Bruxelles, 2 giu. (askanews) – Quale è stato, e quanto è stato importante il ruolo della Repubblica italiana, nata dal referendum del 2 giugno 1946, nel lungo e complesso processo di integrazione europea, nel percorso verso quella ‘unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa’ che prevede il Trattato Ue, con tutte le accelerazioni, ma anche le frenate e le paralisi che ha subìto in questi 80 anni? E quanto hanno contribuito i governi italiani ai momenti di svolta registrati in questo processo, soprattutto quando il presidente del Consiglio a Roma era in carica anche come presidente di turno del Consiglio europeo?
Lo abbiamo chiesto a Pier Virgilio Dastoli, lo storico assistente parlamentare di Altiero Spinelli alla Camera dei Deputati e al Parlamento europeo, dal 1976 al 1986, che presiede oggi il Consiglio italiano del Movimento europeo. Dastoli ha raccontato le tappe dell’integrazione europea di cui è stato testimone, tra l’altro, in un libro-intervista del 2024 insieme a Emma Bonino a cura di Luca Cambi, ‘A che ci serve l’Europa’ (Marsilio), con prefazione di Corrado Augias e postfazione di Romano Prodi. Quel libro, ci ha detto, ha ispirato il celebre monologo sull’Europa di Roberto Benigni dal titolo ‘Il Sogno’, trasmesso in Tv su Rai1 il 19 marzo 2025.
Nel 1984-85 partecipò come ‘sherpa’ italiano ai lavori del ‘Comitato Dooge’, e in particolare alla redazione del Rapporto di Maurice Faure che sintetizzò le conclusioni del Comitato, ed ebbe un ruolo molto importante nella preparazione del Consiglio europeo di Milano del 28 e 29 giugno 1985 al Castello Sforzesco. Fu in quell’occasione, sotto la presidenza italiana di Bettino Craxi e con Giulio Andreotti ministro degli Esteri, che fu convocata la conferenza intergovernativa per la riforma dei Trattati comunitari, poi concretizzatasi con l’Atto unico, alla base del progetto di Jacques Delors per l’unificazione del mercato interno entro il 1993.
Ma cominciamo dall’inizio. Dell’integrazione europea, ricorda Dastoli, ‘in Italia si è cominciato a parlare in due occasioni che vale la pena ricordare, una laica e l’altra cristiana. Quella laica è quel manifesto di Ventotene del 1941 che in qualche modo ha contribuito alla resistenza europea. Quella cristiana è il codice di Camaldoli che fu adottato nel ’44, in un incontro dove c’erano i più grandi leader della Democrazia Cristiana, che sono stati anche i maggiori costituenti. All’incontro di Camaldoli parteciparono Aldo Moro, Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Emilio Colombo, e naturalmente Alcide De Gasperi, che per primo fra gli altri ha contribuito all’idea della democrazia italiana, ma in un quadro europeo’.
‘Questi due elementi vale la pena ricordarli, perché se poi si è sviluppata l’idea della partecipazione dell’Italia al processo di integrazione europea, questa è stata data dal contributo di queste due culture, quella laica e quella cristiana o cattolica. Fin dall’inizio, quando è nata la Repubblica – ma anche nella Costituzione, e devo dire anche con il contributo del Partito Comunista di Palmiro Togliatti -, fece una scelta internazionale molto chiara: l’europeismo legato all’atlantismo. Naturalmente nel Partito Comunista questa visione è emersa in maniera chiara molto più tardi. Comunque l’europeismo era una caratteristica principale delle scelte dell’Italia subito dopo la seconda guerra mondiale, e anche, in particolare, la partecipazione dell’Italia a una dimensione internazionale di pace’.
‘Va ricordato che l’articolo 11 della Costituzione italiana, (‘l’Italia rifiuta la guerra come strumento per la soluzione dei conflitti a livello internazionale’), fu scritto dai comunisti, dai socialisti e dai democristiani. L’articolo 11 non si trova in altre Costituzioni dell’Unione Europea, ed è forse l’articolo più bello fra tutte le Costituzioni democratiche di quegli anni’.
‘Questa scelta fu determinante, e in particolare fu determinante la scelta di Alcide De Gasperi, il quale mise l’accento più sull’europeismo che sull’atlantismo, l’Europa in una dimensione atlantica e non il contrario, la dimensione atlantica nel quadro dell’integrazione europea. Tutti i discorsi di De Gasperi in quegli anni vanno in questo senso, e non soltanto quando partecipò attivamente al congresso dell’Aia del 1948 (che segnò l’avvio del processo d’integrazione europea, con l’appello di Winston Churchill, e la base della nascita del Consiglio d’Europa l’anno successivo, ndr), ma in tutti gli anni successivi’.
‘Questa scelta determinante di De Gasperi ha caratterizzato poi la politica dell’Italia almeno fino agli anni novanta, come scelta condivisa, che non è stata messa in discussione da nessuno. Questi due aspetti erano molto chiari nella linea di De Gasperi ma anche di Spinelli: le due cose erano gemelle. Questa scelta fu fatta prima dai democristiani, dai liberali, dai socialisti in maniera chiara e convinta. I comunisti la fecero verso la fine degli anni cinquanta, dopo il congresso di Bad Godesberg (1959), quando anche i socialdemocratici tedeschi accettarono la dimensione europea’.
‘Poi naturalmente le cose sono cambiate negli anni novanta quando, caduto il muro di Berlino e finita la prima Repubblica, sono emerse delle perplessità e delle tendenze che adesso chiamiamo euroscettiche, quando sono arrivate altre forze come la Lega di Umberto Bossi, con un approccio certamente non europeista e non federalista; e poi l’europeismo tiepido, se così possiamo chiamarlo, di Silvio Berlusconi. E anche nell’estrema sinistra alcune tendenze di ostilità alla dimensione europea, con la messa in discussione della scelta europea dell’Italia che era collegata anche alla scelta atlantica. E questo fenomeno è andato aumentando nel corso degli anni, tanto che oggi abbiamo una divisione chiara tra le forze politiche, tra quelle che non condividono né la scelta europea né la scelta atlantica, e le altre.
‘Ma almeno fino all’inizio degli anni novanta l’Italia ha dato al processo di integrazione europea un grande contributo che non può essere dimenticato, non soltanto grazie a Spinelli e De Gasperi ma anche a tanti altri uomini politici, per esempio i liberali: penso a Gaetano Martino, il ministro degli Esteri che organizzò la conferenza di Messina del 1955 (punto di svolta per l’avvio del negoziato sui Trattati Cee ed Euratom, poi firmati a Roma nel 1957, ndr), e penso a Ugo La Malfa. Insomma gli italiani hanno dato un contributo importante al processo di integrazione europea per almeno 40 anni’.
‘Comunque anche successivamente il ruolo importante dell’Italia in parte è continuato. Per esempio se c’è il trattato di Maastricht, questo è anche dovuto al ruolo che è stato svolto da personaggi come Giulio Andreotti, Gianni De Michelis, ma anche Carlo Azeglio Ciampi. Insomma il trattato di Maastricht, e in particolare il passaggio dalle Comunità europee (Cee, Euratom e Ceca, ndr) all’Unione, e il passaggio all’Unione economica e monetaria, furono anche dovuti al contributo e all’impegno di molti personaggi italiani, come dicevo Andreotti, De Michelis, Ciampi, Guido Carli’.
‘La scelta di aderire all’euro non fu molto facile, perché ci fu qualcuno che riteneva che la moneta unica avrebbe portato dei problemi per la partecipazione dell’Italia. Ricordiamo che el 1994 era stato pubblicato un documento della Cdu tedesca che si chiamava KernEuropa, cioè ‘nucleo duro europeo’, in cui Wolfgang Schaeuble e Karl Lamers dicevano che l’Unione economica e monetaria avrebbero dovuto farla solo quelli che erano in grado di aderire, e nella prima lista non c’erano né l’Italia né la Spagna. La Spagna per ragioni economiche, ma l’Italia non c’era perché in quel momento era presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, e Schaeuble e Lamers non si fidavano del suo governo. Poi il governo Berlusconi cadde (nel dicembre 1994, ndr) e venne il governo di Lamberto Dini, e allora quel testo fu cambiato da Schaeuble e Lamers e furono inserite anche l’Italia e la Spagna nel ‘nucleo duro”.
‘A preparare l’entrata dell’Italia nell’euro, con grande convinzione e intelligenza, tra l’aprile del 1996 e l’ottobre del 1998, fu il ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica del governo di Romano Prodi, Carlo Azeglio Ciampi, che era stato governatore della Banca d’Italia. Ciampi era convinto che ci fossero delle ragioni politiche di fondo, ma anche economiche, perché l’Italia partecipasse all’euro fin dall’inizio. Insomma, la scelta non fu facile, ma poi l’Italia aderì in maniera convinta all’Unione economica e monetaria e alla realizzazione della moneta unica, che poi di fatto è avvenuta soltanto nel 2002’.
Dastoli ricorda poi che nel processo verso l’Unione economica e monetaria ‘un ruolo molto importante lo ebbe Tommaso Padoa Schioppa, che fu il segretario del Comitato Delors, da cui poi è nata la moneta unica’. Delors stimava molto Padoa Schioppa e si fidava di lui, era uno degli italiani che più apprezzava.
‘Ma molto importanti per l’Unione monetaria furono anche Guido Carli e Ciampi. L’intelligenza di Carli e di Ciampi li portò a chiedere e poi riuscire a inserire nel trattato alcuni elementi di flessibilità riguardo alle condizioni per l’adesione all’euro, in modo da tenere conto della situazione economica e dell’interesse dell’Italia’. In particolare, è attribuita a Carli la formulazione riguardo al criterio sul debito pubblico (il 90% del Pil) come obiettivo a cui i paesi dell’euro devono tendere ad avvicinarsi a un ritmo soddisfacente, ma che non devono necessariamente rispettare come soglia massima.
Tornando al ruolo delle presidenze di turno italiane ai vertici europei dei capi di Stato e di governo, va ricordato che fino all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, nel 2009, non esisteva il presidente ‘permanente’ del Consiglio europeo. A presiederlo era chiamato direttamente il capo dell’Esecutivo nazionale responsabile della presidenza semestrale di turno. Il presidente del Consiglio italiano era dunque anche presidente del Consiglio europeo durante il semestre di turno assegnato al governo di Roma.
Ebbene, in una buona parte dei momenti di svolta del processo d’integrazione europea, le decisioni formali al vertice sono state prese sotto la presidenza di un leader politico italiano. Andiamo con ordine, attingendo ai ricordi di Pier Virgilio Dastoli: ‘Ci fu un vertice straordinario a Roma, a inizio dicembre 1975, con Aldo Moro presidente del Consiglio, in cui fu deciso di fare le elezioni europee a suffragio universale. Lì fu presa la decisione di convocare le elezioni che avrebbero dovuto svolgersi nel ’78 e poi slittarono al 1979’. La decisione politica di Roma fu formalizzata il 20 settembre 1976 con l’Atto di Bruxelles, che poi prese più tempo del previsto per le ratifiche nazionali. ‘Ma le elezioni europee furono convocate grazie alla presidenza italiana, grazie ad Aldo Moro’.
Il secondo momento di svolta importante è il Consiglio europeo di Milano del 28 e 29 giugno 1985, al Castello Sforzesco, sotto la presidenza di Bettino Craxi. ‘Io ero lì, con una grande manifestazione per l’Europa, eravamo in 100.000’, ricorda Dastoli. ‘La premier britannica, Margaret Thatcher, e i primi ministri greco e danese si opponevano alla convocazione della conferenza intergovernativa’ per le modifiche del trattato europeo, che dovevano comunque essere adottate all’unanimità.
‘E allora Craxi si rivolse a Emile Noel (il primo, storico Segretario Generale della Commissione Europea, dal 1958 al 1987, ndr) e ad Andreotti (allora ministro degli Esteri, ndr), dicendo: ‘Trovatemi un escamotage perché si possa convocare la conferenza intergovernativa’ (Cig). Emile Noel passò un foglietto a Andreotti, il quale lo passò a Craxi, in cui spiegava che il trattato non prevedeva che il Consiglio europeo su questo punto decidesse all’unanimità. E Craxi a questo punto fregò la Thatcher, affermando: ‘Il trattato ci consente di decidere la convocazione della conferenza intergovernativa a maggioranza’. Infatti la Cig fu decisa a maggioranza: nell’85 eravamo in 10, perché non erano ancora entrati gli spagnoli e i portoghesi (che entreranno il primo gennaio 1986), e quindi la decisione fu adottata con sette paesi su 10′.
‘La conferenza intergovernativa poi fu convocata, formalmente il 22 luglio, a Lussemburgo dal Consiglio dei ministri degli Esteri. Ma quello fu un bel colpo da parte di Craxi’. E secondo Dastoli ‘anche la nostra manifestazione ha influito nella decisione, perché Craxi si è sentito in qualche modo legittimato e rafforzato dal fatto che c’erano in piazza 100mila persone’ a favore del progetto di Trattato dell’Unione europea, redatto da Altiero Spinelli, che era stato approvato dal Parlamento europeo l’anno prima, il 14 febbraio 1984, e aveva contribuito non poco ad alimentare le discussioni e i lavori del già citato Comitato Dooge (presieduto dall’ex ministro degli esteri e senatore irlandese Jim Dooge) per la preparazione del vertice di Milano.
Le divergenze di britannici, greci e danesi avevano portato alla loro marginalizzazione già all’interno del Comitato Dooge, ricorda Dastoli, creando un precedente a quanto poi avvenne al vertice nel Castello Sforzesco. ‘Nel testo del rapporto Faure, questi tre paesi sono sempre in nota a pié di pagina. Noi li abbiamo chiamati ‘i tre paesi in footnote’, perché loro su tutti i punti del rapporto hanno votato contro. Il rapporto Faure fu approvato dal Comitato Dooge a maggioranza, ed è questo che poi ha consentito, quando si è arrivati a Milano, di prendere una decisione per convocare la conferenza intergovernativa’.
Abbiamo già accennato al ruolo importante che ebbero Andreotti, De Michelis, Ciampi e Carli, in particolare durante la presidenza italiana del Consiglio europeo durante il secondo semestre del 1990, sotto il Governo Andreotti VI. È stato un semestre cruciale, caratterizzato dalla riunificazione tedesca e dai passaggi decisivi per l’Unione economica e monetaria, durante il processo che portò al Trattato di Maastricht (negoziato nella città olandese nel dicembre 1991).
Un altro italiano che ha avuto un ruolo importante in seguito è stato Giuliano Amato, nel suo ruolo di vicepresidente della Convenzione europea presieduta dall’ex Presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, che tra il 2002 e il 2003 ebbe l’incarico di redigere il Trattato per l’adozione di una Costituzione per l’Europa. ‘Soprattutto con quella sua intelligenza giuridica, per tutta una serie di aspetti del Trattato Costituzionale Amato ha avuto un’influenza importante, proponendo fra l’altro la fusione delle presidenze del Consiglio europeo e della Commissione (una possibilità che è rimasta nei Trattati, anche se non è mai stata realizzata finora ndr); e rilevante è stata l’influenza di Giorgio Napolitano, che non era membro della Convenzione, ma in quel momento era presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento europeo’ sottolinea ancora Dastoli.
Da ricordare a questo proposito, anche un’altra presidenza italiana di turno del Consiglio europeo, quella del secondo semestre del 2004, perché ‘nell’ottobre di quell’anno fu firmato a Roma, al Palazzo dei Congressi dell’Eur, proprio il Trattato Costituzionale, che poi però sarà bocciato nel 2005 dal referendum francese e da quello olandese. Anche lì c’era stato un importante negoziato intergovernativo, condotto dall’Italia, che ha svolto un ruolo importante durante la sua presidenza’.
Dastoli ricorda infine che la prossima presidenza di turno dell’Ue (che non comprende più, come abbiamo visto, la presidenza dei vertici europei, ma gestisce e dirige comunque il lavoro politico e legislativo dei Consigli Ue a livello tecnico e ministeriale) spetterà all’Italia nel primo semestre del 2028.
‘Il 2028 sarà l’anno della realizzazione del completamento del mercato unico’, secondo quanto previsto dal rapporto di Enrico Letta e dal suo obiettivo ‘Un’Europa, un mercato’, fatto proprio dal Consiglio europeo del marzo scorso, che ha adottato una tabella di marcia su questo. ‘Quindi, una delle responsabilità dell’Italia sarà la realizzazione del completamento del mercato unico, l’unione dei capitali, il completamento dell’unione economica e monetaria. Sarà uno dei temi della presidenza di turno italiana, e se si guarda l’agenda del Consiglio europeo di marzo 2026 si capisce l’importanza delle scadenze del 2028’.
