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Il Pianeta ha esaurito le risorse rigenerative: dal 31 luglio viviamo a debito

L’Earth Overshoot Day certifica l’esaurimento anticipato delle risorse rigenerabili del Pianeta. Città, consumi energetici e sistemi alimentari sono al centro di una crisi ecologica che richiede scelte immediate.

Un debito ecologico che cresce da mezzo secolo

Un allarmante Rapporto del WWF di questi giorni ci pone di fronte ad una realtà di sostenibilità ambientale e antropologica che ha i connotati dello scenario distopico. Secondo l’organizzazione mondiale che da 60 anni si occupa di tutelare la salvaguardia e la sopravvivenza delle specie viventi a partire dal 30 luglio 2026 l’umanità ha azzerato le risorse naturali disponibili poiché nei sette mesi precedenti ha richiesto e utilizzato più risorse e servizi ecosistemici di quanti la Terra sia in grado di rigenerare in un anno. Dal giorno successivo vivremo quindi in debito ecologico, utilizzando risorse oltre la capacità di rigenerazione del Pianeta. Il WWF ricorda che oggi consumiamo infatti l’equivalente di 1,73 ‘pianeti Terra’ e che è necessario invertire questa corsa, in particolare intervenendo sulle città, responsabili di una quota rilevante del consumo di risorse e degli impatti ambientali. Esaurito questo budget medio annuale il Pianeta piomba in uno stato di debito ecologico al quale occorrerà far fronte. Questa data fatidica è chiamata Earth Overshoot Day cioè ‘Giorno del sovrasfruttamento della Terra’ o ‘Giorno dello sforamento’ ed è il preludio di una condizione deficitaria di compatibiltà tra l’uomo e l’ambiente: si tratta peraltro di una situazione che si rinnova di anno in anno da circa mezzo secolo, accumulando un debito ecologico di 20,6 anni della stessa capacità rigenerativa del Pianeta. Questi dati sono in linea con le previsioni che annualmente vengono denunciate a partire da Protocollo di Kyoto (COP 3- 1997), al COP 21 di Parigi (2015), fino al recente COP 31. Ma anche con gli studi dell’Ipbes e dell’ONU che ipotizzano la catastrofica previsione della sesta estinzione della vita sul pianeta, questa volta per mano dell’uomo.

Le città al centro della crisi ambientale

Di fatto ci troviamo a gestire una sistematica alterazione delle biodiversità esistenti: è come se il mare, i corsi d’acqua, il verde, l’aria stessa, l’agricoltura, i contesti e le condizioni di vita (quasi di sopravvivenza) nelle grandi aree metropolitane non fossero più in grado di conciliarsi con gli esseri viventi.  Ormai oltre la metà della popolazione mondiale attuale stimata in 8,3 miliardi di esseri umani (quindi più di 4 miliardi di persone) vive in aree urbane e metropolitane e potrebbe superare il 70% quando intorno al 2060 il globo sarà abitato da 10 miliardi di uomini e donne (dei quali 3 miliardi e mezzo nell’Africa sub-sahariana). Questi centri ad alta densità abitativa detengono il 75% dei consumi energetici globali e producono il 70 % delle emissioni di gas serra. D’altra parte un climatologo di rara competenza come Luca Mercalli – Presidente della Società metereologica italiana – ha ammonito sulla necessaria salita ad alte quote per cercare condizioni di sopravvivenza che superino la deriva incessante del rialzo termico nelle città: non sembra esagerato prevedere che il trend attuale e quelli che chiamiamo picchi dei 40° diventeranno temperature estive intorno ai 45°.

Il problema interessa l’uomo ma tutte le specie viventi che abitano aria, terra e mare.

Le scelte necessarie per spostare la data dell’Overshoot

La ricetta per rimediare a questa deriva negativa viene testualmente così riassunta dal WWF “Trasformare il sistema energetico e alimentare, ridurre il consumo di risorse e materiali, ripensare produzione e consumi e progettare città ricche di natura sono le sfide per posticipare la data dell’Overshoot”. Si tratta di un compito che riguarda i decisori politici e l’uomo della strada, ciascuno secondo le proprie competenze, responsabilità, abitudini e stili di vita. Secondo il Global Footprint Network, l’adozione rapida e su scala globale di tecnologie oggi disponibili per accelerare la transizione energetica, puntando su efficienza, fonti rinnovabili ed eliminazione della dipendenza dai combustibili fossili, insieme a edifici e sistemi produttivi più efficienti e a una mobilità più sostenibile, potrebbe posticipare l’Earth Overshoot Day di 29 giorni. Altri 5 giorni sarebbero recuperabili da una mobilità urbana più sostenibile. La riduzione dello spreco alimentare, una maggiore diffusione di diete a prevalenza vegetale e pratiche agricole più sostenibili potrebbero spostare la data di un ulteriore mese. Il WWF ritiene da anni che L’Earth Overshoot Day non sia una data inevitabile, ma il colpevole risultato delle nostre scelte e può essere spostata. Sono le città uno dei luoghi in cui questa trasformazione può diventare realtà, contribuendo a ridurre l’impronta ecologica e a riportare consumi e sviluppo entro i limiti del Pianeta. Nei centri urbani che stanno diventando invivibili il problema non si risolve solo installando nelle abitazioni impianti di condizionamento termico. Se non cambia qualcosa potrebbe arrivare il giorno in cui indosseremo maschere portatili di aria condizionata e questa non è una prospettiva a lieto fine del problema del default ecologico.