Il Manifesto con cui Luca Zaia, parlando con il Foglio, interviene nel dibattito sulla destra italiana ambisce a segnare una discontinuità. Non è un testo identitario né una piattaforma ideologica. È, piuttosto, una proposta che rivendica il primato della concretezza e dell’esperienza di governo. Una destra che intende misurarsi sui risultati, non sulle parole d’ordine; che rifiuta la radicalizzazione simbolica e affida la propria legittimazione alla capacità di amministrare, decidere, risolvere problemi.
No al radicalismo identitario e al nazional-populismo
Zaia colloca la sua proposta oltre il leghismo di lotta e di governo. L’autonomia è presentata come strumento di efficienza e responsabilità, non come bandiera identitaria; la sicurezza viene ricondotta alla presenza dello Stato e non alla retorica dell’emergenza che sfiora la xenofobia; i giovani diventano una priorità strategica, definiti come infrastruttura del Paese e non come categoria da evocare in termini retorici.
È una visione che nasce dall’esperienza di governo e che guarda a una destra funzionale, capace di abitare le istituzioni senza viverle come un corpo estraneo. Non si arrende – così sembra – alle ambiguità del nazional-populismo. In questo senso, il Manifesto segna una distanza evidente dalle pulsioni protestatarie e antisistema che hanno segnato una parte rilevante della destra italiana. E che ogni tanto si riaffacciano.
Rilevante è anche l’impostazione sui temi etici e civili. Zaia non propone una svolta culturale in senso progressista, ma rifiuta che tali questioni restino prigioniere di automatismi ideologici. Le riconduce alla coscienza individuale e alla responsabilità politica, sottraendole alla logica dello scontro identitario.
Anche qui, la cifra distintiva non è tanto il contenuto quanto il metodo: disinnescare i tabù per restituire spazio alla decisione.
La prova più difficile: quale quadro di alleanze?
Ed è qui che il Manifesto incontra la sua prova più difficile. Pur presentandosi come alternativa al mix di estremismo e opportunismo, muovendo semmai verso un modello di modernizzazione analogo a quello dei cristiano-sociali bavaresi, la proposta di Zaia non scioglie il nodo della effettiva trasformazione del polo conservatore della politica italiana.
La domanda è semplice, ma solo in apparenza: questo “partito della concretezza” rompe o convive con gli attori che oggi minano la credibilità della coalizione di governo?
Convive, ad esempio, con figure come Vannacci, che incarnano una visione opposta a quella evocata dal Manifesto? E come si colloca – o si collocherà domani – rispetto alle spregiudicatezze politiche e comunicative di Salvini, che continuano a segnare l’identità di una parte rilevante della coalizione guidata da Giorgia Meloni?
L’efficienza non basta
Insomma, il progetto di Zaia intende modificare struttura e composizione della destra oggi al governo, oppure si acconcia a esserne una variante interna, in realtà corriva con ciò che lo stesso Manifesto vuole archiviare?
Se la risposta fosse l’accomodamento, lo sforzo innovativo rischierebbe di ridursi a un maquillage. Resterebbe al di qua del suo Rubicone. In definitiva, una destra pragmatica che accetti la convivenza con pulsioni identitarie e radicali finirebbe per funzionare come correttivo amministrativo, non come progetto riformatore.
Zaia è stato un bravo amministratore. Tuttavia, nel momento in cui si entra nel campo della politica, l’efficienza non basta: conta la direzione, e soprattutto il coraggio di scegliere con chi stare e da chi distinguersi.
