Nell’immagine diffusa che si ha della vicenda politica italiana del secondo dopoguerra prevale l’attenzione su alcuni passaggi cruciali della storia del paese. Il referendum costituzionale del 2 giugno e la stesura della Carta costituzionale, la rapida crescita economica che caratterizza la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, il terrorismo degli anni Settanta e la crisi del sistema dei partiti dei primi anni Novanta. Rispetto a questa scansione restano molto spesso sullo sfondo o quasi dietro le quinte le biografie di quelle donne e di quegli uomini che hanno costituito le classi dirigenti che hanno portato la responsabilità delle scelte politiche affrontate dall’Italia in quei decenni.
Si tratta di un punto di vista affatto secondario per comprendere cosa sia stato il processo di uscita dalla dittatura fascista e dalla tragedia della guerra e la costruzione della democrazia repubblicana non solo come fatto istituzionale. Indagare il vissuto di quelle persone significa infatti entrare all’interno delle dinamiche delle forze politiche che animano la vita italiana e però misurarsi anche con alcuni snodi fondamentali sul piano storiografico: il rapporto fra politica e cultura, gli elementi peculiari della democrazia italiana, l’intreccio fra la vicenda italiana e il quadro delle relazioni internazionali.
Questa pluralità di piani si ritrova nei contributi del volume Amintore Fanfani Storico dell’Economia e Statista, (Franco Angeli, 2013), a cura di Angela Maria Bocci Girelli, frutto di un lavoro di ricerca iniziato con un convegno tenutosi nel marzo 2009 all’Università La Sapienza dedicato alla figura di Fanfani. Figura centrale nella storia repubblicana oltre che in quella della Democrazia Cristiana, lo statista di Pieve Santo Stefano non è riducibile all’abile e deciso uomo di governo che eredita la guida del partito dei cattolici da Alcide De Gasperi. La dimensione intellettuale e scientifica del professore di Storia economica si rivela come centrale per capire l’orientamento dell’uomo politico, soprattutto perché Fanfani emerge, nel panorama degli studi economici nell’Italia degli anni Trenta e Quaranta per alcuni caratteri specifici.
È fra quanti si interrogano sul capitalismo come fatto economico e sociale, ma forte è la convinzione che una sua più chiara comprensione passi per una storicizzazione di come si siano venute delineando tanto le strutture quanto le idee di fondo di questo regime economico-sociale. La sensibilità cristiana e cattolica, modellata sul magistero sociale che prende le mosse da Rerum Novarum, diviene così stimolo ad uno studio accurato della realtà delle cose, che porta Fanfani a confrontarsi criticamente con i grandi modelli di analisi storica e sociologica del capitalismo, soprattutto con le letture di Max Weber e Wener Sombardt.
Pur nel netto distanziarsi da quegli autori, di cui critica la tesi di fondo sul rapporto fra capitalismo e protestantesimo e sulla collocazione storica della nascita del capitalismo nel XVI secolo, Fanfani è fra i primi che nel panorama intellettuale italiano coglie come discutere la questione del capitalismo significhi misurarsi con il cuore della modernità storica. Si coglie qui il risvolto politico di una ricerca intellettuale che continua anche negli anni della militanza politica e dell’impegno come parlamentare e uomo di governo.
Nella sensibilità di Fanfani, infatti, i caratteri problematici del capitalismo, se letti in una prospettiva storica, mostrano come questo non sia una forma di rapporto naturale o spontaneo, ma sia determinato da precise scelte e dunque ricada nella sfera di competenza propria della politica. La modernizzazione del paese di cui il capitalismo è un potenziale portatore emerge allora come possibile solo dentro il perimetro di una chiara consapevolezza delle responsabilità di governo delle cose che sono in gioco. Atteggiamento, questo, che consente di cogliere l’evoluzione della sensibilità di Fanfani stesso, che dalla vicinanza al modello corporativo degli anni Trenta, sposa poi l’orientamento keynesiano nel secondo dopoguerra. Tale approccio è al cuore di quella sensibilità per la questione sociale che diviene fondativa della «Repubblica democratica fondata sul lavoro», secondo la formulazione dell’art. 1 della Costituzione che si deve proprio a Fanfani. E in termini operativi è questa stessa sensibilità politica che muove l’agire dell’uomo politico come Ministro del Lavoro e poi come Presidente del Consiglio.
Sono scelte che si riflettono anche al di là delle politiche e della legislazione. Informano il modo in cui viene concepito lo Stato, che proprio negli anni in cui Fanfani è fra i protagonisti maggiori della vita istituzionale, si modernizza nelle sue strutture di fondo: si pensi all’impianto economico dello “Schema Vanoni”, allo sviluppo delle strutture di ministeri e della pubblica amministrazione, al ruolo centrale assunto da realtà come Eni. La biografia di Fanfani è intrecciata a questi passaggi e alla loro motivazione politica e più in generale ad un passaggio storico nel quale l’Italia si inserisce dentro un orizzonte internazionale più ampio nel quale lo sviluppo economico è inteso anche e soprattutto come funzionale ad uno sviluppo di ordine sociale e dunque visto come fatto eminentemente politico. Questo comporta anche un modo di concepire le relazioni internazionali che non è riducibile ad una semplice adesione incondizionata alla divisione in due blocchi della Guerra Fredda.
I rapporti di Fanfani non solo con gli Stati Uniti e i paesi dell’Europa Occidentale non esauriscono il perimetro della visione di politica estera dell’Italia di quegli anni. Questa si muove certo entro i limiti di un ordine internazionale ben definito, ma diviene capace di ritagliarsi un punto di vista che apre a un dialogo tanto con l’Unione Sovietica quanto con i cosiddetti “non allineati”, come la Jugoslavia o i paesi che intraprendono il percorso della decolonizzazione.
In questo sforzo di guardare alla modernità, che segna la figura di Fanfani e ne mette in luce il ruolo la problematicità, entra anche il rapporto con la Democrazia Cristiana, che proprio sotto la spinta della sua guida politica si struttura come partito di massa. La Dc si dota allora di un’organizzazione interna che la rende capace di radicarsi in un paese plurale sul piano cultura e sociale e di dare corpo ad una ricca elaborazione politica che accompagna la costruzione della democrazia italiana.
La figura di Fanfani emerge come un punto di vista da cui riconsiderare alcuni caratteri genetici dell’Italia contemporanea, del suo assetto politico, della sua vicenda storica.
