Una vita al servizio della Chiesa e dello Stato
Nel centenario della nascita di Vittorio Bachelet (Roma, 1926-1980, assassinato dalle Brigate Rosse in un agguato all’Università «La Sapienza») è bene tenerne viva la memoria come atto di riconoscimento e di riconoscenza per una vita tutta spesa al servizio della Chiesa e dello Stato, coniugando insieme le indicazioni basilari del Concilio Vaticano II e i principi fondamentali della Costituzione italiana.
Una lezione che Bachelet ha dato come professore universitario alla «Sapienza» di Roma, come presidente nazionale dell’Azione Cattolica e come vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, e che nulla ha perduto della sua validità ed esemplarità.
Qui, in particolare, lo vorrei ricordare per la collaborazione data a due iniziative del Circolo culturale «Jacques Maritain» di Ancona, che mi hanno permesso di conoscerlo personalmente e che ci permettono di cogliere due aspetti peculiari della sua personalità, relativi alla sua militanza nell’Azione Cattolica e alla sua partecipazione alla cultura personalista.
La scelta religiosa e il rinnovamento dell’Azione Cattolica
Nel 1971 lo invitai a parlare su «L’Azione Cattolica Italiana nel post-Concilio», perché questa Associazione, grazie proprio a Bachelet, aveva rinnovato il suo Statuto, assumendo una nuova fisionomia, che faceva discutere ad intra e ad extra del mondo cattolico.
Infatti, caratterizzando l’Associazione per la «scelta religiosa», la portava fuori dalle impostazioni preconciliari (all’insegna del cosiddetto «collateralismo politico» con la DC), che avevano trovato in Luigi Gedda il paladino più rappresentativo.
La nuova impostazione recepiva le indicazioni del Vaticano II, che all’apostolato dei laici aveva dedicato uno specifico decreto, Apostolicam actuositatem, e soprattutto aveva pubblicato due costituzioni fondamentali: Lumen gentium e Gaudium et spes, che rinnovavano rispettivamente il rapporto tra pastori e laici e il rapporto tra Chiesa e mondo.
Alla luce di questi documenti conciliari, come pure di alcuni testi magisteriali di Giovanni XXIII (Mater et magistra e Pacem in terris) e di Paolo VI (Ecclesiam suam, Populorum progressio, Octogesima adveniens), l’Azione Cattolica aveva operato – nell’arco del decennio della presidenza bacheletiana – un rinnovamento che accentuava la sua dimensione laicale, caratterizzandola in termini (potrei sinteticamente dire) di autonomia (sociale), responsabilità (ecclesiale) e formazione (spirituale).
Dunque, il suo impegno maggiore fu quello di Rinnovare l’Azione Cattolica per attuare il Concilio, come suona il titolo di un suo libro (AVE, 1966), e di avviare Il nuovo cammino dell’Azione Cattolica, come suona il titolo di un altro suo libro (ivi, 1973), democratizzando la vita interna dell’Associazione, accompagnando la riforma della liturgia successiva al Concilio, promuovendo una nuova corresponsabilità dei laici nella vita della Chiesa, guidando l’Associazione verso un progressivo distacco dall’impegno politico diretto.
Jacques Maritain e la distinzione tra fede e politica
Nel 1973 Vittorio Bachelet fu di nuovo ad Ancona in occasione del grande convegno su «Il pensiero politico di Jacques Maritain».
Bachelet era stato certamente un lettore di Maritain, in particolare di Umanesimo integrale, dove vengono operate delle distinzioni fatte proprie dalla nuova Azione Cattolica, ossia quella tra «azione cattolica» e «azione politica» e quella tra «agire in quanto cristiani» nell’ambito ecclesiale (caratterizzato dall’unità della fede religiosa) e «agire da cristiani» in ambito civile (caratterizzato dalla pluralità delle opzioni politiche).
In questo contesto Maritain aveva invitato a coltivare il dialogo come confronto teoretico e come incontro pratico: duplice la regola dialogica indicata da Maritain: la «giustizia intellettuale», per cui non si deve far torto alla coerenza dei dialoganti, e l’«amicizia civile», per cui si cercano e si trovano «possibilità di cooperazione in un mondo diviso» (per dirla con il titolo di un discorso tenuto all’UNESCO e inizialmente intitolato «La via della pace»).
Le tre M di Bachelet: mitezza, moderazione e mediazione
Ho voluto ricordare queste impostazioni care a Maritain, in quanto ritengo che Bachelet sia tra coloro che le hanno incarnate efficacemente attraverso alcune qualità peculiari, che vorrei sintetizzare in «3 M», ossia la mitezza, la moderazione e la mediazione; si tratta di una disposizione, di un’attitudine e di una capacità che lo hanno reso uomo del dialogo fraterno, finalizzato essenzialmente alla pacificazione degli animi: era questo il suo stile.
Nel suo intervento al citato convegno di Ancona Bachelet seppe mettere in luce «la strada diversa di Maritain», in quanto incentrata sulla «contemplazione – e non di una qualunque contemplazione, ma di una contemplation sur les chemins, come diceva, sulle strade, di una contemplazione che si è incontrata con quella dei Piccoli Fratelli».
Così la vita di Maritain «ha avuto un significato profondo e una forza trasformatrice di testimonianza e di stimolo per tutti noi e può averla anche nel futuro».
La Costituzione come argine alla violenza
Tanto che a me sembra di poter applicare a Bachelet ciò che egli aveva segnalato in Maritain, vale a dire che ha avuto una «influenza di sollecitazione alle responsabilità» perché «egli è stato un testimonio della sua fede» e questa fede è stata «un elemento decisivo anche nella sua concezione della società e della politica» e nella critica nei confronti del «machiavellismo», che è alla radice «di ogni politica di potenza e di ogni totalitarismo politico».
Mentre c’è bisogno di una politica «aiutata e confortata […] da tutto ciò che l’uomo riceve, nella sua stessa vita sociale, dalla fede religiosa e dalla parola di Dio che opera dentro di lui», cioè dentro tutti gli uomini.
Una politica che trova nella «Carta costituzionale l’argine alla violenza», come ha detto Sergio Mattarella aprendo le celebrazioni del centenario della nascita di Bachelet, che il quotidiano Avvenire (nell’approfondimento operato) ha definito «un maestro ancora attuale», in cui si sono intrecciate – per dirla con il figlio Giovanni Bachelet – «politica, santità e competenza».

