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mercoledì, 25 Febbraio, 2026
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Adolescenze connesse e solitudini in rete

Il disagio non nasce in rete: la rete lo amplifica. Dentro le piattaforme agisce una vera economia dell’attenzione: tutto è progettato per trattenere, stimolare, eccitare. In questo scenario, anche la violenza cambia forma.

La vita in flusso

I ragazzi di oggi abitano un ambiente più di quanto usino uno strumento. Lo smartphone non è soltanto un oggetto: è il luogo in cui si costruiscono appartenenza, riconoscimento ed esclusione. Si scrolla il feed, ma spesso si scrolla anche l’angoscia. In quel movimento ripetuto del pollice c’è una micropratica di regolazione emotiva: non sentire il vuoto, non restare fuori, non perdere il proprio turno nel “branco” digitale.

La connessione permanente, però, produce una vicinanza fragile: moltiplica i contatti e assottiglia i legami. Le parole si comprimono, gli affetti si abbreviano in sigle, la presenza si misura in visualizzazioni. Non è solo un cambiamento di linguaggio: è una mutazione della relazione. L’io, esposto senza tregua, finisce per cercare conferme rapide più che un riconoscimento profondo.

L’economia della prestazione

Dentro le piattaforme agisce una vera economia dell’attenzione: tutto è progettato per trattenere, stimolare, eccitare. Il risultato è una socializzazione algoritmica che premia l’impatto, la posa e la performatività. Il corpo diventa un manichino, l’identità un montaggio, l’autostima un indicatore oscillante regolato da like, reazioni e silenzi.

Qui la FOMO (la paura di essere tagliati fuori) non è una moda lessicale, ma una forma sociale dell’ansia: il timore di restare fuori dal flusso mentre gli altri, apparentemente, vivono meglio. Così si interiorizzano modelli irrealistici di bellezza, successo e felicità, e il sé concreto appare sempre insufficiente. L’attenzione si frammenta, il tempo si sincopa, il pensiero perde durata.

Quando le parole feriscono

In questo scenario, anche la violenza cambia forma. Il cyberbullismo non ha bisogno della presenza fisica per colpire: agisce nella continuità del dispositivo, invade la notte, raggiunge la stanza, isola. Un messaggio, una chat o un commento possono diventare ferite persistenti, perché lo schermo non si chiude davvero mai.

Per questo, il problema non è demonizzare la tecnologia, ma riconoscere il deficit relazionale del sistema adulto. Troppi genitori oscillano tra delega e controllo, tra narcisismo educativo e rinuncia alla propria funzione. “Ci penserà la scuola”, “deciderà lo specialista”: intanto, si svuota l’arte dell’accompagnamento.

Le priorità che educano

Da tempo assistiamo a una contraddizione evidente: si invocano sicurezza e controllo, ma si indeboliscono i luoghi che generano legame, pensiero critico e tenuta emotiva. Si moltiplicano apparati e retoriche emergenziali, mentre restano fragili la scuola, la prevenzione, la salute mentale e i servizi territoriali. Eppure è proprio lì che si gioca la capacità di intervenire per tempo e di leggere il disagio prima che esploda. Una società rende visibile il proprio modello di convivenza attraverso ciò che finanzia con continuità: se non investiamo nelle mediazioni sociali, finiremo per amministrare fratture. E, in parte, ne stiamo già pagando il prezzo.