiviso per prevenire e gestire le crisi internazionali. Occorre dunque ribadire con chiarezza e in un modo il meno possibile viziato dall’utilizzo di due pesi e due misure, che tutti i responsabili degli stati membri dell’Onu devono attenersi al rigoroso rispetto del suo Statuto, specialmente in un’epoca di passaggio come quella attuale, in cui risulta assai difficile valutare a quali conseguenze potrebbero condurre le reiterate violazioni del diritto internazionale.

Narcotraffico e cooperazione internazionale

Un altro aspetto implicato dall’iniziativa militare statunitense in Venezuela è quello della lotta al narco-traffico. Ora, che purtroppo l’intera America Latina sia stretta nella morsa dei cartelli della droga, è un problema enorme che non può lasciare indifferente la comunità internazionale.

Un mese fa la Sioi ha dedicato un convegno alla lotta internazionale alla criminalità economica e il quadro tracciato da Giovanni Tartaglia Polcini, coordinatore delle attività internazionali anticorruzione della Farnesina, e da altri esperti, risulta oltre l’immaginabile quanto a infiltrazioni dei narcotrafficanti nei gangli vitali degli stati di quella regione del mondo. L’Italia in maniera discreta e appropriata, in termini di cooperazioni bilaterali, sta facendo davvero molto per aiutare i sistemi giudiziari di alcuni fra gli stati latinoamericani più colpiti dal fenomeno criminale del narcotraffico, ad attrezzarsi per vincere la sfida.

Cartelli, Stati fragili e soluzioni di emergenza

Peraltro sono Colombia, Perù, Bolivia (produttori di cocaina) e Messico (principale centro di smistamento) gli stati più soggetti ai condizionamenti dei narcotrafficanti. In Messico addirittura in alcune zone – casi limite – è stata sperimentata anche, come male minore, la via del dialogo con alcune fra queste organizzazioni criminali, tale e massiccio è il loro controllo del territorio.

Forse anche per questo l’azione militare degli Stati Uniti contro i cartelli della droga in Venezuela appare un po’ anomala visto che in genere il contrasto al narcotraffico è materia che riguarda le forze dell’ordine anche fra Paesi diversi, che possono collaborare.

Geopolitica, Brics e il ritorno della “legge del più forte”

L’intervento Usa in Venezuela appare più come un evento dirompente che mescola obiettivi di politica interna (lotta al narcotraffico), con questioni geopolitiche globali, insieme a una lunga storia di attriti bilaterali, iniziati già dai tempi di Hugo Chávez e proseguiti fino alle ultime elezioni presidenziali del 2024 che videro una contestata vittoria di Maduro. Fra i motivi di questi contrasti vi è certamente la politica estera venezuelana, giudicata a Washington anti-Usa, le alleanze con Russia, Cina, Iran, Cuba, in generale con il mondo dei Brics, da quali tuttavia il Venezuela è sempre stato tenuto fuori, soprattutto per la contrarietà del suo grande vicino, il Brasile, anche se il suo presidente Lula ha condannato i bombardamenti statunitensi definendoli un “grave affronto alla sovranità”, ed avvertendo che attaccare i Paesi è il primo passo verso un mondo in cui “la legge del più forte” prevale sul multilateralismo.

E un altro grande Paese molto sensibile alle violazioni di sovranità, l’India, esercita, dal primo gennaio, la presidenza di turno dei Brics, i cui stati membri hanno unanimemente condannato quella che definiscono l’aggressione americana al Venezuela.

L’incognita del “dopo Maduro”

L’aspetto più preoccupante, sul quale si concentra l’attenzione internazionale insieme alla preoccupazione dei venezuelani, è il futuro, le conseguenze che potrebbero venire dopo l’azione decisa da Trump. Come avverrà la successione a Maduro: una rapida transizione verso la democrazia, come tutti si augurano, o l’innesco di una micidiale lotta per il potere in un Paese già stremato da una gravissima crisi economica e sociale, che causa una forte pressione migratoria sulla vicina Colombia? In attesa dei futuri sviluppi, già quanto è dato vedere fornisce persin troppi elementi su cui riflettere.