BETTINI INSISTE, SI MUOVE NELLA TRADIZIONE COMUNISTA CON LA FATICA DI “ANDARE OLTRE” IL PROPRIO CAMPO.

Bettini non è Rodano, ma neanche Ingrao. La pastorale - quella di una certa tradizione comunista, fatta di buona capacità di tessitura politica - assicura la longevità, ma non sempre l’egemonia culturale. Gli incontri, un tempo così moderni, diventano poi stantii.

La riflessione di Goffredo Bettini su Repubblica di ieri, 16 gennaio, ha come quasi sempre tre fasi: un punto di partenza, un’aspettativa di riflessione alta e una ricaduta concreta. Il punto di partenza è la matrice di curiosità, direi ingraiana d’origine, verso ciò che è “oltre” i confini. Questo, per altro, Bettini lo ha praticato tutta la vita passando alla storia anche per aver “cercato”…a Roma (non certo periferia del mondo), fuori dalla cittadella comunista, per esempio i Francesco Rutelli e molti (ma non tutti) coloro che da allora hanno partecipato alla lotta politica a sinistra e nel centrosinistra; con lo spirito, evidentemente, di allargare i confini della cittadella, troppo angusti anche culturalmente. E poi, cadute le mura e forse la stessa cittadella rossa, per salvare una storia ed un cammino che aveva dovuto fare i conti con sconfitte e delusioni. Non è una novità della storia sia strategica che tattica del Pci e dei suoi uomini migliori, adeguatisi ai tempi .E tuttavia con distinzioni culturali ed ideologiche forti, che nel Novecento avevano sembianze molto distanti le une dalle altre. Gli “indipendenti di sinistra” per esempio, erano un gruppo (anche parlamentare) prestigioso e di altissimo livello e culturalmente libero: certamente molti di loro, pur votando Pci, mai avrebbero aderito al comunismo come ideologia.

Franco Rodano, dal suo canto, pensava ad una palingenesi ideologica e morale col suo comunismo non marxista, capace di cooperare con la lezione del cattolicesimo politico, inverandola. Potremmo dire che lui si occupava di “teologia comunista”. Mentre in molti erano autorizzati (per esempio gli indipendenti di sinistra o i segretari di federazione più avveduti e capaci) a tessere contatti e relazioni più che altro sulla base di una condotta pratica…una sorta di “pastorale” comunista. Ingrao invece era…il “protestante” e quindi tendente all’ eresia. E Goffredo Bettini in realtà parte da lì (anche se la sua lettura delle “larghe intese” di Ingrao, con dentro Conte, sembra più una parodia francamente, e non rende giustizia al politico-poeta di Lenola). Però Io non ci vedo influenze teologiche rodaniane perchè negli anni Bettini è stato uno degli interpreti migliori della “pastorale” post comunista: aperto, curioso, creativo, concreto quel che serve (a volte serve tanto e non se lo è fatto dire due volte).

Stupisce qualcuno il volo pindarico verso Maritain (dedotto da un libro sulla relazione con Alinsky però, non certo da Umanesimo Integrale) ma ciò fa parte della riflessione alta e del suo naturale sporgersi verso gli “altri”, in questo caso i cattolici democratici co-fondatori del Partito democratico in cui – ricordo – Bettini ha svolto compiti di Coordinatore della Segreteria Nazionale alla sua nascita e nel momento del discorso del Lingotto di Walter Veltroni….non esattamente un’arringa per la presa del Palazzo d’Inverno. Dunque, Bettini alzando il livello di un dibattito davvero rarefatto coglie un tema, istintivamente più che scientificamente: Castagnetti e molti popolari che hanno scelto il Pd, contestano non la loro personale precarietà, ma il fatto che in gioco ci sia l’essenza dell’incontro di culture nel Pd, dunque l’origine del Pd stesso. E qui Goffredo arriva al terzo punto, alla ricaduta concreta: chi viene dalla cultura comunista e socialista e i cattolici democratici, debbono tornare ad incontrarsi politicamente al più presto. Segue però, a breve, presentazione dell’ultimo libro – come si sa – A sinistra. Da capo, con parte della ex sinistra Pd, che appoggia Elly Schlein (quella meno manovriera in realtà continua ad appoggiare Cuperlo).

L’impressione è che Goffredo si sia accorto che qualcosa non va: i rappresentanti di altre culture politiche hanno capacità ed orgoglio e non si fanno “spacchettare” facilmente; e soprattutto che quando spiega le cose i suoi vecchi amici (tipo Nicola Zingaretti) non ci arrivano o non ci tengono…e quindi ha bisogno di riallargare la platea. Il problema è che l’eccesso di pastorale in realtà consuma le soluzioni, che da soluzioni diventano scappatoie; e anche gli incontri, un tempo così moderni, poi sanno di stantio se non si accetta di mettere in gioco – una volta tanto – la propria capacità di egemonia culturale, che non può esistere, né in politica e né nella storia, una volta e per sempre.