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IA e Pensiero Umano: nuove frontiere esplorate al Festival delle Neuroscienze.

Nuove frontiere e nuove domande sono quelle aperte dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che, inevitabilmente, è tra i temi centrali del Festival delle Neuroscienze, sostenuto da Fondazione Gianfranco Salvini, Clinica di Riabilitazione Toscana Spa, Regione Toscana e Corriere Salute, in programma il primo e 2 giugno nel castello dei Conti Guidi di Poppi, in provincia di Arezzo.

Il Festival, a carattere divulgativo, ideato per dare alle Neuroscienze una collocazione centrale nell’agenda della società contemporanea, e aggiornare l’opinione pubblica sui risultati ottenuti dalla ricerca scientifica, nasce da un’idea del professor Alessandro Rossi, docente di neurologia e fisiologia umana all’Università di Siena. Dal Festival, spiega Rossi, “riemerge forte l’intelligenza biologica, l’uomo, con la sua consapevolezza circa i rischi che comporta l’utilizzo indiscriminato e acritico di tecnologie che lui stesso ha costruito, una parte delle quali ci aiuteranno sicuramente nella nostra perenne evoluzione, ma un’altra parte rischiano di essere nemiche”.

Il Festival tocca e mette in dialogo intelligenza umana e intelligenza artificiale, memoria umana e memoria artificiale, fino a considerare le ripercussioni dell’intelligenza artificiale generativa e delle altre tecnologie di massa sul nostro stile e la profondità di pensiero.

Attenzione rivolta anche al tema della Cybersecurity e ai risultati di Cyber 4.0, il centro copromosso e cofinanziato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Osserva Matteo Lucchetti, che è il Direttore Operativo di Cyber 4.0: “c’è stata una risposta molto positiva. Noi abbiamo a disposizione una decina di milioni di euro e abbiamo iniziato ad erogarli a partire da gennaio di quest’anno e ne abbiamo già erogati circa sei. Sono fondi che dovrebbero durare per tutto il Pnrr ma li stiamo finendo prima e quindi chiederemo al Ministero di erogarne ancora perché è una misura particolarmente apprezzata ed utilizzata dalle imprese”.

Nel complesso, la grande sfida delle Neuroscienze rimane lo studio di come sia possibile che strutture materiali emergano fenomeni immateriali come il pensiero e le emozioni.

Verso un’architettura di sicurezza europea più solida e autonoma

Intravedere nelle parole di Marco Tarquinio sulla Nato qualcosa di più di una pur utile provocazione, come ha fatto Rosy Bindi nell’intervista a La Stampa di ieri, pur mossa da preoccupazioni che non si possono non condividere sulla necessità di trovare alternative alla tragedia della guerra per risolvere i conflitti in corso, credo esponga al rischio di distoglierci dalle priorità di questa fase storica.

L’Unione Europea ha la necessità di consolidare un proprio sistema di difesa comune, se vuole esercitare un ruolo da protagonista in un mondo divenuto multicentrico. Ma questo obiettivo appare realizzabile all’interno dell’Alleanza atlantica, come un rafforzamento del pilastro europeo della Nato che consenta un riequilibrio fra Stati Uniti e Ue, guardando al futuro più che al passato. Acquisendo nel contempo la consapevolezza che in un mondo multilaterale i diversi “centri” sono comunque in competizione fra loro, anche se in misura diversa, addirittura (ma non è certo il caso di Usa e Ue) con alleanze pragmatiche di scopo e a tempo, come già avviene nei Brics, dove, ad esempio, situazioni di quasi guerra in tratti di frontiera incerta non impediscono a Cina e India di cooperare insieme nel gioco globale.

Questo comporta che l’Ue, una volta conclusa la guerra ucraina, si mostri capace di definire in modo autonomo le proprie proposte su una nuova architettura di sicurezza in Europa, per non subire una pax russo-americana che la relegherebbe al ruolo di comparsa.

La sfida per l’Ue di saper affermare il proprio unico punto di vista implica da un lato l’onere di costruire una propria capacità di deterrenza, non presa più a prestito dagli Usa, nei confronti della postura neo-imperiale della Russia, senza peraltro disconoscere i punti, che pure esistono, di reciproco interesse fra Bruxelles e Mosca. Dall’altro lato implica anche una qualche forma di amichevole controbilanciamento alla tradizionale visione geopolitica, più anglo che americana, che tende a guardare all’Europa continentale principalmente in funzione delll’indebolimento, della Russia. Nel mondo attuale, in cui America Latina, Asia indopacifica e Africa stanno crescendo a ritmi mai visti prima, il pur sconfinato territorio della Federazione Russa ha perso molto del carattere  strategico che poteva avere all’inizio del Novecento agli occhi di un Mackinder. E sarebbe anche tutto da dimostrare che a trarre i maggiori benefici da una eventuale disgregazione della Federazione Russa in tanti piccoli stati, possa essere l’Occidente in declino demografico piuttosto che le potenze asiatiche.

Per queste ragioni credo che ci sia bisogno più che di una nuova Nato, di un ritorno alle motivazioni e allo spirito delle origini, ma anche solo di una conoscenza di cosa afferma il Trattato di Washington del 1949, come ha ben ricordato su queste colonne qualche giorno fa Enrico Borghi. Il Patto Atlantico sorse 75 anni fa come un’intesa regionale fra democrazie occidentali a supporto di un nuovo ordine globale che aveva, ed ha tutt’ora, il suo fondamento nella carta delle Nazioni Unite.

Nel corso della sua storia, soprattutto nel trentennio successivo alla fine della guerra fredda, la Nato talora ha subìto gli effetti deleteri della strategia di minoranze molto influenti le quali hanno, in vari passaggi cruciali, messo l’America, e di conseguenza la Nato, di fronte a fatti compiuti, portandole a fronteggiare situazioni nell’Est Europeo e in Medio Oriente che altrimenti si sarebbero potute affrontare con mezzi diversi dalla guerra e con esiti vincenti con il soft power invece di “regalare” l’Afghanistan alla Cina e al mondo musulmano e invece di “regalare” l’Iraq all’Iran sciita. 

Quando invece una strategia, giusta e lungimirante, la Nato nel dopo guerra fredda, l’aveva costruita, ed era quella dei partenariati a cerchi concentrici e a geometria variabile, con i Paesi dell’area transcaucasica e centrasiatica, con il Mediterraneo allargato, con i Paesi del Golfo. Progetti che sono stati rallentati, se non compromessi, dalla stagione del presunto scontro fra civiltà contro il terrorismo, poi dall’improvvida strategia delle “primavere” arabe, dagli eventi provocati in Libia e Siria, dal fenomeno  dalla genesi opaca dell’ “Isis” e nel contempo dall’azione sul fronte europeo orientale di forze e personalità che si sono preoccupate più di avvelenare i pozzi del dialogo che di pensare a un futuro in cui fare coesistere le diversità nelle zone di frontiera fra Est e Ovest.

Ma dobbiamo considerare tutto questo solo come incidenti di percorso, che non sono riusciti a scalfire la natura della Nato, che rimane quella – come affermano gli  articoli 1, 2 e il preambolo del Trattato di Washington – di una alleanza regionale per la sicurezza fra Stati democratici al servizio della pace e dell’attuazione degli obiettivi di cooperazione e di sviluppo sostenuti dall’Onu. Una Alleanza attrezzata a contribuire a costruire il nuovo multipolarismo di cui il mondo necessita, e perciò ancora attuale. La Nato, dunque, non va sciolta ma diretta bene nel realizzare i suoi obiettivi . E questo è compito degli Stati membri perché il cuore della Nato è il Consiglio del Nord Atlantico, che sancisce il primato e il controllo della componente politica su quella militare.

La commemorazione di Matteotti stride con la riforma del premierato

Siamo alla vigilia del 2 giugno, la giornata della nascita della Repubblica e della elezione dell’Assemblea Costituente che approvò la Costituzione, l’atto fondante dell’Italia che ritrovava, dopo una dittatura infame e una guerra distruttiva, la dignità nel solco della sua storia migliore. Venivano restituiti, dopo sacrifici e dolori enormi, le libertà e i diritti negati dalla sopraffazione e dalla violenza.

La Commissione dei ‘75 redasse un testo contenente gli strumenti per contrastare il pericolo di nuove avventure libericide. Il Parlamento è l’espressione alta della sovranità popolare: garante della democrazia. L’Uomo trova centralità nella rappresentanza istituzionale. Le ansie diffuse di giustizia trovano dall’Istituzione Parlamentare la sintesi e decisioni equilibrate. 

Nelle prossime ore il presidente del Consiglio celebrerà la Costituzione del 1948 pur avendo predisposto, con la sua maggioranza, un disegno di legge che non riforma la Costituzione, ma sostanzialmente la liquida. Parlare di riforma è un escamotage linguistico: il progetto contiene i tratti eversivi pericolosi nel mettere in discussione principi intoccabili. 

Nel disegno di legge governativo l’Italia non è più una repubblica parlamentare e gli equilibri dei poteri vengono meno con il prevalere dell’esecutivo. Un Parlamento, per come è stato diroccato con i parlamentari nominati e ridotti nel numero, si trasforma in un gran Consiglio del Principe, mentre il Presidente della Repubblica è privato di poteri e ridimensionato rispetto al premier, che trova legittimazione nella investitura popolare: una coabitazione perigliosa.

Il provvedimento del governo tocca i principi fondamentali della Costituzione, che potrebbero essere modificati soltanto da una Assemblea Costituente ad hoc.  L’art.138 , prevede semplicemente la revisione, quindi non può essere invocato per una modifica radicale che cambia gli assetti di potere degli Organi costituzionali. Pertanto, la legge che uscirà sarà anticostituzionale. Se è anticostituzionale, il ddl diventa un attentato alla Costituzione e il Capo dello Stato non può promulgare un atto contro la Costituzione. 

Il 30 maggio è stato ricordato l’intervento di Matteotti e il suo martirio. Si è esaltato un momento alto del Parlamento che successivamente veniva definitivamente svuotato dalla dittatura.  Al di là delle parole di circostanza della Meloni è possibile che si faccia finta di niente difronte all’ ipocrisia di chi tenta di spazzare la Costituzione e….la celebra. E un  Matteotti può essere commemorato per esigenze di copione ma non seguito. Gli esempi che riscaldano i cuori e …le carriere sono altri.

 

[Il testo si può leggere sul profilo Fb dell’autore]

A 50 anni dai decreti delegati la scuola affonda nella burocrazia

Il 31 maggio 1974 furono approvati sei decreti delegati in materia scolastica numerati dal 416 al 420, in attuazione della legge delega 30 luglio 1973 n.° 477 il cui iter legislativo era iniziato con il disegno di legge n.2728 del 1970. Successivamente gran parte delle disposizioni dei cd. “Decreti Delegati” (così, con questo abbreviativo, passarono alla storia e alla cronaca della Scuola italiana) furono raccolte e accorpate nel D. L.vo 16/4/1994 n.° 297. Si trattò della più organica e connotativa legiferazione sul sistema scolastico italiano dopo la cd. “Riforma Gentile” del 1923, peraltro già radicalmente modificata nello sviluppo ordinamentale dalla introduzione della scuola media unificata con legge 31/12/1962 n.° 1859 e la conseguente abolizione della scuola di avviamento professionale e inoltre con l’istituzione della scuola materna statale con legge 18/3/1968 n.° 444. 

Si può affermare che la “scuola dei decreti delegati” fu il risultato di un lungo percorso di modernizzazione del sistema scolastico nazionale, iniziato già a partire dai Programmi didattica della scuola elementare di cui al DPR 14/6/1955 n.° 503 e dall’introduzione del modello didattico del cd. “tempo pieno” con legge 24/9/1971 n° 820, che inglobavano le istanze della cd. “scuola attiva”, tendente a formare menti critiche e aperte, a definire le finalità formative dell’istruzione di base (il cd. “leggere, scrivere e far di conto) e nello stesso tempo aprendosi alle istanze di una società in rapida trasformazione economica e sociale, dilatando in senso verticale e curricolare il tempo di permanenza a scuola degli alunni, ampliando con ciò l’offerta formativa. I decreti delegati del 1974 scaturirono da un dibattito parlamentare attento alle istanze di democratizzazione e partecipazione partita “dal basso”, coinvolgendo le famiglie e il territorio nella gestione ordinamentale della scuola. 

Nello stesso tempo furono una sorta di consacrazione giuridica di una spinta sociale che il “68” aveva radicalizzato, mescolando legittime aspirazioni verso un sistema formativo democratico, inclusivo, aperto alle innovazioni provenienti da una cultura in rapida evoluzione, con una forte contestazione al sistema sociale in senso lato, chiuso e selettivo, verticistico e radicato a privilegi e storture. Chi visse i primi anni della Riforma scolastica dei Decreti Delegati non poteva non avvertirne il portato innovativo e al tempo stesso la volontà del legislatore di creare un impianto strutturale in grado di recepire le istanze di rinnovamento, di darle ordine e accoglienza, di costituire un modello di scuola aderente ai bisogni del presente ma anche in grado di durare nel tempo costituendo un assetto istituzionale solido e partecipato, definito in quanto a ruoli e funzioni, articolato all’interno degli istituti attraverso l’istituzione degli organi collegiali e aperto alle relazioni con il territorio. 

Da allora nulla è come prima nelle scuole anche se questo disegno ha impattato con la fagocitosi politica che vedeva una ghiotta occasione per introdursi nei meandri scolastici con la mentalità delle partizioni partitiche e delle competizioni ideologiche sottese, andando oltre il mandato del legislatore, fino a condizionare la stessa libertà di insegnamento o creando attriti con le autorità istituzionali del sistema, esercitando una malintesa e spesso invadente forma di affiancamento e di controllo. Gli organi collegiali erano intenzionalmente uno strumento di partecipazione, ascolto, dialogo, confronto tra le componenti scolastiche e quelle esterne ma spesso l’appartenenza politica finiva per assimilarli ad una sorta di ‘partecipate’, di consigli di amministrazione alla stregua delle emanazioni degli organismi politici del territorio. 

In complesso sono stati tuttavia un positivo passaggio verso una concezione democratica della gestione della scuola, altre volte purtroppo un appesantimento burocratico che aggravava le già numerose difficoltà di gestione: valga per tutti il paradosso dei tre preventivi per comprare una scatola di penne biro o la farraginosa procedura per autorizzare un’uscita scolastica o per organizzare la festa degli alberi. Il dettato normativo – specie del DPR 416 in materia di istituzione e funzionamento degli organi collegiali – era ed è tuttora chiaro nella elencazione delle attribuzioni e dei compiti. 

Tuttavia non mancavano e tuttora sono presenti negli organismi collegiali specie a livello di istituto, coloro che fraintendevano dilatando ambiti di competenza all’area didattica, di pertinenza del corpo docente e del capo d’istituto, creando diaspore e derive di lesa maestà. Nei primi anni di applicazione dei Decreti Delegati si viveva un’atmosfera sperimentale in cui lo svolgimento delle riunioni dipendeva sia dalla buona educazione dei singoli, sia dalla letterale (spesso fonte di diatribe quesiti e interpretazioni) applicazione delle norme. Il DPR 416 fu indubbiamente dei sei D.D. quello a maggior rilevanza e impatto sociale. 

Nel tempo anche gli atteggiamenti più velleitari dovettero fare i conti con le difficoltà oggettive specie in ambito burocratico, alcuni organi collegiali come i consigli scolastici distrettuali vennero soppressi perché all’atto pratico inutili o ininfluenti. Altri di livello superiore subirono aggiustamenti in itinere. Da cinquant’anni ad oggi hanno resistito i consigli di circolo o di istituto e i consigli di classe e interclasse, quelli sostanzialmente più vicini alle problematiche gestionali della scuola esercitandosi in tali sedi i rapporti più diretti tra le varie componenti. Considerando questo passaggio avverto l’esigenza di rilevare come la rappresentanza studentesca negli istituti superiori non abbia ricevuto la legittimazione formale e sostanziale che avrebbe meritato, ovvero di converso erano gli studenti stessi che ne restavano volontariamente ai margini. 

Se si fosse realizzata la consuetudine ad una valorizzazione più accorta della componente studentesca nei consigli di istituto forse oggi – al netto dei comportamenti singoli sempre sfuggenti e imprevedibili – si potrebbe parlare di una responsabilizzazione di ragazzi e ragazze nei cfr. dei loro diritti e doveri scolastici, consolidata nel tempo. Se si eccettua il breve articolato del DPR 418, in tema di lavoro straordinario, anche i restanti decreti delegati introdussero importanti novità normative. Il DPR 417 definiva ruoli e attribuzioni alla componente docente, a quella direttiva e a quella ispettiva: interessante notare che le ultime due erano “funzioni differenziate della funzione docente”: ciò significava che Direttori didattici, presidi e ispettori erano parte costitutiva del personale della scuola. Successivamente sia gli uni che gli altri acquisirono lo status della ‘dirigenza’, ciò che rafforzava una marcata differenziazione nelle carriere. Per quanto definito dal DPR 417 le attribuzioni dei compiti rispettivi erano molto chiare e costituivano un corpo organico compiuto e reciprocamente complementare. 

Negli anni sono emerse derive di differenziazione gerarchica e funzionale. In particolare presidi e direttori didattici assunsero lo status di “dirigenti scolastici” nel contesto della riforma dell’autonomia scolastica (legge 15/3/1997 n.° 59, DPR 8/3/1999 n.° 275, Legge 13/72015 n.° 107: ogni istituzione scolastica acquisiva personalità giuridica e autonomia organizzativa, didattica, amministrativa e finanziaria ed elaborava un PTOF (piano triennale dell’offerta formativa) che era una sorta di carta d’identità che la qualificava di fronte all’utenza scolastica. Gli ispettori scolastici, prima titolari di ‘circoscrizioni territoriali’, furono definiti ‘ispettori tecnici” (centrali e periferici) ed allocati presso gli Uffici scolastici Regionali, acquisendo anch’esso lo status dirigenziale di seconda fascia. Nel frattempo i vecchi Provveditorati agli Studi (ancora oggi nell’immaginario collettivo prevale questa dizione) furono ridimensionati a CSA (Centri servizi amministrativi, poi USP – uffici scolastici prov.li e infine UST – uffici scol.ci territoriali) frutto del potenziale creativo e della fantasia di parlamentari, Ministri e Direttori Generali. Il DPR 420, a sua volta istituiva il ruolo del personale ATA nelle scuole (amministrativo-tecnico-ausiliario) colmando una carenza, specie nelle segreterie, coperta da volonterosi docenti che si declinavano in ruoli amministrativi. 

Iniziò di fatto un lungo periodo in cui sigle e riorganizzazioni degli uffici determinarono una situazione dove prevalevano gli aspetti formali dell’innovazione su quelli sostanziali. All’atto pratico- avendo attraversato quella stagione di rimescolamenti e ridefinizione di nomi, ruoli e funzioni credo di poter affermare che il risultato portò ad un surplus di burocrazia autoreferenziale più che funzionale ai bisogni delle istituzioni e della gente. Gli Uffici scolastici regionali – assorbendo di fatto i compiti prima attribuiti ai Provveditorati agli studi (ridotti ad appendici ininfluenti e terminali dell’apparato amministrativo, perdendo la sovraordinazione gerarchica sulle scuole autonome) – sono diventati una sorta di “ministeri regionali”, a sua volta il Ministero è andato perdendo quel carisma e quella funzione di orientamento e controllo che sono essenziali a definire un “sistema nazionale di istruzione”. 

Si rifletta su questa deriva, a mio parere confusiva e improduttiva, mentre si lavora a disgregare l’apparato dello Stato con il Progetto di “Autonomia differenziata”. Da parte sua la cd. “buona scuola” ha prodotto una mole smisurata di burocrazia che è andata sommandosi a quella ministeriale, lasciandoci le icone dei “presidi sceriffi” e “capitani della nave”, in un contesto para-militare dove circolari e riunioni implementano in modo soffocante. La didattica in classe e la libertà di insegnamento sono stati ridotti a meri corollari di contorno. Il DPR 419 – infine – introdusse in modo organico i temi della sperimentazione, della ricerca e dell’aggiornamento, ora assorbiti nel PNRR e dall’armamentario della digitalizzazione, del Metaverso e dell’I.A. Ma nonostante le molte incognite occorre credere nello sviluppo scientifico – come indica il Censis – e prender atto dell’inarrestabile autopropulsione sociale. 

 

L’autore, tra i più assidui e autorevoli collaboratori della nostra testata, ha autorizzato la pubblicazione di questo articolo già apparso il 22 maggio sulla rivista Il Mulino. 

https://www.rivistailmulino.it/a/la-scuola-cinquant-anni-dopo-i-decreti-delegati

AgenSIR | Mons. Moraglia: “L’uomo non è solo un essere culturale”.

“L’Europa e la nostra cultura hanno un’anima da ritrovare così da recuperare ciò per cui vale realmente la pena di vivere”. Lo ha detto il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, intervenuto ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) all’evento “Culturae, Piccoli laboratori di democrazia”, dedicato alle Consulte studentesche della Regione Veneto presso l’auditorium del complesso M9 Museum di Mestre (Venezia). Un appuntamento promosso dalla Fondazione Marcianum con il patrocinio di Regione del Veneto, Ufficio scolastico regionale per il Veneto e la compartecipazione della Camera di commercio Venezia Rovigo.
Nell’evento si è discusso di lavoro, intelligenza artificiale e di democrazia con Luca Grion, Leopoldo Destro e Benedetta Tobagi moderati da Micaela Faggiani, giornalista.
Il punto di partenza, secondo il patriarca che ha proposto una relazione sul rapporto tra Europa e democrazia, sta nel guardare in faccia l’identikit dell’uomo di oggi, in un’epoca che ha perso di vista i punti fermi su cui il mondo si è retto per secoli: “Oggi l’uomo viene considerato come un essere solo culturale, ossia plasmato totalmente dalla storia e nella storia; è risultato del divenuto, un super uomo, in totale autonomia, norma a sé”. 

Nell’attuale contesto è decisivo “ritrovare e ridarsi un’’anima’, ossia avere una ‘visione’ a partire da un’etica che sia fondata e condivisa. Qui filosofia e ragione sono determinanti”. Se questo è l’obiettivo, allora, sottolinea il patriarca, le religioni tornano ad avere un ruolo: “Qui le religioni, in dialogo fra loro e con le culture – in un contesto di vera laicità (non laicismo!) –, hanno un ruolo essenziale e possono dare un reale contributo. Esse aiutano la ragione a rimanere fedele a sé, ovvero essere una facoltà consapevole dei propri limiti e però anche delle proprie risorse. Come anche la ragione aiuta la religione a con cadere nel confessionalismo”.
Uno spazio specifico si apre a questo punto anche per il credente cristiano.

 

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https://www.agensir.it/quotidiano/2024/5/31/fondazione-marcianum-mons-moraglia-venezia-leuropa-e-la-nostra-cultura-hanno-unanima-da-ritrovare/

La Voce del Popolo | O la va o la spacca: il linguaggio di oggi…

Quel perentorio “o la va o la spacca” non è precisamente il linguaggio più consono alle riforme istituzionali. Si può capire l’ansia della Meloni di mostrarsi una leader tutta d’un pezzo, capace di rischiare, convinta fino in fondo delle proprie ragioni. È il suo profilo, e nessuno può mettersi al suo posto. Ma è proprio quella perentorietà la ragione per cui ella non sembra più capace di allargare i propri consensi. Dunque, forse farebbe bene a tornare sull’argomento con parole più sfumate, politicamente più garbate. 

Si dirà che proprio quel tratto ruvido e genuino fin qui le ha portato fortuna. E che in fondo, a suo tempo, Renzi aveva imboccato lo stesso percorso: riforme a maggioranza, referendum, solenni promesse di ritirarsi se l’avesse perso. È lo spirito del tempo, insomma, che suggerisce pose gladiatorie, e non sarebbe corretto farne carico solo e soltanto a “Giorgia”. 

Peraltro quella sua nettezza, una certa genuinità, un modo fin troppo diretto di dire la sua sono tutte cose che, almeno fin qui, le hanno portato fortuna. Non fosse altro perché rispecchiano il suo carattere senza mai sovrapporvi gli artifici a cui molti dei suoi colleghi si piegano spesso e volentieri. 

Resta il fatto però che la politica italiana, per sua natura, rifugge dagli ultimatum e punisce assai severamente chi li lancia con troppa disinvoltura. Essa reclama piuttosto la sottigliezza delle mediazioni, la combinazione degli opposti, il parlare suadente. Tutte cose che vengono contestate quando vanno per la maggiore e però poi amaramente rimpiante non appena lasciano posto agli eccessi altrui.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 30 maggio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La Nuova Bussola Quotidiana | Il coraggio di Donati sul caso Matteotti

[…] Donati fu uno degli avversari più tenaci del fascismo e lo combatté con l’arma a lui più consona: il giornalismo d’inchiesta.

Fu lui, infatti, il primo a scrivere su un quotidiano delle responsabilità dei dirigenti del PNF nel caso Matteotti e a raccogliere tutte le informazioni in un memoriale che gli venne rubato negli uffici della redazione. Per nulla intenzionato a desistere, il direttore de Il Popolo a quel punto decise che il dado era tratto e il 6 dicembre 1924 si recò in Senato per denunciare Emilio De Bono, uno dei quattro quadrumviri della marcia su Roma e all’epoca capo della Polizia, con l’accusa di aver depistato le indagini sul rapimento e l’uccisione del deputato socialista. È ad un giornalista cattolico, quindi, direttore dell’organo ufficiale del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, che dobbiamo l’inchiesta – ed anche la denuncia – più coraggiosa della storia del giornalismo italiano. Senza Donati, l’opinione pubblica non avrebbe saputo del coinvolgimento dei vertici fascisti nel delitto Matteotti e gli storici, probabilmente, lo avrebbero scoperto soltanto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Scettico sulla linea attendista dell’Aventino, il giornalista faentino era convinto che in quel preciso momento storico, forte dello sdegno popolare per la vicenda Matteotti, fosse possibile rovesciare Mussolini con un tentativo insurrezionale guidato dagli eredi di Garibaldi e a cui sarebbe dovuta seguire una collaborazione al governo tra popolari e socialisti riformisti dopo libere elezioni. In quei giorni di grande debolezza per la sopravvivenza del fascismo, Il Popolo divenne il laboratorio di quest’operazione politica prospettata al ‘dopo’: protagonista, ancora una volta, lo stesso Donati che intervistò sul suo giornale – con lo pseudonimo di Carlo Silvestri – il grande vecchio del socialismo italiano, Filippo Turati. L’obiettivo era quello di ammorbidire la posizione vaticana a proposito di un eventuale governo tra popolari e riformisti nella convinzione – precedentemente condivisa anche da Matteotti – che così facendo si sarebbero fatti tornare i massimalisti su posizioni moderate e si sarebbero isolati i comunisti.

Il piano insurrezionale che avrebbe dovuto precedere questo scenario nei desideri di Donati e di Tito Zaniboni, leader del Partito Socialista Unitario, naufragò definitivamente nel giugno del 1925: il Senato assolse De Bono per insufficienza di prove, costringendo il direttore de Il Popolo ad abbandonare l’Italia sotto la minaccia delle ritorsioni fasciste. Pochi mesi dopo la partenza per Londra del suo maestro don Luigi Sturzo, pressato dalle continue visite della polizia, Donati salì su un treno – seguito da due uomini della pubblica sicurezza – in compagnia dell’amico e sodale Guido Armando Grimaldi e si trasferì in esilio a Parigi. La sua assenza indebolì notevolmente il progetto iniziale di Zaniboni che sfociò, poi, nell’attentato contro Mussolini sventato dall’Ovra il 4 novembre 1925. Proprio a seguito del fallito tentativo di Zaniboni, scattò una stretta nel Paese che portò alla chiusura in quello stesso mese de Il Popolo. […]

 

Per leggere il testo completo

https://lanuovabq.it/it/giuseppe-donati-il-cattolico-che-smaschero-mussolini

Se la Nato entra in campagna elettorale

Non deve stupire il fatto che il tema della Nato sia entrato nel dibattito politico mentre è in corso la campagna elettorale. Non solo per l’attualità, per i conflitti in corso, ma soprattutto perché la democrazia, e dunque anche il periodico e inderogabile ricorso a libere elezioni, costituisce un requisito indispensabile degli Stati che aderiscono al Patto Atlantico. Il fatto che vi sia un dibattito su questo tema già di per sé depone a favore della attualità di una alleanza politica e militare che in 75 anni di storia ha attraversato epoche diverse – dal mondo bipolare e della guerra fredda, al “momento unipolare” americano –  e che ora deve affrontare la sfida di un mondo caratterizzato da un nuovo multilateralismo, che necessita di adeguate riforme della governance globale come alternativa a un multipolarismo muscolare e carente di regole comuni.

Negli ultimi giorni in particolare hanno tenuto banco due dichiarazioni. Quella del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg all’Economist e quella dell’ex direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio alla tv La 7.

Stoltenberg, ormai prossimo al termine del suo mandato, aveva adombrato la possibilità di una revoca delle restrizioni sulle armi che l’Ucraina riceve dall’estero in modo da consentire di usarle contro obiettivi militari sul territorio russo da cui partono gli attacchi. Una proposta che ha visto prevalere la contrarietà di buona parte dei Paesi membri Nato (ciascuno dei quali regola con accordi bilaterali l’invio di armi all’Ucraina) a causa dei rischi di escalation del conflitto a cui esporrebbe l’Europa. E tuttavia in Italia le parole dell’ex premier norvegese hanno alimentato il confronto, non senza qualche eccesso di semplificazione per febbre da consenso, tra i diversi punti di vista. Un dibattito che sembra però avvitarsi intorno alla sola questione delle armi proprio nel momento in cui inizia a emergere in Occidente anche la consapevolezza di dover avanzare una proposta pragmatica di negoziato, rilanciata autorevolmente ieri dall’amb. Stefano Stefanini sulle colonne, al di sopra di ogni sospetto, de La Stampa, per “mettere fine alla guerra senza darla vinta alla Russia”, che contempli in sostanza un cessate il fuoco sulla linea attuale del fronte in cambio dell’entrata in UE e Nato dell’Ucraina e della rinuncia della Russia a ogni ulteriore mira. Una proposta che scontenta entrambi i belligeranti e che per questo potrebbe avere qualche chance.

Le affermazioni di Tarquinio, ora candidato  indipendente nelle liste del Partito Democratico alle Europee, hanno ulteriormente infiammato il dibattito perché hanno toccato due questioni cruciali: l’attualità della Nato e un rapporto più equilibrato fra Stati Uniti e Unione Europea. Tarquinio ha evocato la possibilità dello scioglimento della Nato per raggiungere “un’alleanza nuova e tra pari, tra Europa e America”. Una chiara provocazione, una wild card elettorale, come l’ha definita Il Foglio, ma che offre l’occasione per riflettere sulla necessità di rafforzare il pilastro europeo del Patto Atlantico attraverso un maggiore coordinamento degli eserciti dei Paesi membri dell’Ue, secondo il principio di sussidiarietà in funzione di una difesa comune europea.

Un processo che per dare i frutti sperati non potrà però vedere le due sponde dell’Atlantico arroccate di fronte al cambio d’epoca in corso ma capaci di interpretare il cambiamento. Perché, come ha affermato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, alla conferenza  internazionale della Sioi pei i 75 anni della Nato, davanti ai 32 ambasciatori rappresentanti permanenti presso la Nato, il 16 aprile scorso, la sfida della Nato è quella fra chi pensa che il mondo ha bisogno di regole e chi pensa che il mondo si può gestire con la legge del più forte. Si avverte “la necessità che la Nato diventi sempre di più soggetto politico – ha detto Crosetto – capace di aggregare anche al di fuori della Nato. A guardare nei Brics quelli che sono gli interlocutori perché possono parlare la nostra stessa lingua e la nostra stessa visione del mondo, per non accettare la suddivisione del mondo, fatta da altri, in cui chi è fuori dalla Nato è nemico della Nato, o chi non è Occidente è nemico dell’Occidente”.

Il dibattito in corso sul ruolo della Nato, pur con i toni e le forzature tipici da campagna elettorale, potrà esser comunque proficuo se saprà misurarsi con il nuovo scenario che si sta delineando in Europa e nel mondo, in continuità con i valori per i quali è sorta e si è sviluppata nel tempo l’Alleanza atlantica.

Lo spirito delle origini del Patto Atlantico appare quanto mai attuale in un mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio da costruire insieme attraverso la comune “fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite”, come proclama il preambolo del Trattato di Washington del 1949. Uno spirito da recuperare e far valere in sede Onu anche al prossimo Vertice per il Futuro di settembre per costruire quel Patto per il Futuro che faccia riscoprire alle nazioni del mondo la comunanza di valori e di destino che li lega oltre i conflitti in corso.

Italpress | USA, bassa crescita dell’economia e nervosismo sui mercati.

JhyryNino Sunseri

 

L’economia Usa sembra aver finito benzina. La crescita del Pil Usa nel primo trimestre è rallentata più di quanto inizialmente previsto, attestandosi all’1,3% invece dell’1,6% stimato. “L’aggiornamento riflette principalmente una revisione al ribasso della spesa per i consumi, in particolare per le automobili”, ha spiegato il Dipartimento del Commercio. Questa revisione èmleggermente inferiore alle attese, poiché gli analisti prevedevano una crescita dell’1,2%, secondo il consensus di Market Watch. Nel IV trimestre del 2023 il prodotto interno lordo è stato pari al 3,4%. La crescita del Pil ha toccato il livello più basso da quasi due anni, dopo che nel 2023 aveva superato tutte le aspettative e sventato le previsioni di recessione. Inoltre, sempre negli i prezzi Pce sono aumentati al 3,30% nel I trimestre 2024 dall’1,80% del quarto trimestre del 2023. Il dato ‘core’, depurato dai prezzi energetici e dei prodotti alimentari, è aumentato del 3,60% dal 2% del quarto trimestre, contro attese per una conferma del 3,7% in prima lettura. Ed ancora, il deficit della bilancia commerciale è salito a 91,83 miliardi di dollari nel marzo 2024, il dato maggiore negli ultimi 11 mesi. Le importazioni sono diminuite dell’1,7%, gravate dagli acquisti di veicoli automobilistici (-10,8%), alimenti, mangimi e bevande (-3,6%), forniture industriali (-3,2%) e altri beni (-2,9%). Al contrario, gli arrivi sono aumentati per i beni di consumo (4,7%).

Nel frattempo, le esportazioni sono diminuite più rapidamente del 3,5% a causa della riduzione delle vendite di alimenti, mangimi e bevande (-9,4%), beni strumentali (-3,7%) e forniture industriali (-3,9%).

I dati pongono alla Fed più di un problema. Se abbassa i tassi per stimolare il Pil rischia di far ripartire la dinamica dei prezzi. Tanto più che l’andamento più vivace riguarda l’inflazione Pce che riguarda le spese personali al netto di cibo e alimentari.

Oggi [ieri per chi legge, ndr] era atteso anche il dato sulle richieste iniziali di sussidi di disoccupazione nella settimana terminata al 25 maggio, risultate 219 mila, superiori alle 218 mila attese e alle 215 mila del dato precedente.

“Nel complesso, non ci sono state grandi sorprese e, una nota positiva, gli aspetti inflazionistici dei dati sono stati generalmente inferiori alle aspettative”, scrivono da Bespoke Investment Group.

Dopo una mattinata (italiana) passata in calo di circa l’1%, gli indici di Wall Street sono in ribasso. La diffusione di questi dati fa salire l’euro a 1,0827, e fa calare i rendimenti dei titoli di Stato USA dopo la crescita delle sedute precedenti: il decennale cala (-1%) al 4,573% e il biennale si riduce (-0,30%) al 4,966%.

Domani [oggi per chi legge, ndr], intanto, è previsto l’indice dei prezzi al consumo (PCE) di aprile, atteso in lieve calo. L’incertezza sulla politica monetaria, unita alla forte emissione di nuovi Treasury, ha spinto i rendimenti dei titoli di stato verso l’alto e messo sotto pressione i titoli azionari. L’aumento dei rendimenti dei titoli di stato riflette tipicamente l’aspettativa di un aumento dei tassi di interesse, che a sua volta si traduce in finanziamenti costosi e margini di profitto più ridotti per le aziende.

Secondo lo strumento FedWatch di CME Group, i mercati si aspettano il primo taglio dei tassi della Fed di 25 punti base solo a novembre o dicembre. “La Fed non può ancora ritenersi soddisfatta di questo livello di inflazione, data la solidità dell’economia, mentre non c’è fretta di tagliare i tassi di interesse”, secondo gli analisti di Berenberg, i quali restano “quindi fedeli alla previsione che la Fed non inizierà il ciclo di taglio dei tassi prima di dicembre”.

Il premierato avanza, Prodi e Calenda sparano a zero.

Via libera dell’aula del Senato all’articolo 4 del ddl di riforma costituzionale sul premierato. La norma, introdotta nel corso dell’esame in Commissione su proposta del senatore di maggioranza Marcello Pera, sostituisce interamente il primo comma dell’articolo 89 della Costituzione, in materia di controfirma degli atti del Capo dello Stato.

Si stabilisce, infatti, che in linea generale, gli atti del presidente della Repubblica sono controfirmati dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità. Si prevede inoltre che non necessitino di controfirma una serie di atti, ossia la nomina del presidente del Consiglio dei ministri, la nomina dei giudici della Corte costituzionale, la concessione della grazia, la commutazione delle pene, il decreto di indizione delle elezioni e dei referendum, i messaggi alle Camere, il rinvio delle leggi alle Camere.

Intanto la riforma continua a sollevare profonde obiezioni. Alcune le ha riproste ieri Romano Prodi dialogando con la direttrice di QN, Agnese Pini, nel corso di un “Dialogo su diritti, politica e processi di integrazione” alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano.

“Le democrazie raramente muoiono di colpo” – ha detto il Professore – semmai “patiscono eccezioni. Il problema è vedere quali sono queste eccezioni: il nostro governo ha fatto una scelta che l’ha messa straordinariamente in sicurezza, quella di aver scelto una politica estera assolutamente ‘amerikana’. Poi però c’è il problema dell’aumento dell’autorità nell’informazione, nelle nomine, ecc. ecc.. La proposta del premeriato non è una rischio diretto della democrazia ma è una trasformazione della democrazia perché è un cambiamento dell’equilibrio dei poteri”.

“L’idea che in Italia possa arrivare un regime autoritario nella situazione europea di adesso è impensabile, ma ci sono delle dosature che sono molto delicate e su queste si deve concentrare l’attenzione. Io sono fortemente legato ad una democrazia con l’equilibrio dei poteri: io ho chiesto due volte il voto di fiducia perché nella mia testa il Parlamento è il punto di riferimento del mio concetto di democrazia. Quando lo vedo sempre meno importante e c’è un progetto che dice che sarà assai meno importante, personalmente mi preoccupo”. 

Anche Calenda, intervenendo a Otto e mezzo su La7, è stato drastico. “Il governo usa il premierato per nascondere che non ha fatto niente a riguardo di ciò che conta per i cittadini. È una riforma stupida, se nessun Paese ce l’ha dovremmo riflettere. Ci opporremo strenuamente”.

Guardiamo al futuro dell’Europa difendendone i valori fondamentali

La storia dell’Europa è una sequela infinita di guerre. Il lungo cammino verso il consolidamento democratico è stato tortuoso ma solido, assicurando condizioni di pace e democrazia.

Possiamo apprezzare i benefici di un mercato unico finalizzato alla libera circolazione delle merci e all’integrazione delle diverse economie; gli  elevati standard di sviluppo tecnologico, come pure di istruzione e formazione; la robusta tutela dei diritti di cittadinanza; in parole povere abbiamo come orizzonte lo Stato di diritto come valore sottostante al patto tra le nostre 27 nazioni. Tutto questo ha trasformato l’Europa in uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. 

Abbiamo vissuto pensando e immaginando un mondo largo, globalizzato, persino armonico, ma ora qualcosa è cambiato. Ci ritroviamo a gestire uno spazio più piccolo e complicato. Questo tempo – il nostro tempo! – si mostra compresso da turbolenze e difficoltà inaspettate, con le quali anche i più ferventi sostenitori del progetto europeista sono chiamati a confrontarsi.

In sostanza, viviamo in un mondo multipolare in cui il richiamo al valore della laicità non può ridursi a uno sterile esercizio mnemonico, costituendo bensì un impegno vero, sempre più dettato dalla necessità di rispondere all’esigenza di inverare antichi principi, oggi potenzialmente a rischio, e a rilanciare il sogno caro a Maritain – ma non solo a lui – di un’Europa che immaginava unita, democratica e solidale.

Questa spinta a ripensare l’agire politico ci sollecita anche ad accogliere una nuova forma di responsabilità. Di fronte a noi si presenta un’Europa segnata da una crescente disomogeneità religiosa e culturale, esposta come non mai ai rischi di un’interminabile flusso di immigrati e a quelli, non meno rilevanti, della polarizzazione del dibattito politico. Ora, la complessità dei problemi c’impone di recuperare il valore della mediazione, ovvero quello spazio libero che utilmente generiamo, capace di portare il conflitto a risoluzione in virtù di un sentimento di “amicizia civile”.  

Invece siamo di fronte al deterioramento dei rapporti tra opposti schieramenti politici. Ciò provoca una situazione di stallo e quindi un inevitabile calo di fiducia dei cittadini verso le istituzioni. Certo, solo i regimi autoritari sono perfetti, a modo loro; invece la democrazia no, richiede pazienza e tolleranza. Questo spiega perché molti Stati sono democratici solo formalmente in quanto più simili a Stati monocratici, votati cioè a radicarsi in un potere accentrato. 

Cerchiamo di guardare nella giusta direzione. Sorprende vedere come oggi i valori della democrazia liberale risultino più difesi in Ucraina e in Georgia che non altrove in Europa. Siamo vittime dell’indifferenza. Se il dialogo, la mediazione e il compromesso si tramutano in disvalori, a soffrirne è l’ordinamento istituzionale nel suo complesso. A lungo andare un certo clima divisivo toglie l’ossigeno alla buona pianta della democrazia e della libertà. È questo il futuro che dobbiamo attenderci? 

La Ragione | Ucraina, la Russia assolda mercenari provenienti dall’Africa.

[…] Al di là di quei volontari che compongono la Legione internazionale di difesa territoriale dell’Ucraina (che fu istituita il 27 febbraio 2022 proprio su richiesta del presidente Zelenskyj per contrastare l’invasione russa del Paese), l’ipotesi che i partner di Kyiv intervengano boots on the ground non è affatto urgente. Quella d’eventuali istruttori recentemente avanzata da Macron è invece molto saggia ed eviterebbe parecchi problemi logistici dati dal trasferimento del personale ucraino per il periodo di training, oltre a ridurne i costi e abbreviarne i tempi.

Chi sta reclutando apertamente soldati stranieri schierandoli sul campo di battaglia è semmai la Federazione Russa. Per far fronte a perdite considerevoli e sanguinose […] Mosca ha infatti recentemente schierato sul fronte di Vochansk i cosiddetti “Afrika Korps”. Si tratta principalmente di persone reclutate da Mosca in Burundi, Congo, Ruanda e Uganda dietro la promessa di 2.200 dollari pagati in rubli all’iscrizione e altri 2mila corrisposti mensilmente e allo stesso modo per un periodo minimo d’almeno sei mesi, usate come carne da macello assieme alle cosiddette “Storm Z”. A ciascuno di essi il Ministero della Difesa russo s’impegna a fornire assicurazione sanitaria, passaporto russo per sé e familiari e il miglior addestramento ed equipaggiamento per combattere «per la libertà e la giustizia» insieme all’armata russa.

Eredi di fatto e nella denominazione (le prime Afrika Korps furono truppe naziste al servizio del feldmaresciallo Erwin Rommel) dell’ex Pmc Wagner (designata in quanto tale per via dell’alias del suo fondatore e comandante, il neonazista Dmitrij Utkin), queste milizie vengono oggi largamente impiegate dai russi nell’offensiva all’oblast di Kharkiv. L’atteggiamento brutale dei comandanti moscoviti sul campo di battaglia (vessazioni e intimidazioni, ma anche esecuzioni sommarie ed extragiudiziali in seguito al rifiuto d’eseguire gli ordini, sono frequenti per non dire la norma) induce tuttavia spesso molti di loro a disertare. Basti pensare alla grande fuga organizzata dai mercenari nepalesi dell’unità militare russa 29328, che abbandonarono in massa le proprie posizioni nell’oblast di Luhansk adducendo scuse legate a un terremoto.

 

[Questo è uno stralcio dell’articolo che oggi, con il titolo “Mandati al macello”, appare sul quotidiano La Ragione. Si ringrazia l’autore e il direttore della testata per aver concesso l’autorizzazione a riprodurre il testo]

Meloni triviale? Purtroppo alla vita pubblica manca una buona regola.

La straordinaria battuta, al di là delle interpretazioni dei finti ed ipocriti sacerdoti del “politicamente corretti”, di Giorgia Meloni rivolta al simpatico Presidente della Regione Campania De Luca ha indubbiamente lasciato il segno nella opinione pubblica. E lo ha lasciato in modo inequivocabile perché, oltre ad essere stata una battuta diretta e “ad personam” e quindi non estensibile ad altre realtà, denota che la Meloni sa cogliere – al di là di tutte le varie ed articolate letture – la profondità dell’umore popolare. Del resto, sarebbe francamente curioso accusare la Presidente del Consiglio di trivialità o di banale populismo a fronte delle tonnellate di insulti che le piovono addosso ogni giorno. Compresi, soprattutto, quelli che gli vengono lanciati dalle istituzioni. Nel caso specifico, dal Presidente della Regione Campania. Certo, è singolare che chi non ha solidarizzato con la Meloni dopo gli insulti che le ha rivolto De Luca adesso finga di stracciarsi le vesti per la reazione, peraltro simpatica e diretta, della Premier al suo insultatore istituzionale.

Ma, al di là di questo siparietto, è indubbio che esiste un tema aperto nella politica italiana. E che va oltre agli insulti e alle delegittimazioni politiche e personali che nella storia della democrazia italiana sono sempre esistiti. Basti pensare, per fare un solo esempio, alla valanga di contumelie e di aggressioni verbali, e a volte anche fisiche, che la sinistra ex e post comunista ha scaraventato per quasi 50 anni addosso alla Democrazia Cristiana e ai suoi principali leader e statisti. Esempi che si potrebbero moltiplicare perchè il tassello dell’aggressione verbale, dell’insulto sistematico e della diffamazione scientifica sono ormai entrati a pieno titolo titolo nella dialettica politica italiana.

E che coinvolgono, come tutti sanno e come tutti possono quotidianamente sperimentare concretamente, il mondo giornalistico, editoriale, culturale e religioso.

Ora, però, c’è un aspetto che per onestà intellettuale non possiamo dimenticare e fingere che non esiste. Certo, l’attacco alle persone e la demolizione stessa delle persone appartengono, in modo quasi ontologico, alla cultura e alla prassi della sinistra per come si è manifestata storicamente nel cammino della democrazia italiana. Ma è indubbio che c’è stata una concreta e violenta escalation di questa deriva che ha avuto nel populismo grillino il suo culmine e la sua perfezione scientifica. Ovvero, la politica intesa come aggressione sistematica alle persone, demolizione della loro credibilità morale e politica, criminalizzazione delle rispettive culture politiche e, infine, delegittimazione di tutto ciò che non appartiene alla propria storia. E il “vaffa” di Grillo, che resta il cemento ideologico unificatore dell’attuale partito di Conte, è riuscito a contagiare ampi settori della politica italiana. Certamente ha avuto vita facile nella sinistra già predisposta storicamente a questa prassi ma ha coinvolto, purtroppo, anche altri settori facendo proprio dell’insulto e della demolizione delle persone la regola aurea del confronto politico. 

È appena sufficiente scorrere i giornali e ascoltare le trasmissioni televisive per rendersene conto. Ecco perché chi si stupisce e lancia strali contro la simpatica battuta della Meloni finisce, come recita un vecchio proverbio, di incappare nel rischio che “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”.

Mattarella a Brescia: contro gli opposti estremismi ha prevalso lo Stato.

[… ] Di fronte alla guerra violenta di opposti estremismi – nero e rosso – che – in quella stagione di sangue e di aspri conflitti internazionali – provarono a rovesciare la Repubblica e la sua democrazia, possiamo dire oggi, con certezza, che ha prevalso lo Stato, la Repubblica, il suo popolo, con i suoi autentici, leali servitori.

Una vittoria che è stata di tutti i cittadini italiani, che si sono sempre raccolti, nei momenti più bui, attorno alle istituzioni e che non si sono mai lasciati sedurre dalle insidie della violenza, della lotta armata, dell’eversione. E che mai hanno reclamato l’instaurazione di misure autoritarie per sconfiggere la minaccia terrorista.

Anche oggi, per via di un quadro internazionale caratterizzato da guerra e violenza, respiriamo un’atmosfera di tensione.

Pur nei suoi contorni incerti e frammentari si intravede, nel mondo, il disegno di minare i valori di libertà e democrazia che rappresentano l’unica base salda e concreta della pace e della convivenza internazionale, alimentando tensioni, esasperando conflitti, cercando di alimentare, attraverso notizie false e allarmanti, la sfiducia dei cittadini nelle democratiche istituzioni.

È un tentativo che, oggi, come allora, va respinto. Con fermezza, con coraggio, con fiducia nella forza della democrazia e del diritto.

La nostra Repubblica è stata difesa e rafforzata, negli anni, dai sacrifici di tanti servitori dello Stato, di tanti cittadini onesti e coraggiosi.

Tra questi vi sono le donne e gli uomini che oggi ricordiamo qui, con commozione e riconoscenza: uccise e uccisi da persone miserabili, perché sostenevano e difendevano la democrazia, la libertà, i diritti per tutti.

Al di là delle doverose rievocazioni, il modo per ricordarli degnamente è quello di respingere e isolare i predicatori di odio, gli operatori di mistificazione, i seminatori di discordia. È quello di rivendicare e vivere i principi e i valori su cui si basa la nostra Costituzione. Quello di operare costantemente per l’unità del popolo italiano, per la diffusione della libertà e dei diritti, per un quadro internazionale che assicuri la pace nella giustizia.

L’Italia, oggi, abbraccia Brescia nel comune ricordo dei suoi martiri. Non saranno dimenticati perché il loro ricordo continua a suscitare impegno per la libertà, per la pace, per la democrazia.

 

Per leggere il testo completo del discorso 

https://www.quirinale.it/elementi/112685

Sciogliere la Nato? Improvvida dichiarazione di Tarquinio, candidato del Pd.

L’alfiere del nuovo corso del Pd, Marco Tarquinio, arriva all’inosabile: propone di sciogliere la NATO. Nel pieno di una guerra nel cuore dell’Europa, aperta dalla Russia, nel pieno degli attacchi cyber e di guerra ibrida contro tutti i paesi occidentali da parte di Stati autocratici, si pensa di abolire lo scudo che ci assicura sicurezza, pace e stabilità.

Vorrei ricordare a Tarquinio i fondamenti della Carta Atlantica: no a ingrandimenti territoriali a spese di altri; no a mutamenti territoriali che non rispettino voti liberamente espressi dai popoli interessati; diritto di tutti i popoli di scegliersi la forma di governo e restaurazione dei diritti sovrani e dell’autonomia di coloro che ne sono stati privati con la forza; accesso in condizioni di parità al commercio e alle materie prime del mondo; cooperazione economica fra tutti gli Stati per assicurare a tutti migliori condizioni di lavoro, progresso economico, sicurezza sociale; distruzione della tirannia nazista e garanzia di pace a tutti i popoli per vivere sicuri nei confini e liberi dalla paura e dal bisogno; libera circolazione nei mari e negli oceani; rinuncia all’impiego della forza. 

Questi valori secondo lui non sono più attuali?

La guerra di aggressione lanciata dalla Federazione Russa contro l’Ucraina, la condizione di instabilità nel Mediterraneo allargato, pongono al contrario l’esigenza di un rafforzamento dell`azione di difesa e di tutela della NATO sul fianco sud. Altro che uscire. Pensavamo che questa logica fosse propria delle dinamiche sovraniste e nazionaliste, che anche in queste ore riaffiorano, oltre che degli approcci gruppettari e tardosessantottini. Berlinguer ci era arrivato nel 1976 a dire che si sentiva più sicuro con la NATO piuttosto che col Patto di Varsavia. Tarquinio riporta la sinistra italiana al 1949. E buonanotte alla sua cultura di governo.

Enrico Borghi, capogruppo al Senato di Italia Viva.

Da dove vengono e dove vanno le “farfalle dell’anima”?

Non c’è nulla di più intenso di una vocazione e nulla di più gratificante di poterla realizzare, vederla                                                                                                                           materializzarsi nelle occasioni che la vita offre quando ci mette a confronto con noi stessi, tra ambizioni, vittorie, sconfitte, riflessioni, decisioni. Questo libro, che è insieme radici, albero e frutti di cui far dono, è la storia di una vita che si esprime con una precoce vocazione: quella del suo autore, il Professor Giulio Maira eminente chirurgo del cervello di fama internazionale. L’eccellente, intensa prefazione di Luigi Gubitosi parte da lontano, da un bambino siciliano che seguendo in clinica nonno e papà medici ha tenacemente voluto continuare la tradizione familiare – “la medicina già fortemente stampata nel suo DNA” – avvertendo con intensità emotiva, curiosità e passione una sola strada da percorrere con motivazione e tenacia. 

Da queste prime “tracce” introduttive l’autore parte per raccontare sé stesso e il seguito della propria vicenda esistenziale e professionale. Emergono fin dall’incipit della narrazione due tratti distintivi di questa inarrestabile ascesa: il carattere e la determinazione. Della passione ho fatto cenno: essa è il filo conduttore della trama che ha portato Giulio Maira dal ragazzino immerso nel contesto nativo, familiare e ambientale della sua Sicilia (come l’interprete di Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore) alla ribalta nazionale e alle esperienze professionali all’estero, con un crescendo di intensità emotiva e di immedesimazione travolgenti. Giustamente Gubitosi innerva questo evolversi di successi, esperienze e notorietà nella trama sottesa della passione. 

Ciò mi ricorda quanto mi disse Pupi Avati: “Non basta la passione, occorre possedere il talento” perché riesce a far coincidere la vocazione con la professione. È questa la chiave che dischiude la potenzialità e l’originalità di ciascuno, ciò che distingue e rende unici. E il talento il nostro Professore ha dimostrato di possederlo in tutta la sua straordinaria carriera, dagli studi universitari, ai primi interventi, alla scelta tenace della microneurochirurgia come via innovativa per affrontare la complessità, affascinante nella sua unicità, del cervello, alle esperienze di studio e apprendimento all’estero – in primis Canada, Stati Uniti e Svizzera – dimostrando una straordinaria volontà di imparare dai grandi Maestri della neurochirurgia, prima di diventarlo egli stesso, al ritorno in Italia e all’amore per Roma dove ha trascorso più di tre quarti della sua vita, dalla Cattolica al Policlinico Gemelli, ai contesti umani, ambientali, trasudanti di storia millenaria, di quotidiane amicizie coltivate, e coronata con l’amore per la donna che diventò sua moglie.

Colpisce allora in Maira, che si racconta uomo, studioso, chirurgo, scienziato, una dote che merita una pausa per un inciso riscontrato in tutti i grandi personaggi che ho avuto la fortuna di conoscere: la presenza della ‘natura’ che sta sullo sfondo di ogni storia come manifestazione di rispetto per il creato, origine e radicamento dei ricordi e dei sentimenti più profondi e, insieme, l’amore per la scienza che secondo il compianto Giulio Giorello è “espressione di umanità”. Non dobbiamo dimenticare, sotto questo profilo, che la scienza è “comprensione del mondo” ma è anche “intervento sul mondo”, attraverso la tecnologia, in quanto tecnica pianificata alla luce delle migliori teorie scientifiche di cui noi disponiamo. 

Il Maira chirurgo e scienziato è a un tempo legato alle radici delle origini e dei ricordi, dei contesti umani e dei sentimenti come pure testimone del valore della ‘ricerca’ che della scienza è l’aspetto più nobile perché – me lo disse Rita Levi Montalcini – importante è il risultato ma, ancora più stimolante per guardare oltre è l’immaginazione, il rapporto tra il silenzio e la parola (quando è opportuna) laddove la conoscenza diventa un incessante processo di razionalizzazione della realtà, e l’intuizione – atto unico e creativo, intenso, immedesimato – diventa la declinazione pratica del talento. Maira non sarebbe diventato un grande scienziato se non avesse saputo coniugare la precisione microscopica in sala operatoria con l’intuizione che dischiude le porte all’innovazione creativa. Così come è diventato una grande persona perché ha saputo coniugare il bene per il prossimo con quello per la propria anima; talché si capisce quanto sia stata incommensurabilmente presente nel suo “fare” la vita degli altri e quanto radicato nella sua mente e nel suo cuore il perseguimento del bene come “etica della vita”. 

Quando Giulio Maira si sofferma a raccontare episodi che riguardano alcuni dei pazienti di cui nella sua lunga carriera si è occupato, si capisce subito quanto per lui sia stato importante non fermarsi agli aspetti rituali o superficiali della sua professione e quanto invece i ricordi siano legati ai sentimenti, alle emozioni, alla considerazione benevola dei casi, in una gamma infinita e sempre arricchente di incontri e relazioni umane. In questa galleria di persone di ogni età e condizione sociale che il neurochirurgo ha avuto modo di conoscere non mancano citazioni illustri, come i politici Oscar Luigi Scalfaro, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, il musicista Gian Carlo Menotti, il Premio Nobel Rita Levi Montalcini, il fondatore della Neuropsichiatria infantile Giovanni Bollea, Monsignor Hilary Franco con cui aveva instaurato un intenso legame spirituale che lo aveva spinto ad una sorta di pellegrinaggio a Calcutta, per conoscere il contesto umano, religioso e di fattivo aiuto per il prossimo che Madre Teresa aveva saputo creare attraverso la sua straordinaria esperienza terrena, tracciando il percorso che le Suore missionarie della carità avrebbero seguito fino ai giorni nostri. 

L’autore del libro confida la sua profonda fede. “Nella mia vita – scrive – ho sempre avuto un forte sentimento religioso. La scelta di studiare Medicina all’Università Cattolica rispecchiava un attaccamento ai principi della religione cattolica che era molto presente nella mia famiglia. Decidere di restare in quell’università, dopo la laurea, rispondeva a uno spirito di coerenza di vita e di pensiero che ho sempre cercato di mantenere negli anni successivi”. Per questo non possono mancare nel libro pagine dedicate a tre grandi Papi che hanno avuto un’influenza morale straordinaria nella sua vocazione professionale: Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Sensazioni ed emozioni che integrano una vicinanza spirituale e una contiguità professionale, meritata per la fama di illustre uomo di medicina, di chirurgia e di scienza.

Sono pagine ricche di cronaca e di emozioni, quelle che Giulio Maira dedica agli incontri della sua vita, dai più famosi ai meno conosciuti; incontri che denotano un atteggiamento di grande apertura verso le relazioni umane e la vita del prossimo. I veri ‘grandi’ sono in fondo anche persone semplici e da queste occasioni di incontro e conoscenza scaturisce sempre un arricchimento di umanità e apertura alla considerazione benevola della vita in tutti i suoi contesti esistenziali. Anche la scienza – lo abbiamo ricordato – è espressione di umanità: essa è “la più grande avventura dei nostri tempi” (Richard P. Feynman) e Maira ne ricorda la fascinazione, il coinvolgimento emotivo, la motivazione della curiosità, ma anche l’utilità pratica nei cambiamenti tendenzialmente migliorativi degli stili di vita. 

Sarebbe certamente lieto Blaise Pascal di leggere queste pagine dove “esprit de géométrie” ed “esprit de finesse” si fanno sintesi nella mente e nel cuore di un uomo che in fondo vuole valorizzare la bellezza della conoscenza e il meraviglioso dono della vita (“L’ultimo passo della ragione è riconoscere che ci sono infinite cose che la sorpassano” – B. Pascal). La consapevolezza dei limiti e la motivazione a superarli non sono solo un puntello scientifico ma un atto etico di umiltà: basta alzare lo sguardo verso l’Universo in una notte stellata per comprendere quanto siano infinite le aspirazioni della conoscenza e quanto incommensurabilmente lontani e affascinanti siano i tempi e gli spazi dei traguardi a cui aspiriamo. 

La dimensione umana non va trascurata nella cura del paziente e la coscienza morale può supportare le risposte che la bioetica ci pone, tra rassegnazione e accanimento terapeutico.  L’espressione ‘farfalle dell’anima’ che dà il titolo a questo libro è una definizione con cui il neuroanatomista spagnolo Ramón y Cajal (1852-1934) studiò l’organizzazione cellulare del cervello e descrisse la capacità dei suoi neuroni di espandersi continuamente, mettendo le basi della conoscenza di una delle caratteristiche cerebrali più straordinarie, ovvero la neuroplasticità. ‘Farfalle dell’anima e della mente’ sono anche i miliardi di sinapsi, i mattoni per la costruzione della nostra intelligenza, in cui la liberazione di un neurotrasmettitore trasferisce un’informazione da un neurone all’altro. Per un neurochirurgo il fascino che esercita il cervello è sintesi tra applicazione nello studio, motivazione scientifica, tensione alla ricerca, curiosità per l’incessante ‘lavorio dello spirito’ – secondo una brillante definizione di Massimo Cacciari – perché le “farfalle dell’anima” che nascono dalla mente sono la sintesi tra curiosità, intelligenza, razionalità e fantasia creativa con cui ogni uomo esprime le azioni e le scelte della propria vita. 

Giulio Maira raccontandoci magistralmente la sua esperienza umana e professionale è allora il neurochirurgo che si applica con precisione all’uso del microscopio, ma sa alzare gli occhi al cielo per scrutare, commuovendosi, l’infinità della volta celeste. “Il cervello è più grande del cielo” è il titolo di un suo libro e di una intervista che realizzai nel 2020: nella coerenza della sua lunga esperienza professionale rappresenta un punto centrale del suo pensiero, un mix tra scienza e umanesimo che ritroviamo in questo libro sulle “farfalle dell’anima”, ma certamente ancora in quelli che verranno e che con curiosità aspettiamo di leggere. 

 

Per saperne di più 

Le farfalle dell’anima. Ricordi di un neurochirurgo 

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L’Ostpolitik e gli Accordi di Helsinki: il ruolo del card. Silvestrini.

“La pace si costruisce non su interessi effimeri. Ma su beni reali e stabili, i quali hanno sorgente nei valori dello spirito”. È la citazione che campeggia in quarta di copertina sul volume Lev “il cardinale Silvestrini – dialogo e pace nello spirito di Helsinki”, che esce oggi, 20 ottobre, in libreria a 48 anni dalla firma degli Accordi siglati nella capitale finlandese, quando i leader europei ridisegnarono idealmente i valori del vecchio continente in chiave pacifica. E il volume dà spazio a uno dei protagonisti di quella stagione, il cardinale Achille Silvestrini, di cui si ricordano i 100 anni dalla nascita e che fu uno dei fautori assieme al cardinale Agostino Casaroli della “Ostpolitik” vaticana negli anni Settanta e Ottanta.

 

Silvestrini, “architetto” di pace

Curatori del volume Carlo Felice Casula professore emerito di storia contemporanea nell’Università degli Studi Roma Tre, e Pietro Sebastiani, ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede dal 2017 al 2022, i quali hanno costruito un ritratto del porporato scomparso nel 2019 attraverso cinque contributi firmati, oltre che dai due curatori, dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, e due politici italiani, Gennaro Acquaviva e Giuseppe Conte. Si tratta in particolare delle relazioni della conferenza tenutasi a Roma nel 2020 per celebrare il 45.mo degli Accordi di Helsinki.

Dalle riflessioni emerge la figura e l’impegno del cardinale Silvestrini, testimone e attore della diplomazia vaticana per numerosi anni e protagonista dell’Atto finale di Helsinki, un evento storico definito da papa Francesco come fonte di uno “spirito” di pace da ritrovare. Il testo propone anche, in una seconda parte, dieci documenti, tra i quali l’intervento del cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, e l’intervento che l’allora monsignor Silvestrini tenne nel corso della riunione di Madrid, il 13 novembre 1980. Fra i suoi diversi incarichi, il cardinale Silvestrini, architetto dell’Ostpolitik vaticana, è stato uno stretto collaboratore dei Segretari di Stato Domenico Tardini e Amleto Cicognani. Negli anni ’70, come sottosegretario e successivamente segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, si è impegnato sul tema della pace, dei diritti umani e dei problemi del disarmo ed è stato prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali fino all’anno 2000.

 

Per leggere il testo completo

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2023-10/libro-lev-cardinale-silvestrini-spirito-helsinki-casula-parolin.html

“Il centro? Con Calenda”. Intervista a Tarolli, coordinatore di Piattaforma Popolare.

La campagna elettorale è in pieno svolgimento. Come si dice in gergo, rullano i tamburi: tutti meno quelli dell’area cattolica, ancora troppo divisa. Dopo tante attese e tanti appelli, la lista unitaria dei “popolari” non ha preso forma. Ciò nondimeno Piattaforma Popolare, che la vede da anni protagonista, ha deciso di stare in campo inserendosi nel cartello organizzato da Calenda. Qual è stata la ragione?

Trovo singolare che alle parole non abbia fatto seguito tra i nostri amici e interlocutori una coerente determinazione pratica. Il seme va gettato a terra, non si può rinviare in eterno l’appuntamento con le urne. Né si può invocare la  formazione di un “nuovo centro” e poi scartare, all’occorrenza, ogni ipotesi ricostruttiva. Per questo Piattaforma Popolare ha rotto gli indugi e ha scelto, dopo ampio confronto con Calenda, di collaborare alla formazione di una lista di orientamento liberal-popolare. Una lista, aggiungo, fortemente europeista.

Cosa intende per liberal-popolare? È una dizione alquanto originale, di solito si preferisce usare quella di cattolici democratici o, appunto, di cattolici popolari.

È stato P. Bartolomeo Sorge, interessato all’apice della sua fatica di studioso e testimone alla rivitalizzazione del popolarismo sturziano, a proporre questa congiunzione che nel suo pensiero esaltava la radice antica di una proposta riformatrice aggiornata, specie alla luce del fallimento storico del marxismo inteso come ideologia e come prassi. A me pare un riassunto felice e un’implicita sollecitazione per chi voglia lavorare nel solco del cattolicesimo politico, scommettendo sulla rinascita di una collaborazione, su basi di pari dignità, tra le culture riformatrici del Novecento più affini per sensibilità ed esperienza. L’Italia di De Gasperi, oggi fatta segno di lusinghiere analisi storiografiche, è anche l’Italia di Einaudi. 

Non è un richiamo troppo ambizioso? Mentre parliamo di Einaudi e De Gasperi, al governo abbiamo Meloni e Salvini (e all’opposizione Elly Schlein). Gli elettori sembrano ancora attratti dalle opzioni che si nutrono di radicalità. Lo spazio “al centro” non è poi così ampio…

Ma è uno spazio decisivo, sicuramente destinato a crescere, se non altro per l’esaurimento delle illusioni veicolate dal bipolarismo. In effetti, il perenne braccio di ferro tra destra e sinistra ha logorato il tessuto civile del Paese. E allora, non è giunto il momento di prenderne atto?  Del resto, malgrado le promesse o le minacce della destra, in Europa non ci saranno alternative all’accordo tra popolari socialisti e liberali. E questo rappresenta la figura del “grande centro” che fatalmente si riproietta sullo schermo della politica italiana. Noi siamo pronti a fare la nostra parte. Dopo anni di navigazione a vista, possiamo prendere il largo con la fiducia nella bontà di una strategia fondata sul dialogo e la collaborazione tra cristiano-popolari e laico-democratici.    

È una prospettiva, dunque, che obbliga a considerare stabile l’accordo con Azione? O dopo il voto, alla stregua di quanto annunciato dalla Bonino per il futuro della sua “lista di scopo”, ognuno riprenderà a muoversi liberamente e in solitudine? 

Uno dei motivi per i quali la lista di Bonino e Renzi (Stati Uniti d’Europa) non ci ha convinto sta proprio in questa provvisorietà – l’immediato al posto della lenteur elogiata da Milan Kundera – che pervade lo stadio finale del radicalismo. Noi crediamo viceversa in un disegno per tappe e vogliamo andare avanti, ben sapendo che l’iniziativa elettorale esige un “motore politico” in piena efficienza, se così possiamo dire. Ecco, mi piace ripeterlo: con Calenda abbiamo un’intesa stimolante e suggestiva che poggia sulla necessaria rivisitazione del riformismo democratico. Se il responso delle urne darà fiato a questa operazione, ci dovremo sobbarcare la fatica di andare ben al di là della semplice e pur significativa impresa elettorale. Senza idee e senza passione non si edifica un avvenire migliore. E nemmeno lo si edifica a prescindere da uno sforzo di memoria, perché tutto, dalla pace alla giustizia, nonché all’autentico progresso, esige virtualmente un metabolismo di pensieri lunghi. 

In conclusione, è ottimista sulle elezioni europee?

Abbastanza. Naturalmente non si raggiunge la meta con un passo solo. Il 9 giugno sarà uno spartiacque, ma dopo, in ogni caso, avremo il compito di affrontare la sfida che ci attende a prescindere dall’umore individuale o collettivo. Una sfida capace di rimettere in funzione un vero, grande baricentro della politica italiana.

Considerazioni e propositi sulla scorta dell’Assemblea dei vescovi italiani

L’assemblea generale della CEI, tenutasi a Roma dal 20 al 23 Maggio, segna una tappa importante non solo per la vita della Chiesa italiana, ma anche per i cattolici impegnati nella vita politica del Paese. I vescovi hanno affrontato le grandi questioni che interessano le nostre comunità a partire dalla difficile situazione di una realtà nella quale un italiano su sette vive sotto la soglia di povertà e il ceto medio, secondo l’indagine di  Cida & Censis, vive la paura di una progressiva regressione sociale. Quando si verifica questa condizione di crisi e di rottura tra i ceti medi produttivi e le classi popolari, aggravata da un sistema di ingiustizia fiscale basato sul prelievo Irpef prevalentemente dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, non solo si entra in una grave condizione di anomia sociale, ma si rischia la crisi dello stesso sistema politico istituzionale. 

La persistente fuga dal voto dei cittadini è uno dei segnali più evidenti di questa crisi, espressione palese della rottura sociale e della incapacità di rappresentanza politica dei partiti, ridotti a meri strumenti di propaganda e di selezione drogata della classe dirigente.

Tale condizione è stata ampiamente descritta dal card. Zuppi nel suo intervento. “Lo stato di salute del Paese – ha detto in particolare – desta particolare preoccupazione. È sempre più difficile uscire dall’abisso dell’indigenza. Si rafforzano le povertà croniche e quelle intermittenti, relative ai nuclei familiari che oscillano tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’ dalla condizione di bisogno”. Se poi a tutto ciò si aggiungono l’autonomia differenziata e il premierato, prioritari nell’agenda del governo Meloni, è evidente come saranno proprio questi problemi che potranno creare le maggiori difficoltà al governo della destra meloniana.

E non basterà la propaganda di “Tele Meloni” e dei media aficionados a coprire le deficienze strutturali e i conflitti sociali e politico-istituzionali, assai ben analizzati nel dibattito dei vescovi italiani. Le conclusioni cui è pervenuta la CEI sono evidenziate nel documento finale in cui si affrontano i temi della nuova fase del cammino sinodale: dal periodo narrativo (2021-2023) a quello nel tempo sapienziale (2023-2024), con una ricchezza di riflessioni che sfoceranno nella fase profetica (2024-25) segnata da grande impegno per tutta la Chiesa italiana.

Per altro, nel documento si sottolinea quanto segue: “In sintonia con le parole espresse dal cardinale presidente nella sua Introduzione, i Vescovi si sono (…) soffermati sulla povertà e sulle questioni sociali ad essa connesse, evidenziando l’aumento delle disuguaglianze e dell’emarginazione. In questo senso, alcuni progetti legislativi – è stato ribadito – rischiano di accrescere il gap tra territori oltre che contraddire i principi costituzionali. È in gioco il bene comune che può e deve essere promosso sostenendo la partecipazione e la democrazia, valori al centro della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici, in programma a Trieste dal 3 al 7 luglio”. 

Dalla lettura integrale del documento finale della CEI discendono molte indicazioni per quanti, come molti di noi, sono impegnati nell’azione politica. Credo che dovremo utilizzare quanto già emerso dall’Assemblea e quanto emergerà dalla prossima Settimana sociale dei cattolici, favorendo tutte le iniziative che favoriscono la triste situazione di divisione e frammentazione politica della nostra area culturale e sociale. Buon punto di partenza è l’unità che si è trovata sul tema della pace come bene primario, da difendere e perseguire, da parte di tutte le più importanti organizzazioni sociali e culturali (Sant’Egidio-ACI-ACLI-CL). Così come importanti si rivelano gli sviluppi del tavolo di incontro tra gli amici di Iniziativa Popolare, Federazione dei dc e popolari, la nuova Dc, Insieme, Tempi Nuovi, impegnati nella difesa della Costituzione repubblicana e schierati conseguentemente per il NO al premierato (con possibile convergenza, in alternativa, sul cancellierato modello tedesco, affiancato da legge elettorale proporzionale. 

Dopo la prossima Settimana sociale dei cattolici, andrebbe favorito un momento di seria riflessione politico culturale in una Camaldoli 2024 nella quale, preparata da incontri territoriali regionali, concordare un programma per il Paese ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana. I valori, cioè, che sostengono e dirigono l’azione politica dei Liberi e Forti.

La 7 non è imparziale. E dov’è la novità?

Verrebbe da dire, c’è da stupirsi dello stupore. Fuor di metafora, quale sarebbe la novità nel sottolineare che l’informazione de La 7 è politicamente militante, schierata e faziosa? E, al contempo, dov’è la notizia se si evidenzia che La Stampa e La Repubblica sono diventati, di fatto, due quotidiani di partito nel sostenere la sinistra e nel demolire il centro destra?

Dico questo perché, a volte, si creano notizie che di fatto non esistono. Mi riferisco, nello specifico, alla notizia che il Presidente del Consiglio si è rivolta, seppur ironicamente, agli spettatori de La 7 sapendo che si tratta di una emittente politicamente schieratissima. Una sorta di megafono alla Emilio Fede dei tempi d’oro, ma a rovescio, per intenderci. Come, credo, non è un gran notizia sottolineare che, ad esempio, La verità, Libero e Il Giornale simpatizzano per il centro destra e il Governo Meloni.

La differenza di fondo, però, è un’altra. Mentre i quotidiani di centro destra non si lamentano affatto se qualcuno lo ricorda, i protagonisti mediatici de La 7 si rivoltano, e anche duramente, se si ricorda che sono politicamente schierati e con atteggiamenti faziosi, tanto che a volte diventano anche imbarazzanti, se si vuole esprimere un giudizio o un commento disinteressati. Chi segue la rubrica quotidiana della Gruber, “Otto e mezzo”, per non parlare dei Floris, Formigli, Bianchi e via discorrendo, si trova di fronte a bollettini di propaganda politica, del tutto legittimi se non addirittura scontati, che vengono percepiti come tali dagli stessi spettatori. Pochi o tanti che siano non fa differenza alcuna.

Ecco perché, di conseguenza, ci si stupisce dello stupore. Ovvero, e lo ripeto, dov’è la notizia se qualcuno lo ricorda? È una notizia, per fare un altro esempio concreto, se alcuni organi di informazione della carta stampata sono politicamente schierati e qualcuno talvolta lo evidenzia?

Semmai, la vera notizia è un’altra. Ovvero, la singolare reazione di alcuni conduttori e giornalisti di quella emittente televisiva, cioè de La 7, se viene periodicamente ricordato – anche da esponenti politici – che si tratta di una informazione politicamente di parte e militante. Ma veramente c’è qualcuno in Italia che segue quelle trasmissioni, peraltro tecnicamente e professionalmente efficaci, che pensano si tratti di una informazione plurale, imparziale ed oggettiva? Ma davvero c’è qualcuno disposto a credere che quelle trasmissioni raccontino i fatti come  capitano – quelli con una valenza politica, come ovvio – con la lente della non faziosità e del rispetto rigoroso di tutte le opinioni politiche, senza cioè esprimere giudizi partigiani da parte di chi conduce le singole trasmissioni?

Francamente si farebbe anche torto a questi professionisti se qualcuno attribuisse loro il “merito” di una informazione plurale e politicamente neutrale. Un torto anche grossolano perché, e molto semplicemente, tutti sanno che si è di fronte a una informazione e a una lettura quotidiana di fatti sostanzialmente condizionati ed interpretati con criteri politici di parte. E accompagnati da un bombardamento politico chiaro, preciso, netto ed inequivocabile.

Per questi semplici motivi è ancora necessario, anche se l’operazione è molto, molto difficile, avere un barlume di pluralismo politico, culturale e sociale nel nostro che è riconducibile al servizio pubblico radiotelevisivo, cioè alla Rai. Operazione molto difficile, lo ripeto, per il semplice motivo che anche da quelle parti la faziosità politica attecchisce da sempre ed è arduo correggerla in corso d’opera. Anche perché la volontà di accondiscendere il potere di turno – o, specularmente, di attaccarlo a prescindere – accompagnano da sempre il percorso e la storia dell’informazione del servizio pubblico radiotelevisivo.

Comunque sia, e se si può parlare di una regola, quello che conta è sapere come stanno le cose senza lamentarsi di fatti e posizioni che sono talmente evidenti e plateali che, appunto, non fanno neanche notizia quando vengono richiamati e sottolineati alla pubblica opinione.

Affinati, Bellocchio e altre stelle nell’edizione 2024 del Premio De Sanctis

Sono lo scrittore Eraldo Affinati per Delfini, Vessilli e cannonate. Autobiografia letteraria, per Harper Collins Italia e il regista e sceneggiatore Marco Bellocchio per la pluridecennale carriera, i premiati del Premio De Sanctis per Letteratura, organizzato in collaborazione con la presidenza del Consiglio e la cui cerimonia si è svolta oggi (ieri per chi legge, ndr) pomeriggio a Villa Doria Pamphili, a Roma.

Tra gli altri premiati dalla giuria, presieduta da Giorgio Ficara: per il saggio breve Sara De Simone per La vita della vita. Diari (1903 – 1923) di Katherine Mansfield, Donzelli; premio speciale giuria a Massimo Bacigalupo per Ezra Pound. Un mondo di poesia di Massimo Bacigalupo, Edizioni Ares; premio per il giornalismo a Giovanna Botteri, corrispondente RAI da Parigi.

Patrocinato dalla Rai, l`incontro è stato condotto da Nathania Zevi, giornalista del TG1.

Giunto alla sua tredicesima edizione, il Premio De Sanctis Letteratura è rivolto alle eccellenze della letteratura italiana: i vincitori di questa edizione lavorano nel mondo che produce e diffonde sogni, in parole e in “immagini”. La Giuria del Premio era composta da Giorgio Ficara (Presidente), Nadia Fusini, Raffaele Manica, Giacomo Marramao, Massimo Onofri, Raffaello Palumbo Mosca e Elisabetta Rasi. “Il voto per l’edizione 2024 – ha spiegato il presidente della Giuria, Giorgio Ficara – è stato unanime e ha inteso premiare artisti che si sono distinti nel loro campo, in un frangente storico particolarmente doloroso. Eraldo Affinati è un grande scrittore che ha sempre considerato la letteratura uno strumento privilegiato di resistenza etica e ha saputo coniugare il sentimento di pietà e attenzione per gli ultimi facendone tutt’uno con l’insegnamento dell’italiano nella scuola”.

“Di particolare rilievo – ha aggiunto il presidente della Giuria – anche il premio alla carriera attribuito a una grande personalità italiana come quella rappresentata da Marco Bellocchio, regista di straordinaria coerenza poetica e impegno politico”. Premio speciale della giuria allo studioso Massimo Bacigalupo, per 2il suo bellissimo libro-pastiche su Ezra Pound, ricco di preziosi rilievi critici sulla poesia e di aneddoti sulla vita, soprattutto italiana, tra Rapallo e Venezia”.

Festival dell’Economia, il Quo vadis di Orsini per l’industria Italiana.

Quattro giorno intensi di lavoro, di confronto, di dialogo, affrontando interrogativi complessi. Questo è stato il Festival dell’Economia quest’anno a Trento, dedicato al tema “Quo Vadis-i dilemmi del nostro tempo”.

L’evento si è chiuso con l’intervista del direttore del Sole 24 Ore Tamburini al presidente di Confindustria. In apertura, Tamburini ha ringraziato la città di Trento, le istituzioni e tutte le realtà che hanno contribuito al buon esito di questo grande evento.

Unità, dialogo e identità sono, secondo Tamburini, le tre caratteristiche della Confindustria “a guida Orsini”. “Per noi – ha commentato l’ospite – il dialogo è fondamentale. Rappresentiamo il 94% delle imprese, grazie alla nostra capacità di mettere assieme attori diversi, quelli che producono energia e quelli che l’utilizzano, chi gestisce i trasporti e chi ne beneficia e cos’ via. La capacità di dialogo e un’identità consolidata ci consentono di fare sintesi”.

Uno dei temi centrali del Festival è stato l’Europa. “Per noi – ha detto Orsini – è importante avere un’Europa nuova. Le nostre imprese sono estremamente sensibili al tema ambientale. Ma temiamo un’opposizione ideologica al mondo industriale. Alcune decisioni, come quelle sul packaging, sono difficili da gestire. Lo stop del motore endotermico al 2035 non può esistere. Dietro a quel motore c’è una filiera importantissima. La fase della transizione è fondamentale. Oggi la nostra industria produce il 9% dell’inquinamento. Significa che tutti devono ‘fare i compiti’ e assumersi le loro responsabilità. Eliminare l’industria causerebbe un problema sociale ed economico. E la transizione che ci viene chiesta oggi, e che ha un costo di 1100 miliardi, ci mette in grande difficoltà”.

Sull’energia il presidente di Confindustria si è detto favorevole al nucleare e a un forte impegno pubblico nel settore. in quanto al dopo-Covid, il sistema economico ha manifestato una grande capacità di ripresa. Anche l’occupazione oggi va bene, meno invece la competitività. “Purtroppo gli ultimi dati segnalano un’industria in frenata – ha puntualizzato Orsini – soprattutto per effetto delle difficoltà della Germania e del Nord Europa. 

Beneficiamo invece degli investimenti fatti nel 4.0. Sul 5.0 servono i decreti ora. i nostri imprenditori li stanno attendendo per fare nuovi investimenti. Parliamo di una misura che scade nel 2026, legata al Pnrr. Ma noi abbiamo bisogno di una visione almeno a 5 anni. Dobbiamo accelerare”.

E il Superbonus? Forse inizialmente è servita a fare una scossa al sistema, messo a dura prova dal Covid. Poi forse è scappata di mano. “Io inizialmente lo avevo appoggiato – ha detto Orsini – ma la misura è poi cambiata molte volte dalla sua adozione iniziale.

Però non possiamo far sì che misure retroattive mettano in discussione le nostre imprese. oggi non si può chiudere la misura prima che le imprese abbiano finito i lavori. Le imprese devono potersi fidare delle istituzioni. Attenzione perché anche il 5.0 sarà tutto basato sul credito d’imposta”.

L’industria dell’auto: non può esistere sotto un numero-soglia, un milione di auto prodotte in Italia all’anno. Invece oggi se ne produce meno della metà. Come fare? “Mi auguro che l’accordo fra Stellantis e l’Italia rimanga – ha detto Orsini -. Bene anche se un secondo produttore verrà a produrre in Italia, ma utilizzando le nostre filiere. Non possiamo utilizzare incentivi governativi per finanziare auto non prodotte in Europa. Dobbiamo anche fare un ragionamento sul ricambio del parco auto”.

L’Intelligenza artificiale è stata fra le protagoniste del Festival. Su questo terreno la grande impresa se la cava. Ma la media e piccola impresa, può farcela? “Anche qui, non si può parlare solo dei rischi e della negatività. Sarà una rivoluzione industriale. Non possiamo pensare di respingerla. Dobbiamo fare in modo che l’evoluzione tecnologica sia di aiuto al sistema delle imprese”. Su questo passaggio il direttore del Sole 24 Ore ha colto l’occasione per annunciare che il suo giornale aprirà un osservatorio sull’Intelligenza Artificiale.

Fra gli altri temi affrontati, il salario minimo (“per Confindustria non è un problema”), il calo demografico, la mancanza di capitale umano (“manca il 50% del capitale umano”), l’immigrazione (“abbiamo bisogno di un’immigrazione gestita, va integrata con misure di welfare, che valgano per tutti, anche per gli italiani, a partire da un piano-casa), la scuola (“vorremmo una scuola legata all’industria e al mondo produttivo).

Un appello finale al Governo e all’opposizione, sollecitato da Tamburini. “Pronti a dialogare con tutti. – ha detto Orsini – ma fondamentale per noi è lottare contro la cultura antindustriale, salvaguardare il cuneo fiscale, ragionare sul nucleare”.

Il Gigante buono e Jo Condor: una metafora per la Meloni.

Non tutti ricordano, magari per ragioni anagrafiche, una tra le più famose e divertenti pubblicità degli anni Settanta all’interno della vetrina di Carosello, in onda su Rai Uno prima del telegiornale: la pubblicità del Gigante buono a cui si chiedeva in coro (“Pensaci tu”) di provvedere ai disastri di Jo Condor. Sta di fatto che l’attuale presidente del Consiglio vorrebbe vestire proprio quei panni da eroina di bontà.

Battute a parte, sembra che la Giorgia nazionale sia impegnata a conquistare l’Europa per cambiarla, per renderla più adatta a quella cultura (?) della destra europea che, certo, non fa mistero delle proprie radici ultra nazionalistiche e xenofobe; origini in effetti poco inclini a quel solidarismo che dovrebbe essere, invece, alla base di una azione politica comune alla destra come alla sinistra.

Ormai, però, tutto si gioca sugli slogan, sui personalismi, sulle autocelebrazioni, su una concezione non soltanto della politica ma, cosa ancor più grave, sulla concezione dell’uso del potere a livello familistico, come si trattasse di una qualsiasi azienda interessata al profitto.

In questi quasi due anni di governo della destra (perché di destra si tratta, non certo di centrodestra), ne abbiamo viste e sentite davvero di cotte e di crude. Ora, costituisce un preciso dovere civico ricordare che la storia del secolo scorso non è stata plasmata da una volontà popolare votata alla ricerca del condottiero.

La storia non si dimentica, né si cancella, ma anzi va posta come paradigma per evitare di nuovo gli errori del passato. Allo stesso tempo va fatta chiarezza rispetto a presunzioni di moralità, di buongoverno, di programmi avanzati, visto che i fatti e gli avvenimenti di questi ultimi diciannove mesi parlano un’altra lingua.

È indubitabile che gli avvenimenti politici che si stanno susseguendo dimostrano che, forse, per questa maggioranza sempre più incollata alla sedia (al di là delle battute poco ironiche della Giorgia che vuol cambiare l’Europa), il problema è quello di sempre; quello cioè di ogni schieramento politico che si è cimentato, dopo la fine della prima Repubblica, nel compito di governare questo Paese. Ma come, governarlo? Ecco, mantenendo il potere a tutti i costi e mirando in prospetttiva a comprimere gli spazi di democrazia attraverso leggi elettorali capestro e riforme istituzionali che trascinano appresso una politica centrata sul culto della personalità.

Nel secondo dopoguerra gli uomini più illuminati di quella che fu la Democrazia Cristiana seppero contrapporsi al modello politico dell’uomo solo al comando, e quindi alla riduzione della volontà popolare ai desideri del capo che pensa e decide per tutti. E lo fecero non soltanto con rigore morale, ma soprattutto con una visione politica lungimirante, che guardava agli interessi del Paese, e quindi al fatto che non si poteva essere sudditi di altri Stati occidentali solo perché l’Italia aveva conosciuto (ma è meglio dire aveva subìto) la violenza del fascismo.

Un esempio di questa visione politica fu proprio quell’Enrico Mattei oggi rispolverato dalla Gigante Buona Giorgia come simbolo di una nuova politica energetica, per portare l’Italia a sganciarsi dalla dipendenza di altre Nazioni.

Un solo appunto però va fatto in conclusione: Enrico Mattei fu partigiano antifascista e in prima linea nel combattere il potere mussoliniano. Ce ne possiamo dimenticare?

Asianews | La Russia incarta i sondaggi nella menzogna di Stato.

Una delle dimensioni più sconvolgenti della grande guerra della Russia contro il mondo intero è il sostegno della popolazione agli istinti imperiali della casta del Cremlino, difficile da comprendere e decisamente impossibile da accettare: possibile che ad opporsi alla violenza di Stato siano soltanto alcuni sparuti dissidenti, sottoposti a durissime repressioni fino alla morte in lager, nella totale indifferenza della maggioranza dei russi?

Su questo si è soffermata la rubrica Signal di Meduza, cercando di andare oltre alcuni stereotipi sull’apatia e la passività degli abitanti della Russia di oggi e di sempre. Se si dà retta ai sondaggi ufficiali, il 70% dei russi sostiene con entusiasmo la necessità delle parate militari sulla piazza Rossa, il 56% è contrario a qualsiasi cambiamento sociale ed economico, e a questa mitologica “maggioranza” si attribuisce ogni sorta di sentimento negativo o assurdo, dall’allergia alle analisi mediche fino all’approvazione della pena di morte. La maggioranza professa la fede ortodossa, anche se si reca in chiesa solo per far benedire i dolci pasquali.

Ovviamente i sociologi di Stato affermano che la stragrande maggioranza dei russi approva la “operazione militare speciale” in Ucraina, ma la litania dei sondaggi ufficiali sul pensiero della popolazione lascia piuttosto interdetti. Quanto più si cristallizzano opinioni ampiamente condivise, tanto più queste contraddicono quelle che si sentono esprimere nella vita quotidiana da parenti e amici sulle strade e nelle case, suscitando il sospetto che, al di là della propaganda dei vertici e della repressione dei marginali, ci sia un’ampia manipolazione di quella che viene definita “la maggioranza” della gente russa.

Come affermano gli autori di Signal, “quando si parla della maggioranza dei russi bisogna intendere la maggioranza degli intervistati nei sondaggi, e c’è una grande differenza tra gli uni e gli altri”. Perfino la maggioranza plebiscitaria del voto alle elezioni presidenziali per la consacrazione di Vladimir Putin è in realtà piuttosto dubbia, sia sul numero reale dell’affluenza, sia su quello dei voti espressi. Quando si dice che i russi sono contrari alle bevande energetiche per i ragazzi, ci si riferisce solo agli utenti del sito SuperJob, e i panettoni pasquali da benedire in chiesa non li fanno tutti i russi, ma soprattutto i clienti della catena “Cucina locale” presente in molte città. I giornalisti che commentano i sondaggi estrapolano dati e risposte in modo molto arbitrario, come succede anche negli altri Paesi.

È una regola inflessibile di ogni forma di propaganda: se non si riporta “l’opinione della maggioranza” nessuno leggerà l’articolo o il servizio relativo all’argomento che interessa. I sondaggi sono sempre meno credibili, nonostante siano supportati da algoritmi e criteri d’analisi sempre più sofisticati: i rispondenti non dicono quello che pensano, ma quello che ritengono necessario dire pubblicamente, e questa auto-censura è spesso più efficace di qualsiasi repressione. 

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Guerra-e-propaganda:-il-pensiero-della-maggioranza-dei-russi-al-servizio-di-Putin-60810.html

Visioni contemporanee del rock: con la musica, oltre la musica.

Gli anni musicali passati del panorama rock ci hanno offerto le pagine più belle che siano mai state lette, scritte e “ascoltate”. Never mind the bollocks dei Sex Pistols oppure London Calling dei The Clash hanno segnato diverse generazioni sotto il profilo musicale e culturale. Ma non solo. Spesso studiamo i fenomeni Jim Morrison e Jimmy Hendrix come artisti che con le loro vocalità o arrangiamenti di chitarra hanno accompagnato le band a venire. E come non citare gli U2 di Bono Vox e la sua eclettica October, dove abitano melodie post new age che cambieranno il percorso storico del rock europeo e statunitense?

Il rock e l’hard rock nelle diverse “eteropiche dimensioni” hanno subito il fascino della contemporaneità, ma anche della sperimentazione “progressista”. Il rock italiano è sicuramente passato per Amandoti dei CCCP, per Amsterdam dei Diaframma, per Paname dei Litfiba, per Senza Vento dei Timoria, ma anche per un genere “garage-underground” che ha plasmato spartiti “digital alternative” contaminando suoni, colori, scenografia e direi “spettacolo”. Vedi i Ritmo Tribale, i Marlene Kuntz, gli Afterhouse di Manuel Agnelli. 

A tal proposito ricordiamo Enjoy the silence dei Depeche Mode che ha rafforzato la natura “electro” dei Lacuna Coil. A livello europeo e mondiale, l’ultimo periodo è stato caratterizzato da una fenomenologia “rockers” completamente connessa al “mondo digitale”, alla “transizione green” e alla ricerca di un “nuovo umanesimo”. Impossibile non rievocare New Divide o Ultimate Masquerade dei Linkin Park, Digital World della band svedese degli Amaranthe oppure Human dei tedeschi Beyond the Black nell’inconfondibile voce di Jenny Haben, autentica enfant prodige dello scenario epico nei concerti in tour a livello internazionale. Le visioni “gotiche” che hanno attraversato l’Italia con i The Cure, nell’insostituibile album “tecnopsichedelico” di Disintegration, oppure le sonorità “poetiche” di Ian Curtis dei Joy Division, rimangono nella nostra cognizione patrimonio culturale di come già il rock e la musica in generale fosse già in cammino verso il nuovo, verso il tempo che verrà. 

Il sound dei Maneskin è un rock direi “diverso da loro” ma anche una nota letteraria di riflessione sulla “mutatio temporum”, ovvero sulla società che cambia e sulle sfide che la attendono. La pandemia ha influenzato la visione del rock nelle sue diverse “anime” nascenti. Anche il disc jockey Alan Walkers con i brani Faded e Unity ha ridisegnato territori urbani nel quale il brocardo latino riportato da Papa Francesco “pars pro toto” fa la sua comparizione. Lo stesso Walkers dice We are Unity (Noi siamo l’unità). 

Infine i Maneskin. Prima di approdare sul “terrazzo” della musica della canzone mondiale hanno raccontato momenti “oggettivi” della società come Torna a Casa, Vent’anni o Parole Lontane. “Ma se trovi il senso del tempo risalirai dal tuo oblio. E non c’è vento che fermi la naturale potenza dal punto giusto di vista, del vento senti l’ebrezza” (Maneskin). Testi e parole che lasciano andare a riflessioni circa il fatto che nuovi visioni sono possibili, talché musica e rock lo hanno spesso anticipato. Così è, tanto che la Premiata Forneria Marconi (PFM) è lì implacabile a ricordacelo: “Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già. Il giorno come sempre sarà” (da Impressioni di Settembre).

Zuppi non arretra, ai Vescovi non piace l’autonomia differenziata.

Con il governo “c’è un’ottima interlocuzione” mentre sulla questione immigrazione il rapporto è “dialettico”. Sull’Autonomia differenziata “c’è preoccupazione dei Vescovi”, che nella loro nota hanno espresso “la posizione di tutta la Chiesa”. Questi in sintesi i concetti espressi dal presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Zuppi, intervistato al Festival dell’Economia di Trento.

Riguardo l’accusa di una parte del mondo politico nei confronti della Cei, che avendo assunto una posizione critica nei confronti della Riforma sull’autonomia differenziata farebbe “politica”, Zuppi ha replicato: “Le istituzioni sono una cosa seria. Vanno difese e vanno amate perché sono i pezzi che reggono la casa comune”. E ha aggiunto: “La Chiesa nel nostro Paese rappresenta tanto, sentiamo anche tante responsabilità e siamo molto più liberi proprio perché non abbiamo nessun altro interesse che non sia il bene comune. Abbiamo con l’attuale governo un’ottima interlocuzione – ha ripetuto – abbiamo risolto problemi che ereditavamo da tanti anni”. Mentre sull’immigrazione il rapporto con l’esecutivo, ha aggiunto Zuppi, “è dialettico”.

Riguardo l’Autonomia differenziata Zuppi ha invitato a stare “attenti, perché c’è una grande sensibilità in particolare dei Vescovi del Sud Italia, c’è un po’ un campanello d’allarme” che suona “da mesi”. “Ci sono state per lo meno tre o quattro conferenze episcopali regionali che hanno prodotto dei documenti, sono mesi che si è trasmesso la preoccupazione che non si cresca insieme” e in maniera solidale.

Che si interpreti questa posizione come contingente, ha aggiunto il capo dei Vescovi, “a mio parere è misero”. “Mi auguro – ha concluso – che si capisca il punto della preoccupazione dei Vescovi e se uno va avanti nella cosa si prenderà questa responsabilità”. Zuppi ha spiegato che la posizione espressa nella Nota del Consiglio Episcopale permanente non è personale del presidente “ma di tutta la Chiesa italiana”.

La litania della Schlein

Elly Schlein sta guidando il principale partito della sinistra italiana da ormai molti mesi e, del tutto legittimamente, ha dato una sterzata politica decisiva allo stesso partito. Da storico partito di centro sinistra che univa, seppur con molte difficoltà e contraddizioni, l’esperienza del Pci con quella della sinistra democristiana, è diventato con il nuovo corso un “partito radicale di massa”.

O meglio, un partito espressione di una sinistra massimalista, radicale e libertaria. Un partito che ha riscoperto anche alcuni tasselli fondamentali della vecchia ed antica esperienza del Pci. Dal rapporto con il sindacato di riferimento, la Cgil, riproponendo la storica “cinghia di trasmissione” con il partito al cavalcare qualsiasi istinto di opposizione che sale dalla società civile; dalla ripetuta denuncia della “svolta illiberale” alla riproposizione della “superiorità morale” di comunista memoria. Con la naturale conseguenza che l’avversario/nemico non può che essere

politicamente e moralmente criminalizzato.

Ora, è proprio su questo versante che non possiamo non registrare un ritardo culturale ed un deficit politico che riporta il principale partito della sinistra italiana ad una stagione che, francamente, pensavamo fosse ormai alle nostre spalle. E cioè, un partito di sola opposizione, anche violenta, dove l’unico cemento ideologico unificante della comunità politica è una sorta di odio implacabile nei confronti del nemico irriducibile. Ascoltare le dichiarazioni quotidiane della segretaria del Pd è ormai quasi diventato un disco rotto. Non c’è argomento, non c’è tema, non c’è approfondimento, non c’è un solo aspetto politico che non contenga un attacco violento e oltremisura nei confronti di Giorgia Meloni e della destra. Ora, intendiamoci. È del tutto naturale che in un’epoca caratterizzata da una profonda e consolidata radicalizzazione della politica l’avversario – che nel frattempo è diventato un nemico dichiarato – va bersagliato massicciamente e senza alcun ritegno morale o limite culturale. Ma anche su questo versante ci dev’essere un limite, pena la trasformazione del proprio progetto politico in una litania sempre più noiosa e quindi insopportabile nonchè controproducente. E questo perché non si può tutti i giorni, ripeto tutti i gironi, denunciare “la svolta illiberale”, “il restringimento delle libertà”, “la negazione della libertà di espressione”, “il ritorno di un regime dispotico”, il potenziale “ritorno di una dittatura”, “la violazione palese dei principi costituzionali”, “il trionfo della censura”, “la sospensione della democrazia” e, dulcis in fundo, il solito ed ormai noiosissimo “rischio del fascismo”.

Il tutto, come ovvio, con attacchi personali ripetuti, insistenti, ossessivi e francamente sempre più stucchevoli e anche noiosi contro la Presidente del Consiglio rea di riportare le lancette politiche del nostro paese indietro di circa 80 anni. Ora, che tutto ciò venga ripetuto quotidianamente dalla Gruber nel suo talk e settimanalmente dai Formigli, Floris e Bianchi di turno rientra nella normalità quasi fisiologica di un circo mediatico a sostegno di questa sinistra. Ma il leader politico di un partito, e quindi di un campo politico più vasto, non può limitarsi a ripetere questo rosario laico tutti i giorni e tutte le ore della settimana. Anche perché, così facendo, si indebolisce lo stesso profilo, e anche la credibilità, del progetto politico e di governo alternativo al centro destra. Perché, in larghissimo anticipo, è già sempre scontata la diagnosi e la denuncia. Ovvero, tutto ciò che capita è figlio e conseguenza della “svolta illiberale”, della “negazione delle libertà”, del “rischio fascismo”, dalla “sospensione della democrazia” e via scioccheggiando.

Ecco perché, per la qualità della democrazia e la credibilità della politica, forse è anche giunto il momento affinché la leader del principale partito della sinistra italiana cambi registro. Anche perché, e sempre senza essere scortesi o maleducati, il rischio della dittatura e della svolta illiberale esistono solo nella testa della Schlein e del circo mediatico, nonchè milionario e alto borghese, che la sostiene e la appoggia in modo quasi militare. Ma la concreta realtà, come forse sanno anche i dirigenti ex e post comunisti, è tutt’altra. E per un politico non c’è cosa peggiore di continuare a confondere i propri desideri con ciò che capita quotidianamente nella società che ci circonda.

La montagna ha bisogno di una nuova legge

A cura di Uncem

Ma una legge, “ci salverà”? Un finanziamento in più genererà vere opportunità di crescita? Sono due domande che Uncem spesso in questi anni si è sentita rivolgere da Sindaci, Amministratori locali, esperti, docenti universitari, cittadini. L’ultima legge sulla montagna risale al 1994. La 97. Trent’anni fa. Da allora, i provvedimenti di quell’articolato non sono in gran parte stati applicati. E oggi, sono in molti a dire che serve un nuovo testo, che aggiorni i temi, che colga i segni dei tempi. Peraltro visti i molti percorsi importanti per i territori entrati nella legge sulla green economy del 2015, nella legge sui piccoli Comuni del 2017, nel testo unico forestale del 2018. E siccome non è vero che “nulla è successo” per le zone montane del Paese negli ultimi due decenni, occorre ricordare il finanziamento di 135 milioni di euro di PNRR per la Strategia delle Green Communities [fortemente voluta da Uncem nel 2008], le risorse stanziate sulla Strategia nazionale per le Aree interne dal 2014 al 2021, il fondo montagna portato per volontà del Parlamento a 200 milioni di euro annui a partire dal 2023.

Ora una nuova legge serve? È importante? Garantisce efficaci strumenti per affrontare le crisi climatica, demografica, energetica, ambientale, economica dei territori montani? Nasce da un confronto ampio con paesi, comunità, geografie, Amministrazioni locali? Agisce finalmente su perequazione fiscale, riduce disuguaglianze, consegna al dibattito pubblico il grande tema delle sperequazioni e delle geografie? Interviene, un nuovo articolato, senza demagogia e ideologia, sull’organizzazione istituzionale dei Comuni montani, sempre più deboli e fragili, dove “si muore di più e si nasce di meno”, facendoli lavorare insieme come nella grande tradizione – imitata in Europa – dei Consigli di Valle e delle Comunità montane?

Tante domande. Tante questioni Politiche, alle quali dobbiamo, possiamo dare risposta.

Chi ha certezze [e sono troppi, ahinoi] non dialoga. Uncem parte dalle domande e nella composita situazione politico-istituzionale del Paese prova a dare qualche risposta, verso (si farà?) una nuova legge nazionale sulla montagna.

Il documento che segue riprende quello che Uncem ha trasmesso al Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie (e al Dipartimento omonimo) a fine gennaio 2024, a commento del testo del disegno di legge elaborato proprio dal Governo nelle setimane precedenti. È molto lungo e articolato. C’è chi ci ha riso su. “Ma come, sono questi i vostri emendamenti? Uncem scrive tutta sta roba per dire che cosa?”. Già. Perché sarebbe bello e semplice dire cosa piace e cosa no in poche righe, semplificando, e poi buttare tutto nell’agone, nella contrapposizione del beneficio per alcuni e dell’interesse parziale. 

Uncem, a chi dice che il lavoro che hai davanti è “troppo”, inadeguato, inopportuno, risponde con un sorriso. Perché forse – a proposito di dialogo – chi dice così ha troppe certezze, forse qualche ideologica posizione da difendere, voglia di non ragionare. Noi proviamo invece a esercitare dubbio e analisi a partire dal ddl montagna del Governo. E non solo. Precisando appunto che in Parlamento vi sono depositati molti altri articolati di altre forze politiche, con molte analogie e molte differenze. Sottolineando che abbiamo fatto negli ultimi mesi un sondaggio pubblico, per capire cosa si pensa fuori dal palazzo sia necessario da mettere nel 2024 in una legge sulla montagna, in un Paese che dovrebbe intanto agire sull’adeguatezza dei livelli istituzionali, su cosa fanno e come, prima di definire nuove norme o aumentare spesa pubblica, anche per investimeni e sgravi. È un tema che affrontiamo da tempo e che vede finora troppa disattenzione. Uncem si augura che si possa agire serenamente ed efficacemente.

 

Il documento integrale

InTerris| Il generale Cadorna e Padre Pio.

Gualtiero Sabatini

[…]  Ad oltre cinquant’anni dal termine della sua vita terrena, P. Pio è vivo nella mente e nel cuore di milioni di persone, forse più di quanto era in vita; un fenomeno umanamente inspiegabile. Ciò è dimostrato ogni giorno, dai continui pellegrinaggi di fedeli che si recano al santuario di San Giovanni Rotondo sul Gargano, in quel convento dove il frate visse dal 1918 al 1968, per andare a pregare e a chiedere una grazia davanti la sua tomba.

[…] il generale Luigi Cadorna (1850-1928), Capo di Stato Maggiore dell’esercito, dopo la grave sconfitta di Caporetto del 1917 nella quale diecimila soldati persero la vita in battaglia […] ritenuto responsabile di quanto avvenuto a Caporetto, un comune della Slovenia, viene destituito dal suo incarico. Al suo posto è nominato il generale Armando Diaz (1861-1928) e la sera dell’8 novembre del 1917 avviene come di consuetudine lo scambio di consegne tra i due generali. Luigi Cadorna, successivamente si ritira nel suo studio dando ordine di non essere disturbato per nessun motivo, stava pensando seriamente di suicidarsi, ormai era tutto pronto: la pistola era carica, il generale l’afferra, l’avvicina alla tempia, la mano è sul grilletto, quando all’improvviso il militare vede entrare nel suo studio un frate che gli va incontro, lo abbraccia, lo consola, lo convince a desistere da quel gesto insano e se ne va. Dei soldati di guardia nessuno aveva visto passare quel frate…

Qualche anno più tardi, nel 1920, Luigi Cadorna sul giornale riconosce la foto di P. Pio ed esclama: “Ma questo è il frate che mi ha salvato la vita!”. Ma, come poteva essere vero se P. Pio in quei giorni, si trovava in una caserma di Napoli, come soldato?

Qualche tempo dopo il generale Cadorna, volle recarsi in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo per conoscere di persona il frate cappuccino. Quando tra la folla P. Pio, gli passò davanti, si voltò nella sua direzione, gli sorrise e gli sussurrò: “Generale, l’abbiamo passata brutta quella notte!”. Concludiamo con un pensiero dello scrittore e giornalista inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936): “Chi crede ai miracoli, lo fa perché ha delle prove a loro favore. Chi li nega lo fa perché ha una teoria contraria ad essi”.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.interris.it/rubriche/opinione/padre-pio-santo-presente-cuore-gente/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=giornaliera

Forma di governo, no ad una concentrazione eccessiva di potere.

Sul premierato la lezione di un maestro. Siamo lieti di ripubblicare questo articolo scritto per l’edizione de “Il Popolo” del 20 gennaio 1996. Titolo: Perché il cancelliere.

Per capire laicamente, e cioè senza paraocchi dogmatici, la discussione sulle riforme costituzionali in corso nell’Ulivo e nel confronto con il Polo (che non ha ancora chiarito una precisa posizione, quantomeno di partenza) occorre fare alcune distinzioni spesso dimenticate nella polemica di questi giorni.

In primo luogo (e stando alla lettera dei testi costituzionali) nessuna delle forme di governo ricomprese dalla dottrina nella forma di stato democratico può essere qualificata di per sé una dittatura o un potere “autoritario”. Ciò vale per il presidenzialismo statunitense, per il semipresidenzialismo francese, per il neo parlamentarismo (inglese, tedesco, spagnolo), per il parlamentarismo assoluto (assem-blearismo partitocratico). Si tranquillizzi dunque l’on. Veltroni: non abbiamo mai confuso l’esperienza della quinta repubblica, dopo la fine della guerra di Algeria, con quella di un potere dittatoriale.

Il problema riguarda i pericoli che una forma di governo, per i suoi criteri ordinativi e per il contesto italiano di questa fine secolo, potrebbe, con forti probabilità, provocare. Ad esempio la soluzione israeliana, che sta fuori dalle quattro forme classiche prima indicate, è la più esposta alla prospettiva di una iperconcentrazione di potere, appena tollerabile nel governo dei comuni italiani sopra i 15.000 abitanti: un premier eletto direttamente dal popolo insieme ad un parlamento che può sfiduciarlo solo a condizione di essere automaticamente sciolto.

Anche l’inamovibilità del presidente francese può provocare qualche deriva o tentazione di tipo monarchico: per limitarci alla dimensione meno compromettente, l’urbanistica di Parigi è stata guidata da Mitterand con effetti non troppo diversi da quelli memorabili realizzati a suo tempo da Sisto V per Roma. Ma la questione più delicata riguarda il contesto: quello italiano, con le note distorsioni oligopolistiche nel sistema radiotelevisivo ed in quello della grande finanza e della grande industria, con un numero di soggetti a questo livello assai ridotto rispetto a quello francese (e con una stampa in proprietà dei gruppi maggiori) accentuerebbe o no le virtualità monocratiche del semipresidenzialismo ?

Questi sono i termini veri della dialettica seria che si è sviluppata entro l’Ulivo; la nostra non è una semplice preferenza per il cancellierato o governo del primo ministro ma è una scelta per una forma di governo in cui la “leadership” sia rappresentativa di un partito o di una coalizione vincente; mentre rifiutiamo fughe in avanti che portano ad un leader messo in grado di “conformarsi” e “crearsi” una maggioranza a sua immagine e somiglianza. In questa ipotesi si rischia una concentrazione eccessiva di potere nel vertice dell’esecutivo quando la conformazione riesce (pensiamo allo scioglimento dell’Assemblea nazionale nel 1981 per decisione di Mitterand), mentre si incorre nel pericolo opposto (lunghi periodi di stallo tra esecutivo e legislativi) se si toglie al Presidente francese il potere di scioglimento libero dell’Assemblea, come suggerisce Sartori. 

E per questi motivi che non siamo favorevoli alla subordinata del semipresidenzialismo, tenuta in riserva dell’Ulivo: le subordinate non fanno cadere la principale solo se sono “interne” a questa, se riguardano scelte ed opzioni in qualche misura ricomprese nella scelta di fondo (ad esempio poteri maggiori o minori del governo in Parlamento); ma non è così quando la subordinata risulta sostanzialmente alternativa alla scelta preferenziale. Del resto proprio Martinazzoli ci invitava ad essere coerenti su questo punto, senza cedere alle sirene nuoviste dell’improvvisazione. 

Ciò non significa però che i popolari siano immobilisti e privi di fantasia istituzionale. Alla riunione dell’Ulivo gli esponenti del Ppi si sono recati con un trittico di riforme, tali da qualificare in senso originale il trapianto del cancellierato nell’ordinamento italiano. Nell’insieme delle proposte segnaliamo le più significative:

  1. a) si richiede durata minima di operatività per il governo (due anni) per corrispondere ad una esigenza di stabilità nella nostra vicenda politica contrassegnata da troppecrisi. La durata non garantisce in assoluto l’efficienza, ma ne è di regola una precondizione. Non sarà facile produrre una parziale stabilizzazione di tipo svizzero, ma la proposta, sia pure in via transitoria, andrebbe seriamente considerata (in pratica la mozione di sfiducia costruttiva non potrebbe essere presentata se non dopo due anni la elezione del Premier successivamente alle consultazioni elettorali politiche).

b) si domanda un ruolo forte per il governo nei procedimenti legislativi perché l’Esecutivo possa assumersi la piena responsabilità per l’attuazione del programma presentato agli elettori dalla coalizione vincente; inoltre il governo può impedire, e non solo a tutela degli equilibri tutelati dall’art. 81 Cost., deliberazioni parlamentari di maggiori spese o di minori entrate.

c) Si impone infine un drastico ridimensionamento della patologia dei decreti-legge, ammessi soltanto in materie costituzionalmente delimitate, con i requisiti di necessità e urgenza riconosciuti da una amplissima maggioranza parlamentare.

Perugia, il centro di Monni regola la partita per il comune.

Il sondaggio, commissionato dal giornale Umbria Journal in collaborazione con l’agenzia TGC Eventi, è stato condotto dall’Istituto demoscopico LAB21.01 sotto la direzione del Professor Baldassarri. Il campione è stato vagliato nei giorni 20-23 maggio. Di seguito il comunicato stampa diffuso ieri e in allegato, a fondo pagina, i risultati completi.

A poche ore dal buio dei sondaggi elettorali presentiamo in esclusiva l’ultima rilevazione in vista delle prossime elezioni comunali di Perugia.

L’istituto demoscopico LAB21.01 ha effettuato in questi giorni l’ultima rilevazione per testare la propensione al voto dei cittadini di Perugia.

Nell’indagine demoscopica realizzata dal Professor Baldassari, direttore generale di LAB21.01, la prima parte della ricerca è dedicata ad analizzare le principali criticità del comune di Perugia. In prima posizione il tema della sicurezza (39,6%), seguita dal degrado urbano (32,6%) e dall’inquinamento (30,8%).

La parte centrale della ricerca però, come prevedibile, è dedicata alle prossime elezioni comunali.

Il primo dato analizzato è quello dell’affluenza che a meno di 20 giorni dal voto tocca quota 67% in linea con le precedenti elezioni comunali del 2019. Emerge però un dato significativo: il 30% di coloro che dichiarano che andranno a votare il prossimo 8 e 9 giugno è ancora indeciso e si riserva di scegliere il suo candidato sindaco negli ultimi giorni dopo essersi confrontato con parenti, famigliare e amici. “Questa tendenza viene registrata anche a livello nazionale – spiega il Professor Baldassari – e dimostra come siano determinanti gli ultimi giorni di campagna elettorale”.

Il sondaggio pre-elettorale si concentra poi sulla propensione al voto che, spiega il Professor Baldassari “appare quanto mai incerta, le due candidate Margherita Scoccia e Vittoria Ferdinandi sono distanziate di 1 punto percentuale con un lieve vantaggio a favore della candidata del Centro Destra. Come direbbero gli Americani, un risultato too close to call che fa diventare determinante il ruolo degli altri candidati sindaco”. Infatti dall’indagine demoscopica appare evidente come da un lato sia marginale il ruolo di Leonardo Caponi e Davide Baiocco mentre dall’altro sembra determinante quello di Massimo Monni (Lista Perugia Merita) che, raccogliendo preferenze tra il 5% e il 7% sembra avere sempre più il ruolo di vero ago della bilancia a cui dipende l’esito della tornata elettorale.

 

I risultati del sondaggio

Il Rapporto Eurispes, una bussola per tempi nuovi e straordinari.

L’annuale Rapporto Italia dell’Eurispes, giunto alla sua 36ª edizione, oltre a fotografare e spesso a offrire in anticipo delle chiavi di lettura sulle tendenze in atto nel Paese da molteplici punti di vista, si sta rivelando in questi anni di rapidissimo cambiamento, come un interessante strumento di orientamento per definire e affrontare sfide inedite. Il Rapporto 2024, presentato ieri a Roma, ruota attorno alla priorità di contribuire ad accendere un fuoco di interesse, come ha affermato Marco Ricceri, segretario generale dell’Eurispes, attorno ai cambiamenti epocali in corso al fine di aiutare l’Italia a svolgere un ruolo adeguato nel mutato contesto generale. Citando uno dei padri  dell’Europa, Konrad Adenauer, “viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo il medesimo orizzonte”, il prof. Ricceri ha evidenziato l’importanza di recuperare un orizzonte comune all’interno della società e nelle relazioni internazionali.

Un obiettivo, quello di inscrivere le strategia di ripresa del Paese all’interno  delle sfide globali, che fa da filo conduttore alle analisi tematiche di cui è costituito il corposo Rapporto e che Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes, ha declinato oltre le nubi dell’incertezza e dell’instabilità che si addensano su questo periodo storico.

Serve un cambio di mentalità per esprimere un’idea di futuro adeguata al carattere straordinario di questo tempo. L’Italia, secondo l’Eurispes, si trova ad un bivio, quello della scelta fra adattamento e trasformazione.

L’Eurispes ci invita a considerare che siamo in una condizione simile,  più di quanto comunemente si creda, a quella che l’Italia già sperimentò nel secondo dopoguerra. Anche allora infatti i tempi richiesero non interventi di rattoppo dell’esistente ma una rigenerazione sistemica adeguata ai mutamenti degli equilibri internazionali che erano intercorsi. Promuovere una trasformazione sistemica dell’Italia significa adesso ancorarla a precisi valori di equità sociale diffusa, orientando ad essi anche le trasformazioni realizzate attraverso le nuove tecnologie. Il bivio per l’Italia, e per l’Europa , è, dunque, quello fra patto per la conservazione o patto per il futuro. La capacità di rispondere in modo adeguato alle nuove sfide non può allora che collocarsi  nell’iniziativa delle Nazioni Unite del Patto per il Futuro. Il Vertice del Futuro, rappresenta infatti, come ha ricordato  agli Stati Membri il segretario generale dell’Onu, Guterres, un’opportunità unica per contribuire “ad adeguare le Istituzioni e i quadri multilaterali obsoleti al mondo di oggi”. Ed è anche “un mezzo essenziale per ridurre i rischi e creare un mondo più sicuro e pacifico […] ma siamo chiari: il tempo non è dalla nostra parte”.

Il mondo attuale mostra di esser irreversibilmente interconnesso. E molti dei fenomeni che caratterizzano la società italiana sono influenzati da processi globali. Il Paese, osserva l’Eurispes, deve confrontarsi con una complessità multidimensionale generata dalla maturazione della globalizzazione moderna, che scatena tre forze con ricadute enormi che investono sia i gruppi dirigenti che i comuni cittadini: l’ampliamento, la varietà e la mutazione. La dimensione dell’ampliamento riguarda il numero dei soggetti (gruppi, stati, organizzazioni regionali…) che stanno divenendo rilevanti sulla scena internazionale in maniera non dissimile all’ampliamento dei soggetti sociali e politici che entrarono nella vita pubblica delle nazioni europee all’inizio del secolo scorso (di cui la storia del popolarismo di ispirazione cristiana è una delle espressioni).

La seconda dimensione della complessità riguarda la varietà delle problematiche che l’interazione fra i soggetti, vecchi e nuovi, del sistema genera. Un esempio è dato dall’impatto dei conflitti in corso anche in regioni lontane da quelle guerre. Infine la dimensione della complessità costituita dalla mutazione, che integra le due precedenti, comporta il cambiamento di natura di alcune problematiche. Un esempio è dato dalla possibilità, con l’intelligenza artificiale, di un uso non corretto della scienza e della tecnica.

Di fronte a queste sfide la proposta dell’Eurispes è quella di contribuire a innescare una riflessione, a livello di esperti e di popolo, trasversale e multidisciplinare, per costruire un Patto per il Futuro che veda protagonista del necessario percorso di trasformazione, la società nella sua interezza, cercando di ridurre in tal modo la perdurante disaffezione dei cittadini nei confronti della politica.

Rafah, la Corte Internazionale chiede il cessate il fuoco.

Israele deve fermare “immediatamente” le operazioni militari in corso contro Rafah: la Corte di Giustizia Internazionale ha compiuto un ulteriore passo legale emettendo oggi [ieri per chi legge, ndr] una sentenza legalmente vincolante ma che non ha gli strumenti per far rispettare.

Nella sentenza – adottata con tredici voti favorevoli e tre contrari – La Corte si è detta “non convinta” che lo sgombero di Rafah e le altre misure annunciate da Israele siano sufficienti per alleviare le sofferenze della popolazione civile.

La Corte ha inoltre ordinato a Israele di permettere l’accesso nella Striscia di Gaza agli inquirenti che dovranno indagare sulle accuse di genocidio, e di aprire il valico di Rafah per l’ingresso degli aiuti in vista di una situazione umanitaria definita “disastrosa”.

E tuttavia la sentenza – accolta con favore dal Sudafrica, il Paese che ha sollecitato il parere della Corte, dai Paesi arabi, dall’Anp e in parte anche da Hamas – contiene una certa ambiguità che dà luogo a due possibili interpretazioni.

Di fatto il tribunale ordina allo Stato ebraico di “fermare immediatamente la propria offensiva militare od ogni altra azione che possa infliggere alla popolazione condizioni di vita che possano portare alla distruzione fisica, totale o parziale”: l’interpretazione dei Paesi arabi è che si tratta di una cessazione di ogni attività.

Ma i giudici dissenzienti notano come in base alla formulazione delle operazioni limitate che non mettano a rischio la popolazione civile in modo grave siano consentite: in altre parole, finché Israele rimane entro i limiti della Convenzione sul Genocidio può continuare a combattere.

Non a caso, questa è l’interpretazione sposata dal Ministero degli Esteri israeliano, che cita testualmente la sentenza affermando che lo Stato ebraico “non ha condotto né condurrà operazioni militari nella zona di Rafah che creino le condizioni per la distruzione parziale o totale della popolazione palestinese” e che “dopo il terribile attacco terroristico del 7 ottobre Israele si è imbarcato in una guerra difensiva giusta per eliminare l’organizzazione terroristica di Hamas e per liberare i nostri ostaggi: lo ha fatto in accordo con il diritto di difendere il proprio territorio e i propri cittadini, nel rispetto dei propri valori morali e del diritto internazionale”. Insomma, lo Stato ebraico non ha alcuna intenzione di fermarsi e verosimilmente il premier Benjamin Netanyahu – che ha riunito il governo per consultazioni ribadirà il concetto dopo che il suo ministro Benny Gantz – al termine di un colloquio telefonico con il Segretario di Stato americano Antony Blinken – ha già avvertito che Israele ha il dovere di “continuare a combattere”.

La sentenza tuttavia potrebbe dare maggior peso alle insistenze della Casa Bianca perché le operazioni a Rafah assumano un carattere strettamente limitato, in un momento in cui Washington cerca di far rivivere i negoziati per un cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi; resta però da vedere se questo secondo rovescio giuridico – “antisemita”, nelle parole del ministro per la Sicurezza israeliano, l’esponente del’ultradestra Itamar ben Gvir – non finirà per indurire le posizioni di Netanyahu, sempre più prigioniero del sostegno della destra nazionalista e religiosa.

La Voce del Popolo | Elezioni europee: affiora il provincialismo.

C’è qualcosa di sconfortante in questa campagna per le elezioni europee. È l’affiorare di un provincialismo che tende a interpretare ogni cosa nella chiave più strettamente nazionale e concede poco o niente all’orizzonte globale che pure ci sta entrando così drammaticamente in casa. 

Si parla molto di Italia e poco, pochissimo di Europa, come è da sempre nelle nostre cattive abitudini. Ma soprattutto ci si sofferma, fin troppo, sul confine tra l’Unione e gli stati nazionali.Trascurando quasi del tutto il confine, ben più strategico, tra Bruxelles e il resto del mondo, laddove soffiano venti di tempesta che possono cambiare lo scenario in modo epocale. Come se il demone del provincialismo fosse ormai esportato su scala globale e tutte le chiacchiere sulla globalizzazione fossero, per l’appunto, solo chiacchiere. 

Ora, le prediche sono sempre stucchevoli, e chi sta a bordo campo, per giunta con un po’ di anni sulle spalle, dovrebbe avere sempre il buon gusto di astenersene. Ma si fa fatica a non vedere come tutti noi ci stiamo chiudendo in una nicchia sempre più piccola, mentre nel mondo, correndo a perdifiato, si vanno ridisegnando equilibri e attrezzando prove di forza che cambieranno radicalmente il nostro destino. 

L’illusione di tenerci al riparo da tutto questo, per proseguire indisturbata la coltivazione del nostro orticello, rischia di farci pagare prezzi assai onerosi. Nessun uomo è un’isola, declama il poeta. E non lo è neppure un paese, dovrebbero dire a loro volta gli uomini e le donne di Stato.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 23 maggio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Giovanni Goria, 30 anni dopo.

C’era il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a ricordare Giovanni Goria a 30 anni dalla scomparsa nella “sua” Asti. Nel prestigioso Teatro Alfieri nel centro della città, c’era tutta la Asti che conta. Dal Vescovo al Sindaco, dal Presidente della Regione ai parlamentari del territorio, dal Ministro a tutti i sindaci della “provincia contadina” oltre a centinaia di astigiani assiepati nello storico Teatro. E, su tutti, i famigliari e i dirigenti della Fondazione Goria, nata 20 anni fa e guidata – come Direttore – dall’infaticabile Carlo Cerrato, già caporedattore della Tgr Rai Piemonte e dirigente politico della Democrazia Cristiana.

Ma, al di là dei partecipanti e dei numerosi e qualificati interventi che hanno ripercorso il cammino umano, politico ed istituzionale del Premier più giovane d’Italia prima di Renzi, quello che merita di essere evidenziato – rileggendo il curriculum di Goria – é il profilo che ha accompagnato lo statista piemontese per tutta la sua vita, che purtroppo si é interrotta prematuramente a soli 51 anni. E cioé, quando si cita Goria si parla di un tecnico che ha scoperto la politica e l’impegno pubblico partendo dalla sua professione come ricercatore presso la Camera di Commercio di Asti.

Lo potremmo definire quasi un politico anomalo all’interno della Dc anche se é approdato giovanissimo a Montecitorio all’età di 33 anni alle elezioni politiche del 1976. Non é mai stato un capo corrente né un notabile all’interno del partito. Eppure, sia per i prestigiosi incarichi istituzionali ricoperti e sia, soprattutto, per il vasto consenso popolare di cui godeva – quasi 650 mila preferenze alle europee del 1989 – Goria era un uomo di partito. Faceva parte della corrente di Base – quella di Marcora, De Mita e Misasi solo per citare i leader principali – ed era unanimemente riconosciuto come il tecnico che faceva politica. Cioé un leader che partiva sempre dall’analisi concreta della società per arrivare, però, ad individuare delle soluzioni altrettanto concrete e pragmatiche. Dicevo un politico anomalo perché, a differenza dei grandi leader democristiani – anche di quelli della sua corrente della Base – non si dilungava in lunghe ed articolate analisi politiche e culturali ma era dedito a ricercare con maggior elasticità e rapidità la ricetta da mettere in campo per sciogliere i principali nodi sul tappeto.

Certo, possiamo dire tranquillamente che Giovanni Goria é stato un vero uomo di governo. E, non a caso, la cultura di governo é stata la cifra per eccellenza che l’ha sempre caratterizzato e contraddistinto. E la suggestiva ed interessante iniziativa di Asti lo ha, ancora una volta, confermato.

Una sola nota finale. La rilettura, seppur breve anche se autorevole, del suo magistero politico, civile e di governo che si é fatta a 30 anni dalla sua scomparsa ad Asti, ci trasmette un impegno e una responsabilità a cui noi cattolici democratici, popolari e sociali non possiamo ritrarci. E cioé, tocca anche e soprattutto a noi rileggere e ricostruire il pensiero dei grandi democratici e cristiani.

E Giovanni Goria rientra a pieno titolo in questo filone. Cioé, nella miglior tradizione di un partito che, comunque sia, ha saputo dare un contributo fondamentale e decisivo per la crescita economica, lo sviluppo civile e il consolidamento democratico del nostro paese.

In Europa la Meloni non trova udienza, solo Von der Leyen l’accarezza.

L’elemento chiave che è emerso dal dibattito svoltosi oggi (ieri per chi legge, ndr) a Bruxelles e trasmesso in Eurovisione tra i “candidati guida” (“Spitzenkandidaten”), in vista delle elezioni di giugno per la nuova legislatura europea, è la profonda differenza riguardo alle possibili future alleanze tra i gruppi politici.

Da una parte, l’attuale presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, si è detta pronta a un accordo con Giorgia Meloni, e quindi con gli europarlamentari espressi da Fratelli d’Italia, anche se non necessariamente con tutti gli esponenti del gruppo dei Conservatori (Ecr), a cui appartengono.

Dall’altra, tutti e quattro gli altri candidati guida, e con particolare forza quello dei Socialisti, Nicolas Schmit (attuale commissario Ue agli Affari sociali), ma anche quello del gruppo liberale Renew, l’italiano Sandro Gozi, hanno escluso qualsiasi collaborazione con la destra, inclusi il gruppo Ecr e la stessa Giorgia Meloni.

Von der Leyen ha riconosciuto in modo molto netto a Meloni la sua rispondenza ai tre principi discriminanti, in base ai quali chiederà il sostegno agli europarlamentari, se sarà designata dal Consiglio europeo come candidata alla presidenza della prossima Commissione: “Ho lavorato molto bene con Giorgia Meloni nel Consiglio europeo, come con tutti i capi di Stato e di governo. È il mio compito, come presidente della Commissione. Vedremo chi è pro europeo, e lei è chiaramente pro europea; chi è contro Putin, e lei è stata molto chiara su questo; e pro Stato di diritto. Se questo tiene, allora offriremo di lavorare insieme”.

All’intervistatrice che chiedeva se questo voglia dire che sia pronta a lavorare con tutto il gruppo Ecr, von der Leyen ha risposto: “Non è quello che ho detto, voglio essere molto chiara: non è quello che ho detto. Sto parlando di parlamentari europei, poi vedremo come si raggruppano e come lavoreremo con i gruppi. Vedremo quali sono pro Europa, pro Ucraina e contro Putin, e pro stato di diritto”.

Questo distinguo della presidente della Commissione sembra far riferimento, in particolare, alla possibilità che il partito del premier ungherese Viktor Orbán, Fidesz, entri nell’Ecr, secondo le intenzioni annunciate dallo stesso Orbán. E lo stesso vale per il partito di estrema destra francese “Reconquête!” di Eric Zemmour.

Tra i partiti giudicati non rispondenti ai criteri per le alleanze dopo le elezioni, Von der Leyen ha menzionato espressamente due importanti formazioni di estrema destra il francese, il “Rassemblement National” di Marine Le Pen, e il partito tedesco “Alternative für Deutschland” (Afd), nonché la “Konfederacja” polacca. “Se guardo a questi partiti, possono avere nomi e principi diversi, ma hanno una cosa in comune: sono amici di Putin e vogliono distruggere la nostra Europa. E noi non lasceremo che questo succeda”, ha sottolineato la presidente della Commissione.

Sandro Gozi, italiano che si presenta in Francia per “Renew”, la formazione del presidente Emmanuel Macron, ha affermato: “Io combatto Salvini, Meloni, Le Pen e Zemmour. No ad alleanze con l’Ecr e con Id”, ovvero Identità e Democrazia, il gruppo europeo a cui appartengono la Lega, il Rn di Le Pen e anche, fino a poche ore fa, l’Afd tedesca, espulsa oggi a causa delle dichiarazioni del suo capolista alle europee, Maximilian Krah, sulle SS naziste.

Proprio il gruppo Renew, tuttavia, ha un problema interno con le alleanze, visto che i liberali olandesi del Vvd, il partito dell’ex premier Mark Rutte, hanno concluso un accordo con il “Partito per la Libertà” di Geert Wilders, di estrema destra, per dare un governo ai Paesi Bassi a sei mesi dalle elezioni del 22 novembre. “È un errore maggiore, e starà al gruppo parlamentare di Renew a decidere se il Vvd potrà restarne parte”, ha osservato Gozi.

La “Spitzenkandidatin” dei Verdi, la tedesca Terry Reintke, da parte sua, ha sottolineato che “se vince la destra e il Ppe l’appoggia, l’intero Green Deal sarà rovesciato. Sarà un disastro per il clima, per la natura, per le generazioni future, per la stessa economia”.

Il più duro di tutti contro le alleanze a destra è stato comunque Schmit, in particolare riguardo alle aperture di von der Leyen verso Meloni, di cui ha ricordato il discorso alla conferenza delle destre europee organizzato recentemente a Madrid dal partito spagnolo Vox.

“Credo – ha detto candidato guida dei Socialisti europei – che l’Europa si fondi sulla democrazia, senza democrazia non c’è una vera Unione europea: e questa è la ragione per cui abbiamo bisogno di essere chiari sulla questione. Chiedo alla signora von der Leyen, per favore, di portare chiarezza. Ha parlato di tre linee rosse: la prima riguardava l’Europa, l’essere pro-Europa: che cosa significa pro-Europa per lei? Perché ho sentito Meloni, alla conferenza di Madrid, pronunciare il suo discorso e non posso immaginare che la sua idea di Europa sia la stessa che ha lei” ha detto Schmit rivolto a von der Leyen. “Abbiamo bisogno di chiarezza”.

Parlando alla stampa dopo il dibattito tra gli “Spitzenkanididaten”, Schmit ha rincarato la dose, escludendo in modo nettissimio la possibilità che possa esservi un’alleanza con il gruppo dei Conservatori europei Ecr, e in particolare con Giorgia Meloni, per “assicurare la governance dell’Europa” nella prossima legislatura.

“Non la faremo – ha detto lo “Spitzenkanididat” socialista – con coloro che mettono in questione i veri valori dell’Europa, ciò che è stato conseguito, i fondamenti dell’integrazione europea”.

“Io – ha sottolineato – non faccio differenze tra Vox”, il partito di estrema destra spagnolo “e Giorgia Meloni. Perché noto che ogni volta che Vox organizza una conferenza, Meloni è invitata. Dov’è la differenza? Ciò che Meloni dice può essere leggermente diverso da quello che dice nel Consiglio europeo, ma il fatto è che quello che dice là”, quando parla alle conferenze di Vox, “è probabilmente ciò che lei davvero crede”. “E per questo non c’è modo di aver nessun tipo di accordo, di alleanza o altro con l’estrema destra. Su questo noi siamo duri, chiari: non possiamo fare concessioni all’estrema destra. I valori prima del potere: questo è il nostro motto, questa è la meta verso cui dobbiamo andare”, ha concluso Schmit.

Una nota, infine, riguardo a uno dei punti più importanti in discussione, dove pure è emersa una differenza rilevante tra le posizioni di von der Leyen e quelle degli altri candidati guida, in particolare Gozi e Schmit: sulle possibili nuove modalità di finanziamento per l’industria della difesa europea. Laddove Gozi, in particolare, prospettava (rifacendosi a proposte recenti di Macron e della premier estone Kaja Kallas) un nuovo fondo da 100 miliardi di euro finanziato dall’emissione di eurobond, la presidente uscente della Commissione, pur riconoscendo la necessità di costruire uno “scudo di difesa antiaerea per tutta l’Ue” si è limitata a proporre l’introduzione di nuove “risorse proprie” del bilancio comunitario, o un aumento delle contribuzioni nazionali. Meglio non toccare un nervo scoperto dei tedeschi e degli altri Paesi “frugali”, quello dell’emissione di nuovo debito europeo.

La dirigentocrazia del ministro Zangrillo

Il Ministro Paolo Zangrillo ha recentemente esaltato il valore del merito come criterio dirimente delle assunzioni nella P.A. Tanto per cambiare un sostantivo che da qualche tempo va per la maggiore, un termine molto spesso usato per esprimere quel ‘valore aggiunto’ che dovrebbe caratterizzare studi e carriere, tanto che il Ministero dell’Istruzione ora è anche del “Merito”, un richiamo al senso del dovere, all’impegno e ai risultati dopo essere stato per decenni ispirato al soddisfacimento del diritto allo studio e dell’uguaglianza delle opportunità educative. Un tema peraltro archiviato troppo in fretta come se ingiustizie e discriminazioni fossero solo un inutile retaggio del passato.

C’è ancora molta strada da fare per consentire a tutti di entrare in quel famoso ascensore sociale che dovrebbe permettere ai capaci e meritevoli di salire ai piani superiori e realizzare aspirazioni in cui le gratificazioni personali coincidono con un interesse collettivo, quella che De Rita chiama autopropulsione sociale che altro non è che il raggiungimento del bene comune.

Ma il Ministro della Pubblica Amministrazione nello specifico si richiama alla valutazione di promozioni e carriere dei dipendenti pubblici: non basta più solo il concorso – afferma – ora serve anche un parere, una valutazione, un giudizio da parte del superiore dirigente.

A parte eventuali intrallazzi il concorso è sempre stato sinonimo di procedura adatta a scegliere i migliori. È proprio da quando lo si vuole accantonare che succedono torbidi, ingiustizie e garbugli. Un tempo le commissioni giudicanti dei pubblici concorsi erano composte da persone qualificate, in grado di discernere qualità e meriti dei candidati. Superare un concorso presupponeva nell’ordine di aver seriamente studiato, di essere preparati e di dimostrare attitudini, competenze e carisma.

C’erano una o più prove scritte, c’era un orale, c’erano titoli certificati da valutare, pubblicazioni da presentare per vagliare i candidati sotto diversi profili comparativi. Sull’onda sciagurata del riduzionismo culturale e della semplificazione delle procedure – lo stesso vento maligno che ha investito gli esami di maturità – le prove scritte sono state svalutate anche se erano un banco di prova per soppesare conoscenze e competenze grammaticali, sintattiche, semantiche, espositive: una porta aperta per chi sapeva esprimere solida preparazione e creatività, per chi riusciva a distinguersi per originalità e capacità espositiva. 

La subentrante e pervasiva metodologia dei test e dei quiz ha introdotto una concezione riduttiva della cultura, senza contare che spesso vengono proposte domande irrilevanti, tendenziose, limitative ove non del tutto fuori luogo o esse stesse errate nel merito e nella presentazione. Ora che li si vuole introdurre per capacitarsi del raziocinio e dell’equilibrio psico-attitudinale dei candidati magistrati, si raggiunge il massimo della presunzione e del parossismo: come se la complessità della funzione inquirente o giudicante potesse essere misurata dalle risposte a domande magari sciocche e tendenziose. Il ruolo è delicato ma se il principio della valutazione psicologica preliminare dovesse ‘passare’ ecco che allora dovrebbe essere applicato a medici, infermieri, docenti di ogni ordine e grado ma probabilmente a tutti i contesti di lavoro dove si esplicita una pubblica funzione. Forse resterebbe fuori da questo setaccio solo la politica, dove a decidere sono i capi partito e sovente vengono candidati personaggi con precedenti non proprio edificanti sotto il profilo etico, esperienziale, delle competenze e persino della stessa fedina penale.

Ma introdurre il principio della “valutazione dirimente” (dentro o fuori) da parte della dirigenza sarebbe una scelta che solleverebbe più di una obiezione: la ragion d’essere delle prove concorsuali consiste proprio nella possibilità di “concorrere”, senza noticine di accompagnamento quali sarebbero i giudizi del superiore gerarchico. Un ritorno ad una concezione privatistica, discrezionale, feudale già ampiamente collaudata con lo spoil system che produrrebbe un effetto moltiplicatore di vulnus in quanto a sospetti, preferenze, simpatie, antipatie, appartenenze a enclave amicali o ideologiche, preclusioni preconcette, discriminazioni. Come se il singolo dirigente monocratico potesse sostituirsi con un giudizio del tutto personale e soggettivo alla collegialità di una commissione.

Perciò, caro Ministro Zangrillo, non lo faccia. Non passi questo Rubicone – dove il controllo pubblico viene ancora grazie a Dio esercitato – per passare nel limbo della pura discrezionalità senza verifiche di soggetti terzi. Sarebbe anche una responsabilità enorme il pronunciarsi e lo scegliere per il dirigente stesso, suscettibile di contenzioni e malumori. Sarebbe un errore gravissimo procedere in questa direzione, senza alcuna garanzia di oggettività nella valutazione, la negazione del concetto stesso di merito che diventerebbe aleatorio e insindacabile.

Capisco che un politico voglia lasciare un segno del proprio passaggio ma le ricordo quanto accaduto con la sua Direttiva del 29/12/2023 tendente a recuperare la disparità di trattamento tra lavoratori fragili privati e lavoratori fragili pubblici in materia di fruizione dello smart working. Un gesto generoso e onesto, il Suo, che si è arenato di fronte alle obiezioni della Ragioneria dello Stato: per la scuola è stato così.

Perciò – se accetta un consiglio – sarebbe forse meglio concentrarsi a rendere più trasparenti, serie e selettive le prove concorsuali, selezionando ad esempio le commissioni giudicatrici per qualità ed esperienza acquisite dai componenti. Merito implica qualità e la qualità è nulla senza controllo.

 

Giovanni Goria, il giovane leader tra Craxi e De Mita.

Goria iniziò la sua carriera politica iscrivendosi alla Democrazia Cristiana nel 1960 e operando a livello di politica locale. Venne eletto alla Camera dei Deputati nel 1976.
Fu sottosegretario al Bilancio dal 28 giugno 1981 al 23 agosto 1982 nel I Governo Spadolini, sostituito da Emilio Rubbi in seguito alle sue dimissioni con Dpr del 3 giugno 1982. Dal 1982 ebbe cariche ministeriali in quasi tutti i governi:
* Ministro del Tesoro dal 1 dicembre 1982 al 4 agosto 1983 con il V Governo Fanfani;
* Ministro del Tesoro dal 4 agosto 1983 al 1 agosto 1986 con il I Governo Craxi;
* Ministro del Tesoro dal 1 agosto 1986 al 17 aprile 1987 con il II Governo Craxi;
* Ministro del Tesoro e Ministro del Bilancio e programmazione economica, ad interim, dal 17 aprile 1987 al 28 luglio 1987 con il VI Governo Fanfani.

Divenne celebre per il suo stile informale e la sua adattabilità alle trasmissioni televisive. In seguito alle elezioni del 1987, Goria divenne Primo Ministro, grazie alla protezione del presidente del suo partito Ciriaco de Mita, in tale governo era anche Ministro, senza portafoglio, per gli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno. Fu costretto a dare le dimissioni nel 1988 in seguito alla bocciatura in Parlamento del suo bilancio. Goria venne eletto al Parlamento Europeo nel 1989. Si dimise nel 1991 per diventare Ministro dell’Agricoltura e Foreste nel VII Governo Andreotti dal 12 aprile 1991 al 24 aprile 1992.
Nel successivo Governo, I Governo Amato, 28 giugno 1992-28 aprile 1993, divenne Ministro delle Finanze.
Diede le dimissioni nel 1993 durante le indagini di Mani Pulite che portò alla dissoluzione del suo partito. Lo stesso Goria venne implicato nelle indagini giuridiche. Il suo processo iniziò nel 1994. Venne accusato di un capo d’imputazione, ma il suo processo era ancora in iter quando morì per cause naturali ad Asti.

Giovanni Goria ha percorso, ricoprendo importanti incarichi di governo, tutta la parabola che ha portato alla fine della c.d. “prima repubblica” ed alla dissoluzione delle forze politiche di governo che ne erano state le interpreti.
A Goria va riconosciuto un ruolo da protagonista di questa travagliata e drammatica fase della storia del paese, nonostante la sua figura si collochi in modo piuttosto peculiare nel panorama della classe dirigente di quell’epoca ed in particolare in quella democristiana. Non si tratta, si badi bene, solo di un fatto generazionale, ma di una serie di tratti e di elementi caratteristici del personaggio che risaltano nel confronto con il personale politico suo contemporaneo. Giovanni Goria aveva salde radici nella cultura e nella tradizione democristiana.

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https://www.centrostudimalfatti.eu/giovanni-giuseppe-goria/

AgenSIR | Ultimo e i giovani, risponde il parroco della Garbatella.

Alessandro Di Medio

Domenica 19 maggio, mentre la Chiesa celebrava la Pentecoste, il giovane cantante Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, ha rilasciato un’intervista al “Corriere della Sera” circa la situazione a suo modo di vedere critica della “generazione z”, quella nata con uno schermo touch tra le mani, con il rischio di guerre e pandemie sullo sfondo del quotidiano e una rassegnata certezza circa le proprie possibilità economiche future – i ragazzi di oggi, insomma.
Non possiamo non condividere il punto di partenza del giovane cantante: “Essere giovani oggi è tremendo. Perché sei senza punti di riferimento.” E poi prosegue: “Non conosco nessun ragazzo della mia età che vada a votare, e nessuno che vada in chiesa”.

Queste considerazioni sono interessanti, perché un giovane famoso, che senz’altro esprime un modo di sentire certamente condiviso da molti suoi coetanei o più giovani, sta dicendo pubblicamente che la contestazione di valori e idee “forti”, tanto osannata in passato dagli ormai impenitenti settantenni benestanti e lamentosi, non presenta alcun aspetto positivo per chi questo mondo l’ha dovuto ereditare, e dovrebbe portarlo avanti.

Nel corso dell’intervista, tuttavia, l’interesse di un lettore desideroso di capire e immedesimarsi nel punto di vista di un ragazzo che, secondo i parametri del mondo, “ce l’ha fatta” non può che scemare, e lasciare il posto a una certa delusione.
Perché è giusto deprecare gli adolescenti che passano dodici ore al giorno a “scrollare” sui social, ma c’è da chiedersi come farebbe Ultimo a raccoglierne quasi quattro milioni come follower su Instagram se questa deprecabile abitudine venisse meno… e se personaggi vistosi come lui non la incentivassero ad arte.
Va bene che il ragazzo si limiti a frasi fatte e osservazioni superficiali sulla politica, perché in fondo la sua premessa esplicita era stata che nessuno della sua generazione ne sa nulla, ma la soluzione a tutta la malvagità dei politici del mondo qual è? “Bere un buon vino con i miei amici. Guardare Shameless, una serie americana, con la mia fidanzata Jacqueline. Le canzoni. Non è scappare dal mondo, è guardarlo con gli occhi dell’altrove”. Cioè scappare dal mondo, per l’appunto, perché “altrove” rispetto al reale significa vivere di costanti rimozioni e negazioni, evasioni.

 

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https://www.agensir.it/italia/2024/05/22/questi-giovani-doggi-risposta-ad-ultimo/

 

[Don Alessandro Di Medio è parroco di San Francesco Saverio alla Garbatella]

Elena Beccalli designata alla massima carica dell’Università Cattolica

È iniziata la procedura per la nomina del nuovo Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per il prossimo quadriennio 2024-2028, succedendo al professor Franco Anelli, giunto alla scadenza del suo terzo mandato.

Nella giornata di ieri si sono riuniti i 12 consigli di Facoltà dell’Ateneo.

Le procedure per la nomina del Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – ricorda un comunicato – sono regolate dallo Statuto (art. 19) e dal Regolamento generale di Ateneo (artt. 1 e 2). Ciascuna Facoltà può indicare fino a tre nominativi. Nella votazione di oggi tutte le Facoltà hanno designato la professoressa Elena Beccalli, Preside della Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative, con 636 preferenze su un totale di 685 votanti, corrispondenti a circa il 93 per cento dei voti.

Sarà il Senato accademico – convocato per lunedì 17 giugno – a comporre la rosa di cinque nominativi, fra tutti coloro che sono stati indicati dalle 12 Facoltà, da sottoporre al Consiglio di Amministrazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Nell’adunanza di mercoledì 24 luglio, il CdA procederà alla nomina del Rettore.

 

Chi è Elena Beccalli

Elena Beccalli è preside della Facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari nella stessa Facoltà.

È research associate presso il Centre for Analysis of risk and regulation della London School of Economics (Regno Unito), dove in precedenza ha ricoperto i ruoli di tutorial fellow, lecturer e visiting professor. È academic fellow del Centre for Responsible Banking & Finance della University of St Andrews (Regno Unito). È stata visiting professor al Singapore Institute of Management (Singapore) e al China Center for Economic Research dell’Università di Pechino (Cina).

È direttore del Centro di ricerca sul credito cooperativo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. È membro del comitato scientifico del Laboratorio analisi monetaria nonché del comitato direttivo del Centro di ricerca sulla cooperazione e sul nonprofit, del Centro di ricerca per la formazione in campo finanziario, del Centro studi Economia Applicata. È membro del comitato direttivo del PhD in Economics and finance dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. È anche nel comitato scientifico del Dottorato di interesse nazionale in Blockchain e Distributed Ledger Technology. È direttore del master di secondo livello in Credit risk management (CRERIM). 

È presidente della sezione italiana dell’Associazione Europea per il Diritto Bancario e Finanziario (AEDBF). È stata membro del consiglio direttivo dell’Accademia Italiana di Economia Aziendale (AIDEA) e co-president della European Financial Management Association. È co-editor di Journal of financial management, markets and institutions.

È membro del Comitato scientifico della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice. Fa parte del gruppo di esperi su investimenti socialmente responsabili della Conferenza Episcopale Italiana. È stata coordinatrice del percorso sul Documento Oeconomicae et pecuniariae quaestiones, promosso dall’Università Cattolica in collaborazione con l’Arcidiocesi di Milano. È stata ’senior expert del Villaggio Finance and Humanity nell’ambito di The Economy of Francesco. Si è anche occupata della stesura del documento Mensuram Bonam.

Le sue principali aree di interesse scientifico riguardano il settore bancario analizzato nella prospettiva dell’organizzazione industriale, con particolare attenzione ai temi della tecnologia, dell’efficienza, della cooperazione, della biodiversità finanziaria. Negli anni più recenti i suoi studi si sono concentrati su questioni di etica e inclusività, sostenibilità, intelligenza artificiale e leadership femminile.

 

[Il profilo sulla pagina dei “Docenti” della Cattolica]

Grave errore per gli USA il blocco dei fondi all’Autorità palestinese

Il Consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha criticato l’annuncio di Israele di voler trattenere i fondi destinati all`Autorità nazionale palestinese (Anp) in risposta alla decisione di tre paesi europei di riconoscere lo Stato palestinese.

“Penso sia sbagliato. Penso sia sbagliato a livello strategico, perché trattenere i fondi destabilizza la Cisgiordania, mina la ricerca di sicurezza e prosperità per il popolo palestinese, che è nell’interesse di Israele. E penso che sia sbagliato trattenere i fondi che forniscono beni e servizi essenziali a persone innocenti”, ha detto Sullivan nel briefing con la stampa.

Oggi [ieri per chi legge, ndr] il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, esponente dell’estrema destra israeliana, ha annunciato la sospensione dei trasferimenti dopo la decisione annunciata da Spagna, Irlanda e Norvegia di riconoscere dello Stato palestinese.

Israele raccoglie le entrate fiscali per conto dei palestinesi e le trasferisce all`Autorità Palestinese, che le utilizza in parte per pagare i salari. Dopo l’attacco del 7 ottobre, Smotrich congelò i trasferimenti, ma in seguito Israele ha accettato di riprenderli con la mediazione della Norvegia. “La Norvegia è stata la prima a riconoscere unilateralmente uno Stato palestinese e non può essere un partner in tutto ciò che riguarda la Giudea e la Samaria. Intendo interrompere il trasferimento dei fondi”, ha scritto Smotrich su X, usando il nome biblico della Cisgiordania.

Nel briefing con la stampa Sullivan ha quindi aggiunto: “Dal nostro punto di vista questi fondi dovrebbero continuare a essere accompagnati da tutte le garanzie necessarie, ma dovrebbero continuare a fluire”.

Elezioni europee, a lungo andare gli slogan svuotano la politica.

Finora la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo presenta forme deprimenti di azione da parte di troppe formazioni politiche, se non tutte. Non si tratta di avere ragione o torto, ma di ciò che si dice e che dovrebbe determinare l’orientamento degli elettori o colpirne la fantasia e l’attenzione.

Si ha la sensazione che fino ad oggi dell’Europa non ci sia particolare traccia. È messa sul fondo di scontri tutti di carattere nazionale tirando in ballo temi generici senza alcuno sforzo per una decente e articolata riflessione. Di esempi potrebbero essercene a bizzeffe, c’è veramente l’imbarazzo della scelta. Sul fronte sinistro, la Schlein punta ossessivamente, per attrarre consensi, sui temi della sanità e dei diritti sociali, forse dimenticando che sono questioni da affrontare all’interno del confine nazionale, di una caratura senza passaporto.

Sulla barricata opposta si agita Salvini che sui manifesti si dice a difesa della casa e dell’auto. Qualcosa di troppo ridotto respiro a fronte dell’ampia prateria europea. Ce ne sarebbero di temi più scottanti e di sostanza su cui misurarsi. Una politica estera, una difesa e una tassazione comune a tutti i paesi europei sarebbero argomenti forse più centrati e pertinenti. Eppure, i partiti hanno scelto di adottare il vecchio motto del “parva sed apta mihi” per non sbilanciarsi a prendere impegni che in futuro potrebbero rinnegarsi, o semplicemente perché, peggio ancora, si è a corto di idee o più aulicamente di visione.

Leggendo la Treccani, il motto per esteso, posto da Ariosto all’ingresso della sua casa, recitava: “Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida: parta meo sed tamen aere domus” (Casa piccola, ma adatta a me, su cui nessuno può vantare diritti, decorosa e comprata con denaro mio). Sembra difficile che l’Italia di oggi possa vantare particolari check up, ma è sempre meglio non perdere la fiducia, malgrado l’ascensore sociale ci dice di un paese gravemente in panne e di giovani, non soli ricercatori, che muovono per l’estero puramente alla ricerca di un futuro.

A dirla tutta, sembrava poterci essere un po’ di possibile sana animazione, una scossa che rivitalizzasse la competizione per l’Europa. L’emozione tutta concentrata sul confronto diretto tra la Meloni e la Schlein e sulla stanca primizia di due donne l’un contro l’altra a dibattere. Questa dunque la grande occasione che è andata perduta ed ha gettato nello sconforto ed in uno stato di prostrazione l’intera società italiana, aggrappata ad una speranza venuta crudelmente meno.

Slogan è una espressione che serve a entrare nella guardia dell’ascoltatore in modo da impadronirsene e condizionarne le azioni. Parrebbe che la parola provenga dal gaelico scozzese sluagh-ghairm, pronunciato slogorm, quindi la sintesi di una moltitudine di spiriti e di urlo, insomma un grido di battaglia di quelle popolazioni. Gli slogan, da sempre, servono alla politica per vincere la loro guerra quotidiana. “Better dead than red” fu un diffuso ritornello anticomunista negli Stati Uniti, durante il tempo di McCarthy. Andrebbe anche detto che lo “Sloganeering” indica un giudizio dispregiativo verso tutto ciò che fa scadere un ragionamento, riducendolo appunto a mero slogan. È proprio quello che sta accadendo in questo tempo di votazioni.

Slog è una parola dai più significati. Ci dice quando si vuole colpire con forza qualcuno e nel contempo significa anche sgobbare o arrancare. La nostra politica appare in grado di fare una sintesi di tutto questo. Si vuole colpire l’avversario, si sgobba per rastrellare un voto in più degli altri, si arranca perché non si sa bene come fare o cos’altro fare. “Slog it out” si traduce con lo sfidarsi. “Mancò la fortuna, non il valore” dissero i nostri eroici Bersaglieri nella battaglia di El Alamein. Così i partiti sognano di potersi rincuorare ogni giorno fino ai giorni dell’8 e del 9 giugno per andare a mettere la propria scheda nelle urne.

Da slogan a sloggiare il passo è breve. C’è ancora modo per cambiare rotta e recuperare il nuovo che manca.

Capire la destra per votare contro di essa

Mancano tre settimane al voto di giugno per il Parlamento europeo e una cosa noi elettori l’abbiamo ben chiara dopo aver votato innumerevoli volete in questi ultimi 10 anni: non leggere i programmi elettorali. Non perché non siano una degna lettura, bensì perché sono la somma delle buone intenzioni che ciascuna forza politica vorrebbe fare ma che è certa di non poter portare avanti e che la realtà della gestione del potere sarà molto diversa. Però per legge bisogna presentarli e ciascun candidato di quella forza politica disegna il proprio programma secondo quella guida. 

Le elezioni europee non divergono da questo schema “virtuale” delle buone idee. Abbiamo imparato che conviene seguire le idee dei leader, quello che dicono nei comizi elettorali e farsi una idea propria, ma non  condivisa all’interno del gruppo appartenenza: in questa società “liquida” il potere non ama le aggregazioni, preferisce ed incoraggia sempre l’opinione del singolo elettore, facilmente controllabile. Proprio il contrario dell’identità sociale con cui sono costruiti i partiti. 

In queste elezioni la prima chiamata al voto è per l’elettorato di destra: per i conservatori moderati e per quelli ultra conservatori. È avviene nella convention di Madrid degli ultra conservatori – partito VOX – dove la leader italiana lancia la chiamata al voto delle destre tutte per costruire una “Europa migliore”. I distinguo sono subito arrivati dalla destra francese, non tanto per una possibile perdita di visibilità politica quanto per un modello di sviluppo economico e sociale differente. Il modello della destra ultra conservatrice è dal lato privato fortemente liberista: un “laissez faire” che  supera anche le più rose previsioni di Adam Smith (economista del XVIII sec.) e che ci proietterebbe in un far-West economico e sociale distruttivo. Bilancia questo principio la presenza dello Stato regolamentatore per i servizi essenziali (difesa, salute, economia pubblica, trasporti, istruzione, cultura, welfare, ecc) che controlla ma pure dirige l’economia e per mezzo di essa anche i suoi cittadini. 

In Francia lo Stato è ben presente nell’economia con il controllo pubblico sulle nazionalizzazioni e i settori csosiddetti strategici, ma il liberalismo non è così sfrenato anzi è regolamentato dallo Stato in un – senso come dire? – “ben temperato” tra l’interesse del singolo, il mercato e le esigenze pubbliche. Tuttavia l’Europa che vuole l’ultra destra è quella del concetto semplice della competizione del “vinca il migliore” in tutti i settori della vita sociale. Tradotto in pratica, chi ha più risorse prende il piatto più grande. E per gli altri ? Beh, pazienza! Per accettare un simile principio dovremo mettere mano al Trattato istitutivo, quello di Roma, dove all’art. 2 è previsto …uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità, un’espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita…

Nella destra che va la voto lo sviluppo armonioso diventa invece “Nazioni più ricche e Nazioni meno ricche” (status disomogeneo); l’espansione continua ed equilibrata è lasciata al liberalismo che come è noto determina diseguaglianze profonde (andamento ciclico/ espansione/recessione); la stabilità non si accresce ma è garantita dalle Nazioni più forti (dunque instabilità politica economica e sociale per le Nazioni deboli); da ultimo il miglioramento del tenore di vita è per qualcuno ma non per tutti, come da liberalismo applicato. 

Quanto alle Istituzioni europee, la destra una volta che si sia assicurata la maggioranza nel Parlamento, preparando leggi in senso fortemente liberale e liberista (meno potere, per iniziare, alle autorità di garanzia) si giocherà la partita delle nomine nella Commissione, ovvero nel governo dell’Europa per settori chiave: economia, difesa/sicurezza, welfare, esteri. 

Non si sa quale possibile adesione di massa possa avere questa chiamata al voto per le destre europee, se saranno numeri alti o sotto le attese; in ogni caso, per gli elettori in quanto tali, specie se non sono di destra, sarà bene comprendere quello che si lascia e quello che rimane in termini di diritti e di prospettive di sviluppo.

Dibattito | Aspettiamo il fallimento della Meloni o riapriamo il gioco delle riforme?

La Meloni con la sua ambizione non conosce confini, per questo rischia di andare a sbattere subito dopo l’europee. Ma il rischio, in verità, è soprattutto per il Paese che lei oggi rappresenta. Fino a ieri, infatti, appariva legata strettamente alle sorti di Ursula von der Lyein, la presidente della Commissione europea, di suo bisognosa di aiuto, specie ora che è contestata all’interno del suo stesso partito (la tedesca Cdu).

Ebbene, rappresentando i conservatori europei, la Premier si era riservata un compito di supplenza, tollerando che Salvini approdasse all’estrema destra europea e però tenendolo al guinzaglio con la speranza che poi, dopo le elezioni, possano essere i suoi a farlo fuori. Non gli è bastata quest’ambiguità, per la quale l’Europa che conta già storce il naso, perché non desse a vedere di rincorrere da par suo l’estrema destra, contando sulla spaccatura del Partito Popolare Europeo e lanciando, al tempo stesso, un messaggio rassicurante a tutto il mondo conservatore. 

Non ha considerato che l’Europa ha un fattore unificante  che deriva dal pericolo di Putin, il quale punta a disarticolarla con le buone o le cattive, sicché tutte le forze sinceramente democratiche sono costrette a convergere ben oltre popolari, socialisti e liberali. Chiaramente la Meloni vuole fare il pieno di voti a tutti i costi, ma è già “osservata speciale” proprio per la formula del premierato elettivo, madre di tutte le sue battaglie. Sembra non accorgersi che proprio questa soluzione, percepita come il grimaldello di tutte le “democrature” alla Orbán, la qualifica negativamente per un che d’avventurismo politico e ideologico, in sé propriziatorio dell’uomo solo al comando. 

Qualcuno dirà, trincerandosi abusivamente dietro il prestigio di Mattarella, che è giunto o sta per giungere il momento del capitombolo, per cui appare inevitabile il ridimensionamento delle sue ambizioni, italiane ed europee. Certo, non è uno scenario da escludere; però resta sempre in piedi l’altra ipotesi, quella dell’auspicabile convergenza – non politica, ma istituzionale – su una riforma costruita bene, scegliendo tra i sistemi già sperimentati in Europa.  Ne esistono due in grado di soddisfare i criteri di stabilità ed efficenza dell’Esecutivo, e sono nell’ordine: il cancellierato alla tedesca, con la sfiducia costruttiva contro le imboscate parlamentari, o il modello francese delle due distinte autorità, tutt’e due con legittimazione popolare, che obbliga all’occorrenza il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio, ove i numeri non stabiliscano l’esistenza di una maggioranza chiara, alla cosiddetta “coabitazione” per evitare il rischio di paralisi dell’attività di governo.

Dopo il 9 giugno servirà pertanto una dose massiccia di buon senso, se non vogliamo che la lotta politica si consumi nella perversa dialettica delle pregiudiziali, minando in realtà la fiducia dei cittadini nella capacità dell’intera classe dirigente di guardare all’interesse generale del Paese.

“Marcello mio”, una figlia si confronta con il mito del padre.

(Italpress) Aria d’Italia sulla Croisette: nella giornata in cui il Concorso propone “Parthenope” di Paolo Sorrentino, a Cannes 77 si aggira anche il fantasma di un altro grande del cinema italiano, Marcello Mastroianni. In competizione viene infatti presentato “Marcello Mio”, il nuovo film di Christophe Honoré che è un omaggio al grande attore italiano, ma in realtà è un ancor più grande dono a sua figlia Chiara Mastroianni, alla quale offre l’occasione di fare i conti con un’eredità immensa, nel bene e nel male. Lo fa regalandole un’opera libera come un sogno, fantasmatica nella sua struttura narrativa e nella sua composizione espressiva, che si traduce in un faccia a faccia con un mito cinematografico, ma anche in un diario intimo di riappropriazione pubblica della propria immagine da parte di un’attrice coraggiosa e sincera.

L’idea del film è quella di chiamare a raccolta il cinema di famiglia di Chiara, ognuno impegnato a interpretare se stesso, in un gioco dei ruoli e delle parti che sta tra la realtà e l’immaginazione. Tutto nasce da una frase detta su un set: Chiara sta provando una scena con Fabrice Luchini e la regista, Nicole Garcia, le chiede di farla “un po’ meno Deneuve e un po’ più Mastroianni”… I due poli della storia familiare di Chiara messi a confronto, come spesso deve esserle accaduto nella realtà, facile gioco per chi ha un padre di nome Marcello Mastroianni e una madre di nome Catherine Deneuve… E allora Chiara prende di petto il dramma identitario e decide non di fare ma di essere Marcello: si presenta col suo nome, veste come lui, con i suoi occhiali, la sua giacca, il suo cappello e si spinge in un viaggio fisico e mentale che la porta a riconsiderare se stessa mentre dà corpo al fantasma del padre.

La madre Catherine è turbata, il marito Banjamin Biolay, cantante e attore, la asseconda con serenità, il suo primo amore Melvil Poupaud invece la prende molto male, Fabrice Luchini sta al gioco, accetta di riconoscerla come Marcello e la aiuta nella sua fuga in Italia, chiamata a fare un’apparizione in un programma tv dove c’è Stefania Sandrelli che deve riconoscerla come il vero Marcello tra altri sosia… La lotta estrema di Chiara per farsi accettare come Marcello diventa insomma un trip che sfida il rapporto di ognuno con il divo e rappresenta l’occasione per una figlia di fare pace con la propria identità riflessa nello specchio del padre.

E va detto che, anche al di là della simpatia e dell’intelligenza con cui Chiara rifa il padre, mimandone gesti, tic, situazioni e scene, “Marcello mio” è un film libero, lieve, fantasioso, che disegna una mappa identitaria forte e precisa e offre una bella riflessione sul potere di un attore di incarnare la realtà e di trasfigurare lo spirito delle cose. Coprodutione vfranco-italiana, il film di Christophe Honoré uscirà il 23 maggio sui nostri schermi distribuito da Lucky Red.

Iran, cosa prevede Farian Sabahi dopo la morte di Raisi.

M. Chiara Biagioni

(AgenSir) E ora si guarda al prossimo futuro. Da una parte, l’Iran che ha perso in un incidente di elicottero, il Presidente della Repubblica islamica Ebrahim Raisi e sta cercando ora di capire come dare continuità ai vertici del governo e dall’altra, il resto del mondo alle prese nella Regione con una delle crisi più gravi degli ultimi anni. E la tensione è altissima. L’agenzia di stampa iraniana Mehr ha fatto sapere che i funerali del presidente Raisi si terranno domani, martedì 21 maggio, a Tabriz mentre il leader supremo dell’Iran Khamenei ha nominato il primo vicepresidente Mohammad Mokhber presidente ad interim. Khamenei ha anche annunciato cinque giorni di lutto. Ebrahim Raisi, 63 anni, aveva vinto le elezioni presidenziali in Iran nel 2021, con un voto che ha registrato l’affluenza più bassa nella storia della Repubblica islamica. Ultraconservatore e intransigente, era considerato un protetto della Guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, e alcuni analisti avevano addirittura ipotizzato che potesse essere candidato alla sua successione. Per capire quali scenari si aprono ora con la sua morte sia all’interno del Paese che nel più ampio scacchiere della Regione, il Sir ha raggiunto Farian Sabahi, giornalista e scrittrice di origine iraniana, nonché ricercatrice senior in Storia contemporanea presso l’Università dell’Insubria.

Quali scenari si possono aprire ora all’interno del Paese?

La scomparsa di Raisi mette in difficoltà le autorità di Teheran perché, oltre a ricoprire la posizione di Presidente della Repubblica islamica, era anche il delfino dell’ayatollah Ali Khamenei, e quindi tra i favoriti alla sua successione.

Ora, di fatto, il favorito per la successione del leader supremo è il figlio di Khamenei, Mojtaba. Ma sia la leadership iraniana sia la popolazione non vedono di buon occhio una repubblica islamica ‘ereditaria’, che avrebbe una legittimità minore rispetto a un sistema politico con ai vertici uomini dotti in ambito teologico. Ormai i moderati sono stati messi al margine, tant’è che all’ex presidente moderato Hassan Rohani non è stato permesso di candidarsi alle elezioni di inizio marzo per l’assemblea degli esperti, ovvero per quell’organo che eleggerà il prossimo leader supremo.

 

Quindi, quali prospettive si intravedono?

La partita si gioca esclusivamente tra i ranghi dei conservatori e degli ultraconservatori. In ogni caso, per ora a decidere è sempre e soltanto il leader supremo Ali Khamenei: è lui che ha l’ultima parola su tutto, compresi la politica estera e il nucleare. Potrebbe aprirsi uno spiraglio per riprendere le proteste, ma la repressione di regime ha spaventato molte famiglie in Iran. L’arma migliore pare essere l’astensione dalle urne, come già fatto in passato. E non è detto che il leader supremo decida di portare il Paese al voto, tra 50 giorni come previsto dall’articolo 131 della Costituzione. Potrebbe infatti decidere, in nome dell’interesse nazionale, di fare altrimenti. E, per esempio, di tenere la carica di presidente e il ministro degli Esteri ad interim.

 

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https://www.agensir.it/mondo/2024/05/20/morte-raisi-sabahi-sara-il-leader-supremo-khamenei-a-decidere-e-lui-che-ha-lultima-parola-su-tutto/

Statuto dei lavoratori, una data ancora storica.

Ci sono delle date che lasciano il segno nella storia democratica del nostro paese. Una di queste date è certamente quella del 20 maggio del 1970 quando venne approvato lo Statuto dei Lavoratori. Una pagina, forse la pagina, destinata a cambiare definitivamente il ruolo e la condizione dei lavoratori nel panorama sociale, economico e produttivo del nostro paese. Con un protagonista indiscusso e quasi unico: il Ministro del Lavoro dell’epoca – o meglio, come si definiva lui stesso nel momento in cui ha assunto quel delicato incarico istituzionale, il “Ministro dei lavoratori”- Carlo Donat-Cattin. C’è una frase che rimane scolpita nell’immaginario collettivo nel momento dell’approvazione di quell’atto legislativo e pronunciata dallo stesso Ministro nel dibattito alla Camera: “Abbiamo portato la Costituzione nelle fabbriche”. Uno Statuto, quello dei lavoratori, che passò con l’approvazione delle forze che componevano il governo di centro-sinistra con la strana e singolare astensione del Pci. Uno Statuto che resta, tuttora, una pietra miliare per l’impianto democratico del nostro paese e che, non a caso, non è più stato messo in discussione nei suoi principi costitutivi. Certo, è cambiato radicalmente il mondo del lavoro e, con esso, anche i luoghi concreti della produzione. Ma sul fronte dei diritti, e anche dei doveri dei lavoratori, quella pagina è entrata semplicemente nella storia sindacale e politica italiana.

Ora, c’è un aspetto che qualifica e che fa da sfondo a quella data e che si riassume anche nella concezione politica e culturale riconducibile al leader della ‘sinistra sociale’ democristiana e che in quel momento era alla guida del dicastero del Lavoro. In effetti, la preoccupazione costante di Donat-Cattin di porre “la questione sociale” al centro di ogni indirizzo politico non si risolveva solo nello sforzo di condizionare le scelte di politica economica e salariale ponendosi dal punto di vista dei ceti subalterni: scelte che ebbero conseguenze incalcolabili nel determinare lo sviluppo complessivo della società italiana per le enormi potenzialità di lavoro, di intelligenza, di imprenditorialità diffusa che le classi popolari italiane seppero sprigionare in un paese come l’Italia, privo di materie prime e di capitali e ricco solo di braccia e di intelligenza pratica. La sua ambizione, quella di Donat-Cattin, era più grande: egli voleva che nell’architettura amministrativa dello stato democratico quei ceti e quelle istanze non avessero un ruolo residuale nè meramente aggiuntivo. E quando pervenne alla guida del Ministero del Lavoro non tardò, infatti, a rendersi conto che – sono parole sue – “nell’organizzazione attuale del Governo non esiste un vero e proprio centro di politica sociale. Si è costituito nel tempo un Ministero del Lavoro perché con i sindacati bisognava trattare; vi si è aggiunta la competenza della previdenza sociale perché le lotte dei lavoratori avevano ottenuto alcune norme per la sicurezza della vita e così via. Ma è tutto strumentale da parte delle classi dirigenti verso il lavoro subordinato”.

Era, infatti, ferma intenzione di Donat-Cattin che il dato politico nuovo “doveva consistere nel dare alla politica sociale complessiva un ruolo non più subalterno, ma primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politica/amministrativa”. Insomma, per Donat-Cattin l’istanza sociale doveva “farsi Stato”. Trovare, cioè, piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della gestione della cosa pubblica. Il suo radicamento nel sociale si saldava così con le esigenze più mature e moderne dello Stato di diritto. E cioè, una saldatura che riscontriamo non solo nella battaglia per lo “Statuto dei lavoratori”, ma anche nella strenua difesa della legge elettorale proporzionale che, per Donat-Cattin come già per Luigi Sturzo, rappresentava l’unico strumento di emancipazione politica per i ceti popolari, cioè per consentire ad essi di avere, ad ogni livello elettivo e senza mediazioni gerarchiche, i loro “diretti rappresentanti”.

Ma, per fermarsi allo Statuto dei lavoratori, non possiamo – ancora una volta – non sottolineare che si tratta di un passaggio decisivo e qualificante per dare piena attuazione ai principi e ai valori costituzionali. Una pietra miliare, appunto, che costringe i democratici e i riformisti contemporanei a confrontarsi con un documento – e un atto legislativo – che non può essere rivisto o combattuto a suon di referendum o di picconate demagogiche e propagandistiche. E questo per la semplice ragione che lo Statuto dei lavoratori resta un faro che continua ad illuminare la democrazia e la libertà nel nostro paese. Partendo, appunto, dal ruolo professionale e dalle condizioni di vita dei lavoratori.

Le minacce all’Europa che gli elettori dovrebbero considerare

Se solo si ponesse reale attenzione alle minacce che avvolgono l’Unione Europea in questi tempi di guerre ad essa così vicine la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo sarebbe di estremo interesse e oggettiva drammaticità. E senz’altro coinvolgerebbe una larghissima parte della popolazione.

Ed invece prosegue su scala più vasta l’ininterrotto talk show su base tutta interna, tutta nazionale, tutta autoreferenziale, con i soliti attori protagonisti intenti a polemizzare fra di loro senza andare mai oltre generiche affermazioni, superficiali e spesso banali, dedicate alla necessità di avere “più” Europa, piuttosto che “meno” Europa.

Se gli elettori ponessero, a loro volta, testa e attenzione a quelle stesse minacce addensatesi sul vecchio continente imporrebbero ai partiti politici e ai loro leader una condotta e una capacità di analisi ben diverse. Ma, al contrario, la reazione negativa si sta dirigendo verso un astensionismo crescente, sintomo di una disaffezione certo almeno in parte comprensibile ma indubbiamente negativa per la tenuta della democrazia.

Ciò accade, forse, anche perché un po’ tutti diamo per scontate situazioni favorevoli che hanno accompagnato la nostra vita ma che ora non sono più così sicure. Il neo-imperialismo russo, condito da periodiche minacce nucleari; la condizione di perenne crisi dell’area mediterranea (oggi c’è la devastante guerra a Gaza, ma non possiamo dimenticare quella in Siria, così come le tensioni in Libano, o la precarietà dell’equilibrio libico); il paventato abbandono della NATO da parte degli americani in caso di una nuova presidenza Trump: minacce forse un po’ enfatizzate ma in qualche modo reali e mai così incombenti da molte decadi a questa parte.

Ci sarebbe materiale per affrontare nel merito e in profondità il tema del futuro geopolitico del continente e dunque della necessità di una sua unione politica capace di produrre una politica estera comune e, conseguentemente, una politica di difesa comune. Questioni di tale portata che necessariamente trascinerebbero con sé quelle di natura economico-sociale, parimenti importanti per la vita delle persone. Ed invece nulla di tutto questo.

E così il risultato elettorale verrà analizzato sulla base degli spostamenti percentuali (sul dato dei votanti, e non su quello degli aventi diritto al voto) all’interno della coalizione di destra-centro piuttosto che sul rapporto di forze fra Pd e M5S o sull’esito del derby fra Italia Viva e Azione. Per gli amanti del genere, una nuova mezza stagione di talk show televisivi sarà pertanto assicurata. Evviva! Intanto, là fuori, sta cambiando il mondo.

U ma’. Il mare di Genova Pra’…che non c’è più.

Le barche sulla spiaggia di Genova Prà – Olio su tela di Bruno Porcile - di proprietà dell’autore dell’articolo

Sono nato in riva al mare, una domenica mattina di ormai tanti anni fa. Chi ha la fortuna di venire al mondo e di crescere davanti al mare ne conserva l’immagine e il ricordo per il resto della sua vita: è come se avesse ricevuto il battesimo direttamente da una delle meraviglie del creato. Un tempo che non tornerà più – e non solo per me ma per tutti coloro che hanno visto lentamente e inesorabilmente mutare il volto e la fisionomia di quell’ambiente che ci era stato conservato e tramandato da millenni di storia – quella “maenn-a” (la spiaggia, la marina) davanti alle case, oltre la ferrovia, faceva profondamente parte della nostra esistenza, era una risorsa, una certezza e una speranza.

Una forza devastante, violenta che neanche i pirati turchi e saraceni che sbarcavano sulle nostre coste per depredare hanno avuto, si è come materializzata in pochi anni della contemporanea civiltà e ha distrutto l’ambiente nel quale fino ad allora, da generazioni e generazioni, molti avevano consumato intere esistenze. Non è vero che il mare è tutto uguale, non lo è neanche a se stesso: ora calmo e mite, ora minaccioso, piatto o mosso, burrascoso, si fa piccolo o gigantesco, increspato o flagellato dai venti, amico oppure ribelle, sta zitto, borbotta, urla, ti chiama e ti vuole sempre dire qualcosa di diverso.

Ma anche lungo l’intero litorale della mia Liguria non c’è un punto di costa che sia uguale agli altri. Ciascuno ha le sue preferenze e, in questo caso, mi riferisco solo a chi viene da fuori, per vacanza o per turismo, perchè chi invece è del posto il ‘suo’ mare lo riconosce a occhi chiusi, guardandolo, accarezzandolo o entrandoci per lasciarsi abbracciare da lui.

Non potrebbe averne o desiderarne un altro, sarebbe come un tradimento d’amore. Il mio amico Mario ’Puccin’ mi ripete da sempre che non c’è mare più bello di quello che ha davanti da tanti decenni: “meglio un pisciatoio a Voltri che una villa altrove”. Io lo provoco perché la sua risposta arricchisce anche me, mi conforta, mi rassicura la sua saggezza più dell’expertise’ di qualunque vuoto sapientone: “Mario – gli dico –  e se ti dessero in cambio una casa a Cortina oppure una a Montecarlo?”…”Niente da fare, io voglio stare qui”, mi risponde.

Puccin al mare gli parla, gli confida i suoi sentimenti, lo va a trovare come si fa con l’amico più caro: sono sicuro che in riva al mare ci ha pianto, ci ha riso e ci ha fatto l’amore. Penso che quando lui e Lolò, il Feipà, il Maneggia, il Picaggetta, U russu, il Bùru e gli altri pescatori del posto scrutavano la distesa d’acqua sapevano vedere ciò che invece restava invisibile ai nostri occhi: tra loro e il mare c’era più di un contatto fisico, c’era un’intesa, una confidenza, un sentimento, una passione.

Gente di una volta, cotta dal sole e impregnata di salino: facevano poche parole ma se ti stringevano la mano sentivi che era un gesto sincero, avvertivi la loro lealtà. Ricordo, bambino, le barche allineate dei pescatori di Prà e le loro reti – ‘tristi’ come quelle descritte da Troisi ne ‘Il postino’, perché fonte di dura fatica ma affettuosamente conservate e curate anche nel momento del loro riposo, cucite e riparate come un indumento, un capo da indossare.

Ancora adesso che abito a Pavia la prima cosa che vedo appena mi sveglio è un quadro che raffigura quelle barche: l’aveva dipinto un valente pittore genovese – il sig. Porcile – che esponeva le sue tele a Crocefieschi, un ridente paesino dell’entroterra ligure. Guardandolo intensamente ogni mattina si rinnova un’antica e tacita alleanza tra me e il mare. I gesti di un pescatore che stendeva la rete dalla barca erano sapienti e rituali, come se si ripetesse un’antica preghiera che chiede ogni volta indulgenza e fortuna: la barca partiva dalla riva e poi faceva un giro a semicerchio, lasciando cadere la rete. Poi da terra si tirava con forza sperando che il raccolto fosse clemente.

I pescatori sanno tutto del mare ma ne conservano molti segreti, come un buon montanaro fa con i suoi alberi. Tra il loro “ ma’ “ e quello dei bagnanti c’è come un abisso, due cose completamente diverse ma la differenza sta solo negli occhi e nel cuore di chi guarda perché un buon mare ti sa dare ciò che ha e sempre in rapporto a quello che gli chiedi.

Andavamo anche noi ragazzini a pescare con la canna in un tratto di spiaggia più riparato ma generalmente tiravamo su solo ‘baecche’ (pesci viscidi e grassi, pieni di spine). Nelle sere d’estate, anche con i nostri genitori, scendevamo a prendere i ‘muscoli’ (i mitili) che erano attaccati agli ’scoggi’ (gli scogli) e poi si mangiavano sulla spiaggia, tra i fuochi accesi, dopo aver fatto il bagno.

Il mio rapporto con il mare era cominciato molto presto, da quando ero piccolino. Mi hanno detto – io non posso ricordare – che mio padre mi portava a cavalluccio sulle spalle, attraversando la ferrovia dallo stretto sottopasso e io ogni volta gli dicevo: “tento tetta papà” (‘attento alla mia testa, papà), mentre lui camminava lì sotto e poi, una volta usciti:”pù tento tetta papà”(‘basta attento testa, papà). Quella cantilena mi è stata ripetuta per anni e a sentirla mi veniva quasi noia: vorrei che qualcuno me la raccontasse ancora oggi ma purtroppo non c’è più.

Poi ho conservato quel buon rapporto con la spiaggia e con il mare per il resto della mia vita, come un rituale magico e intimo che ogni volta si rinnovava. Anche recentemente, tornando dal mio quotidiano pendolarismo ligure-lombardo, non potevo fare a meno di passare a salutare quell’amico, specie in autunno quando la tramontana lo increspava in superficie e lo rendeva piatto e cangiante nei colori. Allora scendevo, a qualunque ora tornassi da Milano, ed entravo in acqua, mi lasciavo trasportare dalla brezza, restavo a pelo, come inebriato dalla solitudine e godevo di tutto quello spazio circondato solo da decine di gabbiani.

Quando ne avevo la forza mi facevo una lunga bracciata: settecento metri a dorso seguendo la linea della costa e il ritorno a stile libero. Ricordo che una volta il mio grande amico Luciano, esperto compagno di gite in bicicletta (le vendeva in un negozio che aveva il suo nome ed era stato pure un valente ciclista) aveva seguito dalla spiaggia quella mia salutare nuotata e una volta giunto a riva (ero uscito dal mare come un bronzo di Riace)  mi aveva detto:”ma eri tu che nuotavi?….che bestia!”, come a sottolineare il valore dell’impresa. Detto da lui, sportivo da sempre nonché padre di un campione olimpionico e mondiale di pallanuoto –  Lello –  era un complimento da incorniciare, da conservare nella galleria dei ricordi.

Ogni tanto ci penso ancora oggi, che invece ho la pancia e non ho più il tempo e la forza di ripetere quell’esercizio, peraltro più salutare di qualunque dotto culturismo da manuale. Più bravi di me erano i coraggiosi che si buttavano – e lo fanno tuttora – nell’acqua gelida di gennaio, per il cosiddetto ’cimento invernale’: vinceva e vince sempre chi resta a bagno più a lungo. Dopo una nuotata una bella ‘tarcia’ di fugassa (‘un pezzo di focaccia’) o addirittura un piatto di ‘anciue pinn-e’ (di acciughe ripiene) mi riconciliavano con le fatiche della giornata e con le parole della gente.

Il mare fa parte di me, mi è entrato nell’anima, mi pervade i sentimenti, mi dà respiro: camminare sulla spiaggia sassosa, anche in pieno inverno, mi rilassa e mi ritempra anche se è un lusso che mi concedo poche volte, dato che adesso abito tra le – pur sempre affascinanti – brume della pianura. Ma davanti alla casa dove sono nato il mare di una volta non c’è più, come se fosse passato di lì un folletto maligno che recava un sortilegio. Ancora oggi, anzi proprio adesso mentre scrivo, mi capita di guardare il volto deturpato della natura di un tempo, la trasmutazione dell’ambiente: è come se il passato fosse stato sottoposto ad un intervento chirurgico che ne avesse cambiato la stessa identità.                  

Ciò che Dio aveva creato e l’uomo aveva conservato quasi inalterato, con una presenza mite e amica della natura non esiste più, sostituito dal riempimento del mare e da colate di cemento, gigantesche gru, strade, ferrovie, containers.

Solo chi ha visto ciò che esisteva prima può ricordare e cullare nella memoria e nella nostalgia quella parte dell’esistenza che ci riempiva lo sguardo di cose semplici e importanti a cui non abbiamo forse saputo attribuire il giusto valore.

Giubileo di Roma tra frangette e pubblico decoro

Giubileo sta per gioia, gaudio e contentezza. Nel libro del Levitico è detto che, al termine di sette Shabbat di anni, cioè dopo un tempo di quarantanove anni, giunti al decimo giorno del settimo mese dalla fine, si farà squillare una tromba che annuncerà il giorno dell’Espiazione. Quindi si santificherà il cinquantesimo anno e verrà proclamata la libertà nel paese per tutti i suoi abitanti. La tromba altro non era che uno strumento ricavato dal corno di un capro, nella lingua del tempo chiamato appunto “Yobel”. Evidentemente, aumentando il numero dei peccati, si è pensato di indire un giubileo ogni venticinque anni. Se fosse rimasto alla originaria previsione, il male da cancellare sarebbe stato di una mole impossibile anche per il perdono divino. Per i cattolici ci pensò Papa Bonifacio VIII che dispensò una preziosa indulgenza plenaria dopo opportuno pellegrinaggio.

Fatto sta che Roma deve farsi bella e con essa anche i suoi rappresentanti. Il Corpo della Polizia Locale della Capitale con una recente circolare, che richiama anche contenuti di precedenti disposizioni, ha specificato il look al quale i nostri “vigili” dovranno uniformarsi.  Si è sceso nei dettagli, mettendosi forse coraggiosamente in un mare di guai. È possibile ci sia prossimamente molto lavoro per i giudici che dovranno stabilire il contenuto esatto di alcuni termini. La sensazione è che si possa entrare in un pantano simile a quando si voglia stabilire cosa sia “normale” a proposito di sessualità, genere e compagnia cantando.

La Circolare distingue regole diverse per le rappresentanti femminili e quelli maschili. Per il terzo genere, ed eventuali ulteriori distinguo, ancora non si è specificato. Sul punto naturalmente non sono mancate polemiche da parte di chi è particolarmente sensibile alla questione. La circolare della Polizia Locale prescrive che i maschietti non debbano portare orecchini, piercing e oggetti similari. Già qui si potrebbe dibattere, a voler essere speciosi, in cosa sia similare un oggetto rispetto ad un altro. Quanto ai capelli dovranno essere puliti, ordinati, curati e, se tinti, di colore naturale. Si potrebbero aprire contenziosi infiniti su quale sia il grado di pulizia minima da osservare ed in merito al concetto di ordine e di cura. 

Andando ancor più a fondo nella Circolare si legge che “Il taglio deve seguire la naturale attaccatura del cuoio capelluto evitando qualsiasi forma di eccentricità”. Se Roma è caput mundi, al centro del mondo, nulla può andare fuori margine, oltre il centro, ex centro di una regola di buon senso, a sua volta da dover mettere però pericolosamente a fuoco. Inoltre “la parte del viso non interessata da barba e baffi deve comunque essere ben rasata”. Chi potrà stabilire quale sia una buona rasatura o meno è tutto di nuovo da accertare. Sarà dispensato il vigile che in virtù di un arrossamento della pelle avrà omesso di radersi per un giorno per far riposare la pelle? Sembra possa subirsi l’agguato per mano del solito ginepraio della casistica dalla quale è arduo, se non impossibile, uscirne.

Per le donne le cose non sembrano andare meglio. Per i capelli, oltre alle raccomandazioni indirizzate ai maschietti, si aggiunge anche che posteriormente la lunghezza della chioma  “non deve superare il limite delle spalle e, qualora ciò accada, i capelli dovranno essere legati e raccolti; anteriormente la fronte deve essere scoperta…”. Sembrerebbe di capire, quindi niente ciuffetto per le donne, mentre per i maschietti non parrebbero esserci osservazioni al riguardo. 

Forse la concessione di questa maggiore libertà fonda sull’outfit di Don Patriciello, il noto Parroco di Caivano recentemente criticato dal Governatore De Luca per la sua frangetta. Se la Chiesa lo consente, allora non ci sarà da eccepire neanche per i capaci uomini della Polizia Locale.

Dal Comando del Corpo si fa sapere che occorre attenersi al decoro dell’uniforme indossata. Nulla di più giusto e sensato. Resta sempre in agguato qualche birichino che potrebbe eccepire che – viva la libertà – il proprio senso del decoro sia dissimile da quello inteso dai vertici della Polizia Locale. Avere rispetto per la divisa che si indossa ed osservare un criterio di decenza è cosa importante da non prendersi sotto gamba. La linea del decoro, qualunque essa sia, non va mai superata, le istituzioni per prime non devono mai uscire dal coro delle regole che sono di riferimento per i cittadini.

Potrebbe scatenarsi un effetto contagioso. Il richiamo ad un codice di condotta potrebbe sollecitare la stessa iniziativa anche nelle altre forze dell’ordine che potrebbero adeguarsi a recuperare ciò che eventualmente si è, per consuetudine, perso. C’è sempre chi obietterà, perdendo di vista l’obiettivo primario della faccenda che è essere il biglietto da visita della città al mondo. Nella circostanza, il Corpo dei pizzardoni ha mostrato, oltre al fisico, anche testa e determinazione, pur rischiando di impantanarsi nei rilievi delle sfumature di principio degli immancabili “Io non sono d’accordo”. Non mancheranno le critiche e quelli che vorrebbero giubilare l’iniziativa con scherni di ogni tipo. Roma, con la sua storia, saprà restarne indifferente.