Il libro di Ernesto Galli Della Loggia su Roma apre una nuova epoca nel modo con cui guardare all’evoluzione della società italiana nel periodo tra le due guerre mondiali attraverso la lente speciale della sua Capitale. Forse non fu solo fascismo
Non ci sono più due modi manichei di guardare a quanto avvenne in ambito civile durante il ventennio mussoliniano: modi di guardare che impongono immediatamente all’osservatore di subire la classificabilità come filofascista o antifascista.
Se in corrispondenza a un regime politico si ha un ciclo che porta all’avvento di nuove forme riconoscibili riassunte popolarmente attraverso il termine onnicomprensivo di “stile”, oggi siamo propensi a distinguere la responsabilità diretta della direzione politica dalle linee evolutive della società: linee che comunque si sarebbero manifestate a prescindere dalla politica e che allora si presentarono con una energia straordinaria in chiave di modernità. Così, in una futura ricognizione critica, per dare conto della peculiare riconoscibilità degli edifici di cui oggi noi testimoniamo sbrigativamente e riassuntivamente con il termine “fascista” una precisa distinguibilità, si potrebbe parlare non più di stile “fascista”, ma di stile “Novecento” o di stile “Anni Trenta”. Certo, mancherebbe una certa facile emotività e intesa immediata con il ricorso a termini diversi. Sarebbe tuttavia essenziale che si arrivasse una buona volta a dare conto di un fatto: non è avvenuto che un comando illiberale e tirannico abbia repentinamente dato vita a un nuovo modo di costruire l’inedito immaginario collettivo dell’epoca e, insieme, a delle architetture concrete per produrre una città modellata da una ideologia; ma è piuttosto avvenuto che un abile regime politico abbia astutamente apposto in modo posticcio le sue targhette a qualcosa che comunque sarebbe emerso. E noi ancora oggi siamo rimasti lì: partiamo dalle targhette allora apposte per riconoscere questo mutamento di registro formale dell’immaginario collettivo. È giunto il momento di smascherare l’operazione semantico-terminologica di indubbio successo: ma che ci allontana dalla comprensione della realtà vera. Ancora oggi, per richiamare l’attenzione sulle apparenze e fattispecie inedite assunte dall’edilizia, dalla decorazione e dalle arti figurative degli anni Trenta, è invalso di designarle disinvoltamente con l’epiteto “fascista”: e tutti ci capiamo immediatamente sul come, quando e perché si è manifestato il fenomeno.