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A mezzo secolo dalla fine del regime di Francisco Franco

A cinquant’anni dalla fine del franchismo, una rilettura delle origini della Falange, del rapporto con il regime di Franco e delle differenze ideologiche e politiche rispetto al fascismo italiano.

Dalla vittoria del Fronte Popolare alla guerra civile

Il prossimo novembre 2026 ricorreranno i 51 anni dalla morte di Francisco Franco e dalla fine del suo regime, sorto in seguito alla sanguinosa guerra civile che afflisse la Spagna per ben tre anni (1936-1939), realizzando un regime falangista che ha rappresentato una versione particolare del pensiero politico europeo del XX secolo, spesso interpretato come variante locale del fascismo italiano.

Tuttavia, vanno analizzati i fondamenti politici e le condizioni storiche che hanno condotto al falangismo, confrontandolo con il fascismo, all’apice del suo potere e poi di fronte al colpo di Stato del 25 luglio 1943 che ne segnò la drammatica fine.

Nel 1936 il trionfo elettorale del Fronte Popolare in Spagna portò a una serie di gravissimi disordini che scossero profondamente la nazione: il 12 marzo un cattedratico di diritto e militante socialista, Jiménez de Asúa, subì un grave attentato da parte di un aderente alla Falange e ne seguì una condanna ai sicari falangisti dopo appena due giorni dall’assassinio del giudice del processo.

Da ciò derivarono la messa al bando del movimento falangista e la detenzione del suo capo, José Antonio Primo de Rivera. Il 17 luglio, a fronte delle intemperanze e delle violenze sugli avversari politici e sui religiosi, i militari di stanza nelle province dell’Africa si ribellarono ed ebbe inizio la guerra civil.

Primo de Rivera e la Falange nella rivolta

In carcere Primo de Rivera, forse intuendo il carattere conservatore dei rivoltosi, tentò di evitare un coinvolgimento diretto della Falange nel conflitto, vietando espressamente ogni sublevamiento armado. Nonostante ciò, venne ritenuto ugualmente uno dei responsabili della ribellione militare e per questo fu velocemente processato e fucilato ad Alicante il 20 novembre 1936.

La piega degli eventi stava decisamente portando la Spagna nell’orbita sovietica e ciò indusse molti falangisti a rompere gli indugi e ad aderire alle istanze dei nazionalisti; ma già nel 1937 il generale Francisco Franco unificò per decreto la Falange e altri movimenti di destra, tra cui il carlismo e il movimento cattolico oltranzista, sotto il nome di “Falange Española Tradicionalista y de las JONS”.

I dissidenti vennero incarcerati e, in alcuni casi, addirittura eliminati, come accadde al falangista Manuel Hedilla; altri si diedero alla clandestinità formando altri movimenti, come la “FE-JONS Auténtica” e la “Falange Española Independiente”, la cui attività si spense però dopo pochi anni.

Il Movimiento Nacional e l’assorbimento della Falange

Nel periodo del regime franchista entrarono nel Partito falangista ufficiale ed edulcorato, detto Movimiento Nacional, molti personaggi improbabili che utilizzarono le leve della politica ai fini di carriere personali e furono sarcasticamente ribattezzati Camisas Nuevas.

Dalla Falange Española Tradicionalista venne formata un’organizzazione politica giovanile, il Fronte della Gioventù, e venne organizzata una Sección Femenina, diretta dalla sorella di José Antonio, Pilar, che si incaricò di istruire le giovani a essere “buenas patriotas, buenas cristianas y buenas esposas”.

Un programma, insomma, che ricalcava quello del più reazionario fascismo italiano, con l’aggiunta di una pesante impronta cattolico-tradizionalista e con la rinuncia a ogni velleità nazional-rivoluzionaria.

Fascismo e falangismo: due esperienze differenti

Il fascismo italiano non sarà mai un movimento reazionario, né tantomeno di destra; l’equivoco sulla collocazione toponomastica deriva dal fatto che Mussolini, entrando per la prima volta in Parlamento con una pattuglia di soli 35 deputati dopo le elezioni del 1921, volle mettersi alla destra dell’emiciclo per “guardare in faccia i socialisti” che lo avevano espulso nel 1914.

Inoltre, nel fascismo erano presenti, e sempre lo saranno in tutti gli anni del regime, l’intento della lotta alla borghesia e l’ideale della rivoluzione, elementi assolutamente estranei al falangismo spagnolo e, in genere, al franchismo.

Il massimo in Spagna si raggiunse quando Franco, certamente non un progressista, venne eletto jefe, capo della Falange: l’ideale di alternativa al socialismo era durato assai poco. Il falangismo poggiava sul concetto del nazional-sindacalismo, basato su un’interpretazione del tutto peculiare del sindacalismo rivoluzionario associato a componenti cattoliche.

José Antonio propugnava una “unidad de destino en lo universal” come espressione di una comunità di interessi e di fratellanza con le nazioni ispano-americane.

L’ideale spirituale di patria sarebbe servito, a giudizio dei falangisti, a superare le disgregazioni sociali proprie della società europea inquinata dal liberalismo capitalista. In questo il falangismo si voleva distinguere dal fascismo italiano dei tardi anni Trenta, più propenso ad avventure coloniali e imperialiste, già rappresentato in Spagna da un’altra formazione, le Camisas Negras delle Juventudes de Acción Popular (JAP), integrate nella CEDA diretta dal jefe José María Gil-Robles.

Il programma nazional-sindacalista

Sul piano concettuale il falangismo si poteva condensare nei seguenti punti:

  • creazione di uno Stato sindacale nel quale la lotta di classe viene superata dalla creazione del “Sindacato Verticale”, che riunisce in un’unica organizzazione maestranze e padroni organizzati per rami produttivi;
  • proprietà dei mezzi di produzione sindacalizzata e autogestita;
  • nazionalizzazione delle banche e riforma agraria nel rispetto della proprietà privata, sottomessa però agli interessi della comunità, ovvero “Patria, Pan y Justicia”;
  • identificazione delle unità sociali fondamentali con quelle a cui si appartiene in modo naturale: famiglia, municipio e sindacato;
  • Stato laico, ma con il cattolicesimo riconosciuto come religione primaria;
  • orgoglio di appartenenza al popolo spagnolo, con particolare riferimento alla sua storia medievale e rinascimentale;
  • anticomunismo, anticapitalismo, antiliberismo e ricerca di una risposta moderna al caos sociale e spirituale prodotto dal confronto tra le due storiche tendenze;
  • critica al corporativismo fascista che, a giudizio del falangismo, non sarebbe stato capace di chiudere le relazioni con il mondo capitalista;
  • tendenza ad appoggiare un progetto di Stato repubblicano, considerato l’esaurimento della missione monarchica.

 

Simboli, rituali e identità falangista

Come simbolo i falangisti impiegarono il giogo e le frecce, evocanti rispettivamente i lavori agrari e la guerra, simbolo già utilizzato a suo tempo dai sovrani cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Utilizzarono una camicia azzurra, simbolo degli operai dell’industria, a cui più tardi si aggiunsero il basco rosso di derivazione carlista e una cravatta nera, segno di lutto per la morte di Primo de Rivera.

La bandiera era formata da tre bande verticali, rispettivamente rossa, nera e rosso scuro, colori che richiamavano quelli delle associazioni anarchiche della Spagna del Fronte Popolare. L’adozione di un vessillo a bande verticali era di derivazione giacobina e, in effetti, i falangisti si ispiravano ampiamente ai concetti della Rivoluzione francese, cioè fede nella ragione, nella patria e aderenza alla trilogia “Libertad, Igualdad, Fraternidad”.

Il saluto restava quello romano, utilizzato dai fascismi in opposizione al saluto marxista, e si salutava al grido di “¡Arriba España!”, quale espressione di appartenenza nazionale.

 

Giulio Alfano
Presidente Istituto “Emmanuel Mounier-Italia”