Roma, 25 giu. – Cinquanta licenziamenti in un colpo solo. Breitling li ha annunciati nelle scorse settimane, e il segnale è arrivato forte a tutto il comparto orologiero svizzero: la turbolenza non risparmia nessuno. Le tensioni geopolitiche legate ai conflitti in Medio Oriente hanno azzoppato le esportazioni, i grandi marchi arrancano per difendere quote di mercato, l’intero settore è costretto a ripensarsi. Eppure ed è un paradosso solo apparente il mercato vintage degli orologi cresce del 15 percento su base annua, mentre l’orologeria italiana mette a segno un incremento tra il 5 e il 7 percento annuo. Proprio in questo spazio si inserisce il ritorno di Berios, marchio fondato nel 1959 a Brescia, sparito dai radar per oltre vent’anni, che oggi ricompare con una proposta quasi provocatoria: orologi originali svizzeri a partire da 450 euro.
La vicenda ha radici lontane. Negli anni Cinquanta un orologiaio bresciano avvia una collaborazione con La Chaux-de-Fonds, il distretto svizzero simbolo dell’orologeria. Il marchio resta attivo per circa quarant’anni, poi si spegne tra il 2002 e il 2004. Dopo un periodo di oblio e alcuni tentativi di riregistrazione da parte di terzi, nel 2023 la holding guidata da Marcello Cioli acquisisce Berios insieme a oltre 270 orologi nuovi mai commercializzati, realizzati con materiali e meccanismi di alta qualità recuperati da fondi di magazzino. Noi abbiamo acquisito, come holding, un marchio, che è Berios. Io lo chiamo uno storico marchio di orologeria precisa Cioli, presidente della Holding Berios e di Berios Italia. La scelta non è casuale: evita la definizione istituzionale di “marchio storico” e preferisce fondare la narrazione su elementi verificabili, come certificati di garanzia originali del 1959 e documentazione recuperata presso orologerie ancora attive.
Il cuore commerciale dell’operazione è la collezione vintage, articolata in tre fasce di prezzo: quarzo a 450 euro, meccanico a 700 e automatico a 850 euro. La segmentazione riprende quella adottata dall’industria svizzera dopo la crisi del quarzo giapponese. Tutti i modelli restano sotto i mille euro, in un segmento che continua a mostrare vitalità. Parliamo di un lusso accessibilissimo e destinato ad acquisire valore nel tempo sintetizza Cioli. Berios si colloca tra i grandi marchi e il mondo dei micro-brand, verso i quali il manager è critico. Molti piccoli operatori, sostiene, si limitano ad assemblare componenti standard e a vendere online senza strutture solide. Berios, al contrario, garantisce due anni di copertura e un servizio post-vendita, in un mercato dove l’offerta è spesso frammentata e poco trasparente.
Anche la comunicazione segue una linea diversa. In dodici mesi la pagina Instagram ha superato i 2.000 follower senza ricorrere all’acquisto di pubblico. In una nicchia come l’orologeria, ogni follower organico rappresenta un potenziale cliente.
La struttura resta volutamente leggera: una decina di collaboratori, un magazzino in provincia di Padova e la possibilità di aprire una sede operativa a Roma. Nessun apparato produttivo da sostenere e la possibilità di osservare il mercato prima di espandersi.
L’espansione ha già un nome: Iconicus, una collezione automatica di produzione svizzera che segnerà il ritorno di Berios alla manifattura. Il target oscillerà tra i 3.500 e i 4.500 euro al pubblico anticipa Cioli. Il posizionamento riflette la rivalutazione dei modelli automatici Berios degli anni Settanta. Il lancio è previsto nel 2027 e la selezione dei partner svizzeri è già iniziata. In un settore caratterizzato da scarsa trasparenza e strategie basate sulla rarità artificiale, l’ingresso di operatori indipendenti con proposte accessibili può modificare alcuni equilibri. Il vintage, in questa prospettiva, non è solo una categoria merceologica, ma un modello di business che valorizza archivi dimenticati, riduce gli sprechi e offre prodotti con una storia documentabile.
(Servizio Pubbliredazionale)
