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sabato, Marzo 15, 2025
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Achille Ardigò, l’eredità intellettuale e politica di un cattolico di frontiera.

"Il Popolo” edizione online, diretto da mons. Stenico, ha aperto una rubrica che dei molti protagonisti della lunga storia dc propone le biografie. Di seguito riportiamo la prima parte di quella dedicata ad Ardigò..

Come definire questo importante personaggio “eclettico”?

 

La cifra eclettica

Un laico cattolico che ha testimoniato e vissuto come indivisibile il proprio impegno per l’evangelizzazione e la promozione umana attraverso livelli  creativi, successivi e diffusivi: ispirazione religiosa, interesse culturale (curvato sulla sociologia ) ed impegno civile (con forti incursioni politich).

L’obiettivo del nostro articolo è quello di incrociare e tentare di unificare le varie dimensioni del suo ricco pensiero e della sua vita operosa: giornalista, accademico, soggetto istituzionale, politico, sempre in costante dialogo con la società civile del nostro Paese.

Infatti, la sua “cifra” emerge fino dall’età giovanile. In lui l’impegno civile divenne subito culturale e presto politico, intersecandosi inestricabilmente  con la storia democratica e repubblicana.

 

Fede, cultura, politica

Nato in Friuli nel 1921, da una famiglia che, per la precoce morte del padre, era stata portata avanti dalla mamma, che riuscì a far laureare tutti i cinque figli, trascorse tutta la sua vita in Emilia-Romagna, particolarmente a Bologna. Qui Ardigò negli anni ’30 prese parte all’attività dell’Azione cattolica bolognese e dal 1938 specialmente alla vita della FUCI.

Dopo l’armistizio, infatti, già laureato in lettere e filosofia a Bologna, militò, dal 1° settembre 1944, nella VI Brigata “Matteotti” col compito di staffetta. Nello stesso periodo  iniziò anche la sua attività giornalistica, curando la pubblicazione del quindicinale clandestino La Punta, organo dei giovani democristiani. Nel dopoguerra fu redattore del quotidiano cattolico LAvvenire dItalia e della rivista Cronache sociali.

Partecipò da protagonista, ancorché non nella prima fila del potere di governo, a quelli che sono stati i momenti più importanti e più alti della oggi cosiddetta “prima” Repubblica, quella che potremmo, da storici, chiamare la Repubblica democristiana, capace, come dirà più tardi il professore, di creare una “nuova sintesi politica “.

Ardigò visse così l’età degasperiana della Ricostruzione, nel doppio ruolo di studioso ed attore, a fianco di Giuseppe Dossetti. Partecipò alla stagione del centro-sinistra, come pensatore di punta accanto ad Aldo Moro. E, a partire dagli anni ’70,  fu ancora supporto culturale della leadership di Benigno Zaccagnini e di Aldo Moro, durante la drammatica stagione della «solidarietà nazionale».

A partire da questo decennio, che lo vedrà sempre più protagonista del mondo accademico bolognese e nazionale fino a fondare l’ Istituto Nazionale di Sociologia, rallenta la sua presenza diretta nella DC, per poi lasciare il Consiglio nazionale del partito nel 1973. Scelta che comunque non lo farà allontanare dalla politica. Nel 1975, dopo la sua dichiarazione per il NO nel referendum del 1974 per l’abrogazione della legge sul divorzio, fonda la Lega Democratica con Gorrieri e Scoppola.

Collaborò con Tina Anselmi e Rosy Bindi nel settore sanitario. Fu vicino ai giovani cattolici democratici della Rosa bianca, partecipando alla scuola di politica di Brentonico e agli incontri della sinistra democristiana a Lavarone. Contribuì, insieme con Lazzati, Clemente Riva, Giuseppe De Rita, padre Bartolomeo Sorge, Domenico Rosati, Vittorio Bachelet e Giovanni Nervo, a preparare il primo convegno ecclesiale nazionale, indetto dalla Conferenza episcopale italiana (CEI), sul tema Evangelizzazione e promozione umana (1976).

Dal 1995 in poi, come intellettuale cattolico militante, sostenne dapprima l’esperienza politica di centro-sinistra de L’Ulivo (sfociata nel 2007 nel Partito democratico) e successivamente de I Democratici di Romano Prodi e del sociologo politico Arturo Parisi.

Gli anni ‘90 e l’inizio del nuovo secolo per Ardigò costituiscono un’ulteriore fase di studio e ricerca, focalizzati, in particolare, sulle nuove tecnologie e sulla loro applicazione in ambito sanitario, coerentemente con i ruoli ricoperti a CUP 2000 S.p.A. e all’Istituto Ortopedico Rizzoli.

 

La sua bussola per un intero secolo

In un suo articolo in Nuova Democrazia ( primi del 1945 ), riprendendo l’allocuzione natalizia del 1944 di Pio XII, Ardigò scrive: “Per un vero cristiano oggi non è più lecito credere alle possibilità della rinuncia alla vita sociale. La tranquillità e l’ordine saranno il frutto solo della nostra forte azione politica, severa verso gli opportunismi e la disonestà d’ogni condizione e gravezza”. E’ questo il suo sguardo lungo che accompagnerà il suo pensiero e l’azione sociale e politica per tutto il secolo.

E ci piace fare un volo cronologico fino ad un’altra sua intervista, contenuta nel libro Professare la sociologia (pubblicata nel 2022 a cura di E. Minardi). In essa il professore offre un affresco ricco e di vasto respiro sul senso del mestiere di sociologo, dove spiega come la sua visione ponga sempre al centro la categoria di “persona”, rifiutandosi di abbracciare le derive normative e ideologiche oppure individualistiche, tipiche di alcune importanti tradizioni del pensiero sociologico.

Questa visione influenzerà sempre la sua produzione editoriale, ma costituirà anche la filigrana delle sue innumerevoli conferenze e corsi di formazione. Nell’intervento che terrà a S. Pellegrino nel 1961 emerge una simmetrica filosofia applicabile allo Stato: ”Ma quale tipo di Stato? Ecco il problema. […] Lo Stato moderno, che, sul modello inglese assume la libertà come proprio fine è uno Stato in crisi perché il vero fine dello Stato deve essere la felicità umana, il bonum humanum simpliciter e tale finalismo deve essere deliberato e programmatico; non astratto ed episodico».

 

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