HomeAskanewsAddio a Franco Baresi, il capitano che cambiò il modo di difendere

Addio a Franco Baresi, il capitano che cambiò il modo di difendere

Roma, 31 lug. (askanews) – Se n’è andato a 66 anni Franco Baresi, una delle figure più grandi della storia del calcio italiano e mondiale. Il Milan perde il suo capitano simbolo, la Nazionale uno dei protagonisti del Mondiale del 1982, il calcio un campione che ha trasformato il ruolo del difensore in un’arte fatta di eleganza, intelligenza tattica e leadership silenziosa.

Operato nel 2025 per un nodulo polmonare, negli ultimi mesi aveva continuato a partecipare alla vita del club rossonero e, soltanto pochi mesi fa, era stato tra gli ultimi tedofori della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, ricevendo l’abbraccio di San Siro e del pubblico italiano.

Nato l’8 maggio 1960 a Travagliato, in provincia di Brescia, Baresi aveva conosciuto molto presto il dolore, perdendo entrambi i genitori quando era appena adolescente. Cresciuto nell’oratorio del suo paese, arrivò al Milan nel 1974 dopo essere stato scartato dall’Inter, la squadra per cui tifava da bambino e nella quale militava invece il fratello maggiore Giuseppe. Una beffa del destino destinata a cambiare la storia del calcio.

Con il Milan esordì in Serie A nel 1978, lanciato da Nils Liedholm. Bastarono poche stagioni perché diventasse il punto di riferimento della squadra e, ad appena 22 anni, il capitano più giovane della storia rossonera. Da allora la fascia non lasciò più il suo braccio, accompagnando il club attraverso i momenti più difficili, dalle retrocessioni successive allo scandalo del Totonero fino alla rinascita firmata Silvio Berlusconi.

Fu proprio con l’arrivo di Arrigo Sacchi che Baresi entrò definitivamente nella leggenda. Libero moderno, interprete perfetto della difesa a zona e del fuorigioco, guidò una linea arretrata diventata modello per intere generazioni di allenatori e calciatori. Più che un marcatore era un regista della difesa: anticipava il gioco, leggeva le situazioni con un secondo di vantaggio, comandava i movimenti dei compagni con poche parole e molti sguardi.

Con il Milan disputò 719 partite ufficiali, vincendo sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, tre Supercoppe Europee e due Coppe Intercontinentali, diventando il simbolo di una delle squadre più forti di sempre insieme a Gullit, Van Basten, Rijkaard, Maldini e Costacurta.

In Nazionale collezionò 81 presenze. Convocato da Enzo Bearzot al Mondiale del 1982, contribuì alla spedizione conclusa con il trionfo in Spagna, pur senza scendere in campo. Diventò poi il leader della difesa azzurra fino alla finale dei Mondiali del 1994 negli Stati Uniti. Rientrato dopo un infortunio lampo per giocare la sfida decisiva contro il Brasile, disputò una prestazione memorabile nonostante le condizioni fisiche precarie. Rimase però l’immagine del suo rigore alto nella serie finale e delle lacrime inconsolabili dopo la sconfitta: uno dei momenti più dolorosi e umani della storia del calcio italiano.

Riservato fuori dal campo quanto autorevole dentro, Baresi non ebbe mai bisogno di atteggiamenti plateali. Il suo carisma nasceva dall’esempio, dalla disciplina e da una professionalità riconosciuta da compagni e avversari. “Piscinin”, il soprannome affibbiatogli negli anni giovanili per il fisico minuto, divenne sinonimo di grandezza.

Conclusa la carriera nel 1997, il Milan ritirò immediatamente la maglia numero 6, un onore riservato ai simboli assoluti del club. Dopo una breve esperienza al Fulham come direttore tecnico, tornò definitivamente in rossonero, ricoprendo diversi incarichi dirigenziali e mantenendo sempre un ruolo di riferimento per il settore giovanile e per l’intera società.

Con la sua scomparsa il calcio perde uno dei suoi interpreti più raffinati. Un difensore capace di rendere spettacolare il gesto più difficile, quello di fermare gli attaccanti senza rinunciare alla bellezza del gioco. Per il Milan e per gli appassionati resterà semplicemente “il Capitano”: il numero 6 che ha insegnato come si possa comandare una squadra con il talento, il carattere e il rispetto.