Le elezioni suppletive in Calabria hanno visto prevalere il centrodestra. Il campo largo non dà nessuna spallata alla compagine di governo e Vannacci incassa un quasi 11% che sembra sia pari allo 0,2% degli elettori abilitati al voto e che va letto comunque con attenzione. Dalla Sassonia non è sceso il vento del Nord a sospingere i tifosi del Generale ad essere determinante, numeri alla mano, per successi e sconfitte. Sassonia sembra che derivi dal germanico “sahs”, una spada che non ha trafitto lo scenario dei signori del voto che da quelle parti sanno bene come destreggiarsi indipendentemente dal simbolo che oggi sostengono e domani chissà. Non a caso per Vannacci correva l’ex capogruppo di Forza Italia, dinamiche che dicono che sono i candidati, per gareggiare, a prendere in prestito la casacca dei partiti e non viceversa.
L’abbandono elettorale
Dalla terra d’oltralpe non è calata la mannaia dell’ultradestra, non c’è stata alcuna sassaiola da lanciare contro il nemico, nessun simbolico “sasso in bocca” che ha estinto le ambizioni politiche degli sconfitti che continueranno nel loro impegno politico. Il sistema democratico ha retto, non c’è chi ad un tratto per dolor s’insassa o che sia rimasto di sasso per il risultato.
Forse converrebbe riflettere sul fatto che aver dato agli elettori più tempo, la possibilità di andare alle urne per due giorni, abbia ottenuto un risultato inverso allo sperato. Siamo di fronte ad uno scarso 22,34% contro il 49,40% quando si votò in un solo giorno. C’è chi commenta che si è trattato comunque di una partecipazione ai seggi alta in considerazione di “elezioni suppletive” per un collegio uninominale. Tutto può essere letto in un modo e per il suo contrario.
La impietosa matematica dice che il 78% degli elettori ha preferito fare altro piuttosto che dire la sua: sarà andato a fare una scampagnata o chissà dove, ma certamente ha disertato l’occasione per farsi sentire. Come fosse stato sparso un diserbante che suggeriva di infischiarsene.
Si parla ormai di una cronica scarsa affluenza al voto, registrando strumentalmente l’influenza che contamina il corpo elettorale: non più una malattia, ma quasi un dato fisiologico tutto da accettare. Manca un fluire verso la cabina elettorale, preferendo forse quella del mare ancora buono in questa stagione. È possibile che la riabilitazione parziale delle preferenze possa provocare un’inversione di tendenza, ma non è detto.
Questione di feeling
C’è un Paese adulto o disamorato o che si è alimentato di ignoranza e menefreghismo che si chiama da tempo fuori da ogni consultazione e da ogni appello alle armi. È un’Italia che sta a guardare gli esiti del voto come se il fatto non fosse il suo, che si esprime con un polmone solo perché l’altro si espande e si svuota verso diversi indirizzi.
Più lo si vuole stanare e più si rintana, dipende dal cacciatore e forse dalla circostanza che la materia non dovrebbe essere quella di una caccia al voto. Così procedendo è una parte consistente del popolo che caccia da tempo la politica fuori di casa.
Udite, udite!
Il Santo Padre è andato in Francia con una folla impressionante per strada in completa sua acclamazione. Le immagini richiamano come la gioia per la fine di una guerra, gente di ogni età entusiasta per il momento da vivere. È il riconoscimento di una autorità morale indiscutibile, probabilmente l’unica della Terra, a cui tutti si aggrappano per motivo di speranza contro un mondo che marcia all’indietro.
È quindi sempre questione di “parole” proferite e non di sassi da scagliare. La differenza è in ciò che si dice in modo da meritare l’attenzione di ogni uomo e donna sempre pronti all’ascolto, a condizione che gli arrivi qualcosa che non costringa a turarsi il naso e neanche le orecchie, tanto più a non costringere a fare orecchie da mercante.
Nessuno è definitivamente sordo, ma perché sia tutt’orecchi ci vuole qualcosa di più. Lo sappiano tutti e per prima la politica italiana.

