Home Blog Pagina 583

Cleopatra e l’arrivo di Marine. Intanto Cesare…va in ferie.

Cesare solo seduto sul seggio nel Senato di Roma e lei, la regina di là, oltre il Tevere, nella vasta tenuta dove lui l’ha confinata, torva, gli occhi di brace, le labbra serrate, cammina veloce in tondo nella sala con la vasca degli amati coccodrilli del Nilo. Lei vorrebbe metterli nel Tevere, i coccodrilli, che tanto a parer suo i romani se li meritano tutti; lui invece non le manda un messo da giorni, che cosa le deve dire che lei già non immagina?

La regina Cleopatra/Meloni avendo confuso la plebe romana con la plebe tutta dell’impero era salita dai Galli Belgarum straconvinta che vittoria romana è uguale a vittoria imperiale. Ma quelli le avevano detto subito “noi siamo Celti e Galli, stiamo nell’impero, ma abbiamo scelto diversamente e Cesare ci lascia liberi di scegliere”. “E che significa?”, ha detto la Regina, che abituata al “Regno sono io”, non immagina neppure che i popoli scelgano diversamente da quanto desidera il loro re, e subito spiegato dai Belgae: “Non c’è posto per te o per i tuoi candidati nei posti di comando, però vista la vittoria romana

troviamo altri posti per non farti sfigurare…”.

Onta! Oltraggio alla Regina Cleopatra/Meloni! Neanche era finita la frase di spiegazione che il viso si era trasformato; sparito il roseo dalle guance ingentilite dal fard, lo sguardo traverso, voce rauca, labbra ridotte ad un filo sottile sul bel viso, segnali di un rancore che monta e di un indiscutibile disagio per la posizione defilata.. è messa in un angolo, dietro una porta che non si aprirà.

Torna a Roma e non passa da Cesare. È nera come il buio della notte senza stelle dell’aldilà di Anubi, assorta nel risentimento e appare tutta la sua indole indomita e fredda; la regina-dea del popolo egizio, la regina che è lei stessa il Regno degli Egizi…buttati per terra gli orpelli che aveva indossato all’incontro di metà giugno in terra degli Apuli, primi fra tutti quei colori pastelli che dovevano far sembrare dolce chi è nata giaguaro del Sahara.

Ed ecco che forse una speranza di cambiare la malasorte…una tenue luce affidata all’auspicio che la galla franca Marine possa stravincere tra i suoi, cambiando gli assetti dell’Impero. La blonde Marine sa il fatto suo; ha pescato il suo enfant prodige della politica e lo mette avanti a tutti non per stravincere, ma per creare consenso duraturo e solido; fa un buon passo di misura e si assicura la vittoria al secondo passaggio con i Galli. Grande lezione di politica da chi è nata sulle rive della Senna a chi è nata su quelle del Nilo/Tiber. Non i carri lanciati al galoppo per sbaragliare l’avversario, non le scelte tanto per fare cassa politica (voti/consenso/favori), ma duro controllo della équipe che prenderà il potere. “Non imbarchiamo tutti e tutto poi si vedrà”, dunque non solo io e poi gli altri a seguire, ma un serrato gioco di squadra e un solo volto avanti (l’imberbe enfant, appunto). Marine dei Galli darà le carte nell’Impero, lo sa lei stessa e lo sa Cesare. E le darà – le carte – pure per Cleopatra/Meloni che avrà un secondo posto da cui si vede bene il palco e gli attori che declamano, ma non oltre…

E Cesare, avendo saputo dal messo gallo della vittoria certa della regina Marine, così manda i suoi saluti a Cleo: “Regina mea, serva navim quam tibi dedi, et imperium solum relinque, et cautius experire quod rumorem audio quod pueri in tua turba pulmentum faciunt. Ego feriatus, vale tuus Caesar”. Ovvero: “Ah regina mia, tieniti la barca che ti ho dato e lascia stare l’impero, e vedi di stare più accorta che mi giunge voce che i ragazzini della ciurma tua stanno facendo casino. Io vado in ferie. Ciao, Cesare tuo”.

Dibattito | Dove si può ricollocare in Europa la tradizione democratico cristiana?

Comincia a serpeggiare una domanda, più che legittima a mio parere, sul fatto che l’unico Centro credibile e riformista in Europa sia quello rappresentato da Macron e dalla sua formazione politica.

Dubbi e perplessità che crescono soprattutto per chi proviene dalla tradizione del pensiero, della cultura e della tradizione del cattolicesimo politico, seppur nelle sue diverse e multiformi espressioni. E questo non solo per il clamoroso ed atteso tonfo elettorale nel suo paese alle recenti elezioni per rinnovare l’Assemblea Nazionale francese ma, soprattutto, per le concrete scelte politiche che persegue. E non solo sotto il profilo culturale e valorale, che è quasi alternativo rispetto al pensiero cattolico popolare e cattolico sociale, ma anche per le opzioni e le scelte politiche che non sono affatto ispirate alla difesa e alla promozione dei ceti popolari.

Forse si rende necessario, almeno da parte nostra, un ripensamento sul ruolo e sulla funzione politica esercitati dal Partito Popolare Europeo che, seppur molto articolato al suo interno, credo che tutt’oggi rappresenti con maggior coerenza e aderenza culturale i valori della storica esperienza democratico cristiana. Perché anche il Centro e la ‘politica di centro’ richiedono coerenza politica e lungimiranza culturale. Pur sapendo che l’universo centrista è rappresentato da molti apporti culturali, è indubbio che la storia e l’esperienza del cattolicesimo politico italiano non possono essere confusi con un centro tecnocratico, liberale, liberista e sempre più aristocratico e salottiero. Non è sufficiente accampare un singolare e sempre più anacronistico antifascismo per diventare elemento aggregante di tutto ciò che non è riconducibile alla destra estrema o alla sinistra radicale. 

Un Centro che si giustifica non solo per veti e pregiudiziali ideologici ma che, grazie al suo essere dinamico, riformista e autenticamente democratico, può e deve svolgere un ruolo fortemente popolare e ispirato a valori che affondano le loro radici anche nella cultura e nella tradizione dell’esperienza storica della Democrazia Cristiana, seppur nelle varie declinazioni che ha concretamente assunto nei paesi europei. Una cultura e una esperienza che, guarda caso, oggi può trovare una maggior e miglior cittadinanza nel Ppe che non in formazioni del tutto estranee ed esterne a quel filone ideale.

Ecco perché, in un clima di profondo cambiamento e di spiccata transizione politica, anche le grandi famiglie politiche e culturali europee sono destinate a subire delle trasformazioni. Sia per quanto riguarda il profilo e l’identità politica e sia, soprattutto, per la concreta adesione dei vari partiti europei. Popolari, socialisti e liberali sono destinati a governare e a dare una nuova “mission” al vecchio continente. Anche e soprattutto nel rapporto con le altre grandi potenze internazionali. Ma un dato è indubbio nonchè oggettivo: è giunto il momento che chi arriva dalla stessa tradizione culturale ed ideale non comprometta la sua identità per calcoli politici e di mero schieramento. Pena la trasformazione dei grandi partiti europei in meri pallottolieri. Oltre al sostanziale rinnegamento delle proprie radici ideali.

De Gasperi e Paronetto: l’alleanza tra popolari e giovani cattolici.

Nel corso dell’autunno del 2013, settanta anni dopo la pubblicazione del Codice di Camaldoli, a conclusione di un seminario organizzato per analizzare i vari aspetti che portarono alla sua elaborazione si decise di chiedere a Stefano Baietti di svolgere una ricerca sulla preparazione – definita prepolitica – cui Alcide De Gasperi si dedicò intensamente, a partire dal 1940, prima di assumere la funzione guida della ricostruzione italiana, materiale e morale, e di concorrere in modo decisivo a dare all’Italia la Costituzione, chiamata a promuovere l’unità,  lo sviluppo e la pace della società nazionale.

Eravamo in presenza di cambiamenti politici epocali: era caduto il muro di Berlino e la divisione bipolare lasciava il posto a un mondo multipolare e alla crescita economica dei grandi Paesi “arretrati”.

In Italia ci si interroga sulla sparizione dei grandi partiti, protagonisti della grande ricostruzione e sviluppo del Paese, e sul futuro, alla ricerca di nuove istituzioni, di nuovi rapporti tra società e politica. I militanti del partito unico dei cattolici, dopo cinquanta anni di governo del Paese (un tempo certamente lungo) e dopo il Concilio Vaticano Secondo, (la dichiarazione sulla libertà religiosa) si sentono attratti da nuove esperienze nelle nuove realtà “partitiche”. Accanto ai due protagonisti principali della società industriale irrompono, ormai, sulla scena del mondo, nuovi soggetti, movimenti, organizzazioni, nuovi modi di aggregarsi, di unirsi, di progettare il futuro. Sono uniti dai grandi movimenti etici, spirituali e religiosi, intorno ai temi dell’ecologia, della pace, dello sviluppo, dei diritti umani, che attraversano le frontiere dell’umanità, unendole o separandole in una logica del tutto meta-politica e meta-statale. Con questa società la politica deve cercare punti di convergenza, trovare nuovi canali di comunicazione. È un patto associativo che dovrebbe rifiorire nelle relazioni tra l’ordine politico e l’ordine sociale dopo troppo tempo in cui la politica ha trovato tanta sicurezza nel patto di assoggettamento e di dominio. Non si può più dialogare con l’attenzione solo ai sistemi elettorali, perché così facendo si crea solitudine che scatena violenza e allontana la gente dalla partecipazione al voto.

Tra le tante riflessioni sul Codice di Camaldoli che furono sviluppate nel Seminario del 2013, lontano da nostalgie ideologiche, in molti si chiesero se non fosse utile approfondire il passato prossimo e in particolare quella breve fase, definita prepolitica, che portò alla stagione della ricostruzione del Paese e alla scrittura della Costituzione italiana con il coinvolgimento di quasi tutte le forze politiche del Paese.

Oggi presentiamo in questa sede della Camera dei Deputati (ringraziamo ancora volta il Presidente e i Parlamentari che sono chiamati a rappresentare il Paese) i quattro volumi di Stefano Baietti focalizzati sugli anni della prepolitica di cui fu protagonista Alcide de Gasperi, coadiuvato da altri ricostruttori, quali, Donato Menichella, Ezio Vanoni, Luigi Einaudi, Giovanni Battista Montini e il giovane amico cui tutti fanno riferimento, Sergio Paronetto, che muore appena finito di trasferire il proprio insostituibile contributo.

Prima di sottolineare alcune delle scelte più significative vorrei dire ai lettori di non dimenticare che tutto avvenne nella difficile posizione dell’Italia ai confini della guerra fredda tra i due blocchi e con il più grande partito comunista di occidente (conventio ad escludendum).

Anche coloro che in quel momento non sostennero De Gasperi, a poco a poco, anche nel tempo presente, gli riconosceranno, tra le sue doti, quella della statura e della creatività nella politica, quella capacità di immaginare politiche di intervento e rimanendo stupiti di fronte all’abbondanza di programmi mandati in esecuzione: dalle riforme sociali nel riscattare la condizione subalterna dei disoccupati e dei poveri e in particolare dei contadini, nell’affrontare il dualismo tra il Nord e il Sud del Paese, nell’inserimento dell’obbligo della scuola di base, nell’adottare le più coraggiose scelte politiche nel mondo bipolare; si pensi alla decisione del 1947 di superare la partecipazione al governo dei socialisti e comunisti, all’adesione all’Alleanza Atlantica e alla Nato, al sogno dell’Europa Federale, alla proposta della CED e del progetto di Costituzione federale approvata dall’Assemblea “ad hoc” della CECA “Costituzione europea”.  Il preambolo era particolarmente significativo: “Noi popoli della Repubblica federale Tedesca, del Regno del Belgio, della Repubblica francese, della Repubblica Italiana, del Granducato del Lussemburgo e del Regno dei Paesi Bassi abbiamo deciso di creare una Comunità Politica”. Il Trattato della CED non venne – come sappiamo – ratificato dal Governo Francese di Mendès France. E i nodi – ancora aperti oggi – sono contenuti nella lettera di De Gasperi al nuovo Segretario Politico della DC nel 1954, Amintore Fanfani. E non si parlò più di Comunità politica.

De Gasperi affrontò alla Conferenza di Parigi il gelo degli Stati vincitori con queste parole: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”.

De Gasperi, in questo tempo di prepolitica, avvia la costituzione dell’unico partito laico di ispirazione cristiana e, oltre i popolari, che con lui hanno sofferto la persecuzione del regime fascista, stringe il rassicurante e fruttuoso collegamento con Giovan Battista Montini, con i giovani studenti universitari (FUCI), con i laureati cattolici e molti “professorini” del Nord e, alla fine, accetta l’idea di un pluralismo sindacale libero e autonomo.

La maggioranza di questi giovani ha meno di trenta anni e De Gasperi stringe una fitta collaborazione con un giovane, Sergio Paronetto, di solida formazione cattolica, economica, internazionale, e già vice direttore all’IRI, che si rivelerà strategica e determinante e che gli consentirà di fare un tuffo nella modernità e nelle fonti che arbitreranno il mondo a guerra finita.

D’altro canto, sono pochi i politici e gli imprenditori che si affacciano con determinazione alla nuova democrazia italiana; nei loro confronti Paronetto svolgerà un ruolo fondamentale per introdurre una cultura su come vanno viste dall’interno la democrazia politica, la democrazia economica, la società pluralista, di cosa siano le industrie, le banche “viste da dentro”.

In questo modo Paronetto diventa il prezioso collaboratore di De Gasperi e del suo Partito. Il lettore si meraviglierà della frequenza con cui il nome di Paronetto viene citato in questi libri. È morto giovanissimo e le generazioni successive non ebbero che rarissime informazione della sua vita.

Paronetto insiste con De Gasperi che, prima di cominciare a immaginare la libera dialettica tra le forze democratiche, è assolutamente necessario, constatato il livello di distruzione morale, oltre che materiale, raggiunto in Italia per le vicende della guerra e della guerra civile, ricominciare daccapo con le definizioni più elementari sulle quali cercare la convergenza con le altre forze politiche: un lessico civile da tutti condiviso.

Si tratta di immaginare i principi dell’ordinamento sociale, i principi dell’ordinamento economico e i principi dell’ordinamento politico. Intanto, i “principi dell’ordinamento sociale”, che è il vero titolo del Codice di Camaldoli, sono pronti già dal 1943, anche se Montini ne pretende una attenta revisione da parte di Paronetto; il Codice uscirà nel 1945, poco dopo la morte del suo autore. Non ci sarà un corpus organico per i principi dell’ordinamento economico e i principi dell’ordinamento politico. Ma ci sarà molto materiale prezioso, frutto delle elaborazioni dei colloqui del periodo pre politico.

Stefano Baietti ha scritto queste pagine con la cura di contribuire a far crescere una rete, anche con personalità di diverse culture e sensibilità, per capire – fuori dalle ideologie e dai totalitarismi del secolo breve – come rimettere in campo gli obiettivi di crescita morale oltre che economica e sociale del nostro Paese e dell’Europa.

Nel libro viene anche dato molto respiro ai quattro radiomessaggi pontifici dal 1941 al 1944, al Codice di Camaldoli, al fondamentale discorso di investitura delle ACLI pronunciato da Pio XII l’11 maggio 1945 (nove giorni prima della morte prematura del giovane valtellinese) in cui si perviene a un picco alto e coraggioso, insuperato, della dottrina sociale della Chiesa: in tutto sei documenti, tutti di mano di Paronetto, che vanno considerati insieme ai quattro documenti degasperiani: il Testamento politico 1942 firmato De Gasperi (!) e i tre testi programmatici della Democrazia Cristiana firmati Demofilo. Sono quindi dieci i documenti della prepolitica tra il 1941 e il 1945 stesi in qualità di ghost-writer da Sergio Paronetto.

La loro rilettura oggi potrebbe dare (forse) speranza a che la politica quale noi la conosciamo ai nostri giorni avvii un processo di auto-emendamento per tornare dove il pensiero – per l’Italia, per l’Europa, per il mondo – era già arrivato ottant’anni fa.

Sta ora ai quattro autorevoli studiosi entrare nel merito di quelli che furono quegli anni e come dicevano gli antichi e come potrebbero dire anche  i lettori di questi libri “sit finis libri non finis quaerendi”.

Assemblea Ucid, un nuovo slancio programmatico per le sfide odierne.

Si è conclusa ieri mattina la tre giorni di lavori per l’Assemblea nazionale Ucid, presso il Teatro S. Antonino della Cattedrale di Sorrento. L’Unione cristiana imprenditori e dirigenti, realtà che promana dalla Conferenza episcopale italiana e che, con oltre 3mila iscritti nel Paese, promuove la dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’impresa, si è data appuntamento nella cittadina campana per riprendere il dialogo con la Chiesa, le istituzioni e le parti sociali. All’Assemblea riservata ai soci di Ucid ha fatto seguito la giornata aperta al pubblico, dedicata al tema “Partecipazione e democrazia nell’impresa. In cammino verso la 50° edizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani”.

Tanti i temi sul piatto: dal welfare aziendale come strumento per sostenere le famiglie alla decarbonizzazione come occasione di competitività, fino agli obiettivi di democrazia economica e al coinvolgimento femminile nell’impresa e nel lavoro. Molte le voci del mondo cattolico che si sono susseguite, a partire da quella di Gian Luca Galletti, presidente di Ucid, già Ministro dell’ambiente, che è partito dall’ambito della sostenibilità d’impresa: “Fondamentale è aprire l’impresa alla partecipazione, renderla davvero strumento di democrazia economica e attore sociale responsabile: lo richiede l’Europa con i criteri ESG che riguardano ambiente, sociale ed equità della governance, ma più ampiamente è un compito che la dottrina sociale da sempre riconosce all’organizzazione aziendale”.

Il presidente di Ucid ha pungolato la CEI sul ruolo della Chiesa nel rapporto tra società civile e politica: “Serve una scuola di politica orientata al pensiero cattolico perché questo torni a incidere nella società. Vediamo la politica polarizzarsi in opposti estremismi, c’è bisogno di mediazione tra le parti. Ma troppo a lungo la Chiesa ha abbandonato il suo ruolo di formazione e di supporto all’impegno dei laici, così il legame tra Chiesa e società civile si è allentato e la politica ha perso qualità”.

Ha subito reagito Mons. Francesco Savino, vicepresidente della CEI: “Occorre ricucire questo legame, per riscoprire un metodo di pensare la politica, da De Gasperi ad Aldo Moro, fino a Dossetti. Imprenditori, professionisti, dirigenti: va sollecitato una partecipazione virtuosa anche nella vita politica”. Sul tema è intervenuto anche l’economista Stefano Zamagni: “Un conto è la politica, un altro sono le formazioni partitiche: se si ha chiara questa distinzione, una scuola di politica che si basi sul pensiero cattolico può fare bene al Paese, alla sua classe dirigente e al rapporto tra corpi sociali e istituzioni”.

Il dialogo si è spostato poi sul rapporto con il sindacato: “Con Cisl abbiamo basi culturali comuni e anche Ucid ha sostenuto la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Cisl sulla partecipazione dei lavoratori all’impresa” ha affermato Galletti. “Le forze parlamentari accelerino sulla proposta di legge sulla partecipazione – ha affermato il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra – serve un’alleanza vera tra capitale e lavoro, basata su valori come la centralità della persona, la dignità del lavoro. Si tratta della cultura che abbiamo in comune conUcid, realtà con cui c’è un legame solido”.

Presentato poi il documento Ucid “Principi di economia civile. Una guida per imprenditori e dirigenti”, pubblicazione promossa da Fabio Storchi, già alla guida di Federmeccanica e presidente Ucid Reggio Emilia. Si tratta di un testo orientato a promuovere un’impresa etica e sostenibile, capace di farsi carico delle aspettative sociali quanto a transizione ambientale, responsabilità sociale ed equità della governance. “A partire dai contenuti del documento vorremmo promuovere un dialogo ampio, che comprenda le istituzioni civili, quelle ecclesiastiche, il mondo accademico e le parti sociali. Le settimane sociali dei cattolici saranno un’occasione per muovere in questo senso”, ha spiegato Stefania Brancaccio, segretario generale Ucid.

Tanti gli ospiti della tre giorni, tra gli altri anche Don Antonio Mastantuono, assistente spirituale di Ucid, il Prof. Vincenzo Sanasi d’Arpe, amministratore delegato di Consap, fino ai tanti rappresentanti del territorio campano come Mons. Francesco Alfano, Vescovo di Sorrento, l’Avv. Massimo Coppola, sindaco di Sorrento, Amedeo Manzo, presidente della Bcc di Napoli e Nino Apreda, Presidente di Ucid Campania e Sigrid Marz, presidente Uniapac Europa.

 

 

L’Ucid associa in Italia oltre 3.000 imprenditori e dirigenti ispirati alla dottrina sociale della Chiesa ed è emanazione diretta della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

Accentramento e leaderismo, il grande tarlo della democrazia.

È già sulla scena. Per questo mi sono chiesto cosa si nasconde dietro le quinte del Premierato, al di là delle note e giuste critiche. Un Premierato disinvoltamente sbandierato come “la madre di tutte le riforme”, con qualcosa nel suo sottofondo, che gli stessi studiosi non hanno forse la voglia di approfondire. I commenti, le ragionevoli riflessioni e gli editoriali che circolano sono infatti tutti rivolti a denunciare il passo indietro di un Parlamento che rischia di trasformarsi  veramente in una “… Aula sorda e grigia”; ma anche a criticare la riduzione dei poteri del Presidente della Repubblica, in pratica ridotto a notaio. Sono posizioni su cui non si puo fare altro che essere d’accordo, anche se Angelo Panebianco definisce frettolosamente “conservatori costituzionali” coloro che temono questa deriva autoritaria, centralistica e antiparlamentare.

Mettiamola come vogliamo, ma i sostegni e gli appigli di queste oneste critiche sono tuttavia da ricercare nella  razionalità della scienza politica, del diritto costituzionale e del diritto pubblico, nelle  ricadute pericolose sugli equilibri previsti dalla nostra Costituzione, ecc…Tutto giusto!  Quello però che a mio avviso manca in queste analisi riguarda solo un pizzico di psicologia politica e di antropologia culturale, insieme alla osservazione accurata delle “personalità monocratiche”, ovvero con forti poteri istituzionali che circolano per il mondo.

Oggi possiamo notare che c’è una diffusa voglia di essere leader unici a tutti i costi. Capi forti e solitari. Comandanti singoli e autonomi. Insomma una incomprensibile voglia di affrontare la tempesta elettorale e il governo di uno Stato salendo da soli sulla propria barchetta personale, senza remare insieme a compagni di mare e senza cedere un poco della propria spocchia: basti pensare agli spropositati 34 simboli che nelle ultime elezioni politiche italiane hanno delegittimato l’autentico e insostituibile significato del pluralismo. Tutti partiti simili. Fotocopie. Movimenti immaginifici, gruppi politici individuali, simboli nostalgici e storici tenuti sotto chiave, liste civiche, liste di scopo, ecc…

E tutti partiti che si somigliano grosso modo nei grandi valori portanti e di base della socialdemocrazia liberale, e – se ancora c’è spazio – della Dottrina sociale della Chiesa: almeno così si dichiarano e cosi si spera che siano, se non si crede più al ritorno del fascismo e del comunismo storici. Insomma, una caterva di simboli che disorientano e frantumano l’elettorato. E che ormai, forse proprio per questo ultimo motivo, lo confonde e lo lascia a casa. Ma nello stesso tempo tutti partiti decisamente e fondamentalmente  diversi solo e soltanto  per la faccia del leader.

Non è infatti solo il modello tecnico elettorale con i più giusti equilbri democratici dei pesi e contrappesi che dovrebbe giustamente attirare l’attenzione. Anche perché, a ben vedere, di un leader che coordina senza ordinare, la democrazia ne ha bisogno. I tanti dubbi che rimangono sospesi, riguardano sia quelli come dicevo sul profilo e la personalità del premier eletto, sia quelli relativi alle modalità e alle sofisticate tecniche comunicative e informative che adopera  nella sua campagna elettorale per essere eletto.

Dunque, anche se il Premierato sarà supportato da una legge elettorale più idonea, e dalle proposte di correzioni suggerite da capaci studiosi sinceramente democratici – cito solo Ceccanti e Guzzetta – ai nostri giorni rimangono senza risposta questioni strutturali date per scontate, ma connaturate al modello elettivo diretto, di un Premier dei nostri tempi digitali. Sono tutte questioni relative alla imperante telepolitica-spettacolo, al ruolo centrale che ormai occupano i media, vecchi e nuovi, i social, ecc…nella comunicazione politica e nella propaganda politica. E che una volta fatte emergere dal dimenticatoio e portate alla consapevolezza di tutti noi, dovrebbero suggerire molte cautele e molte preoccupazioni, prima di istituzionizzare l’elezione diretta di un Capo di Governo solo… a distanza. Chi elegge un premier? Quanti lo eleggono? E come  si elegge ?

Di queste preoccupazioni ne elenco  solo due. La prima riguarda la rappresentanza, ormai in mano a un ristrettissimo numero di votanti, con una partecipazione al voto e livelli di astensionismo mai prima registrati. Per cui se non si mette in agenda il tasso di partecipazione, non è  molto sbagliato supporre che un premier che vinca le elezioni, mettiamo con il 51% dei voti ma con il 40 % di votanti, rappresenterà solo e soltanto il 20% degli italiani con diritto al voto.

La seconda riguarda la totale crisi del partito politico, trasformato nel migliore dei casi in un tele-partito sul modello Casaleggio-Grillo. Padronale sin dai tempi di Berlusconi. Senza Congressi e Direzioni. Con le sue rarissime sezioni territoriali, con i suoi ormai vuoti Circoli, con il progressivo calo di iscritti e militanti, specie tra i giovani. E con la conseguente e totale rimozione di una democrazia partecipata e deliberativa che parta proprio dal basso e dai territori della sana dimensione locale e comunitaria.

Rimangono le primarie aperte, che servono però solo a svuotare dall’esterno il partito politico. Allora, cosa resta? La scelta del premier eletto solo grazie ai media, vecchi e nuovi? Un premier estratto a caso da una certa classe politica, quasi come un mumero della tombola? Magari un premier con disturbi narcisistici della personalità? Intendo dire un premier spesso senza nessuna formazione prepolitica, senza nessuna esperienza amministrativa locale e civica, con spessori etici ai minimi termini e livelli culturali discutibili, ma  solo con un enorme fascino comunicativo e con una voglia estrema di essere “Primo” a tutti i costi? Un premier caratteriale, con sorrisi forzati, gli occhi sbarrati dall’ira e l’indice della mano destra minaccioso? Con una ripulsa odiosa verso i diversi: i non patrioti, i non nazionali, e quegli immigrati che organizzano le “sostituzioni etniche”?

Domande e interrogativi che meritano risposte convincenti. Senza invocare i test attitudinali per i candidati al premierato, è però necessario che per quella carica monocratica – qualora il Referendum non dovesse, come speriamo, affossare la Riforma – venga scelta e votata una persona sapiente e saggia. Equilibrata e competente. Non odiosa. Non tetragona a difesa della formula amico/nemico. Una persona che sappia che leader significa guida e rispetto non solo degli amici. Un “Premier” che sia corretto e attento anche verso i… “Deuxième” e i “Troisième”, vale a dire i Secondi e i Terzi.

Asianews | Putin abolisce la tassa sui matrimoni e aumenta quella sui divorzi.

Stefano Caprio

 

Con le discussioni alla Duma di Mosca sulle modifiche alla riforma fiscale, cercando di introdurre tasse sempre più estese e salutando definitivamente il sistema assistenziale degli ultimi decenni, la Russia si sta preparando a ridefinirsi in modo definitivo nella economia di guerra, destinata a modellare il Paese per molti anni, anche dopo il regno eterno dello zar Putin. L’ultima trovata è l’aumento della tassa sui divorzi, che permette di prendere due piccioni con una fava: afferma la prevalenza dei “valori tradizionali” difendendo la famiglia e il principio dell’indissolubilità del matrimonio, e allo stesso tempo assicura un gettito abbondante e garantito, essendo la Russia, al di là dei proclami, assai poco legata a quegli stessi valori, con un tasso di divorzi molto più alto che nella maggior parte dei Paesi del mondo (solo l’anno scorso ce ne sono stati più di 700mila). In compenso è stato proposto anche di eliminare la tassa sui matrimoni, per le stesse ragioni.

L’effetto di queste misure sulla vita dei russi è in realtà paradossale, in quanto invece di un impoverimento, sembra aprirsi una stagione di benessere e arricchimento. La presidente della Banca centrale di Russia, Elvira Nabiullina, ha rivelato che in effetti stanno molto crescendo i crediti alle persone e alle aziende, perché “la popolazione diventa sempre più ricca”. Contro ogni previsione, la Russia sta battendo ogni record di tasso di crescita del Pil, che nel 2023 è risultato del 3,6% rispetto all’1,8 che era stato pronosticato, e nei primi quattro mesi di quest’anno è salito a un’indecente 5,4%, creando un entusiasmo popolare per la “economia di mobilitazione”.

Uno dei più importanti economisti russi, il professor Igor Lipsits, che ora vive in Lituania dopo essere stato cacciato dal mondo accademico e dichiarato “agente straniero”, spiega a Radio Svoboda che “prima la Russia lasciava parte dei proventi delle esportazioni come riserve all’estero, ora non si lascia più nulla e tutto viene reinvestito all’interno del Paese”. Non c’è più bisogno di mettere qualcosa da parte per i “tempi bui”, perché i tempi bui sono già arrivati, e nessun futuro più ci aspetta. Tutto si riversa sul consumo immediato, e ovviamente la massa principale dei soldi finisce nell’industria bellica, attorno alla quale crescono i vari gruppi di un indotto senza fine. Ai soldati non servono solo le armi, ma anche il cibo, i vestiti, le medicine e tanto altro, e tutta la popolazione vive in stato di mobilitazione, anche quelli che non devono andare al fronte, almeno per il momento.

Più che economia “di guerra”, potrebbe essere definita economia “della fine dei tempi”, una sensazione di apocalisse vissuta in presa diretta. La dimensione religiosa sempre più applicata alla politica e alla società crea l’illusione che la Russia sia già nel regno dei cieli, che sia al di sopra delle turbolenze terrene dei popoli in preda all’anticristo occidentale, e che i soldati in Ucraina siano angeli scesi a difendere la purezza dei santi. Il presidente Vladimir Putin ha voluto confermare questa sensazione, recandosi in pellegrinaggio alla Lavra della Trinità di San Sergij, dove insieme al patriarca Kirill ha venerato l’icona della Santissima Trinità di Rublev, assurta ormai a simbolo della riunificazione celeste dei popoli slavi, baciando il sarcofago che contiene le spoglie di San Sergij di Radonež, patrono della Russia militante.

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/L’economia-bellica-della-Russia-senza-futuro-61047.html

Francia, gli ultimi sondaggi confermano la vittoria della destra.

Alla vigilia del primo turno delle elezioni legislative anticipate, il sondaggio Odoxa-Mascaret-Presse Régionale- Public Sénat-“le Nouvel Obs” ha confermato le tendenze registrate nelle indagini demoscopiche effettuate in seguito allo scioglimento dell’Assemblea nazionale da parte di Macron. Si prevede anzitutto una partecipazione elettorale molto elevata (il 66% dei francesi intende recarsi alle urne). La massiccia mobilitazione politica dovrebbe produrre un numero record di triangolari (tre candidati qualificati per il secondo turno) in 160-200 circoscrizioni, prima di probabili rinunce nell’intervallo tra i due turni.

In questo primo turno, la destra di RN resta in vantaggio con il 35% delle intenzioni di voto, davanti al Nuovo Fronte Popolare (27,5%) e alla maggioranza presidenziale, indietro rispetto ai due blocchi (21%).

Secondo la proiezione di Odoxa, il RN con i suoi possibili 265-305 seggi è in corsa per la maggioranza assoluta nella futura Assemblea. Al contempo, il Nuovo Fronte Popolare dovrebbe affermarsi come la principale forza di opposizione con 150-190 seggi. In grande difficoltà la maggioranza presidenziale, accreditata di soli 70-110 seggi e la destra (LR e varie destre), con una oscillazione tra i 15 e i 45 seggi.

Nel dettaglio si possono cogliere gli effetti di una mobilitazione politica straordinaria. Secondo lo studio, tra il 64% e il 68% degli elettori iscritti alle liste elettorali dovrebbero andare a votare, con una media del 66% (in aumento di 2 punti rispetto al sondaggio del 21 giugno scorso). Tale partecipazione, se confermata, porterebbe a un aumento di quasi 20 punti rispetto al dato delle elezioni legislative del 2017 (48,7%) e del 2022 (47,5%). Un dato che potrebbe eguagliare o superare quello delle elezioni legislative del 2002 (64,4%).

Dunque, le elezioni legislative vedrebbe RN imporsi come il grande vincitore del primo turno con il 35% delle intenzioni di voto (+2 punti rispetto al sondaggio del 21 giugno), in linea con il suo punteggio storico, quello delle europee del 9 giugno. L’aumento sarebbe di quasi 17 punti rispetto alle ultime elezioni legislative del 2022 (18,7%).

Con il 27, 5% di intenzioni di voto, il Nuovo Fronte Popolare sarebbe l’altro grande vincitore di queste legislative guadagnando 2 punti in più rispetto alla cifra  ottenuta dalla Nuova Unione Popolare Ecologica e Sociale (Nupes) nel 2022 (25,78%).

Con il 21% delle intenzioni di voto (+2 punti rispetto al nostro studio del 21 giugno), la maggioranza presidenziale [di Macron] sarebbe relegata al terzo posto, molto indietro rispetto a NFP e RN. Il calo sarebbe di quasi 5 punti rispetto al risultato di Renaissance e dei suoi alleati nel 2022. L’altro grande perdente annunciato è il raggruppamento di centro-destra “non-ciottiste” che potrebbe fermarsi al 7%, ovvero 4 punti al di sotto del suo risultato del 2022.

L’alto livello di partecipazione previsto e i risultati raggiunti in molte circoscrizioni dai tre principali raggruppamenti politici potrebbero comportare tra i 160 e i 200 triangolari (rispetto agli 8 del 2022). Ciò favorirebbe notevolmente RN. In testa alla fine del primo turno nella maggior parte delle circoscrizioni, il partito di Jordan Bardella e Marine Le Pen potrebbe approfittare dei disaccordi degli altri due concorrenti (NFP e Ensemble) e del basso potenziale di trasferimento di voti tra i due bacini elettorali, per vincere la maggior parte dei triangolari e assicurarsi la maggioranza assoluta nella futura Assemblea.

 

 

[Il testo firmato da Sylvain Courage è stato tradotto e adattato, effettuando tagli e cuciture nel rispetto dell’impianto originario]

Insieme | Andando a zigzag, la Meloni ha perso clamorosamente in Europa.

Domenico Galbiati

 

[…] Giorgia Meloni, visibilmente contrariata dall’alleanza tra popolari, socialisti e liberali che la esclude, contesta il fatto, in sé ovvio, che in un Parlamento si formi una maggioranza politicamente connotata.
Per altro verso, si riscopre leader di governo ed invoca, per l’attribuzione dei ruoli apicali e per la stessa nomina dei Commissari, un cambio di registro, incardinato sui paesi come tali, piuttosto che sulle affinità di ordine politico che, appunto, diano luogo, alla formazione di un’alleanza dotata di una propria visione e di un proprio programma.

Sicuramente si tratta di due chiavi interpretative che devono essere fatte convivere, ma non si può negare la prima e privilegiare unilateralmente la seconda, come se pensassimo l’Europa – ma non è, infatti, questo l’intendimento della Meloni ? – come una “confederazione” di stati o di nazioni, piuttosto che come progetto politico orientato all’ unità del continente.

Ad ogni modo, dopo tante roboanti parole, il prezzo di tale imperizia rischia di pagarlo l’Italia, che finisce per essere omologata al dato politico contingente del governo attualmente in carica.
Infine – ed è un elemento da non sottovalutare – l’ultima pennellata al capolavoro di Giorgia Meloni la danno i suoi stessi più cari amici. Da Orban che sostiene il socialista Antonio Costa, al leader ceco Fico – quest’ultimo organico al raggruppamento dei conservatori – il quale vota tutte e tre le figure in gioco; e poi i conservatori polacchi che stanno valutando se abbandonare o meno Giorgia Meloni. Comunque, ad essere letteralmente frullata nel gorgo scomposto di tante contraddizioni è soprattutto Forza Italia.
È lecito chiedersi come la mette, a questo punto, Antonio Tajani?

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/adesso-tajani-come-la-mette-di-domenico-galbiati/

Mastroianni è stato il divo italiano più amato del dopoguerra

(Askanews) – Per la Treccani l’alter ego di Federico Fellini, “eclettico interprete di circa 150 film firmati da registi di grande rilievo, è stato il divo più amato del cinema italiano, capace di trovare sul set brillanti soluzioni inventive grazie alla sua capacità di concentrazion” e Per l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani Marcello Mastroianni, attore teatrale e cinematografico nato a Fontana Liri (Frosinone) cento anni fa, il 28 settembre 1924, e morto a Parigi il 19 dicembre 1996, infatti ” è stato il divo più amato del cinema italiano del dopoguerra”.

Come ricorda la voce curata da Tullio Kezich per l’Enciclopedia del Cinema Treccani, Mastroianni si formò alla scuola di teatro di Luchino Visconti e divenne l’alter ego di Federico Fellini, passando alla storia come il divo italiano più amato del dopoguerra, eclettico interprete di circa 150 film spesso firmati da registi di grande rilievo.

La crescita sul palcoscenico teatrale coincise con la sua affermazione nel cinema, iniziata nel 1948 impersonando un rivoluzionario in I Miserabili di Riccardo Freda e proseguita fra umorismo e mélo, allargando poi la gamma espressiva alle caratterizzazioni e trovando sempre sul set brillanti soluzioni inventive grazie alla sua capacità di concentrazione.

Tra i titoli della prima fase, quasi sempre in qualità di giovane ingenuo e sventato: Una domenica d’agosto (1950) di Luciano Emmer, Vita da cani (1950) di Mario Monicelli e Steno, Parigi è sempre Parigi (1951) e Le ragazze di Piazza di Spagna (1952), entrambi ancora di Emmer. Di maggiore impegno le partecipazioni a Febbre di vivere (1953) di Claudio Gora, Cronache di poveri amanti (1954) di Carlo Lizzani, Giorni d’amore (1954) di Giuseppe De Santis.

La vera svolta e la popolarità giunsero con Peccato che sia una canaglia (1954) di Alessandro Blasetti, il primo degli undici film che abbinarono Mastroianni nell’arco di quarant’anni, in una sorta di coppia fissa, a Sophia Loren.

Tra i vari registi con cui lavorò Ettore Scola, il regista che l’attore frequentò più assiduamente con otto film tra i quali Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca), La terrazza (1980), Il mondo nuovo, noto anche come La nuit de Varennes (1982), dove impersonò un invecchiato Casanova, Splendor (1989), Che ora è? in felice abbinamento con Massimo Troisi e che firmò Una giornata particolare (1977), toccante incontro d’amore fra una casalinga e un omosessuale ambientato nel giorno della visita di Hitler a Roma nel 1938.

Il momento magico della carriera coincise con l’enorme successo di La dolce vita (1960), in cui Fellini lo impose nella parte del giornalista intorno al quale ruotano gli episodi. Dopo questo film, in 8 1/2 (1963) diventò una sorta di ‘doppio’ del regista, al quale rimase fedele in tre film successivi: La città delle donne (1980), Ginger e Fred (1986) e (nella parte di sé stesso) Intervista (1987).

Negli anni Settanta intensificò l’attività nel cinema francese, prendendo casa a Parigi e diventando il compagno di Catherine Deneuve dalla quale nel 1972 ebbe una figlia, Chiara, divenuta anch’essa attrice.

Sempre aperto alle proposte stimolanti, fece con Paolo e Vittorio Taviani Allonsanfàn (1974), con Luigi Comencini La donna della domenica (1975), con Giuseppe Patroni Griffi Divina creatura.

Di tanto in tanto Mastroianni tornò a quella che definì la “dieta teatrale”, conclusasi in una crepuscolare commedia italiana, Le ultime lune di F. Bordon diretta da Giulio Bosetti. Mastroianni girò con questo spettacolo per due stagioni (1995-96) toccando varie città italiane, accolto ovunque da un travolgente consenso di pubblico. Fece eroicamente l’ultima recita a Napoli, in condizioni fisiche che lo costrinsero a recitare seduto, e andò quindi a morire a Parigi.

Tre volte candidato all’Oscar e due volte premiato come miglior attore al Festival di Cannes, nel 1970 per Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) di Ettore Scola e nel 1987 per Oci cërnye (Oci ciornie) di Nikita S. Michalkov, ottenne a Venezia per due volte la Coppa Volpi, nel 1989 per Che ora è? di Scola (ex aequo con Massimo Troisi) e nel 1993 per Un, deux, trois, soleil (Un, due, tre, stella!) diretto da Bertrand Blier, come miglior attore non protagonista. Fu anche insignito due volte (nel 1983 e nel 1997, in memoriam) con uno speciale David di Donatello alla carriera.

Vita e Pensiero | Disinteressato ed eroico il genio di Marie Curie.

Luigi Gedda

I quarant’anni del radio vengono ricordati in Italia e nel mondo associando alla figura e alla scoperta dei coniugi Curie, la figura di Röntgen e la scoperta dei raggi X. Non è soltanto l’affinità obiettiva di indole fisica che consiglia questa commemorazione comune, ma anche il fatto che la scoperta dei raggi X, per quanto non sia avvenuta esattamente quarant’anni fa, possiamo dirla in senso lato egualmente contemporanea e come tale sarà considerata dalla storia della scienza.

Vi è anche un legame di altro genere fra raggi X e radium, o meglio fra raggi X e colei che identificò il radium, Maria Curie, legame storico, umanissimo e commovente. Maria Curie, per la sua’ mentalità e per la sua esperienza, fu in grado di afferrare precocemente i benefici inestimabili che potevano derivare all’umanità sofferente dalle applicazioni dei raggi X, e fu essa che in un momento cruciale per la storia del mondo, la grande guerra, con quella generosità e ampiezza di vedute che la contraddistinguevano, attrezzò l’esercito francese del servizio Röntgen più vasto e geniale, date le possibilità del momento, con un’attività instancabile che rivelò in essa genialità organizzativa di prim’ordine. Si deve a Maria Curie, subito dopo la battaglia della Marna, il reclutamento di automezzi che essa trasformava in gabinetti radiologici di fortuna e poi l’allestimento delle sezioni radiologiche in circa 200ospedaletti da campo.

Questa applicazione bellica delle radiazioni, a scopo diagnostico, fu da Maria completata prima dell’armistizio e nell’immediato dopoguerra con l’introduzione e l’utilizzazione della sua scoperta, il radio, a favore dei feriti di guerra.

Perciò questo associare il quarantesimo del radio alla commemorazione dei raggi X è conforme allo spirito di Maria Curie e sarebbe da essa certamente condiviso, tanto più che la doppia celebrazione mira ad uno scopo pratico: richiamare d’attenzione del pubblico sui preziosi risultati che si possono conseguire con il radio ed i raggi X nella cura del cancro, risultati tanto più grandi, quanto più la diagnosi e quindi il trattamento sono precoci.

Giungere a conseguenze pratiche, umanitarie, che diminuiscano le sofferenze, ridonando all’uomo la salute, o almeno la speranza, tutto questo è perfettamente conforme agli ideali coltivati dalla nobile anima di Maria Curie.

Chi vuol leggere un libro eroico e triste ad un tempo, ma certamente nobile ed interessante, legga la «Vita della Signora Curie» scritta dalla figlia secondogenita, Eva. Di temperamento artistico e perciò diversa dalla madre come anche dalla sorella primogenita Irene, che fu scienziata come Maria e come essa Premio Nobel per la fisica, Eva Curie ha saputo rendere la figura della madre con una sensibilità e con una obiettività che l’interessata, se avesse pensato di scrivere la sua autobiografia, non avrebbe potuto dimostrare.

L’opera di Maria Curie è essenzialmente rappresentata da quel volume che s’intitola «Radioattività» e che essa riuscì a stendere prima della morte, chiudendo in esso la sua vasta esperienza e la visione sintetica dei suoi precedenti lavori. Ma la figura di Maria Curie non appare, n’è poteva apparire, attraverso questo libro scientifico nelle sue componenti umane. Perciò il trattato richiede come naturale complemento la biografia scritta dalla figlia, e mi sembra di poter dire che, trascorrendo il tempo, mentre il primo diventerà sempre meno attuale poiché la scienza nel suo fatale divenire supera se stessa ad ogni istante, la seconda e cioè la «Vita della Signora Curie» come opera d’arte e di fine penetrazione psicologica, non invecchierà e sarà sempre la fonte a cui attingeranno i lineamenti di questa grande e storica figura.

La vita di Maria Curie è eroica e triste ad un tempo. Eroica di quell’eroismo sostanziale, per quanto prevalentemente interiore, che ha per suo campo la scienza e il laboratorio. Eroismo che si distacca dall’eroismo militare per le tinte più attenuate, e sotto certi aspetti si avvicina maggiormente all’eroismo religioso.

Quando Maria, con il sacrificio di sé, cerca di aiutare la famiglia e anche nel modesto compito di istitutrice a Varsavia e a Przasnysz, che deve per questo motivo accettare, non dimentica anzi alimenta la fiamma del sapere; quando, giunta finalmente a Parigi, compie delle acrobazie finanziarie per frequentare i corsi universitari utilizzando risorse modestissime, lottando contro la fame e il freddo; quando, sposatasi a Pietro Curie, lavora con il marito all’estrazione del radio con una certezza e una costanza che possono sembrare, ai profani cocciutaggine; quando, raggiunto il successo e la gloria, passa indifferente e quasi scontrosa fra i clamori della celebrità cercando di far convergere ogni forza di cui può disporre, ed ogni sforzo personale a beneficio dell’Istituto del Radio e dei suoi allievi, non si può esitare nel giudizio: il genio di Maria Curie è disinteressato ed eroico.

 

Continua a leggere

https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-maria-curie-e-il-radio-6518.html

Aggiornamenti Sociali | Il punto sull’imminente Settimana sociale dei cattolici.

Sebastiano Nerozzi

La voce e il contributo effettivo dei cattolici hanno variamente accompagnato la vita politica dello Stato italiano fin dai suoi inizi. Possiamo ricordare in particolare i primi passi di risveglio sociale e civile mossi in un clima ancora di scontro con l’élite politica liberale del Paese, la breve ma significativa esperienza del Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo, l’attiva partecipazione ai lavori dell’Assemblea costituente e, più di recente, il contributo alla vita politica repubblicana, tanto nelle sue istituzioni rappresentative quanto nella società civile, attraverso la capillare azione formativa svolta dall’associazionismo e dai movimenti cattolici.

In questo percorso, fin dalla loro prima edizione nel 1907 le Settimane sociali dei cattolici italiani hanno svolto un ruolo fondamentale e si presentano oggi come un processo che tende a coinvolgere in misura crescente settori sempre più ampi della Chiesa italiana (cfr Preziosi 2010). L’obiettivo è comprendere e testimoniare insieme, in modalità sempre nuove, la dimensione sociale del Vangelo. La 50ª edizione di questo appuntamento si terrà a Trieste dal 3 al 7 luglio 2024. Si tratta di un anniversario significativo, che segna alcune importanti novità riguardanti sia le modalità di svolgimento della Settimana sia il cammino, già avviato, del mondo cattolico italiano verso questo appuntamento.

A partire da questa edizione, l’incontro si chiamerà Settimana sociale dei cattolici in Italia, a sottolineare la presenza sul nostro territorio di tante persone che, venendo da Paesi diversi, danno nuovi volti alla partecipazione e condividono la ricerca del bene comune nel nostro Paese. Il tema di questa 50ª Settimana sociale è «Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro» e, come si legge nel Documento preparatorio (DP, disponibile in www.settimanesociali.it), l’intenzione è invitare i cittadini e le cittadine a una riflessione sul valore, i fondamenti e le molte articolazioni della democrazia, cercando insieme i modi migliori per rinnovarla e aprirla alla partecipazione di tutti. Ma perché, tra i tanti temi urgenti e importanti (dalla pace, all’ambiente, al lavoro, alle diseguaglianze), si è scelto di dedicare attenzione proprio alla democrazia e alla partecipazione? Nelle pagine che seguono metteremo in rilievo alcuni dati di contesto globali e nazionali utili per cogliere l’importanza della democrazia e della partecipazione, ben consapevoli che oggi sono sempre più messe alla prova.

Le contestazioni e le critiche che vengono rivolte spesso sottostimano la stretta connessione tra il buon funzionamento dei meccanismi democratici e i problemi sociali, ambientali ed economici del nostro tempo, restituendoci una visione parziale delle questioni dibattute. Presenteremo poi il lavoro organizzativo e la metodologia della prossima Settimana sociale, mostrando come questa possa fornire ai cattolici in Italia chiavi di lettura e strumenti utili per far fronte con speranza alle sfide della situazione sociale e politica odierna.

 

Continua a leggere

Sulle riforme nessuna ambiguità: i Liberi e Forti diano l’esempio.

Le tre riforme programmate dal governo di centro destra sono già in corso d’opera e, questa volta, non possiamo disertare il campo. Riforma dell’autonomia differenziata, già legge promulgata e in corso di pubblicazione, quella sul premierato, che ha superato il primo voto al Senato e quella sulla Giustizia, pronta sulla rampa di lancio, sono tre obiettivi sui quali noi cattolici democratici, liberali e cristiano sociali dobbiamo verificare il nostro stato dell’arte e. soprattutto, la volontà del nostro impegno.

Gli amici impegnati nel tavolo di lavoro dei Dc e Popolari stanno seguendo l’iter delle tre riforme con particolare interesse e, stanno per attivare il comitato dei Popolari per il NO alle stesse evidenziando quanto segue:

1- L’autonomia differenziata come stabilita nella legge promulgata, contiene elementi probabili di incostituzionalità che qualcuno chiederà di accertare presso la Corte costituzionale. Si ritiene, in ogni caso, che essa, nella sua ultima formulazione,  rischi di spaccare il Paese in due parti e a ridisegnare una struttura multiforme poliedrica nelle 20 regioni, con enormi rischi tra Nord, Centro e Sud d’Italia e di differenziazioni di diritti sostanziali per i cittadini, specie nei settori della sanità e dell’istruzione. Al punto attuale, non resta che il ricorso alla raccolta delle firme per il referendum abrogativo della legge.

2- Il premierato con l’elezione diretta del capo del governo, sistema unico al mondo, che, dove è stato sperimentato, come in Israele, è stato immediatamente cambiato in quanto causa di ingovernabilità, è da noi DC e Popolari considerato una deforma costituzionale destinata a creare una situazione di rottura traumatica degli equilibri fissati dai padri costituenti. Un’alternativa per noi proponibile sarebbe quella del cancellierato sul modello tedesco, risultato di un’elezione da svolgersi con legge elettorale proporzionale con sbarramento e con l’introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva. Considerato il NO pregiudiziale con questo modello da parte del governo di centro destra, non ci resta che organizzarci con urgenza nel comitato dei Popolari per il NO, partecipando alla raccolta delle firme per il referendum con quanti sono interessati alla difesa della Costituzione repubblicana.

3- La riforma della magistratura, infine, accompagnata dai provvedimenti sin qui assunti nella materia dal governo di centro destra, rischia di creare un vulnus tremendo al principio della separazione dei poteri e all’autonomia della magistratura, per cui, anche per questa riforma/deforma non ci resta che partecipare alla raccolta delle firme per il referendum.

Stavolta non è più tempo di disertare. Siamo consapevoli che esistono tra ex Dc e Popolari, amici che hanno votato per il centro destra e continuano a sostenere il governo a guida di Fratelli d’Italia, e, pertanto, la scelta di scendere in campo al fianco dei partiti e movimenti che intendono difendere la Costituzione, rappresenta l’occasione per chiarirci al nostro interno senza furbizie e/o infingimenti. Coerenti con la nostra storia e cultura politica dobbiamo prepararci per un confronto politico decisivo per le sorti della Repubblica. Questo è il tempo dei Liberi e Forti.

Fondazioni decisive per la presenza dei cattolici nella vita pubblica.

I partiti personali, i partiti del capo e i cartelli elettorali, com’è noto a tutti, non producono pensiero politico e né, tantomeno, elaborazione culturale. E questo perché, com’è altrettanto noto, è sufficiente amplificare e divulgare il verbo del ‘capo’ e tutto finisce lì. Anche perché chi non lo condivide o non fa parte di quel partito o di quel cartello elettorale oppure, e specularmente, non conta nulla in termini politici e progettuali all’interno di quei contenitori.

Ora, a fronte di questa situazione che difficilmente cambierà a breve, è indubbio che se la politica vuole ritrovare il suo giusto ruolo, la sua funzione e la sua autorevolezza non può prescindere da uno sforzo di elaborazione culturale. E questo compito, non potendo più arrivare dagli involucri vuoti e del tutto formali dei partiti politici italiani, non potrà che essere assolto da altri strumenti. E tra questi strumenti spiccano indubbiamente le Fondazioni. Mi riferisco, nello specifico, a quelle Fondazioni che rivestono un ruolo importante e qualificato nel campo della ricerca, della memoria e anche della elaborazione politica e culturale. E, per fermarsi a quelle che affondano le loro radici nella cultura del cattolicesimo politico, sociale e popolare del nostro paese, non possiamo non citare le principali: dalla Fondazione Sturzo alla Fondazione Donat-Cattin; dalla Fondazione De Gasperi alla Fondazione Pastore. Per citare le principali. Ma esistono, come ovvio, molte altre Fondazioni riconducibili ad altre culture politiche che contribuiscono in modo potente a rilanciare e, al contempo, a riscoprire gli elementi decisivi di altre storiche culture politiche.

Certo, non passa attraverso il ruolo delle Fondazioni l’elaborazione programmatica dei molti partiti personali e dei rispettivi cartelli elettorali. Ma è indubbio che se vuoi caratterizzarti sotto il profilo dei valori, della cultura di riferimento e della stessa progettualità politica, le iniziative delle Fondazioni rappresentano una fonte inesauribile. Anche perché le singole iniziative si muovono su più fronti: dalla presentazione di libri alla rilettura critica del “magistero” politico, culturale ed istituzionale di molti leader e statisti del passato; dalla produzione di docufilm su argomenti specifici all’approfondimento di temi che sono in cima all’agenda politica e culturale nazionale. Per non parlare delle pubblicazioni che periodicamente vengono prodotte dalle singole Fondazioni. E non è un caso, del resto, che sono molti gli esponenti politici – almeno quelli che ritengono che una cultura politica di riferimento rappresenti ancora un asset decisivo e strategico per essere presenti nella vita pubblica – che si rifanno alla concreta attività delle Fondazioni per attingere elementi e spunti in vista della definizione e della costruzione dei rispettivi progetti politici. Certo, non parlo dei partiti e dei cartelli elettorali populisti, demagogici e anti politici dove

la parola d’ordine era, e resta, quella di criminalizzare ed archiviare tutto ciò che è seppur vagamente riconducibile al passato.

Ecco perché, almeno per quanto riguarda la cultura, il pensiero e la storia del cattolicesimo politico nel nostro paese, il ruolo delle Fondazioni assume una importanza straordinaria e, oserei dire, quasi decisiva per la stessa presenza dei cattolici nella vita politica contemporanea. Un elemento, questo, da cui non si può prescindere se si vuole continuare ad essere all’altezza della situazione e non limitarsi, come cattolici popolari e sociali, a giocare un ruolo gregario ed ininfluente nella cittadella politica italiana.

ISPI | Il crollo di Biden ha messo in allarme i Democratici

Alessia De Luca

 

Se negli ultimi mesi molti elettori democratici avevano sollevato dubbi sull’età e l’idoneità di Joe Biden a ricoprire un nuovo mandato di quattro anni alla Casa Bianca, dire che il dibattito di ieri sera non gli avrà fatto cambiare idea è un eufemismo. Il primo faccia a faccia in diretta tv tra il presidente in carica e l’ex presidente e prossimo sfidante repubblicano, Donald Trump – trasmesso in esclusiva da CNN – ha trasformato i timori in certezze: nonostante gli affondi del tycoon lo avessero paradossalmente avvantaggiato, mettendolo davanti un’asticella più che bassa da superare, Joe Biden ha inciampato.

Nei 90 minuti di confronto, in uno studio senza pubblico e in presenza dei soli due moderatori Jake Tapper e Dana Bash, la sua voce era roca e monocorde. Spesso ha farfugliato e perso il filo del discorso. Circa a metà serata, gli addetti alla campagna democratica hanno fatto trapelare la notizia che il presidente fosse raffreddato. Sarà stato anche vero, ma suonava come una scusa.

Se sul finale il presidente è sembrato riprendersi, il più delle volte, è stato messo alle corde da un Trump energico ma disciplinato, aiutato dalle regole imposte dall’emittente e dallo spegnimento dei microfoni allo scadere del tempo concesso per ogni risposta. Ha evitato le interruzioni e l’intemperanza che avevano minato il suo primo dibattito nel 2020 e riportato la discussione sugli attacchi a Biden definendolo “il peggior presidente di sempre” ogni volta che è stato possibile.

Anche se ha dichiarato cose false e persino senza senso (come il fatto che i democratici vogliano autorizzare l’aborto “fin dopo il parto”) Biden non è riuscito a metterlo alle strette. “Non so davvero cosa abbia detto alla fine di quella frase, e non credo che nemmeno lui lo sappia” ha scherzato a un certo punto Trump dopo una risposta dell’altro. Una frase, commentano oggi diversi editoriali, che potrebbe riassumere la serata. Tra i temi più dibattuti anche immigrazione, politica estera e inflazione ma la resa dei conti ha assunto fin da subito una piega amara e personale e i due non si sono stretti la mano né prima né dopo il dibattito.

 

Continua a leggere

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa2024-disastro-biden-178901

La Voce del Popolo | L’errore passato non giustifica l’errore di oggi.

Quello che più inquieta nelle “riforme” che vengono proposte (il premierato, e soprattutto l’autonomia regionale) è quel carattere di trofeo che si vuol dare loro. Come se mettere mano ai delicatissimi ingranaggi della cosa pubblica fosse sempre una prova di forza, un modo per attestare un primato. E non la ricerca delle soluzioni giuste a prescindere dal momentaneo (molto momentaneo) van- taggio di parte.

È come se si pensasse di riformare lo Stato con l’occhio rivolto ai telegiornali della sera. Così la ricerca di un vantaggio momentaneo prescinde da ogni sguardo più lungimirante rivolto al futuro del paese. Alle prossime generazioni, come avrebbe detto De Gasperi.

Certo, l’attuale maggioranza può difendersi segnalando le innumerevoli volte in cui l’opposizione di oggi, maggioranza di ieri, ha fatto più o meno allo stesso modo. Valga per tutti l’esempio del titolo quinto sulle autonomie, votato dal centrosinistra ulivista a ridosso delle elezioni del 2001 nel vano tentativo di rincorrere la Lega di Bossi scendendo sul suo stesso terreno. Una cattiva riforma che oggi non a caso viene evocata come progenitrice del nuovo “capolavoro” del recidivo ministro Calderoli.

E tuttavia un errore passato non giustifica un errore presente. E tutti e due sembrano annunciare un futuro assai inquietante. Mentre l’Italia dovrebbe affacciarsi sulla prospettiva europea con una più chiara idea di sé, accade invece che si inducano le regioni a una contesa che si annuncia inevitabilmente distruttiva. Scelta antinazionalista, viene da dire. Non proprio patriottica.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 27 giugno 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Alla Cisl non piace la mancanza di dialogo sociale

Dopo una campagna elettorale “feroce e divisiva”, caratterizzata da “una ulteriore impennata dell’astensionismo”, il leader della Cisl, Luigi Sbarra, auspica che “i neoeletti europarlamentari interpretino il proprio mandato come costituente, sentendo la responsabilità di un cambio di marcia, verso la piena integrazione istituzionale, economica e sociale”.

Nell’intervento introduttivo al comitato esecutivo della confederazione, Sbarra ha messo in guardia dai rischi di una “polarizzazione politica che non fa bene al Paese” e indicato la via del “consolidamento del dialogo sociale per una condivisione su stringenti priorità”. In primo luogo “la sicurezza nei luoghi di lavoro, rispetto a cui occorre dare profondità alle misure recentemente introdotte, integrandole con provvedimenti in grado di rispondere alle lacerazioni del lavoro sommerso, dello sfruttamento, del caporalato”.

Seconda questione di fondo è per il sindacato “il traguardo di una evoluzione partecipativa delle relazioni industriali, con l`approvazione della proposta di legge Cisl sulla democrazia economica. Occorre far crescere la cultura partecipativa nel Paese – ha detto Sbarra – valorizzare il ruolo della contrattazione, rinnovare tutti i contratti pubblici e privati e alleggerire il carico fiscale su lavoro e pensioni per elevare i salari agganciando la sfida della produttività”.

“Nonostante gli stretti margini finanziari lasciati dal nuovo patto di stabilità europeo e dall’attesa messa in infrazione dell`Italia – ha evidenziato il segretario generale della Cisl – nella prossima manovra di bilancio sarà necessario trovare le risorse per confermare alcuni interventi conquistati dal sindacato. Penso al bisogno di dare continuità al taglio del cuneo contributivo e all’accorpamento delle prime due aliquote Irpef, a finanziare la Zes unica per il Mezzogiorno, a dare prospettiva alla detassazione sulla contrattazione decentrata, sui premi di risultato, sui fringe benefit sul welfare negoziato”.

Sbarra ha poi chiesto che “siano indicizzate le pensioni medie e popolari, dare concretezza, in tema di previdenza, alla pensione di garanzia per i giovani e a forme di sostegno alla previdenza complementare. Serve rilanciare gli investimenti pubblici e privati, messa a terra partecipata del Pnrr, politiche industriali e infrastrutturali, assicurando maggiori risorse su sanità, pubblico impiego, scuola, politiche sociali e non autosufficienza”.

Le risorse per queste misure “dovranno essere trovate anche attraverso un forte contrasto all’evasione e all’elusione fiscale, un prelievo di solidarietà sulle multinazionali energetiche, logistiche, bancarie e farmaceutiche, e una maggiore tassazione sulla finanza speculativa e sulle grandi rendite immobiliari. Resta inoltre in piedi la nostra proposta di istituire un fondo di investimento sull’economia reale composto da risparmi privati adeguatamente garantiti dallo Stato”.

L’obiettivo della redistribuzione “dovrà misurarsi anche sull’autonomia differenziata. La Cisl ribadisce il proprio monito: la riforma avrà un senso se rafforzerà l’unità e la coesione nazionale, oltre che l’efficienza e la responsabilità delle istituzioni regionali e locali. Precondizioni essenziali di ogni accordo tra Stato e Regioni dovranno essere la definizione e il pieno finanziamento dei Lep, l’individuazione dei fabbisogni standard, la creazione di un fondo di perequazione nazionale per il riequilibrio delle aree deboli. Inoltre ogni intesa andrà preceduta da un adeguato coinvolgimento delle parti sociali”.

La criminalità minorile. Giustizia riparativa o giusta punizione?

L’omicidio di Thomas, il 16enne ucciso a coltellate a Pescara da due ragazzi poco più che coetanei, è solo l’ultimo di una serie impressionante di fatti di sangue, delitti, gesti criminali che stanno connotandosi come ‘fenomeno sociale’, nel senso che si ripetono con una frequenza disarmante e si estendono a tutti i target di estrazione e di provenienza ambientale e familiare. Il riferimento alla famiglia come soggetto interessato direttamente a queste vicende è d’obbligo visto che stiamo parlando di minorenni che in prevalenza vivono in un contesto familiare. Inevitabile quindi considerare il dolore inesprimibile dei genitori delle vittime ma anche quello, ugualmente angosciante e denso di interrogativi e sensi colpa dei padri e delle madri degli autori di questi gesti efferati, che scuotono le coscienze di tutti e squarciano il velo di apparente normalità dei contesti esistenziali di riferimento.

Viviamo un tempo in cui stiamo abituandoci al peggio: qui non si tratta del solito refrain generazionale per cui si può dire che certi fatti accadevano anche in passato, solo che non se ne parlava. Vero è che i media e i social stanno diventando i megafoni del male, eppure ci sono tra i giovani esempi di serietà, impegno scolastico, rispetto dei genitori, solidarietà sociale, gesti di generosità. Si ha tuttavia l’impressione che prevalgano alcune evidenze deteriori: il ripetersi incessante di fatti di violenza tra minori e in danno di minori induce a pensare che sia stata metabolizzata dai ragazzini una sorta di immunità alle conseguenze derivanti da certi gesti scellerati.

C’è poi una vistosa carenza di controllo genitoriale: dove vanno i nostri figli di notte, perché rincasano al mattino, spesso ubriachi e drogati, perché non si confidano sulle compagnie che frequentano, perché ostentano sicurezza, rivendicazioni di libertà senza controlli ed esprimono tracotanza e ribellione? Anche a scuola accade ciò che un tempo era impensabile: ragazzi che picchiano i professori, supportati o sostituiti da genitori difensivisti ad oltranza. Abbiamo perduto il senso del limite: noi adulti per primi, con un atteggiamento in genere concessivo. Tutto sembra fatto per non creare complessi di inferiorità o turbamenti ma si usa più spesso il “sì” del “no”. Il fenomeno dell’adultizzazione precoce stimola emulazioni di cattivi esempi ma è il vivere sociale che va assumendo sembianze di insostenibilità. Concedere tutto, perdonare sempre, permettere che ragazzini poco più che bambini girino armati di coltelli e li utilizzino con una disinvoltura agghiacciante, l’uso sempre più frequente di alcool e di droghe, spesso acquistate da pusher noti, ma con quali soldi? Proprio in questi giorni il Dipartimento per le politiche antidroga ha riferito al Parlamento che 680 mila giovani di cui 360 mila minorenni hanno fatto uso di droghe nell’anno precedente. Il 39% degli adolescenti (4 studenti su 10) ha ammesso di aver provato almeno una volta ad assumere una sostanza stupefacente. Sono dati agghiaccianti, specie se riferiti ai minori.

Qualcuno non vuole sentire parlare di baby gang eppure si coagulano tra i ragazzini gruppi dediti ad attività delittuose e criminali. Ricordo che in America Latina il fenomeno esiste da decenni e va espandendosi nel mondo contestualmente all’emigrazione: le “maras” sono bande di taglieggiatori che estorcono denaro, sequestrano bambini, organizzano la prostituzione minorile, sfidando le forze dell’ordine. Ma anche restando negli eventi di casa nostra si nota come sempre più spesso certi fenomeni di violenza sono agiti in gruppo: in genere se ne fa parte per non essere da meno, chi si tira fuori viene bullizzato o punito ma l’ostentazione espressa in azioni delittuose crolla di fronte alla confessione di qualche amico, raramente per pentimento del male commesso. Usare un termine come “rispetto dovuto” per massacrare di coltellate un minore per un debito di qualche decina di euro significa aver perso il vero “rispetto” verso la persona umana, la disinvoltura con cui ci si uccide tra ragazzini è un campanello d’allarme che dovrebbe indurre a maggiore severità. Ricordo che in sede di Tribunale minorile si assumeva e si usa tuttora il criterio della giustizia mite o “riparativa”: in rapporto all’età dei giovanissimi imputati di reati penali e questo per consentire loro un lungo percorso di redenzione e di reinserimento sociale e relazionale, la consapevolezza del necessario pentimento e un’opera di educazione al bene.

Tuttavia emerge il dato della frequenza e della reiterazione dei fatti delittuosi che non può indulgere ad una facile remissione. Ci si domanda in altri termini se fatti così gravi possano essere rimossi e dimenticati con disinvoltura senza una netta condanna del male commesso, specie se si tratta di vite umane cancellate. Parliamoci chiaro: è pedagogicamente utile al singolo e alla società la stigmatizzazione e l’accertamento di responsabilità dell’azione compiuta. Il fatto che tutte queste vicende finiscano in una fiaccolata o nella liberazione dei palloncini al cielo non può costituire un alibi per una catarsi personale e sociale, non basta questo. Il pentimento postumo e questo finale coreografico possono diventare una sottostima della gravità dei fatti: se tutto finisce in un applauso c’è chi può imparare da questo che uccidere o violentare siano comportamenti emendabili e persino ripetibili. Come in un macabro rituale.

AgenSir | Chi vincerà il 4 luglio le elezioni in Gran Bretagna?

Silvia Guzzetti

 

Il panorama politico britannico verrà ridisegnato, probabilmente in maniera rivoluzionaria, il prossimo 4 luglio con le elezioni generali nelle quali voteranno, dalle 7 (ora locale, le 8 in Italia) alle 22 (le 23 in Italia), circa 48,7 milioni di cittadini britannici diciottenni, dei 53 Paesi del Commonwealth, e anche irlandesi, purché residenti nel Regno Unito. Da settimane i sondaggi danno il partito laburista di Keir Starmer in ampio vantaggio, con il Labour pronto ad occupare fino a 425 seggi dei 650 che formano la Camera dei Comuni.

La crisi senza precedenti dei Tory. Il partito conservatore, quello che ha comandato più a lungo il Paese, perderebbe fino a 257 deputati, riducendosi a 108 seggi – questa una delle ultime previsioni della società “Yougov” –, un crollo senza precedenti in 150 anni di storia che i commentatori definiscono “una catastrofe”, “una crisi dalla quale potrebbe non esserci uscita”.

A guadagnare, oltre ai Liberaldemocratici e ai Verdi, sarà anche “Reform”, il partito di destra, anti immigrazione, di Nigel Farage, l’allora eurodeputato che aveva promosso con maggior forza il referendum per la Brexit. È stato proprio questo politico populista ad assestare un ennesimo colpo al calo dei conservatori. In difficoltà è anche il partito nazionalista scozzese, lo “Scottish National Party”, dopo gli scandali che hanno coinvolto la ex leader Nicola Sturgeon, un tempo popolarissima. Una buona parte dei 28 seggi che, sempre secondo i sondaggi, i nazionalisti scozzesi perderanno, verranno guadagnati dai laburisti. Per la prima volta nella storia del Regno Unito, dove si vota con un sistema first past the post (sistema uninominale secco), e dove Tories e Labour si alternano da sempre al potere, il posto all’opposizione potrebbe essere occupato dai Liberaldemocratici.

Di Brexit non si parla più. La situazione politica di oggi sembra incredibile se si ripensa alla vittoria travolgente dell’ex premier Boris Johnson che, nel 2019, riuscì ad assicurarsi una maggioranza di 80 deputati in parlamento con il mantra “Farò Brexit e torneremo un grande Paese”. Una promessa che gli consentì di conquistare voti nel cuore del potere laburista, quel cosiddetto “Red Wall”, i seggi del nord e del centro di Inghilterra, dove, da tre o quattro generazioni, si sopravvive soprattutto grazie al sussidio di disoccupazione e dove soltanto la Ue investiva fondi. Cinque anni dopo quella promessa si è dimostrata una bugia.

“Ormai da due anni i sondaggi confermano che il 58% dei cittadini britannici vuole che il Regno Unito ritorni nella Ue”,

spiega al Sir il politologo John Curtice dell’università scozzese di Strathclyde. “Chi aveva votato per andarsene si è accorto che quell’uscita non ha risolto il problema dei migranti, che si è anzi aggravato; né è migliorata la situazione economica del Regno Unito. Tuttavia, a differenza di quello che è successo nel 2019, nessun leader politico parla più di Brexit per il timore di perdere i voti di quel 42% di cittadini ancora contrari all’Unione europea. Keir Starmer, che timoroso di perdere i voti del centro ha promesso pochissimo, dovrà la sua vittoria a Boris Johnson e Liz Truss, i predecessori dell’attuale premier Rishi Sunak, che hanno distrutto la credibilità politica dei Tories. Il primo, con i festini a Downing Street, ha violato tutte le norme anti Covid. La seconda ha rovinato l’economia britannica, con una manovra fiscale che ha fatto salire, di colpo, di diverse centinaia di euro, i mutui delle classi medie e aumentato il costo della vita, già gonfiato dalla pandemia e dall’aumento dei prezzi causato dalla guerra in Ucraina”.

Il voto dei cattolici britannici. “I cattolici, fedeli a Roma, discendenti degli immigrati irlandesi, una comunità povera, in passato hanno storicamente sempre votato laburista. Poi il voto cattolico è migrato altrove, verso i Liberaldemocratici e anche i Conservatori, quando Tony Blair, nel 1997, ha dichiarato che il partito laburista non sosteneva più un’Irlanda unita”, spiega Francis Davies, politologo, docente all’università di Oxford e a quella di Birmingham. “Oggi il partito laburista è molto lontano dalle posizioni della Chiesa su questioni come aborto, suicidio assistito e anche povertà. I vescovi di Inghilterra e Galles hanno chiesto ai fedeli di votare per parlamentari disposti a rimuovere il limite che stabilisce che sussidi e sgravi fiscali importanti come il ‘child tax credit’ e l’‘universal credit’ vengano concessi soltanto a chi ha non più di due figli, ma si tratta di una scelta che nessun partito, neppure quello laburista, è disposto a fare”.

 

Continua a leggere

https://www.agensir.it/europa/2024/06/27/britannici-al-voto-stavolta-tocca-ai-laburisti-sulla-brexit-e-calato-il-silenzio/

Intervista | Gian Luca Galletti, Presidente UCID: “Scommettiamo sull’economia civile”.

Presidente Galletti, qual è il “valore aggiunto” che caratterizza il mondo delle imprese che si ispirano ai valori dell’umanesimo e della dottrina sociale della Chiesa? Mi permetta una citazione ‘laica’ che credo possa essere assunta a principio ispiratore per tutti: “Agisci in modo da considerare l’umanità sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre come nobile fine, mai come semplice mezzo” (Kant).

Trovo appropriata la citazione di Kant. Troppo a lungo abbiamo considerato il lavoro come un semplice input produttivo, un fattore della produzione al pari di commodities quali carbone e acciaio. L’epoca industriale sia germinata in Europa dall’illuminismo e della rivoluzione scientifica, ma è mancato un apporto realmente umanistico.

È sfuggito di considerare che dietro al lavoro c’è l’uomo e che il lavoro umano ha parte importante nella costruzione della società. La letteratura già additava ciò che ai cantori dell’industria sfuggiva: basta leggere Flora Tristan o Charles Dickens e lascarsi svelare l’altra faccia della prima industrializzazione, a lungo ignorata. Oggi la condizione del lavoro è migliorata molto e tante sono le sfide che vedono imprenditori e lavoratori dalla stessa parte. La dottrina sociale della Chiesa propone da sempre di superare la lotta tra capitale e lavoro, riconoscendo a entrambi pari valore nella costruzione della società, un’alleanza da cui può partire il rinnovamento delle relazioni industriali.

 

Quali sono i temi sui quali l’impegno dell’UCID può esprimere una linea di indirizzo verso un modello inclusivo di solidarietà sociale, ispirato alla umanizzazione del mondo del lavoro che tenga conto delle radici culturali del cattolicesimo sociale?

Innanzitutto, il tema delle competenze: il cambiamento di ciò che ci circonda richiede l’aggiornamento continuo del saper fare e quindi un’attitudine aperta all’apprendimento che fa bene all’organizzazione aziendale e al contempo potenzia l’occupabilità e la qualità del lavoro. Poi c’è il tema del welfare: oggi l’impresa è chiamata ad affiancare i sistemi pubblici per rispondere ai bisogni sociali emergenti. Quante famiglie si trovano schiacciate tra compiti di cura dei figli e compiti di cura degli anziani.

Sono le cosiddette famiglie sandwich, le donne sono particolarmente toccate da questo surmenage e troppo spesso ne fanno le spese trovandosi nella condizione di dover scegliere tra vita professionale e famiglia. In gran parte questi problemi possono trovare risposte, ma serve l’impegno di aziende e politica, insieme. Il rapporto lavoro deve essere il più possibile supportivo, comprendendo servizi di welfare (dall’asilo nido aziendale fino a bonus e convenzioni che allevino le spese di cura) e prevedere una certa flessibilità organizzativa (penso alla banca ore, allo smart working, alle varie formule dei pacchetti-flessibilità).

Quando si parla di umanesimo del lavoro, si tratta di cose molto concrete, quotidiane, che diano il senso dell’alleanza tra la persona che lavora e l’impresa per cui lavora.

Le spinte verso la tecnologia e la digitalizzazione sono parte della deriva verso un nuovo modello sociale ormai assunto come spinta al cambiamento, affinché diventi innovazione e promozione, anche in prospettiva della qualità della vita. Si parla infatti di transizione ecologica. Quale contributo in termini di idee e di concreta fattibilità possiamo aspettarci dall’imprenditoria cattolica?

I cattolici sono tutt’altro che chiusi verso l’innovazione, ma giustamente riflessivi sulle implicazioni della tecnologia. Qui il nostro compito è difendere i valori della democrazia liberale: la tecnologia deve ampliare gli spazi di libertà, non deve divenire potere controllante, ma rimanere una forma operativa controllabile, la cui governance va sottoposta a regolamentazione e democratizzata. L’Europa ha avviato un percorso in questo senso con l’AI Act, vedremo con che margini di efficacia. Ma penso che siamo sulla strada giusta e che come cattolici abbiamo da dire la nostra quando sento parlare padre Benanti, cappuccino e tra i massimi esperti di intelligenza artificiale.

 

Continua leggere

La politica dell’insulto erode le basi del confronto democratico.

Dunque, ci risiamo con la “guerra civile” tra i partiti. L’ultimo allarme lo lancia Giorgia Meloni nei confronti della sinistra e di tutti coloro che, dall’opposizione, ogni giorno sgranano il solito rosario fatto di insulti, denunce, contumelie, attacchi personali e aggressioni verbali nei confronti della Presidente del Consiglio. Certo, non è che dalle parti del centro destra ci troviamo di fronte ad un esercito di chierichetti.

Ma c’è una differenza di fondo – politica, culturale e di metodo – tra le due coalizioni nell’aggredire l’avversario. Con una doverosa premessa. Non c’è alcun dubbio che ci troviamo di fronte ad un clima dove l’insulto, la demolizione dell’avversario e la delegittimazione morale e politica del nemico non sono una eccezione ma la regola di comportamento nel cosiddetto confronto tra i partiti. Ed è proprio all’interno di questo contesto che si inserisce la differenza tra le due attuali coalizioni in campo. Se nel centro destra l’attacco personale e la strategia dell’insulto rispondono più a criteri artigianali ed estemporanei – ovviamente sempre deprecabili e da denunciare – la strategia della sinistra è molto più sofisticata, precisa, puntuale e specifica. E questo perché storicamente la cultura politica della sinistra italiana, ex e post comunista, è molto più attrezzata in questo specifico settore. Dai tempi della Democrazia Cristiana l’attacco personale e l’aggressione verbale sono stati gli elementi determinanti e costitutivi della battaglia politica contro l’avversario/nemico. Che, com’è persin inutile ricordare, ha sempre fatto dell’annientamento politico dell’avversario/nemico la sua regola fondamentale. E questo risaliva ai tempi del Pci dove, comunque sia, c’era un disciplina di partito, una cultura politica e una autorevolezza della classe dirigente neanche lontanamente paragonabili a ciò che capita, adesso, nella concreta situazione politica italiana.

Certo, il violento antiberlusconismo prima e l’irruzione del grillismo poi con il suo carico di violenza verbale e di squadrismo nel linguaggio quotidiano, hanno sdoganato un comportamento politico che ha rappresentato un forte e plateale peggioramento rispetto anche solo ad un passato recente.

E, accanto a questa escalation del linguaggio – sempre più violento, aggressivo e frontale – noi purtroppo assistiamo anche ad una recrudescenza sul terreno più squisitamente politico. Con una progressiva radicalizzazione del confronto politico tra i partiti e le rispettive coalizioni. Se da un lato non passa giorno senza ascoltare da parte del cartello delle sinistre – e cioè Schlein, il duo Fratoianni/Bonelli e Conte e tutto il circo mediatico che li sostengono – il “ritorno della dittatura”, la “svolta illiberale”, la “torsione autoritaria”, la “minaccia fascista”, la “negazione delle libertà democratiche” e tutte queste sciocchezze, sul fronte del centro destra non mancano repliche altrettanto grossolane ma politicamente meno raffinate e precise.

Dopodiché, e infine, non possiamo non evidenziare che questo clima – volgare, insopportabile e sempre più violento – è semplicemente il frutto di una crescente radicalizzazione del conflitto politico. Una radicalizzazione che non contempla “posizioni di mezzo” nè, soprattutto, un confronto di merito sulle questioni perché la delegittimazione morale, la demolizione personale e l’annientamento politico dell’avversario/nemico sono diventati le regole auree dello stesso dibattito politico. Ed è anche, ma non solo, per questi motivi che si rende sempre più necessario ed indispensabile il ritorno del Centro. Della cultura politica di centro. Del metodo centrista. E, infine, di un progetto politico di centro.

Perché la Dc? Una superlativa ricognizione storica di Stefano Baietti. 

L’opera indaga sulla complessa elaborazione che presiede all’idea di ricostruzione del Paese e alla costituzione del nuovo partito dei cattolici democratici, la Democrazia Cristiana (1942), a cominciare dai momenti immediatamente successivi all’entrata in guerra. Nell’opera vengono documentati tutti i passaggi del formarsi della preparazione prepolitica che faranno di De Gasperi il riferimento pensante e svettante del processo di ricostruzione fisica e morale del Paese.

Contemporaneamente, la dottrina sociale della Chiesa fa notevoli passi avanti, anche nel senso della modernità, con il nuovo papa Pio XII, eletto al soglio nel 1939, che si dà molto da fare sia per conseguire una interlocuzione diretta con la classe operaia sia per l’aggiornamento internazionale dei concetti in materia sociale ed economica da evocare nei suoi messaggi. Sia De Gasperi che Pacelli, aiutato dal sostituto alla segreteria di Stato Montini, per un caso (Montini dice: per la Provvidenza) si servono dello stesso giovane economista che ha approfondito la tradizione dei cattolici democratici a scala europea nei movimenti che intendono proporre la propria visione e interloquire sulla vita sociale, sulla vita economica e sulla vita politica delle comunità. Tradizione che è fondata sul primato del sociale (si ricordi in Italia Giuseppe Toniolo). Il nome di questo giovane economista è Sergio Paronetto.

Paronetto, lavorando all’IRI come stretto collaboratore del direttore generale Donato Menichella, suo maestro in fatto di industria e finanza, aiuta gli altri suoi due maestri Montini e De Gasperi, fino al punto di diventare per loro “amico e maestro”, come scriverà Ezio Vanoni a dieci anni dalla morte del suo fraterno sodale. Paronetto si fa estensore-ombra sia dei testi per Pio XII (oltre che del Codice di Camaldoli) sia dei testi firmati da De Gasperi. Il discernimento è massimo.

Questa produzione di dieci testi – che tutti assumiamo sotto il protocollo di ‘prepolitica’ – avrà una forte influenza sulla ricostruzione italiana e sulla vita pubblica italiana. Così come ce l’avranno gli articoli della Costituzione ‘paronettiani’ – l’11, il 41, il 46, il 47 e il 99 -, i quattro enti inventati dal valtellinese – il CNEL, la SIOI, la Svimez, l’ISCO – e l’adesione precoce alle agenzie delle Nazioni Unite, l’UNRRA, la FAO, l’FMI e la Banca Mondiale.

La forma impressa all’Italia repubblicana dai Grandi Ricostruttori – De Gasperi, Menichella, Vanoni, Einaudi, Montini – deve molto al lavoro e all’impegno di Sergio Paronetto. È giunta l’ora di ricordarlo e di celebrarlo.

 

Scheda dell’autore

Stefano Baietti, romano, due lauree (in Ingegneria e in Architettura) e una specializzazione, ha visto divisa la sua vita di lavoro come dirigente industriale in tre aziende, l’Italstat dell’IRI, le Ferrovie dello Stato, l’Anas. Cultore della materia in Storia economica, nell’impegno universitario di ricerca ha dedicato molta attenzione alla storia dei gruppi nei quali ha operato, appunto l’IRI, le Ferrovie dello Stato, l’Anas, producendo alcune pubblicazioni.

In questa luce, ha incontrato la figura di un collaboratore stretto del direttore generale dell’IRI Donato Menichella, arrivato a essere vicedirettore generale, un valtellinese allievo prediletto del sostituto segretario di Stato vaticano Giovanni Battista Montini (poi papa Paolo VI) e ghost-writer del papa Pio XII. Si tratta di Sergio Paronetto, il principale collaboratore di Alcide De Gasperi nei primi anni Quaranta. Su questa figura è uscito nel 2012 il libro scritto con Giovanni Farese che ne ha segnato la riscoperta, Sergio Paronetto e il formarsi della costituzione economica italiana.

L’impegno di ricostruzione storica su quanto avvenuto negli anni Quaranta lo ha portato a definire nel suo nuovo scritto L’idea di ricostruzione. Gli anni della prepolitica 1941-1945 le coordinate interpretative sui fondamenti con cui un pugno di personaggi sono riusciti a stabilire una formula valida per ricostruire da zero l’Italia uscita dalla catastrofe bellica.

L’attivismo di Putin e l’ambiguità di XI Jinping: l’instabile partita d’Oriente.

L’attività diplomatica di Vladimir Putin si è molto accentuata negli ultimi mesi con l’evidente obiettivo di aggirare quell’isolamento anche personale che l’Occidente gli ha creato intorno dopo l’avvio della guerra in Ucraina. È interessante osservare lo sforzo messo in atto nelle scorse settimane, concentrato nell’Asia orientale. Perché conferma – fra le righe, ovvero dietro la cortina fumogena della propaganda – quello che molti analisti sostengono e cioè che la cosiddetta “amicizia senza limiti” fra Mosca e Pechino nasconde più di un’insidia per il Cremlino, della quale lo zar è perfettamente consapevole. E quindi cerca, come può, di mitigarla. Procediamo con ordine.

Il vertice di Pechino dello scorso maggio ha certamente rafforzato il rapporto economico fra i due partner ma non quello politico e neppure quello militare. Xi Jinping mantiene un atteggiamento formalmente amichevole e gentile ma al tempo stesso distaccato e ambiguo. L’alleanza – più che l’amicizia, che nelle relazioni internazionali fra Stati è un sentimento che non esiste – si fonda sulla comune volontà di attenuazione del predominio internazionale americano ma per il resto essa è fortemente sbilanciata a favore del Drago cinese. Che dall’avventura ucraina dei russi ha tratto almeno due vantaggi considerevoli, anzi tre. Innanzitutto di natura economica, perché ha potuto acquistare da Mosca a prezzi assai vantaggiosi quel gas e quelle materie prime di cui ha assoluto bisogno per procedere nel suo oggi meno imperioso sviluppo economico. E questo vantaggio si consolida mese dopo mese fintanto che le sanzioni occidentali ostruiscono i canali commerciali moscoviti.

In secondo luogo Pechino gode dell’inevitabile impegno statunitense su un fronte, quello europeo, che la Casa Bianca (anche con Biden, sia pure in maniera più blanda rispetto al suo predecessore) aveva intenzione di rendere meno costoso per il proprio bilancio e che attenua quello dedicato al Pacifico, ovvero all’area che prioritariamente interessa alla Cina. Vantaggio che ne genera in automatico un terzo, in quanto essa può – attraverso Mosca – saggiare le reali capacità reattive degli occidentali di fronte a una crisi geopolitica significativa quale indubbiamente è quella ucraina, che si manifesta su un territorio, quello europeo, di sicura importanza (anche se non come una volta, ma da adesso possiamo di nuovo dire “come una volta”) per Washington e i suoi alleati. Misurare le reazioni oggi può essere utile per prevedere quali potrebbero essere domani a fronte dell’attacco a Taiwan, che resta nei piani della dirigenza cinese. La quale al momento ha constatato con soddisfazione che il giro di vite imposto a Hong Kong non ha provocato scossoni internazionali sensibili…

In questo quadro la visita di Putin in Corea del Nord, accolto dal dittatore Kim Jong Un non può aver entusiasmato i cinesi, quanto meno perplessi se non addirittura preoccupati dagli accordi nel settore militare siglati a Pyongyang. Non tanto per il rifornimento di munizioni da impiegare in Ucraina, evidentemente. Quanto per la possibile assistenza russa di natura tecnologica che rafforzerebbe un vicino regionale che Pechino considera un “amico” da tenere però sotto osservazione, visti i suoi proclami nucleari ovviamente invisi agli americani e ai loro alleati giapponesi e sudcoreani e dunque pericolosi per la stabilità nella regione, necessaria invece ai cinesi per poter ragionare lucidamente e con il tempo richiesto sul “che fare” a Taiwan.

Pure il patto di “reciproca difesa” in caso di attacco subìto da uno dei due contraenti non è stato gradito dietro le mura della Città Proibita, anche se al contempo si è avuta così conferma della debolezza del socio russo: costretto ad accordarsi e a stringere una “ardente amicizia” con uno stato reietto dalla gran parte della comunità internazionale.

La visita in Vietnam, seguita a quella in Nord Corea, ha da parte sua confermato il tentativo di Putin, senz’altro comprensibile dal suo punto di vista, teso a uscire dall’isolamento e a dimostrarne la capacità di reazione e quella diplomatica. Anche Hanoi ha dedicato all’ospite una calda accoglienza nonché la sottoscrizione di 11 memorandum, alcuni dei quali di cooperazione nei settori del nucleare civile, dell’energia, del petrolio: materie importanti e non secondarie, dunque. Ma niente di più.

Il Vietnam, paese guidato da un regime comunista assai aperto all’Occidente e in ottimi rapporti d’affari con gli Stati Uniti, ha inteso così rafforzare la sua posizione indipendente nel contesto geopolitico mondiale e tendenzialmente amichevole con tutti i suoi principali protagonisti: una politica – la cosiddetta “diplomazia del bambù”, flessibile con i venti ma che non si spezza – autonoma non particolarmente apprezzata da Pechino ma contro la quale non intende al momento far nulla, posto che con Hanoi già esistono frizioni in relazione al Mar Cinese Meridionale. Solo la conferma, per Xi, che il suo “amico” Putin è perfettamente consapevole della propria debolezza nel loro rapporto e cerca di adottare qualche contromossa. Ecco perché, certo, l’amicizia c’è, ma non è affatto “senza limiti”. Ci sono, eccome.

Uomini e partiti della Destra non ci hanno presi alla sprovvista

Le Destre, quella nostalgica e rancorosa di Fratelli d’Italia, quella triviale e pretenziosa della Lega e quella non sempre allineata ma ormai sommessa di Forza Italia, lo avevano scritto nei loro programmi e promesso ai loro elettori. Lo avevano dichiarato pubblicamente ed ora lo ribadiscono a suon di provvedimenti legislativi e di atti di governativi con una tempistica che si richiama più ad un accordo tra sodali interessati alle loro reciproche fortune che ad una programmazione legislativa ed operativa tra alleati di governo finalizzata a perseguire i reali interessi del Paese.

Li abbiamo visti arrivare nel loro clamore e nella loro apparente incoscienza delle conseguenze e dei guasti che le loro populistiche e raffazzonate decisioni avrebbero causato sul tessuto politico, economico, sociale e culturale della comunità nazionale.

Al netto di iniziative diciamo discutibili, come la decisione di tornare indietro sulla rinuncia alla costruzione del Ponte sullo Stretto e come il confuso accordo con l’Albania per la gestione degli immigrati, per i quali in passato avevano caldeggiato il cosiddetto “blocco navale”, il primo vero e forte segnale lo hanno fatto pervenire alle forze politiche di opposizione (ed al Paese tutto) con la approvazione, pressoché in contemporanea, al Senato, in prima deliberazione del disegno di legge sul premierato e alla Camera, in via definitiva, della legge sulla Autonomia regionale differenziata.

Su questo ultimo punto provvederemo ad intervenire in un secondo ma prossimo momento, mentre rispetto al disegno di legge sul premierato non abbiamo nessuna remora a definirlo immediatamente un “mostrum giuridico” sul quale intendiamo avviare “hic et nunc” una riflessione a nostro avviso necessaria e perentoria.

Il ddl n. 935 approvato in Senato il 18 giugno, si prefigge di assicurare al paese non un leader bensì un capo i cui poteri saranno tali da far assumere al governo una posizione di assoluta preminenza all’interno del sistema, a scapito del Parlamento, del Presidente della Repubblica e degli altri poteri dello Stato.

I dubbi sulla qualità della riforma proposta sorgono anzitutto da un’analisi comparatistica in quanto, salvo il fallimentare caso israeliano archiviato dalla storia nel 2001, non rilevano ulteriori esperienze analoghe. Le ragioni dell’assenza di floride ipotesi di premierato sono molteplici e risiedono principalmente nell’estrema rigidità di un modello che fonda le sue radici nella puerile idea per la quale sarebbe possibile disinnescare surrettiziamente le crisi di governo. Si pensi, a titolo meramente esemplificativo, al macchinoso sistema “anti-ribaltone” descritto nella riforma, in base al quale a fronte di un fallimento del capo, nel maldestro tentativo di blindare gli esecutivi, si instaurerebbe un pericoloso “vincolo di fedeltà” dei parlamentari di maggioranza in evidente contrasto con il divieto di mandato imperativo sancito dall’art. 67 della Costituzione.

In secondo luogo, rileva il pericoloso inserimento in Costituzione di un sistema elettorale che attribuisce il 55% dei seggi alla coalizione vincente per mezzo di un premio di maggioranza senza soglia minima di accesso. Tale impostazione si pone in aperto contrasto con la posizione della Corte Costituzionale che, nella sentenza n.1 del 2014, ha censurato un tale artifizio in quanto potenzialmente lesivo del principio costituzionale di uguaglianza del voto. In effetti, siffatto “premio”, consentirebbe ad una lista con un’esigua maggioranza relativa di acquisire artificiosamente la maggioranza assoluta dei seggi per sostenere un capo in grado di esercitare, il potere di revisione costituzionale, di eleggere il presidente della Repubblica, i giudici costituzionali e i presidenti delle Camere.

Una tale riforma, alla luce di quanto detto, non merita di essere condivisa poiché la sua entrata in vigore determinerebbe uno stravolgimento della nostra democrazia parlamentare, già ferita dalla tracotanza dei governi attraverso il costante abuso dei decreti-legge, la compressione sistematica della discussione parlamentare e l’utilizzo indiscriminato della questione di fiducia.

Per garantire la tanto agognata “governabilità” e porre un argine alla crisi dei partiti la soluzione non può dunque essere il premierato ma, piuttosto, si potrebbe fornire nuova linfa ai canali della partecipazione popolare rafforzando, ripensandone le funzioni, i luoghi della rappresentanza nella prospettiva di una nuova centralità del Parlamento. In termini pratici, si propone di:

1) intervenire sul modello bicamerale, ormai mortificato da una prassi “monocamerale de facto”;

2) riformare il sistema elettorale in senso proporzionale al fine di dare piena rappresentanza alla plurale articolazione politica del Paese;

3) prevedere in Costituzione strumenti di razionalizzazione del sistema parlamentare diretti a rafforzare la stabilità del governo come la cosiddetta “sfiducia costruttiva” tipica del sistema tedesco.

Di tali proposte, purtroppo, non vi è traccia nel disegno di legge costituzionale recentemente vagliato a Palazzo Madama e la “reductio ad unum” paventata dal premierato minaccia un totale svilimento del parlamentarismo e del pluralismo visti non già come una ricchezza, dando seguito alla visione dei Costituenti, bensì alla stregua di un insormontabile limite in un contesto sociale e politico sempre più drammaticamente polarizzato.

Codesta riforma costituzionale pare esser portatrice di effetti ancor più detonanti se analizzata in combinato disposto con la cosiddetta “autonomia differenziata”. In effetti, si verrebbero a delineare i contorni di un Paese governato “a livello centrale” secondo un principio verticistico lesivo delle diverse culture politiche mentre, “a livello periferico”, si avrebbe una netta e pericolosa accentuazione del già presente divario tra Nord e Sud in termini sia economici, sociali e culturali, sia in termini organizzativi con un certo aggravio di carattere burocratico che rischia di paralizzare il già fragile tessuto produttivo italiano. Per un approfondimento sulle insidie dell’autonomia differenziata rimandiamo, come anticipato, ad un prossimo contributo nel frattempo segnaliamo che se è vero che la Costituzione è perfettibile e può essere emendata ai sensi dell’articolo 138, è altrettanto vero che per farlo occorrerebbe un clima politico di confronto e condivisione tipico dei momenti costituenti che oggi, nel radicalismo ideologico di un bipolarismo artefatto, non pare scorgersi neppure all’orizzonte.

Tante mulieres progressiste sbaragliano le truppe di Cleopatra/Meloni.

Cleopatra debet timere mulieres, quia ab illis generatur mutatio… inizia così la lettera che un accorato Cesare scrive a Cleopatra mettendola in guardia da quanto sta succedendo nelle provincie dell’Impero. La regina Cleopatra/Meloni ha iniziato spavalda il suo comando, apostrofando in malo modo la svizzera Schlein, che lei “..non è donna che si fa sottomettere dagli uomini”, sapendo tutti che lei stessa si è fatta valere con imperio come capo indiscusso e di fatto facendo terra bruciata per le pochissime donne del suo gruppo ha cui è affidato un compito, uno qualsiasi: gli uomini, invece, tutti gregari. Dietro di lei c’è un grande spazio vuoto, poi iniziano i vari ufficiali e sottoufficiali, per perdersi lontano nella anonima truppa.

Le donne di quelli che “stiamo a vedere quanto dura il viaggio della regina Cleopatra/Meloni”, cercando essi una ragione dell’incomprensibile successo della regina tra la plebe dell’Impero, hanno deciso, proprio le donne, che la “cosa pubblica” – oscura occupazione di cui gli uomini vanno orgogliosi e che chiamano brevemente politica – poteva rivestire un qualche interesse degno dell’impegno personale. E nella modalità tutta femminile di ognuna per sé, sono scese in politica con l’intento di conquistare le poltrone messe a disposizione. E ci sono riuscite bene. La plebe le ha elette nel segno di un possibile cambiamento “di aria”, quella che in provincia si fa sempre più pesante: hanno sconfitto gli ufficiali uomini di Cleopatra, poco accorta, mandati lì tanto per…

La regina Cleopatra/Meloni non le ha prese in considerazione e continua a pensare che sono un fenomeno local, tanto stanno nelle periferie dell’Impero di Cesare; ma queste “mulieres” non sono amiche e nemmeno innocue, daranno battaglia proprio su quel progetto di riordino delle province imperiali che va sotto il nome di “differentia autonomiae”, che quando a Cesare l’hanno spiegato il poveretto si è sentito male. Tutto l’Impero si regge sul sistema delle tasse a Roma e poi sulla redistribuzione alle provincie, qui invece le tasse restano nelle province e servono per la gente del luogo, a Roma vanno…se avanza qualcosa. Quello che Cesare ha unito con i risultati delle tante guerre condotte, la regina Cleopatra/Meloni sfascia in men che non si dica, e le neo elette “mulieres” sono inaspettatamente un aiuto proprio a Cesare che l’Impero lo vuole unito e non frantumato secondo “reditus et tributa”.

Non va meglio nelle alleanze del vasto continente imperiale. La regina non si è accorta che la “mulier” Ursula dei Galli Germani, è intenzionata a restare per un altro quinquennium, e  sono i baci, abbracci, strette di mano tra le donne che fanno la differenza. Perché a differenza degli uomini che negli stessi gesti vedono consolidata fiducia e appartenenza di gruppo, le donne, le cui relazioni si basano su sentimenti quali l’empatia e la vicinanza di vissuto personale, vedono solo momenti di pura e formale cortesia. Quanti baci sulle guance, abbracci e strette di mano ci saranno stati tra la Regina e Ursula? Moltissimi ma nessuno vero. “Time mulieres”, ricorda Cesare, perché forse da esse potresti finire “sottomessa”. Vale.

Violenza sessuale e giustizia: una gara entro 20 secondi decisivi.

La questione puzza di stantio. Eppure, più si evita di annusarla tanto più ti accorgi che già ti entrata nel naso e ti costringe ad una smorfia non proprio di compiacimento.

Giorni fa, la Corte d’Appello di Milano ha sentenziato l’assoluzione di un ex sindacalista Fit Cisl, all’epoca dei fatti in servizio a Malpensa, in ordine alla accusa di violenza sessuale di una hostess che in passato si era rivolta a lui per una vertenza sindacale. Potrebbe facilmente commentarsi che, chi mal fa mal…pensa. Così si sarebbe arrivati alla soluzione del caso e sciolto in una felice soluzione tutti quegli ingredienti che invece avrebbero fatto pensare, almeno da principio, per il contrario.

Più che di sesso, in molti sono rimasti di sasso ad apprendere la notizia. Immanentemente l’avvocato Manente, responsabile legale della Associazione Differenza Donna, ha dichiarato che proporrà ricorso in Cassazione.  Dovrà pur esserci una differenza tra ciò che è stato e ciò che ha mandato in tilt dallo schifo il tuo cuore. Il ragionamento seguito, in aderenza a quanto stabilito dalla Convenzione di Istambul, è che debba intendersi per reato sessuale qualsiasi atto sessuale compiuto senza il consenso della donna e il cui dissenso deve intendersi pertanto sempre presunto. Su questa linea l’onere della prova del consenso della donna dovrebbe essere a carico dell’imputato e non viceversa.

Se ben si è capito, il pensiero dei giudici che ci riguardano fonda sulla circostanza che la donna avrebbe atteso ben 20 secondi per opporre rifiuto alla tentata violenza denunciata e quindi un tempo eccessivo per potersi configurare un dissenso dalla criminosa iniziativa che ha lamentato a suo danno. Non si conoscono le carte e tantomeno si è stati presenti al dibattimento, dunque è sempre arduo esprimersi solo su notizia di cronaca.

In ogni caso, imprudentemente, si rammenta che Pietro Mennea, decenni or sono, in meno di una ventina di secondi segnò il record del mondo e non mancarono folle a spellarsi le mani per applaudire il fenomeno di Barletta, vincitore di una celebre corsa dei 200 metri piani. Il nostro indimenticabile campione ha avuto tutto il tempo di percorrere una curva di 120 metri per poi affrontare un rettilineo finale di altri 80 metri.

Non Mennea ma la mannaia della legge si è abbattuta sulla hostess che avrebbe dunque avuto tutto il tempo, nelle diverse fasi del suo scorrimento, di registrare l’approccio dell’uomo, realizzare le sue intenzioni, verificare di non essere lei ad ingannarsi, superare il momento di panico per quanto stava subendo e poi opporre finalmente resistenza.  Il giudice ha giocato di cronometro. Ha stabilito in una manciata di secondi, non si comprende il criterio, comunque inferiori allo stesso primato del mondo del nostro grande uomo di sport, il tempo per dare segno di rifiuto, mancando in aula la prova manifesta di contrasto al malintenzionato.

Chronos indicava per i Greci lo scorrere materiale dei minuti mentre il Kairos designava la qualità del tempo in relazione alla opportunità di una certa azione. I giudici di Milano si sono concentrati sul primo, forse trascurando che, solo di per sé considerato, può trarre talvolta in inganno.

Chronos, figlio di Urano e di Gea, del cielo e della terra, prese il posto del padre ed a sua volta fu spodestato dal figlio Zeus. Una vicenda tormentata. Quando ci si affida esclusivamente al Chronos si può correre il rischio di commettere qualche errore.

Per l’hostess ancora più tormentata è stata l’ammissione della Giustizia di essere stata creduta ma, per difetto di Chronos, non hanno potuto darle soddisfazione. Si fosse ragionato in termini di opportunità e di possibilità di un gesto forse si sarebbe arrivati ad un esito diverso. La donna, per i maligni, credeva forse di essere nell’Aion, secondo i Greci cioè nel tempo assoluto, una dimensione del tutto estranea al Chronos e in quella si sarebbe adagiata.

Nel corso di una violenza si deve, invece, essere lestissimi ad organizzare le idee, approntare le contromosse e soprattutto avere in tasca una clessidra che ti dica lo scadere dei 20 secondi, che ti rubi le lacrime che scendono, raccogliendole a gentile testimonianza. Venti di sventura per chi non saprà farlo.

Dibattito | Le prospettive dei cattolici democratici e popolari dopo il voto.

L’analisi di Giorgio Merlo, nel suo articolo di ieri su questo blog, mi trova pienamente d’accordo. Senza mezzi termini, egli riconosce l’inconcludenza dell’estenuante stagione che ha tentato fino all’ultimo di raggiungere, senza riuscirci, la ricomposizione dell’area cattolico democratica e popolare, affermando quanto segue: “…non possiamo non prendere atto, e forse definitivamente, che il pluralismo politico, culturale, programmatico e forse anche etico dei cattolici italiani è così profondo che non si può più invertire la rotta rispetto a questo assunto. Certo, in politica nulla è irreversibile.Ma i processi storici non si possono ignorare”.

In questo quadro si iscrive la recente umiliazione inflitta alla nuova Dc (quella di Totò Cuffaro, ndr), da un Tajani cinicamente proiettato verso la velleitaria idea di voler incarnare una credibile idea di centro, ignorando parallelamente il suo ruolo di fedele gregario di un melonismo a doppia faccia. Così che la Dc si è ritrovata con il cerino in mano dopo i tanti no (oltre a quello di Tajani, v’era stato il no di Calenda e, a nome di Stati Uniti d’Europa, della Bonino) ad un’alleanza con forze centriste per una lista congiunta che avrebbe consentito ad essa, soprattutto nella cornice di una comune partecipazione, con FI, alla grande famiglia del Ppe, di partecipare alla recente tornata elettorale europea.

La débâcle impone una forte riflessione sul che fare. L’interrogativo non è da poco perché si tratta di cogliere in tutta la reale evidenza gli aspetti più significativi di questa impasse per arrivare a definire una prospettiva di crescita del paese in un quadro di sviluppo e di assestamento democratico, mentre il nostro sistema è sempre più esposto a riscritture populiste e plebiscitarie, nonché a diseguaglianze sempre più sfacciatamente normativizzate (la recente legge sull’Autonomia differenziata ne è un clamoroso esempio).

Appare perciò importante riuscire a dare piena espressione ad un progetto politico che tenga conto dei mutamenti in atto. Questi incidono in modo altalenante su crescita e occupazione, innescando un crescendo esponenziale di nuove rivendicazioni civili, economiche e sociali, con la necessità di dare risposte adeguate. Grande fu la lezione della Democrazia cristiana che seppe trovare nei suoi leader le multiformità nelle risposte istituzionali attraverso alleanze, talora sofferte, ma che non si acconciavano mai al trasformismo del leader di turno, ma si radicavano volta per volta nella multiformità culturale dei filoni e delle correnti di pensiero che consentivano di dare identità politica e capacità di risposta ai leader di quelle aree.

In questo quadro Moro fu l’espressione più alta. Consapevole che in una democrazia bloccata era impossibile superare dei confini di schieramento internazionale che i due massimi partiti rappresentavano, capì che un serio coinvolgimento, in nome di valori di leale rispetto del quadro democratico e della centralità della persona, sia pure coniugate in modi differenti, come differenti e non convergenti ne erano le ideologie, avrebbe giovato molto al paese E ciò senza una dichiarata alleanza politica, ma con l’intento di affermare l’efficacia delle politiche industriali e del lavoro per uno sviluppo più armonico e meno conflittuale, quale poi sempre meno caratterizzò quegli anni fino a degenerare nel terrorismo, di cui Moro fu la vittima più emblematica. Quella intuizione che costò la vita al presidente Moro e lacerò le forze politiche tra fermezza e trattativa per salvare la vita al presidente della Dc, fu una lezione che dovremmo saper riprendere, pur nel mutato contesto storico e geopolitico.

Compito non facile, ma che si impone ai tanti cattolici democratici e popolari affinché siano promotori di una proposta che guardi nell’immediato ad una comune convergenza sui temi essenziali della dignità della persona, della pace e dei presupposti della convivenza dei popoli  guardando ai conflitti in atto del lavoro, della sanità – nel meridione sempre più in affanno – e  della natalità; ma poi anche e soprattutto della democrazia e dello Stato di diritto, laddove urge approntare la difesa della Carta costituzionale, specialmente nella parte in cui si condensa quel mirabile equilibrio tra i poteri presidiati da una serie di contrappesi al fine di salvaguardare il sistema da ogni debordante prevaricazione istituzionale. Una prevaricazione che invece la proposta di premierato si prefigge di introdurre, nella previsione di un forte indebolimento della centralità del parlamento e del ruolo e delle prerogative del Capo dello Stato

C’è da augurarsi che il confronto politico interno, avviato con la recente conversazione che ho avuto con il leader del partito, Totò Cuffaro, sul bilancio della nuova Dc ad un anno dalla sua segreteria e sulle immediate prospettive future, pubblicato il 17 giugno scorso (v. https://www.ilpopolo.cloud/1440-il-bilancio-della-nuova-dc-ad-un-anno-dalla-segreteria-di-toto-cuffaro.html), possa preludere a decisioni importanti, anche nella prospettiva un Congresso straordinario, affinché si ritrovi un cammino capace di invertire la rotta di questo bipolarismo sempre più estremizzato ed indigesto per più della metà degli elettori (tanto da poter affermare che ormai si governa nella forma di una indubbia tirannia della minoranza egemone) che volontariamente diserta le urne, con grave danno per una credibile rappresentanza democratica.

Cattolici, il dovere della presenza e non della sola testimonianza.

Molti lamentano, e giustamente, che le svariate e molteplici iniziative di ricordo della Dc, della sua nascita o del suo tramonto; che le varie riletture del magistero e dell’azione di molti leader democristiani; che i moltissimi appelli ad un rinnovato impegno dei cattolici nella vita pubblica italiana e via discorrendo, non porteranno a nulla di concreto. Ovvero, non stimoleranno – almeno nell’immediato – una nuova e rinnovata iniziativa e presenza politica dei cattolici italiani.

Una osservazione del tutto condivisibile per almeno tre motivazioni di fondo.

Innanzitutto perchè non c’è un leader – riconosciuto, coerente e carismatico – che sia in grado di raccogliere questa domanda, seppur confusa e contraddittoria. E quando manca un leader, perchè non possiamo trascurare il fatto che nel nostro passe la personalizzazione della politica è ancora un elemento determinante e decisivo, difficilmente decolla una iniziativa politica capace di aggregare e di porsi all’attenzione di tutti.

In secondo luogo non possiamo non prendere atto, e forse definitivamente, che il pluralismo politico, culturale, programmatico e forse anche etico dei cattolici italiani è così profondo che non si può più invertire la rotta rispetto a questo assunto. Certo, in politica nulla è irreversibile. Ma i processi storici non si possono ignorare perchè altrimenti si rischia di vivere o con lo sguardo rivolto all’indietro o percorrendo strade che ti portano solo in un vicolo cieco.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, non c’è una reale volontà di ricomporre un mondo culturale ed ideale, e quindi anche politico, che ormai è diviso anche nei rapporti personali.

Spiace rilevare questo fatto, forse secondario, ma comunque decisivo ai fini di favorire o promuovere una vera ed autentica ricomposizione politica ed organizzativa. Percorsi diversi, rapporti personali incrinati, progetti politici quasi alternativi, approcci culturali distinti hanno finito per fare dell’area popolare, ex democristiana e cattolico sociale un campo minato. Un campo che continua certamente a produrre idee, cultura ed esperienze civiche e politiche locali e regionali ma che difficilmente, anzi quasi sicuramente, non riuscirà a costruire un polo politico nazionale.

Per questi semplici motivi, seppur descritti e richiamati con la rapidità dettata da un articolo, è abbastanza evidente che esiste, tuttavia, una lezione che si può ricavare da questa situazione oggettiva. Ed è quella, almeno a mio parere, di saper inverare negli strumenti politici attualmente esistenti – cioè nei partiti che ci sono e non in quelli in cui si auspica nei prossimi decenni la nascita – quelle idee, quella cultura, quella prassi, quel metodo, quel progetto politico e quella sensibilità ideale che hanno caratterizzato nella storia le migliori stagioni della presenza politica dei cattolici italiani. Perché l’alternativa concreta a questa prospettiva è una sola. E cioè, il rifugio sicuro e anche piacevole della ricostruzione storica oppure la scorciatoia della testimonianza o della presenza pre politica. Dimensioni del tutto apprezzabili e nobili ma che esulano radicalmente dalla presenza politica attiva e protagonistica. Che, è sempre ben non dimenticarlo, non è mai stata la cifra distintiva dei grandi leader cattolici impegnati in politica nelle diverse fasi storiche. E questo perchè i leader e gli statisti della Dc, di cui ricordiamo e celebriamo i vari anniversari, tutto facevano tranne che praticare o coltivare l’assenza dall’impegno concreto nella cittadella politica. È bene farne tesoro ogniqualvolta si partecipa a questi convegni e si parla della nostra comune storia.

Chi era il nonno della Funaro? Una nota biografica di Bargellini.

Nacque a Firenze nel 1897, dove iniziò la sua formazione in scuole tecniche (il padre era ingegnere dell’Istituto geografico militare). Dopo l’esperienza della guerra iniziò a frequentare la Facoltà di Agraria dell’Università di Pisa, ma abbandonò ben presto gli studi avviati per dedicarsi alle lettere presso l’Accademia di Belle Arti. Maestro elementare e più tardi direttore didattico, iniziò ancora giovane l’attività di scrittore, e nei primi anni ’30 giunse ad una certa notorietà con i volumi Fra Diavolo del ’32 e soprattutto San Bernardino da Siena del ’33.

Altrettanto vivace la sua opera di organizzatore culturale: dopo aver fondato e diretto dal 1923 il Calendario dei pensieri e delle pratiche solari, nel 1929 fondò la ben più importante Il Frontespizio, alla quale avrebbero contribuito autori come Carlo Bo, Mario Luzi, don Giuseppe De Luca, oltre a Gatto, Parronchi e Sereni. Vicino per molti versi alla esuberante personalità intellettuale di Giovanni Papini, Bargellini fu consapevole portatore di una cultura cattolica dai forti tratti apologetici, antiilluministici, attenta al fascino popolare del mondo contadino e ‘strapaesano’.

Lasciata nel 1938 la direzione della rivista (che cessò le pubblicazioni poco dopo), fu impegnato in una vasta opera didattca e divulgativa: a lui fu in varie occasioni affidata la redazione di antologie e libri di testo per le scuole. Dopo la guerra, pur continuando una copiosa produzione letteraria, iniziò l’attività politica nelle fila della Democrazia Cristiana, e fu a lungo assessore alla cultura nelle giunte La Pira negli anni ’50. Nel ’66 venne eletto sindaco: svolse la carica solo per pochi mesi, ed era già dimissionario quando piombò su Firenze la tragedia dell’alluvione, a rimediare la quale si dedicò con enorme impegno e notevole capacità organizzativa.

Dal 1968 fu senatore DC. Morì a Firenze nel 1980. Il ruolo di Bargellini per la storia di Firenze, oltre che nelle numerose iniziative di promozione artistico-culturale intraprese come amministratore, sta soprattutto nella sua inesauribile produzione divulgativa: alla storia della città, all’arte e alle strade fiorentine, alla dinastia Medici dedicò migliaia di pagine, in molti casi pubblicate in fascicoli a puntate, e scritte per un pubblico di massa. Un’opera divulgativa spesso molto semplificata per raggiungere una più vasta diffusione, ma che proprio per questi caratteri di ampio consumo ha significato un contributo eccezionale alla consapevolezza della propria storia da parte dei fiorentini.

 

Opere La splendida storia di Firenze, Fiorenze, Vallecchi, 1964, 4 voll.; Le strade di Firenze (con E. Guarnieri), Firenze, Bonechi, 1980, 4 voll.; I Medici, Firenze, Bonechi, 1980. Alle grandi opere qui ricordate andrebbe tuttavia aggiunta una lunghissima serie di scritti d’occasione, fascicoli e pubblicazioni a carattere divulgativo su aspetti, figure, luoghi della storia di Firenze che Bargellini pubblicò soprattutto dagli anni ’50.

Studi su Piero Bargellini C. Fusero, Bargellini, Firenze, Vallecchi, 1949; P.F. Listri, Tutto Bargellini. L’uomo – lo scrittore – il sindaco. Con il diario inedito dei giorni a Palazzo Vecchio, Firenze, Nardini, 1989 (con bibliografia in appendice); P.L. Ballini, Piero Bargellini, in P.L. Ballini (a cura di), Fiorentini del Novecento, 3, Firenze, Polistampa, 2004, pp. 41-55.

 

Il testo è tratto dal “Portale Storia di Firenze”

http://www.storiadifirenze.org/?storici=bargellini-piero

Insieme | Dignità e sicurezza sono requisiti essenziali del lavoro.

L’Italia è l’unica nazione tra quelle sviluppate che ha una popolazione attiva inferiore a quella delle persone inattive.

Primo passo per recuperare la piena dignità del lavoro è quello di garantirne la sicurezza.
La vita umana e la salute delle persone sono un irrinunciabile prerequisito di ogni attività produttiva. Quindi più formazione, più controllori, più controlli, pene severe, rapide e certe, dove si riscontrano negligenze e omissioni di sicurezza.

Al tempo stesso, vanno introdotti meccanismi operativi per una partecipazione responsabile al lavoro.
Ogni lavoro deve emergere, essere riconosciuto e pagato dignitosamente. Vanno applicati solo i Contratti Nazionali stipulati dalle Associazioni imprenditoriali e sindacali maggiormente rappresentativi.

Occorrerà definire per legge la paga minima oraria. Occorre abilitare gli Enti bilaterali, promossi dalle parti sociali per la formazione continua e per i programmi di riconversione (Fondi interprofessionali e Fondi di solidarietà), a svolgere un ruolo trainante nelle politiche attive, finalizzate ad accelerare il ricambio generazionale e di genere, e il reinserimento delle persone in cerca di lavoro. L’attività dei Fondi deve essere estesa anche alle Professioni e ai lavoratori autonomi.

INSIEME ribadisce la necessità di rivolgere attenzione agli immigrati regolarmente soggiornanti, buona parte dei quali costretti a lavorare in condizioni salariali e ambientali inaccettabili, attivando la procedura di regolarizzazione del soggiorno prevista dalla normativa per i lavoratori stranieri irregolari che collaborano nelle iniziative rivolte a contrastare il lavoro sommerso.

Dobbiamo muoverci verso il modello partecipativo. È necessario che i lavoratori siano coinvolti nella gestione, in toto o compartecipata, per sentirsi attori responsabili all’interno della comunità produttiva che si chiama impresa, e da ciò non potranno non discendere anche rilevanti miglioramenti nell’impegno dei lavoratori e, quindi, anche nei risultati economici dell’impresa stessa.

Le possibilità di sviluppo di ogni lavoratore, e i risultati complessivi del lavoro, sono tanto migliori quanto più ha modo di esprimersi l’intelligenza di chi lavora, quanto più è apprezzata e stimolata (e non, invece, osteggiata) la sua intraprendenza, quanto più ampia è la libertà di partecipare al conseguimento di obiettivi condivisi.

SuccedeOggi | I salmi nella versione di un traduttore d’eccezione: Guido Ceronetti.

Pasquale Di Palmo

 

Se vedete sui gradini di una chiesa di provincia un uomo magro, il volto scavato di un asceta, capelli tagliati alla paggio sotto il basco stinto, un impermeabile logoro, due o tre libri per le mani compresa una grammatica araba, piena di note a margine, non fategli l’elemosina perché non è un povero vagabondo. Si chiama Guido Ceronetti, è uno dei più grandi scrittori italiani di questo secolo». Così scriveva Claudio Serra in un articolo apparso quasi quarant’anni fa nella Domenica del Corriere. Nato il 24 agosto 1927 a Torino e morto a Cetona il 13 settembre 2018, Guido Ceronetti fu il crudele cantore di una modernità che sembra coinvolgere una moltitudine di esistenze sempre più artefatte, innaturali, in cui non sussiste più niente di decoroso. Le sue vicissitudini editoriali si snodarono attraverso un percorso intellettuale eccentrico e, al contempo, intransigente, dalle infinite sfaccettature, che passa dalla traduzione dei classici al saggio di taglio erudito, dall’aforisma folgorante ai numerosi articoli e elzeviri, dal romanzo anomalo alla poesia di impronta anacronistica, dalla pièce per gli spettacoli di marionette alla recensione caustica, sulfurea.


Si tratta di un’opera smisurata e complessa, non ancora conosciuta nella sua integrità. Ceronetti si è imposto all’attenzione della critica e dei lettori più avveduti come una sorta di oracolo contemporaneo, avvalendosi del tono profetico che contraddistingue tante sue versioni, dalle veterotestamentarie a quelle di autori latini come Giovenale e Catullo, Orazio e Marziale. D’altro canto la vicenda bibliografica di Ceronetti appare quanto mai articolata, contraddistinta sia dal ricorso a editori particolarmente presenti come Einaudi, Rusconi e Adelphi sia dalla collaborazione con piccoli stampatori di qualità che gli hanno permesso di licenziare titoli apparentemente marginali o di sbizzarrire un estro creativo finissimo anche sul versante grafico (è noto che l’autore torinese era un eccellente illustratore: si veda in tal senso il catalogo della mostra tenuta nel novembre 2006 al Palazzo Ducale di Genova intitolato Nella gola dell’eone, pubblicato da Il Melangolo nello stesso anno).

Inoltre bisogna considerare che molti titoli originariamente pubblicati per una casa editrice sono stati riproposti, spesso in forma rimaneggiata, in altri contesti editoriali. Si tratta dunque di una bibliografia quanto mai composita, che abbisognerebbe di ulteriori studi e approfondimenti. In questa sede ci limitiamo a segnalare i due titoli forse più rari dell’autore torinese, corrispondenti a un dittico poetico che rappresenta il suo esordio. Si tratta dei Nuovi Salmi. Psalterium primum, editi da Pacini-Mariotti di Pisa nel 1955, cui seguono nel 1957 i Nuovi Salmi, pubblicati a Torino presso L’Impronta. Quest’ultimo titolo, in 8°, comprendente 84 pagine, contiene diciassette componimenti numerati in numeri romani, per lo più in endecasillabi sciolti, ispirati all’Antico Testamento. In seguito l’autore si specializzerà proprio in questo peculiare ambito, divenendo uno dei più accreditati traduttori di libri biblici, a partire dai Salmi, la cui edizione originale apparve nei “Millenni” einaudiani nel 1967.

 

Continua a leggere

https://www.succedeoggi.it/2024/06/ceronetti-salmista/

Si gioca in Parlamento il ruolo dell’opposizione

Abbiamo vissuto una settimana cruciale per il Paese. Con l’approvazione di due provvedimenti importanti: il disegno di legge sul premierato in prima lettura al Senato e l’autonomia differenziata in via definitiva alla Camera.

Due proposte che renderanno l’Italia più debole, meno competitiva e meno resiliente. Il motivo è semplice: entrambi i provvedimenti tolgono potere al Parlamento, in un Paese che è una Repubblica parlamentare.

L’autonomia differenziata, com’è costruita, esclude il Parlamento dalla definizione delle intese tra Stato e regioni e gli sottrae potere decisionale in materie che sono di interesse nazionale. Ciò che interessa tutto il Paese dovrebbe avere una regia unica nel Parlamento, nell’istituzione democratica che rappresenta tutti i cittadini, e non altrove.

Il premierato, subordinando di fatto l’azione parlamentare a quella governativa, ribalta la relazione tra potere esecutivo e legislativo: è sulla fiducia del Parlamento che si reggono i governi e non viceversa.

Nel corso della sua storia l’Italia ha dimostrato che solo nella capacità di definire strategie condivise si trovano soluzioni stabili, efficaci e in grado di rilanciare il Paese. La scelta di indebolire il Parlamento e esasperare il bipolarismo renderà d’ora in poi inefficace qualsiasi tentativo di sintesi e di dialogo tra le forze politiche, ed è questa la triste realtà che si nasconde dietro al premierato e a una finta stabilità di governo: con un Parlamento svuotato, assumere scelte condivise e stabili – il tabellone verde al voto sull’assegno unico, per intenderci – diventerà sempre più complicato. E così verrà meno quella resilienza che le nostre istituzioni hanno saputo mostrare nei momenti di crisi: pensiamo alla pandemia, quando con una scelta di responsabilità si è deciso di unirsi nel governo guidato da Mario Draghi per dare al Paese le risposte di cui aveva disperato bisogno.

L’altra riforma, quella sull’autonomia differenziata, non fa che amplificare e cementare le differenze nel Paese andando solo ad aumentare le disuguaglianze sociali e la burocrazia. Frammentare settori strategici quali l’energia, il lavoro, l’export, la sanità e la ricerca (solo per citarne alcuni) non avrà altro effetto che indebolire la competitività dei nostri territori e dell’intera nazione. La premier e la sua maggioranza lo sanno, ed è il motivo per cui hanno approvato questa riforma di notte con tempi contingentati per la discussione, con una vera e propria forzatura istituzionale. Perché non farlo alla luce del sole, quando i cittadini e i giornalisti avrebbero potuto seguire il dibattito in aula? Per fare nascere un dibattito sulle modalità e evitare accuratamente di entrare nel merito di una riforma che non porterà nulla di buono al Paese.

A questo gioco delle parti le altre opposizioni hanno ceduto, opponendo barricate a barricate e per giunta in piazza, asseverando così l’idea che il Parlamento non basti. Per noi è un errore fatale e non abbiamo voluto cedervi, perché pensiamo che la serietà chieda di cambiare sul serio il Paese, che questo debba essere fatto nelle sedi istituzionali della nostra democrazia, ricordando prima di tutto a noi stessi  e al governo che l’Aula è sovrana, e che questo lavoro debba essere incessante nel merito e nella chiarezza delle proposte alternative a questo governo.

 

[Il testo è stato diffuso su whatsapp]

Quella casa sul lago: cronaca di un dono ad Alcide De Gasperi.

Sulle rive del lago di Castelgandolfo, in località Castelvecchio, anni or sono il sindaco democristiano della cittadina laziale, dr. Marcello Costa, che fu per molti anni primo cittadino, fece apporre su una villetta stile liberty una targa in ricordo della presenza di Alcide De Gasperi in quella casa negli ultimi anni della sua vita terrena. Quella targa rappresenta una storia, non soltanto per la città laziale, sede della celebre villa pontificia costruita da Urbano VIII, ma per ciò che ha rappresentato nella storia politica del secondo ‘900.

Il 3 aprile 1951 De Gasperi compiva 70 anni, non era un periodo facile per lo statista democristiano e non lo sarebbe stato anche nei tre anni precedenti la sua scomparsa: la riforma agraria fortemente voluta da lui anche a seguito del congresso di Venezia del 1949 in cui il partito aveva visto una forte affermazione col 35% dei voti della sinistra interna di Dossetti, La Pira e Fanfani, stava erodendo significativi sostegni soprattutto nel sud da parte dei vecchi ceti clientelari; l’alluvione del Polesine aveva messo  in gravi difficoltà zone già di per s assai deboli economicamente;la destra clericale premeva per una svolta a destra della Dc, soprattutto in vista delle elezioni comunali a Roma dell’anno successivo. Insomma un periodo non facile…De Gasperi era un esempio di onestà, correttezza e rigore come forse nella nostra storia nazionale non avevamo mai avuto. Aveva pagato il più alto prezzo al fascismo che con l’accusa assurda di tentativo di espatrio candestino lo avea arrestato e messo in carcere, addirittura insieme alla moglie Francesca, preziosa compagna di una vita; il suo antifascismo lo aveva pagato caro..soltanto la generosità si papa Pio XI, che certamente aveva avuto un ruolo nell’allontanamento di don Sturzo dalla segreteria del Partito Popolare all’avvento del regime, ma che era stato però il primo a capire la deriva pagana del fascismo, tanto da scrivere nel 1931 l’enciclica Non abbiamo bisogno per denunciare le violenze squadriste ad appena due anni dal Concordato, questo Pontefice lo aveva accolto in Vaticano come bibliotecario.

Si trattava di un incarico peraltro precario, che risolveva un problema molto semplice: quello che sarebbe diventato di lì a poco il più grande statista italiano della seconda metà del’900, non era ridotto alla fame, ma certamente in grandi ristrettezze economiche. Addirittura fino al 1938 De Gasperi non aveva come bibliotecario in Vaticano uno stipendio fisso, ma rinnovato di mese in mese e fu soltanto l’intervento d mons. Montini, futuro papa Paolo VI, anch’egli conoscitore di quanto il fascismo aveva leso la dignità delle libere istituzioni, a perorare la causa di una paga fissa per un uomo di quasi 60 anni che manteneva moglie e 4 figlie in una famiglia esemplare, con un esiguo stipendio peraltro precario. Pio XI accolse subito la perorazione di Montini, ma per non insolentire Mussolini, che aveva in uggia da tempo lo statista trentino nonostante fosse Duce di un Impero, fece assumere stabilmente De Gasperi non direttamente dalla Santa Sede, ma da Propaganda Fide, presso la sede della quale avrebbe trovato rifugio con lo pseudonimo di Alfonso Porta durante l’occupazione nazista di Roma anni dopo.

Lo stile di vita austero e onesto avrebbe caratterizzato la vita di De Gasperi costantemente. Ebbene, un uomo di questa statura proprio nel 1951 cercò di far superare all’Europa l’antico quasi millenario antagonismo tra gli stati, creando la CECA, Comunità Europea Carbone Acciaio, con il sostegno di altri due grandi statisti, Konrad Adenuer e Robert Schuman; ma in quell’anno accadde un episodio legato a quella casa sul lago. Nell’avvicinarsi del genetliaco, gli iscritti della Democrazia Cristiana si autotassarono per regalare finalmente una casa di proprietà al loro leader; naturalmente tutto avvenne nel segreto più assoluto e quando ebbero raggiunto una cifra adeguata per l’acquisto di una villetta, la scelta cadde su un villino restaurato qualche anno prima a Castelgandolfo, sul tornante est vicino proprio al convento di Propaganda Fide che era stato, come quasi tutti i castelli romani, duramente bombardato nel 1944 dopo lo sbarco alleato ad Anzio del 22 gennaio.

Il problema era fare accettare il dono a De Gasperi. La moglie e le figlie con il pretesto di visitare una casa da affittare sul lago per una figlia minore reduce da una patologia respiratoria, lo portarono in quella che sarebbe stata la sua residenza negli ultimi anni e riuscirono a vincerne le resistenze dicendogli che se non avesse accettato avrebbe dovuto trascorrere forse mesi seduto a scrivere ad ogni iscritto donatore le motivazioni dell’eventuale rifiuto, considerato che anche gli iscritti col reddito più umile avevano voluto offrire al leader un segno tangibile del loro affetto e della loro riconoscenza.  De Gasperi accettò commosso quel dono: l’unica proprietà che ebbe nella sua vita!

Il prossimo 19 agosto ricorrerà il 70esimo della morte di quest’uomo colto,determinato, semplice, di grande vera fede e di uno spessore politico assai raro. Anni dopo l’amministrazione comunale di Castelgandolfo volle apporre sul frontale della villetta la già citata targa in ricordo della permanenza dello statista. Sono passati tanti anni e il costume politico si è inasprito e direi assai involgarito, forse per la mancanza di maestri veri come Alcide De Gasperi. A chiunque capiterà di transitare sulla via laterale di Castelgandolfo, suggerirei di dare uno sguardo a quella casa  soprattutto perché proprio gli iscritti alla Democrazia Cristiana seppero offrire al loro leader un segno così forte e permanente. La Dc non c’è più ma l’intelligenza dei democristiani ha sedimentato valori in Italia incancellabili.

 

Prof. Giulio Alfano

Presidente Istituto Emmanuel Mounier

Intervista | D’Ubaldo: “Moro è inattuale, per questo ci attrae“.

Intervista | D’Ubaldo: “Moro è inattuale, per questo ci attrae“.

 

“Non fu l’uomo del compromesso storico, bensì la personalità più attenta alla evoluzione della politica democratica”. Riportiamo un ampio stralcio dell’intervista – a cura di Valentina Busiello –  pubblicata sul sito di Politica meridionalista. 

 

Valentina Busiello

 

“Moro è inattuale, per questo ci attrae“. Una frase e un pensiero di Lucio D’Ubaldo, già Senatore della Repubblica, che conduce da anni “Il Domani d’Italia”, testata online con la stessa denominazione del settimanale fondato nel 1900 da Romolo Murri, lo sfortunato profeta della prima democrazia cristiana. L’attenzione nei confronti di Moro è una costante del suo impegno intellettuale e politico. Ha curato la raccolta degli scritti giovanili dello statista pugliese (La vanità della forza. Gli articoli su «La Rassegna» di Bari 1943-1945, Eurilink, 2017). Lo spunto da cui nasce questa conversazione ce lo fornisce l’altro suo libro: Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro (Il Domani d’Italia, 2020).

 

Perché ha dato al suo saggio su Aldo Moro il titolo di “Amare il nostro tempo”?

Nei discorsi di Moro ricorre sovente questo tema: non ci si può allontanare dal tempo in cui operiamo, in un modo o nell’altro ne siamo condizionati, specialmente sul piano politico, per cui ogni azione deve calarsi nella concretezza delle circostanze e delle condizioni date in quel momento. Anche nel suo ultimo discorso ai Gruppi parlamentari, quando cerca con tutta la sua autorevolezza di convincere i colleghi di partito a dare il via libera all’ingresso del Pci nella maggioranza di governo, Moro sottolinea quanto sia decisivo e necessario il richiamo al vincolo temporale. Ecco le sue parole: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà…”.

 

 

Quando matura questo pensiero?

Possiamo rintracciarne la formulazione già negli scritti giovanili, segno di straordinaria continuità e coerenza di pensiero. Nella formazione di Moro c’è il concetto cristiano della salvezza come incarnazione di Dio nella storia, dunque nel contesto dell’umanità in cammino; una storia che non si ripete ciclicamente e all’infinito, ma pur svolgendosi in modo lineare conosce nel suo sviluppo avanzamenti e pause, addirittura arretramenti, con guadagni e perdite a segnare la “crescita di bene”. Il progresso è una conquista che muove dall’intelligenza e dall’amore, essendo l’una al servizio di una ordinata e lucida comprensione dei problemi; l’altro costituendo, invece, la molla più potente della tensione che rende possibile l’amicizia civile e, pertanto, il buon ordinamento della società civile. Il questo orizzonte ideale, il tempo che attiene alla politica è forse la categoria che meglio spiega la richiamata esigenza del realismo: i principi vanno calati nel “kairòs” – il tempo per eccellenza – ed è il “kairòs” a scandire il movimento della politica, entro i limiti della condizione creaturale dell’uomo.

 

Il tempo sì, ma forse anche lo spazio e quindi la geografia. Moro non è anche, con la sua sensibilità, un uomo del Meridione?

Non c’è dubbio, basta leggere i suoi discorsi in occasione della Fiera del Levante. A Giuseppe Petrilli, prossimo a insediarsi alla guida dell’Iri, fece solo una raccomandazione da segretario della Dc: garantire gli investimenti al Sud. Suggerirei tuttavia di leggere quanto scriveva su «La Rassegna» nel febbraio del 1945. A lui non piaceva il “Vento del Nord” ma neppure l’auto isolamento dei meridionali. Il Paese richiedeva uno sforzo concorde per risollevarsi dopo il disastro della guerra. “…l’Italia sarà salvata da tutti gli Italiani e da rinnovate energie morali”. A questo spirito di unità e convergenza sarebbe rimasto sempre fedele. Moro, in sostanza, credeva che la questione meridionale dovesse collegarsi vitalmente al processo di crescita unitaria della nazione.

 

Continua a leggere

https://www.politicameridionalista.com/2024/06/08/amare-il-nostro-tempo-un-libro-di-lucio-dubaldo/

Maurizio Carta: “Le città del mondo possiedono una vibrazione narrativa”.

«In questo libro racconterò dell’oscillazione tra felicità e infelicità delle città del mondo che ho visitato, narrerò storie di successo, e segnalerò anche le ombre che caratterizzano alcune, nel pieno spirito di un’opera aperta come sono eminentemente le città, le quali “credono d`essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura” – per dirla con Calvino – perché serve anche l’anima delle persone che le abitano».

Quarantadue storie di città – dalle immancabili (New York, Londra, Pechino, Mosca, Parigi, Bar-cellona), alle meno ovvie (Paducah, Hangzhou, Brest, Aalborg, Tirana, Favara) – che possono anche funzionare come una guida di viaggio o una mappa oppure un breviario, sotto il segno della «rigenerazione urbana», in cui si condensano le trasformazioni prodotte dagli organismi-città.

«Le farò parlare – spiega Maurizio Carta nell’Introduzione – per dare scrittura alle storie che mi hanno raccontato visitandole per pochi giorni o abitandole per periodi più lunghi tra il 2006 e il 2023. Racconterò delle esperienze e delle atmosfere e anche le curiosità più minute – una canzone, un cocktail, un miraggio, una cena o una corsa – che hanno reso memorabili quei dialoghi tra un urbanista e una città e che mi consentono di raccontarli in un romanzo urbanistico, invece che nella forma più consueta di un saggio scientifico. Le città che racconto hanno tutte percorso un viaggio di rinascita, di evoluzione, di fuga dall`eterno presente per raggiungere un nuovo futuro che è oggi il loro presente».

Gli itinerari dell’urbanista Carta, sapienti o occasionali, inquadrano non astratti modelli, ma luoghi modellati da architetture logorate dall’uso, dall’insinuarsi della natura nell’artificio e il contrario, da stratagemmi ludici e strategie di convivenza. E i luoghi comandano anche la velocità di percorrenza, che sia la lentezza svagata del flâneur o l’affanno nervoso del runner: perché «le città del mondo possiedono una vibrazione narrativa che tutti noi percepiamo».

 

[Il testo è quello che appare su Amazon come presentazione del libro di M. Carta, Romanzo urbanistico. Storie dalle città del mondo, Sellerio editore, 2024]

 

Maurizio Carta (Palermo 1967), urbanista e architetto, è professore ordinario all`Università di Palermo. Tiene lezioni e svolge attività di ricerca in numerose università, tra cui la Columbia University di New York, l`Institut d`Urbanisme de Paris, la Leibniz University di Hannover. Dal 2017 dirige l`Augmented City Lab, dedicato alle città sostenibili del futuro prossimo.

Nel 2019 è stato Italian Design Ambassador. È autore di numerose pubblicazioni, in Italia e all`estero. Tra i suoi libri più recenti: Cosmopolitan Habitat (2021), Homo urbanus. Città e comunità in evoluzione (2022), Palermo, un`idea di cui è giunto il tempo (2023).

 

Per acquistare il libro

https://amzn.eu/d/06K0XuX7

 

 

L’importante è votare: l’astensionismo mortifica la democrazia.

Non abbiamo sentito in una lunghissima campagna elettorale proposte chiare, possibili con tempistica e finanziamenti sostenibili. Ogni parte politica, ovviamente, secondo le proprie categorie valoriali. Qui – si direbbe – casca l’asino. “Europa sì, ma non questa”! Vogliamo cambiare l’Europa! Come? La scadenza delle legislature europee è sempre di cinque anni e la turnazione dei G7 sono note, ma a quanto pare non si ha uno sguardo lungo, per lavorare strategicamente sui futuri assetti. Sono gli statisti che nutrono utopie e costruiscono il futuro!

Abbiamo il diritto di conoscere i programmi dei partiti con la loro visione statuale, amministrativa, etica. Quindi abbiamo bisogno di partiti: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (Art. 49 Costituzione), che è tempo di normare con legge ordinaria. Perché non si è ancora, o non si vuole, fare una legge che garantisca a tutti i cittadini la democraticità della organizzazione, degli organi, dei finanziamenti?

Fino a quando non sarà possibile scegliere anche alcune rappresentanze saranno irrilevanti. È quanto si dice per la presenza dei cattolici nelle liste prima e negli organi di partito e nelle istituzioni, se eletti, poi. Con l’attuale legge elettorale se le segreterie non li accettano in lista c’è poco da fare anche con le preferenze; nel caso delle recenti elezioni europee, sarebbe stato necessario che chi desiderava avere testimoni a Bruxelles ponesse la croce e la preferenza sui candidati di radici cattoliche, presenti in diverse liste.

Bastava andare a votare e scovarli, evitando la geremiade circa la mancanza di alcune espressioni culturali e sociali. Vale ovviamente per ciascuna richiesta di rappresentanza. Se non si votano candidati di riferimento come sarà possibile vedere dibattiti e controllare scelte coerenti con le proprie opinioni? Soprattutto in una Italia con caratterizzazione bipolare servono le preferenze per attrarre il voto degli elettori.

Non c’è un altro modo per vivere la democrazia che partecipare!

Non può essere positivo il giudizio su chi critica, ma approfitta di

quanto la politica produce (magari non paga nemmeno le tasse) e non vota.

Qualche giustificazione è accettabile quando la critica riguarda lo standing della classe dirigente. Linguaggio volgare, insulti agli alleati, sciatteria nel vestire. L’eletto e la eletta non valgono uno, perché rappresentano tutta la comunità e da loro discende l’esempio di comportamento civile. Ci si aspetta un atteggiamento signorile, non superbo o distaccato, ma di grande rispetto verso le persone, tutte, e magari soprattutto con le più modeste. C’è un adagio non male “signori si nasce, ricchi di diventa“. Non c’è borgataro che non possa essere “signore” se ben educato, e ricchi volgari, maleducati e incolti.

 

[Il testo è tratto dalla newsletter che l’ex ministra, oggi presidente dell’Associazione Partigiani Cristiani, invia periodicamente per e-mail]

Ucid, il congresso degli imprenditori e dirigenti della storica Unione cristiana.

Si terranno il 28 e il 29 giugno, presso il Teatro S. Antonino della Cattedrale di Sorrento, le attività per l’Assemblea nazionale Ucid, Unione cristiana imprenditori e dirigenti, realtà che promana dalla Conferenza episcopale italiana e che, con oltre 3mila iscritti nel Paese, promuove la dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’impresa. Nel pomeriggio del 28 giugno, si terrà l’Assemblea riservata ai soci, mentre il 29 giugno, alle 9.30 si aprirà la giornata aperta al pubblico, dedicata al tema “Partecipazione e democrazia nell’impresa. In cammino verso la 50° edizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani”.

A spiegare il titolo dell’evento è Gian Luca Galletti, presidente di Ucid: “c’è un legame stretto che tiene insieme l’Assemblea di Ucid e le Settimane sociali dei cattolici ed è il bisogno del mondo imprenditoriale cattolico di acquisire una voce e di esprimersi sulle questioni più attuali del nostro tempo. Fondamentale è il tema di aprire l’impresa alla partecipazione, di renderla davvero strumento di democrazia economica e attore sociale responsabile: ce lo chiede l’Europa con i criteri ESG, ma più ampiamente è un compito che la dottrina sociale da sempre riconosce in campo all’organizzazione aziendale. Per questo oggi il messaggio di Ucid è più che mai attuale”.

 

Sarà presentato il 29 giugno alle ore 12.00 un documento, redatto da Ucid, che definisce una proposta dell’imprenditoria cattolica per un’impresa etica e sostenibile, capace di farsi carico delle aspettative sociali quanto a transizione ambientale, responsabilità sociale ed equità della governance. “A partire dai contenuti del documento vorremmo promuovere un dialogo ampio, che comprenda le istituzioni civili, quelle ecclesiastiche, il mondo accademico e le parti sociali. L’Assemblea nazionale dell’organizzazione sarà occasione per muovere in questo senso” spiega Stefania Brancaccio, segretario generale Ucid.

Nella prospettiva di avviare un dialogo ampio, tra gli altri sarà ospite Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl. “Con il sindacato rappresentato da Sbarra c’è una vicinanza culturale che rende stimolante e costruttivo il confronto, a partire dalla proposta di legge di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori in azienda, promossa da Cisl e sostenuta da Ucid, ora in discussione in Parlamento” sottolinea Galletti. La partecipazione dei lavoratori in azienda è uno degli ambiti su cui i relatori del convegno saranno chiamati a confrontarsi. “come Ucid crediamo nell’importanza delle relazioni industriali come strumento per elevare la qualità del lavoro e l’efficienza dell’attività imprenditoriali, adempiendo al mandato della Costituzione che prescrive l’utilità sociale dell’iniziativa economica, a vantaggio della salute, dell’ambiente e della dignità umana” afferma Brancaccio.

Tanti gli ospiti rilevanti del convegno, dagli esponenti della Chiesa cattolica come Mons. Francesco Savino, Vicepresidente della CEI e a Don Antonio Mastantuono, assistente spirituale di Ucid, agli accademici come il Prof. Stefano Zamagni, economista, e il Prof. Vincenzo Sanasi d’Arpe, amministratore delegato di Consap, fino ai tanti rappresentanti del territorio campano come Mons. Francesco Alfano, Vescovo di Sorrento, l’Avv. Massimo Coppola, sindaco di Sorrento, Amedeo Manzo, presidente della Bcc di Napoli e Nino Apreda, Presidente di Ucid Campania.  A intervenire in rappresentanza degli imprenditori cristiani, oltre al presidente Galletti e al segretario generale Brancaccio, saranno anche il senatore Riccardo Pedrizzi, presidente del Comitato Tecnico Scientifico di Ucid, Fabio Storchi, presidente Ucid Reggio Emilia e Sigrid Marz, presidente Uniapac Europa.

 

 

L’Ucid associa in Italia oltre 3.000 imprenditori e dirigenti ispirati alla dottrina sociale della Chiesa ed è emanazione diretta della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

La Dc dei detrattori pronti a farsi adulatori

Sandro Fontana, l’indimenticabile storico, saggista e politico della Dc e uno dei maggiori teorici della sinistra sociale di ispirazione cristiana, li avrebbe definiti semplicemente “cattivi maestri”. E penso, citando queste parole, agli straordinari corsivi a firma Bertoldo che hanno deliziato per un po’ di tempo il sempre un po’ dormiente quotidiano della Dc, “Il Popolo”. Certo, si trattava di una penna ricca di contenuti e di cultura politica ma anche, e soprattutto, carica di sferzanti battute contro tutti coloro che coltivavano, ieri come oggi, l’ipocrisia, la doppia morale, il moralismo, il trasformismo e la mai sopita superiorità etica.

Mi è tornato in mente Sandro Fontana e con Fontana i corsivi di Bertoldo ascoltando i simpatici e goliardici adulatori contemporanei della Democrazia Cristiana. Insomma, da strenui ed intransigenti, se non addirittura violenti – in tutti i sensi – detrattori della esperienza politica, culturale ed istituzionale della Democrazia Cristiana a misurati ed equilibrati adulatori. Tutto ciò, almeno credo, capita per un motivo molto semplice. Fingendo che ormai tutti abbiano dimenticato il passato dopo varie rottamazioni e il potente vento populista grillino che ha dissacrato e criminalizzato tutto ciò che non appartiene alla contemporaneità, anche gli storici detrattori della Dc rialzano la testa – che peraltro non hanno mai abbassato forti della loro indole trasformistica ed opportunistica – e dispensano pagelle a destra e a manca. Anche perché hanno la scientifica certezza che quella esperienza – sempre la Dc – è consegnata agli archivi storici definitivamente.

Per ragioni storiche e politiche certamente ma anche, e soprattutto, per una strutturale insipienza e gracilità di chi ha continuato a riconoscersi in quel patrimonio politico e culturale ma non ha avuto il coraggio di riproporlo seppur con una veste aggiornata e rivista.

Ora, per non soffermarsi sui singoli convegni o sugli articoli falsamente entusiasti e celebrativi, è evidente che per tutti costoro la Dc continua ad essere un “inciampo della storia” o, nella migliore delle ipotesi, un partito che non poteva avere futuro perchè appartenente ad una fase politica italiana ormai definitivamente ed irreversibilmente storicizzata. A differenza, come da copione, della sinistra che invece può riproporre tranquillamente un neo “Fronte Popolare” con Schlein, Fratoianni/Bonelli e Conte perchè la sua cultura e il suo universo valoriale continuano ad essere di straordinaria attualità e modernità. Come ci spiegano ogni giorno i loro gazzettieri dalle colonne dei noti quotidiani e dai talk de La 7.

Ecco perché, anche di fronte ad una rivisitazione/rilettura storico politica della Democrazia Cristiana ad 80 anni dalla nascita e a 30 anni dalla sua fine, i “cattivi maestri”, per tornare a Sandro Fontana, non cessano mai di esistere. Lo erano ai tempi del “né con lo Stato e né con le Br”, lo erano ai tempi dei vari “appelli” – dal commissario Calabresi in poi – e lo sono tutt’oggi. E, guarda caso, prevengono quasi sempre – salvo rarissime eccezioni – dalla medesima parte politica. Quella che pensa, ieri come oggi, che la verità politica appartiene sempre e solo ad una parte. Dall’altra c’erano, ci sono e ci saranno sempre e solo la barbarie e l’inciviltà.

Asianews | Putin in Asia gioca la carta della tensione permanente

Stefano Caprio

 

Con il viaggio di questi giorni in Corea del nord e in Vietnam, Vladimir Putin ha superato ogni barriera nel degrado della reputazione della Russia. Secondo un’espressione che si attribuisce alla poetessa Anna Achmatova, sono terminati in Russia i “tempi vegetariani”, come la grande dissidente dei tempi staliniani scriveva nei suoi diari degli anni Cinquanta del secolo scorso. Confrontando gli anni Venti leniniani dopo la rivoluzione, con gli anni Trenta del terrore staliniano, ella diceva che dal “periodo relativamente vegetariano”, con le repressioni più spaventose l’Unione Sovietica era sprofondata nel “pieno cannibalismo”.

La Achmatova andava oltre la sua stessa tragedia familiare, che aveva travolto il marito Nikolaj Gumilev, altro grande protagonista della letteratura russa di inizio Novecento, finito nelle prime ondate dei lager insieme ad altri 96 rappresentanti dell’intelligentsija di San Pietroburgo (ormai diventata Leningrado), accusati di partecipazione alla cosiddetta “rivolta militare” del professor Tagantsev (un analogo delle “azioni di discredito delle forze armate” della Russia putiniana), e furono tutti destinati alla fucilazione. Come racconta la Achmatova, i “tempi vegetariani” finirono a dicembre del 1934 con l’assassinio di Sergej Kirov, l’astro nascente del comunismo leningradese, che faceva ombra al dittatore georgiano, inaugurando gli anni del “Grande Terrore”. Con la morte in lager del principale oppositore di Putin, il martire delle proteste di piazza Aleksej Naval’nyj, siamo tornati ai sentimenti dello stalinismo più trionfante, celebrato in questi giorni da Kim Yong-un e Nguyễn Phú Trọng.

Una storia simbolica illumina proprio questa dimensione del putinismo più estremo, come si sta evidenziando sempre più dopo la rielezione plebiscitaria e l’incoronazione dei mesi scorsi. Un criminale tristemente famoso, il satanista e cannibale Nikolaj “il Duca” Ogolobjak, si era riscattato nella guerra in Ucraina, ma tornando a casa è stato nuovamente arrestato per narcotraffico. Nel 2010 era stato condannato a venti anni di lager per un omicidio rituale di quattro persone, ma lo scorso anno si era arruolato nel cosiddetto Štorm Z, il battaglione dei detenuti per l’Ucraina, per poi essere ricompensato con la grazia presidenziale. Il “duca” era il leader di una banda di satanisti, che si dilettavano a smembrare gli adolescenti fin dal 2008, con diversi riti sanguinari in cui sacrificavano gatti, cani e giovani uomini saziandosi della loro carne e sangue; Ogolobjak era l’unico maggiorenne del gruppo, e gli fu comminata la pena più severa.

In Ucraina, Nikolaj ha combattuto soltanto sei mesi, tornando trionfante e libero a casa, ma al fronte non hanno intenzione di riprenderlo dopo i nuovi crimini, visti i suoi comportamenti piuttosto spaventosi anche tra i commilitoni, per cui vive tranquillo a casa con la madre, difeso dalla fama di “eroe della patria”. Un caso ancora più paradossale in questi giorni è quello di Andrej Orlov, un mite cittadino russo della regione di Tomsk in Siberia che ha sparato con un fucile al suo migliore amico, colpendolo al fianco dopo una bevuta comune di vodka per finire in lager, da cui finalmente può andare a guadagnare soldi in guerra, visto che non era stato accettato come volontario per problemi burocratici. Al processo ha raccontato che “se non fossi stato ubriaco lo avrei fatto fuori, ma almeno mi sono guadagnato il biglietto per l’Ucraina”.

I cannibali della guerra russa guardano quindi con entusiasmo alle parate del loro grande leader a Pyongyang e Hanoi, dove Putin si è recato in primo luogo per fare scorte di armi e munizioni, e magari per progettare altre minacce nucleari un po’ più efficaci delle navi da guerra inviate a Cuba, che si sono disfatte all’arrivo al porto dell’Avana. Oltre all’amicizia “eterna e strategica” con Pyongyang, la visita ad Hanoi ha riportato la Russia ai fasti novecenteschi del riconoscimento della repubblica socialista in guerra con la Francia e gli Stati Uniti, quando Mosca protesse il Vietnam anche dagli assalti della Cina, che ora guarda con molto dispetto alle parate di Putin intorno al suo regno. Se la Corea del nord può aiutare la Russia con le forniture militari, Putin assicura ai vietnamiti le attrezzature belliche che costituiscono il 70% del suo arsenale difensivo, anche se le preoccupazioni per le sanzioni internazionali stanno spingendo Hanoi verso altri fornitori come la Corea del sud, il Giappone, l’India e la Cechia. Ma ora la fratellanza con la Russia dovrebbe ricostituire un fronte sicuro contro i “grandi colonizzatori” del mondo occidentale, senza scordare che i russi contano molto sulle materie prime dei vietnamiti, e sul fascino del sud-est asiatico per i turisti russi, ormai esclusi dall’Europa e da tutto l’Occidente.

Nell’incontro con Kim Yong-un, Putin ha nuovamente ribadito che “la Russia sta lottando con il gegemon”, il diavolo egemonico statunitense, e apprezza molto l’appoggio della Corea del nord alla sua guerra santa. “Sto parlando della nostra lotta con la politica colonizzatrice ed egemonica che ci viene imposta da molti decenni dall’imperialismo americano e dai suoi satelliti, soprattutto contro la Federazione Russa”, ha precisato il capo del Cremlino. In effetti il responsabile delle sanzioni americane in Europa, David O’Sullivan, ha insistito sul fatto che “bisogna trovare nuove forme di pressione contro la Russia, per riuscire a fermare la guerra in Ucraina”, che finirà soltanto quando si costringerà Putin a ritirare le truppe.

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/Putin-in-Corea-e-Vietnam-e-il-cannibalismo-della-guerra-russa-60999.html

La realtà smentisce il mito: perchè parliamo di Italiani brava gente?

Italiani brava gente? Forse non tutti. Un mito del novecento, frutto di uno spirito religioso poco esigente e di un carattere civile ancora precario. Un mito del secolo scorso messo di recente in crisi da storici intelligenti (come Angelo Del Boca, o i giovani Valeria Deplano e Alessandro Pes) che hanno fatto emergere tutte le atrocità commesse nel novecento dagli italiani per rubare le terre di altri popoli in Africa, ma anche per consegnare ebrei e militanti antifascisti ai nazisti per essere giustiziati subito o con l’internamento, o anche nel trattamento riservato ai prigionieri di guerra nel primo e nel secondo conflitto.

La morte tragica di Satnam Singh, il giovane lavoratore indiano sfruttato, maciullato e gettato a pezzi come un rifiuto, fa emergere una faccia che non piace guardare del popolo italiano. Giorgia Meloni si è affrettata a gridare che questi comportamenti non corrispondono alle tradizioni e ai valori degli italiani: “atti disumani che non appartengono al popolo italiano”.

Purtroppo non è così. La premier ha bisogno di proiettare una immaginetta edulcorata, come uno specchio riflettente e deformante, per dire agli elettori: non vi preoccupate, lo so che siete tutti buoni. Altri sono i veri cattivi. I sindacalisti impegnati, gli agenti delle tasse, le forze dell’ordine democratiche, i bravi insegnanti, i medici che fanno con coscienza il loro dovere, i volontari dei servizi civili, gli amministratori locali che operano con passione, tutti quelli che si impegnano a rafforzare e migliorare la casa comune europea.

Spiace fotografare una situazione reale differente: ci sono in Italia diverse migliaia di piccoli imprenditori che inpunemente e rapacemente sfruttano la fame altrui, il bisogno drammatico di uomini e donne che la vita ha ridotto in schiavitù per sopravvivere. “Scarti”, li ha chiamati Papa Francesco. Non solo nell’agricoltura (dove il cognato ministro tace e inneggia alle virtù degli uomini rurali come faceva il duce), nell’edilizia, ma anche nella meccanica e in tutti i settori dei servizi.

Il numero elevato di morti e feriti gravi sul lavoro ci dice che il bacino di cattivi comportamenti è assai ampio, e non basta colpire i singoli casi che emergono drammaticamente ma bisogna intervenire in profondità. I prefetti hanno le mani legate dal ministero e dal potere politico del governo. Non basta incaricare un maggior numero di ispettori del lavoro per fare più controlli. Il nostro è anzitutto un problema culturale, sociale e politico.

Prendiamo ad esempio la pianura pontina dove il giovane indiano ha vissuto il suo martirio (e che ne sarà della sua giovane moglie Sony?): è un territorio ricco, storicamente fascista, ancora assai legato al partito che non vuole spegnere la fiamma nel simbolo. Un territorio dove i nonni furono così ferocemente fascisti da sparare contro gli anglo-americani sbarcati ad Anzio nel ‘44 per liberare l’Italia, perché gli era stato detto che gli alleati arrivavano per prendersi le loro terre.

La raccolta dei pomodori, delle fragole, dei prodotti agricoli di migliaia di serre, la cura delle centinaia di bufale che danno latte per le mozzarelle: queste ed altre attività fruttano ingenti guadagni per tanti piccoli imprenditori che si avvalgono di migliaia di lavoratori stranieri invisibili. Faticano 10-12 ore al giorno, vivono in baracche e casupole affittate da altri sfruttatori. Non hanno diritti né servizi.

Ora si getta tutta la responsabilità sul caporalato, che pure esiste e va estirpato, per coprire chi soprattutto dei caporali si avvale e si appropria del maggior guadagno dello sfruttamento. I caporali, come gli scafisti, (tutta gente che non vota si direbbe) sono additati come i veri responsabili, mentre si tace su chi fonda i suoi profitti sulla pratica del lavoro nero, precario e sottopagato. Come diceva Falcone, per spezzare queste catene paramafiose, bisogna indagare e colpire lì dove si formano i maggiori guadagli.

Se ci fosse la volontà politica non ci vorrebbe molto a modificare questo stato di cose, anche con un lavoro graduale che parta dalle condizioni più gravi. C’è questa volontà politica? Oppure l’agro pontino è una riserva protetta di voti della destra meloniana, e dunque si farà finta di colpire un caso, l’ultimo caso di cronaca, per poi lasciare tutto come prima? A Latina e in altre aree del paese.

Bisogna porsi subito queste domande e bisogna avere delle risposte. Dal tenore di queste ultime si capirà se si vuole modificare una situazione ormai insostenibile sul piano civile, morale e politico, oppure si vuole fare la commedia e dire in un orecchio ai piccoli imprenditori pontini “state buoni, non vi preoccupate, fra poco la buriana si calma e si torna a sfruttare in pace”.

Sarà affidata al vescovo Ivan Maffeis la Lectio degasperiana 2024.

A vent’anni dalla sua prima edizione, torna domenica 18 agosto 2024, alle 1700, il tradizionale appuntamento di Pieve Tesino. Una Lectio degasperiana dai risvolti originali, in cui l’analisi storica incontra le suggestioni della sapienza biblica nel delineare il carattere quasi profetico dell’esperienza degasperiana. La figura di De Gasperi non cessa di essere da stimolo per il nostro tempo. A 70 anni dalla sua scomparsa, il suo pensiero e la sua opera di statista appartengano ad un momento speciale della storia del Novecento. Le scelte del decennio di governo degasperiano hanno affrontato o anticipato tutte le difficoltà e tutte le aspirazioni della politica contemporanea, definendo i tratti quasi biblici di una marcia attraverso il deserto della democrazia e della miseria in cui si trovava l’Italia alla fine della Seconda guerra mondiale.

Con passo sicuro, attraverso sentieri mai battuti prima e coinvolgendo tutte le forze antifasciste e democratiche, De Gasperi ha guidato il Paese verso una nuova stagione della democrazia. Garantiti all’Italia un quadro economico e una collocazione internazionale favorevoli alla ricostruzione, dal 1948, una volta approvata la Carta costituzionale, per la politica italiana si apriva la strada del confronto politico e della militanza che ha consentito di dare identità e diritti a un popolo e di immaginare l’approdo europeo come una vera e propria “terra promessa” di pace e prosperità. Come accadde a Mosè, anche lo statista trentino morirà prima di raggiungerla con il suo popolo.

Per ripercorrere questo cammino, declinando il senso della profezia degasperiana alla luce delle sfide attuali della politica, la Fondazione è onorata di accogliere il prossimo 18 agosto a Pieve Tesino don Ivan Maffeis, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, un trentino che, come De Gasperi, ha dentro di sé lo spirito della sua terra e lo sguardo universale della fede. Purché il «profeta» non venda illusioni, ma parli con parole di verità, anche a costo di dire cose scomode e scoprirsi incompreso. Un leader politico, capace di annullarsi nel servizio al bene comune, non può essere né vanitoso né accomodante: così fu De Gasperi, un democristiano «a modo suo», un cattolico libero, che visse fino in fondo l’inquietudine e il tormento di un compito magnifico: difendere la democrazia con il metodo della libertà.

Le modalità di prenotazione e di partecipazione all’evento, che si terrà come da tradizione nel centro polifunzionale di Pieve Tesino, paese natale di Alcide De Gasperi e sede del Museo a lui dedicato, saranno comunicate nelle prossime settimane.

 

Il relatore

Nato a Pinzolo nel 1963, Ivan Maffeis dopo aver conseguito il dottorato in Scienze delle comunicazioni sociali, ha diretto il settimanale diocesano “Vita Trentina” dal 2000 al 2009. Parroco a Ravina e Romagnano, nel gennaio del 2010 ha lasciato i suoi incarichi in diocesi per prestare servizio nella Conferenza episcopale italiana, dove gli sono stati attribuiti vari incarichi, fino a quello di Sottosegretario dal 2015 al 2020. Tornato in diocesi, è stato parroco a Rovereto, prima che Papa Francesco lo nominasse Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve (2022). È membro del Dicastero per la Comunicazione (2017) e di quello delle Cause dei Santi (2024).

Virginio Rognoni, un modello di uomo e di politico.

Ci siamo conosciuti a Pavia nel 1957. Avevamo solo undici anni di differenza, lui nato il cinque agosto 1924, io il primo agosto 1935; lui ghisleriano negli anni 1946-47; io negli anni

1955-59. Ma, nel 1957, io ero un giovane studente universitario mentre lui era già docente di procedura civile, un giovane ma già autorevole docente, allievo del famoso Enrico Tullio Liebman. Devo anche al buon voto che meritai all’esame di procedura civile con il professor Rognoni se riuscii a riportare la media dei miei voti al livello richiesto per non essere cacciato dal Ghislieri, che era stata pregiudicata da un pessimo e ingiusto ventuno in diritto civile. Si aggiunse così un sentimento di riconoscenza alla stima e ammirazione che già avevo per la sua figura, per il suo stile, il suo equilibrio, il suo iniziale ma già ben visibile impegno pubblico che faceva seguito alle prime attività antifasciste realizzate prima della fine della guerra e del regime. Era per me un modello.

Dopo la laurea (1959) io lasciai Pavia per Monaco di Baviera, Roma, Milano, non senza mai recidere i legami con Pavia alla quale mi ero molto affezionato e con i magnifici quattro anni trascorsi nella sua Università e nel Ghislieri. Pavia aveva segnato il mio primo distacco da Brescia ma anche la contestuale scoperta di una per me nuova città lombarda che divenne rapidamente assai importante per me. Fu amore a prima vista con questa “città fluviale” e del “silenzio”, “incavernata in fondo alla Lombardia”, come la definì il suo massimo cantore, il sacerdote poeta Cesare Angelini, che mi aprì gli occhi anche alla comprensione del grande fascino, naturalistico ma anche culturale della pianura. Quante volte, nei decenni successivi, vissuti a Milano, ho sentito il bisogno di prendere la macchina e di calarmi a Pavia, solo per la gioia di passeggiare, da solo, lungo le sue viuzze medioevali e sul lungo Ticino, soffermandomi davanti a San Michele, ai collegi storici Ghislieri e Borromeo e all’antica Università, grandi testimonianze del tempo profondo e della continuità, pur nella capacità di evolvere.

Mi soffermo su Pavia anche perché Virginio Rognoni amava profondamente Pavia e, pur attratto dai crescenti doveri politici a Roma, mai pensò di lasciare Pavia. Anzi il suo legame con Pavia divenne ancora più profondo quando con la moglie Giancarla ricuperò una casa-cascina a Cà della Terra, trasformandola in una tipica dimora della campagna pavese, al limite della città ma già campagna. Una dimora moderna ma classica, dolcissima, accogliente. A onor del vero fu la moglie Giancarla, bresciana, la creatrice della dimora di Cà della Terra. Fu lei a donarle lo spirito e lo stile e a dotarla di un bellissimo e commovente giardino. È stato Rognoni insieme ad Angelini ed a Cà della Terra a farmi capire a fondo la bellezza intima di Pavia e la profondità della sua civiltà.

Rognoni, dopo un lungo impegno pubblico al Comune di Pavia dal 1964 al 1967, fu attratto dalla politica nazionale venendo eletto deputato alla Camera nel 1968 dove rimase per 7 legislature sino al 1994 e assumendo responsabilità governative sempre più importanti. Per questo nel decennio ‘68-‘78 le nostre frequentazioni non furono intense ma rimasero vive grazie ai rapporti con la famiglia e con i figli che crescevano parallelamente con i nostri. E fu proprio grazie ad una vicenda legata a suo figlio Vincenzo, coetaneo di mio figlio Luca, che io riconobbi veramente chi era Virginio Rognoni. L’evento avvenne in un campetto di calcio di un oratorio alla periferia di Pavia nel giugno 1978. Entrambi appassionati di calcio avevamo organizzato una partita tra le squadrette delle classi medie dei rispettivi figli. Noi scendemmo da Milano con un pulmino, loro giocavano in casa. Era in corso l’accanita partita quando Rognoni venne chiamato al telefono. Quando ritornò poco dopo mi sembrò cambiato, con uno sguardo profondo, lontano, deciso, impegnato. “Mi hanno chiesto di assumere la responsabilità di Ministro degli Interni”, mi disse a mezza voce.

Dopo le dimissioni di Francesco Cossiga da Ministro degli Interni come conseguenza dell’assassinio di Aldo Moro, la carica di Ministro degli Interni spaventava. Eravamo al culmine della lotta armata e della violenza terrorista (i cosiddetti anni di piombo). Toccava a lui, vicepresidente della Camera dal 1976. Fu in quel preciso momento che capii veramente chi era Rognoni. Dietro la sua cortesia e quasi bonomia c’era un uomo d’acciaio, dal coraggio e dalla determinazione straordinari. Un combattente che non si faceva spaventare dalla lotta ma che avrebbe condotto la sua battaglia con grande determinazione, con una fedeltà assoluta con i suoi principi che erano quelli della democrazia e della Costituzione.

E così è stato nei cinque anni in cui è stato Ministro degli Interni (1978-1983). In quei cinque anni terribili, nonostante il suo crescente impegno, le nostre frequentazioni, a Cà della Terra, aumentarono ed ebbi così modo di apprezzare da vicino la sua grande e lucida forza d’animo, il suo grande impegno. Allora in Italia al Ministero degli Interni contavano più di 200 organizzazioni terroristiche attive e nel 1979 fu registrata la cifra record di 659 attentati.

E ciò può spiegare perché, allora, molti uomini politici importanti (tra i quali ricordo Ugo La Malfa) chiedevano misure di contrasto al terrorismo eccezionali, anche in deroga alle norme ed alla tutela giudicate ordinarie. Rognoni prese misure e ottenne risultati importanti ma si rifiutò di prendere misure eccezionali. Fu sua l’idea di un gruppo interforze specificamente dedicato alla lotta al terrorismo alla cui guida chiamò il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa che, nella qualità di “coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta contro il terrorismo”, rispondeva direttamente al ministro Rognoni. Fu sua, tra le riforme più significative, quella della smilitarizzazione della Polizia di Stato nel 1981 della quale si pose in risalto l’“organicità globale della Amministrazione della Pubblica Sicurezza alle dipendenze dirette dell’autorità politica, al di fuori, quindi, di ogni sospetto di corpo separato”. E quando l’attenzione si rivolse maggiormente al contrasto della criminalità organizzata, fu Rognoni nel 1982, il promotore, insieme a Pio La Torre, della fondamentale legge Rognoni-La Torre del 13 settembre 1982. La Torre fu assassinato dalla mafia nell’aprile 1982 e Dalla Chiesa cadde vittima della mafia, insieme alla giovane moglie, cento giorni dopo la sua nomina da Rognoni a Prefetto di Palermo, nel quadro dei programmi di contrasto alla mafia.

Furono passaggi e vicende difficili e dolorosissime e posso testimoniare la sua grande tristezza, ma mai vidi Rognoni vacillare nella sua fede nella democrazia e nella sua profonda fiducia che la democrazia, il diritto, il popolo italiano, le forze dell’ordine, la magistratura ordinaria, la Costituzione, avevano la forza di resistere e battere sul campo sia il terrorismo che la criminalità organizzata. Fu questa fede e questa fiducia e la serena forza che da esse emanava il segreto della sua e della nostra resistenza in quegli anni terribili.

Dopo la cessazione delle responsabilità come Ministro degli Interni, Rognoni ebbe altri importanti incarichi tra i quali: Ministro di Grazia e Giustizia (1986-87), Ministro della Difesa (1990-92), componente del Consiglio superiore della magistratura e vice-presidente della stessa (2002-2006). In ognuna di queste attività ha fatto cose sempre significative, ben riassunte nelle condoglianze e nel commiato che dopo la sua morte (notte del 20 settembre 2022) il vice presidente del Consiglio Superiore della magistratura, David Ermini, pronunciò con parole che meritano di essere ricordate: “Un galantuomo, un democratico, un europeista, un uomo delle istituzioni. È stato studioso e giurista insigne e politico appassionato e autorevole. Rognoni è stato un uomo dall’altissimo senso dello Stato che ha saputo guidare il CSM con equilibrio e saggezza in anni di forte tensione tra politica e magistratura. La sua è stata una figura pubblica di primissimo piano nella storia repubblicana, e il suo nome sarà per sempre ricordato grazie alla legge, firmata con Pio La Torre, che introdusse il reato di associazione di tipo mafioso e il sequestro e la confisca dei beni delle organizzazioni criminali”.

Ma il suo lascito più importante, il suo imperituro monumento restano la sua fede e la sua fiducia nella democrazia e nella Costituzione. Non democrazia e Costituzione generiche ma quelle che scaturivano dalle sofferenze e dalle lotte per la libertà del popolo italiano.

Giustamente la motivazione del premio Ghislieri alla carriera che gli fu assegnato nell’ottobre 2015 ricorda che: “L’impegno politico di Rognoni non si è però esaurito nel solo agone parlamentare e governativo. Si è anzi distinto peer un continuo richiamo a valori che l’esperienza antifascista giovanile aveva fortemente radicato in lui. Pochissimi mesi fa, intervenendo a una celebrazione locale peer il 25 aprile, dinanzi a una platea di giovani aveva ribadito che “l’antifascismo che noi celebriamo oggi è la democrazia”, la democrazia trova nell’antifascismo un sostegno, una sorta di ossigeno”. Fra i suoi numerosi interventi riguardo all’attualità politica e giuridica dell’Italia, segnaliamo una interessante considerazione riguardo all’autonomia della magistratura ospitata, come molti suoi scritti, dal “Corriere della Sera”.

Quando nel 2006 cessò la sua ultima attività pubblica al CSM, la sua maggior presenza riattivò Cà della Terra come luogo di incontri e di riflessioni, incontri animati dalla sua sempre lucidissima ed informata intelligenza e frequentata da persone per bene e di grande qualità. Negli ultimi anni quando non ci furono più incontri di gruppo e lui rimase solo fui io che cercavo di incontrarlo a Cà della Terra in incontri personali, perché avevo bisogno più di sempre del suo pensiero sulle difficili vicende politiche del nostro paese, avevo bisogno della sua guida intellettuale. Ma anche in questi colloqui personali, con i quali cercavamo di

capire cosa stesse succedendo nel nostro Paese, Rognoni cercava di essere positivo, vedere il bicchiere mezzo pieno e di domandarsi che cosa potessimo fare per contribuire a riempirlo.

Aveva pensato di poter contribuire all’Ulivo come uno dei dodici saggi chiamati a scrivere il Manifesto del Partito Democratico e come Presidente del Collegio dei garanti del Partito Democratico ha affermato che “La storia dei cattolici democratici è legata, con i suoi valori alla comprensione della laicità della politica, al gioco della libertà e al dovere della giustizia. Questa coscienza i cattolici l’hanno trovata nel PD” (Corriere della Sera 7 novembre 2009). E questo fu,

forse, il suo unico errore politico in tanti anni di colloqui. Riponeva molte speranze nel PD e credeva nel conferimento nel PD dei grandi principi cattolici di stampo sturziano che Martinazzoli aveva cercato di rievocare nel 1994 con il nuovo Partito Popolare Italiano al quale Rognoni aveva aderito. Ma si sbagliava.

Nel suo commovente funerale del 23 settembre 2022 nella Chiesa di Santa Maria del Carmine notai che al di là dei meritati omaggi istituzionali e degli amici di sempre, premeva il popolo pavese che non aveva nessun motivo di essere presente se non quello di testimoniare il suo affetto e la sua riconoscenza ad un grande leader politico e civile che aveva tanto fatto per la sua città e per l’Italia tutta. Ed ho rivolto un ringraziamento a chi lo aveva chiamato dolcemente a sé, nella notte del 20 settembre in piena lucidità e senza sofferenze, chiamandolo in tempo per impedirgli di vedere il dissesto in atto dei valori democratici e costituzionali che sono stati, per tutta la vita, la sua bussola, la sua speranza e il suo lascito per noi più importante.

Elezioni francesi, l’ultimo sondaggio conferma l’avanzata di Marine Le Pen.

Sylvain Courage

 

Secondo il sondaggio condotto dall’istituto Odoxa per “Le Nouvel Obs”, il Rassemblement National, largamente in testa alle intenzioni di voto (33%), è in grado di ottenere una maggioranza assoluta (da 250 a 300 seggi). Il Nuovo Fronte Popolare (28%) dovrebbe costituire la principale forza di opposizione (da 160 a 210 seggi), molto più avanti dell’attuale maggioranza (19% di intenzioni di voto e 70-120 seggi).

I francesi hanno capito la sfida rappresentata dalle elezioni legislative anticipate del prossimo 30 giugno e 7 luglio. Secondo il nostro sondaggio Odoxa – “Le Nouvel Obs”, si annuncia una partecipazione eccezionale: il 64% delle 2000 persone intervistate afferma di essere pronto ad andare a votare. Un livello molto superiore ai tassi di partecipazione delle elezioni legislative del 2017 (48,7%) e 2022 (47,5%), e mai più raggiunto da più di vent’anni (64,4% nel 2002).

 

Verso una partecipazione record

La prevista mobilitazione eccezionale ricorda quella registrata nelle elezioni legislative anticipate del 1997, tenute a seguito dello scioglimento deciso dal presidente Jacques Chirac. All’epoca, al primo turno votò il 68% degli elettori. Il prossimo 30 giugno, la partecipazione potrebbe avvicinarsi a questo record, o addirittura superarlo.

Tuttavia, rimangono discrepanze nella mobilitazione. Il 77% degli anziani mostra l’intenzione di partecipare alle elezioni contro il 54% dei giovani. Gli uomini (67% di loro intendono andare a votare) sopravanzano le donne (62%), i dirigenti (68%) gli operai (49%) e i francesi più benestanti (72%) quelli più modesti (57%).

Comunque, è tra le categorie più astensioniste che si osserva la crescita più forte: l’intenzione di andare a votare aumenta tra le donne (+17 punti rispetto alle europee del 9 giugno 2024), tra i giovani (+21 punti) e, infine, tra le famiglie più modeste (+21 punti).

 

La RN domina, la NFP progredisce

Se si svolgesse domenica prossima, il primo turno delle elezioni legislative vedrebbe la RN vincere con il 33% dei voti. Questo punteggio consacrerebbe un incremento di quasi 15 punti rispetto al risultato delle ultime elezioni legislative del 2022 (18,7%).

Con il 28% di intenzioni di voto, il Nuovo Fronte Popolare appare come l’altro probabile vincitore delle elezioni legislative: se questo punteggio dovesse essere confermato nelle urne, l’NFP progredirebbe sensibilmente rispetto alle elezioni legislative del 2022 (25,6% dei voti). Il giorno dopo l’annuncio dello scioglimento, quando l’alleanza elettorale tra sinistra e ambientalisti non era ancora formalizzata, le prime rilevazioni accreditavano lo schieramento di sinistra solo attorno al 22% al 23% dei voti. Quindi, a una decina di giorni dal primo turno, l’NFP può ancora sperare di avanzare.

Secondo lo studio Odoxa – “le Nouvel Obs”, il grande perdente delle future elezioni legislative dovrebbe essere Ensemble, il raggruppamento dei partiti dell’attuale maggioranza presidenziale (LREM, Horizon, MoDem). Un punteggio del 19%, come risulta dal nostro sondaggio, rappresenterebbe un calo di 7 punti rispetto al risultato di Renaissance e dei suoi alleati alle elezioni legislative del 2022.

Un altro perdente: i repubblicani. Dopo la scissione provocata da Eric Ciotti e dalla sua trentina di candidati, con l’intesa raggiungerà con RN, la formazione storica della destra si attesta sul 7% delle intenzioni di voto, ovvero 3,5 punti al di sotto del risultato ottenuto nelle elezioni legislative del 2022.

 

Continua a leggere

https://www.nouvelobs.com/politique/20240621.OBS90068/sondage-exclusif-odoxa-le-nouvel-obs-le-rn-33-a-portee-de-la-majorite-absolue-le-nouveau-front-populaire-en-dynamique-28-et-ensemble-en-grand-peril-19.html

 

(Traduzione della redazione)

Satnam, lo strazio di morte nell’agro pontino.

Ci sono fatti che hanno il vizio di lasciarti di stucco, talmente tanto stucchevoli che, per legge fatale degli opposti, ti ci abitui subito. Quindi te li lasci cadere di dosso perché il male oggi è morto, lascia segni di qualche minuto e non oltre, ha smarrito la sua identità, non fa chiasso e si chiede che senso abbia e cosa ci stia a fare al mondo, tanto che forse sta per abbandonare il campo. Si spera sia un trucco degli uomini per farlo fuori definitivamente.

Satnam vuol dire “la vera identità”, così si chiama l’uomo indiano che nei campi dell’agro pontino ci ha rimesso un arto, maneggiando un macchinario agricolo e poi, per le conseguenze dell’incidente, anche la vita. Sembra che il responsabile dell’azienda abbia fatto “l’indiano” scaricando la vittima, al pari di una cassetta di ortaggi, nella sua bicocca per poi darsela a gambe.

Satnam non è stato un diavolo da cui guardarsi e neanche l’invincibile Batman che alla fine la spunta sempre in ogni scazzottata. La sua vera identità e la sua sorte è stata di essere un bracciante, di quelli che, a schiena piegata, lavorano nei campi senza che qualcuno controlli davvero su condizioni di lavoro da inaccettabile sfruttamento. Sono reclutati da caporali, gente di testa fine che sanno scegliere quelli dal fisico robusto che possano dare la miglior resa. Sembra quasi un anagramma. Caporale si traduce nella lingua inglese in “corporal”, qualcuno comunque che si preoccupa di fisicità, pezzo più pezzo meno.

Al momento del fattaccio per il nostro bracciante d’Oriente nessuno si è sbracciato o si è adoperato più di tanto. È stato abbandonato nel mentre, sembra, si siano chiamati i soccorsi. Si potrebbe dire che, per lo schifo, c’è da farsi cadere le braccia per terra. Forse Satnam ha urlato di dolore e di terrore ma è stato come predicasse a braccio o a vento e nessuno lo ha accompagnato d’urgenza al primo soccorso sanitario possibile. Il suo capo non gli ha offerto il braccio per un immediato aiuto, forse perché non ha saputo recitare a braccio, improvvisando una parte imprevista. In questo caso non si potrà dire di braccia rubate all’agricoltura ma semmai il contrario e il responsabile sarà raggiunto dal braccio della giustizia ma a Satnam nessuno restituirà la vita.

Siamo di fronte al braccio violento di una mancanza di umanità. Ciò che è certo che da quelle parti Dante non sia stato letto: ”La bontà infinita ha sì gran braccia…” perché ci sono campi di lavoro troppo simili al braccio della morte. Prima o poi qualcuno deve lasciarci la pelle.

Questa volta è stato il turno di Satnam ma sarà materia anche per altri. Resterà il dubbio se sarà sepolto insieme al suo braccio o ne approfitteranno per un carico più leggero.   Resterà il dubbio se dalle paludi pontine emergerà una speranza a cui di nuovo aggrapparsi o se, dal loro fondo, un braccio la tratterrà per altro tempo ancora, fino ad annegarla per sempre.

La voce del Popolo | Europa: l’auspicabile ruolo dell’Italia.

La voce del Popolo | Europa: l’auspicabile ruolo dell’Italia.

 

In questa circostanza occorrerebbe essere un po’ patriottici e sperare che l’Italia “meloniana” abbia un ruolo importante nella nuova commissione. Ma la premier fa di tutto per renderlo difficoltoso.

 

Marco Follini

 

È presto per dire come si risolverà la querelle europea. Si intrecciano troppe criticità e troppe differenze e, solo il supplemento di tempo che i leader si sono concessi l’altro giorno a Bruxelles, consentirà di dipanare la matassa ingarbugliata delle nomine. Quello che è chiaro però è che per l’Italia governata da Giorgia Meloni non ci sarà un pareggio. Potrà capitare di vincere, entrando a pieno titolo sulla tolda di comando. Oppure di perdere, venendo ricacciati nel girone degli esclusi.

La via di mezzo, paradossalmente, resta la più improbabile. In questa circostanza occorrerebbe essere un po’ patriottici e sperare che l’Italia “meloniana” abbia un ruolo importante nella nuova commissione. Sentimento che probabilmente scavalca le linee di partito. Ma che la premier fa di tutto per rendere difficoltoso almeno ai suoi critici. Infatti la scelta delle alleanze e la rivendicazione dei ruoli vengono

presentate come un affare interno della maggioranza. Senza neppure cercare il conforto di un consiglio fuori dalle mura di Palazzo Chigi. Non si vuole certo evocare lo spiritello malizioso del consociativismo. Non ci sono posti da spartire tra maggioranza e opposizione. Ma sarebbe saggio che su temi di questa portata e di questa delicatezza almeno ci si parlasse.

Mentre invece si resta tutti paralizzati dai muri innalzati in nome della campagna elettorale, delle riforme a maggioranza, delle (reciproche) faziosità. Meloni oggi appare più forte. Ma appunto per questo dovrebbe usare la sua forza anche presso se stessa, domando certi suoi istinti troppo bellicosi e correggendo gli eccessi della sua stessa maggioranza.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 20 giugno 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

È una svolta illiberale o solo frastuono propagandistico?

Se non vogliamo buttarla in caciara, come si suol dire, adesso forse è arrivato il momento per chiederci seriamente se siamo in un contesto che prelude ad una “svolta illiberale”, ad un “cambio di regime”, ad una “torsione autoritaria” o una “semi dittatura” nel nostro paese. Lo chiedo perchè dopo l’approvazione alla Camera del progetto sull’autonomia differenziata e al Senato della riforma che introduce il premierato, si sprecano le accuse e le minacce che partono dal nuovo ed inedito “Fronte Popolare” sul ritorno del fascismo, seppur in una versione aggiornata e rivista. Accuse e minacce che vengono puntualmente amplificate dai quotidiani di sinistra e d’opposizione, dai soliti talk televisivi de La 7 e dal tradizionale e ben noto arcipelago editoriale, artistico, accademico, intellettuale e cinematografico della sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni.

Ora, e al di là del rispetto rigoroso delle singole opinioni, è quantomai importante chiedersi se tutto ciò risponde al vero o se, al contrario, appartiene solo e soltanto al campo della propaganda spicciola. Un elemento, questo, decisivo perché quando la polemica politica – in sè legittima e scontata – assume questi toni è di tutta evidenza che se il pericolo non è reale e percepito, ci troviamo di fronte ad una burla che se viene ripetuta ossessivamente rischia anche di trasformarsi In una farsa. Perché se si è veramente alla vigilia di una svolta illiberale o ad un cambio di regime non ci può essere un attimo di tregua. Non può valere, cioè, quella gag del teatro comico napoletano che “rinvia la rivoluzione all’autunno perchè d’estate fa troppo caldo”… E poi, forse, per tornare all’oggi, adesso ci prendiamo anche una pausa sul “rischio fascista” perché ci sono gli Europei di calcio che sono, come ovvio, ben più importanti e nazional-popolari.

Insomma, per evitare di girarci attorno, anche il neo Fronte Popolare deve chiarirsi le idee.

Scendere in piazza una volta o due al mese per denunciare l’arrivo di un regime dispotico, illiberale e strutturalmente anti democratico è una operazione del tutto legittima ma che alla fine rischia di diventare ridicola se poi questo regime non si materializza concretamente. Si corre, cioè, il rischio di replicare la narrazione dei “martiri dell’informazione”. Cioè di professionisti dell’informazione che confondono la libertà di pensiero e di espressione con i loro contratti milionari. E che il circo mediatico cosiddetto progressista eleva a guru intoccabili e dogmatici a difesa delle libertà democratiche di tutti noi e che per questi motivi ci invita nuovamente alla mobilitazione permanente in piazza…

Ecco perché la sinistra – quella radicale e massimalista della Schlein, quella estremista e fondamentalista del duo Fratoianni/Bonelli e quella populista, demagogica e antipolitica dei 5 Stelle – adesso deve sciogliere, e definitivamente, questo nodo. E cioè, o la situazione complessiva richiede una nuova, inedita e permanente Resistenza – allora non c’è pausa temporale o stagionale che tenga – oppure, e al contrario, si tratta del solito copione a tutti ben noto da svariati decenni. E cioè, dai governi di Alcide De Gasperi dal secondo dopoguerra in poi, ogniqualvolta la sinistra non è al potere c’è un concreto rischio di “deriva fascista” nel nostro paese. Ma questo, detto fra di noi, appartiene solo al frastuono e allo schiamazzo propagandistico di un campo politico che ha scarsi argomenti da mettere in campo per essere una vera e credibile alternativa. Solo il tempo, comunque sia, ci dirà da che parte sta la ragione.

L’apostolato dei medici nelle parole di Giulio Andreotti

Nel rimettere in ordine alcune scartoffie, mi sono imbattuto casualmente in un testo autografo che ha catturato la mia attenzione. Sui fogli fotocopiati si staglia, da me aggiunta a penna solo una parola identificativa del materiale: Andreotti.

Incuriosito, ho cercato, non senza fatica, di decifrarne il contenuto. La calligrafia è la sua, precisa, ordinata, con correzioni, cancellature e aggiunte.

Con uno sforzo ancora maggiore, sono riuscito a identificarne la collocazione temporale. Infine, con una piccola ricerca di archivio ho verificato che il testo, vergato davvero dalla mano di Giulio Andreotti, era già stato pubblicato nel 1985 e ho potuto ricostruire da questa prima pubblicazione il contesto nel quale il discorso dell’allora Ministro degli Esteri fu pronunciato.

A distanza di quasi 40 anni ho ritenuto opportuno riproporlo quale elemento conoscitivo della visione e testimonianza della sensibilità e dei valori di una personalità politica che ha segnato un lungo tratto della nostra storia e che resta incompresa, spesso intenzionalmente distorta, talora caricaturalizzata, sempre comunque complessa e controversa. Ho rispettato integralmente lo scritto, anche per quanto riguarda le sottolineature e la punteggiatura. Le mie interpolazioni sono indentificate con l’indicazione NdR: Nota del Redattore).

L’occasione del discorso fu un meeting internazionale tenutosi in data 28 maggio 1985, pochi mesi dopo l’istituzione della Pontificia Commissione per la Pastorale degli Operatori Sanitari. Alcuni degli interventi tenuti nel corso della riunione furono poche settimane dopo pubblicati nel numero 5-6 (Maggio-Giugno) di Orizzonte Medico, il mensile dell’Associazione dei Medici Cattolici Italiani (AMCI). Per comprendere il senso della riunione, è necessario richiamare alcuni antefatti. Il 13 maggio 1981, il mondo aveva vissuto in diretta l’attentato a Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro, per mano di Alì Agca. Il Papa rischiò la morte e attribuì il miracolo della sua sopravvivenza alla protezione della Madonna di Fatima, della quale ricorreva quel giorno la festa. Da allora incominciò per il Papa un lungo calvario di sofferenza, complicazioni, interventi, nuove malattie, che lo portarono a soggiornare così spesso in ospedale da arrivare a definire il Policlinico Gemelli come un secondo Vaticano.

Un anno dopo si tenne a Roma, organizzato dall’AMCI, il XV Congresso Mondiale della Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici (FIAMC), della quale sarei divenuto Segretario Generale nel 1998 e successivamente, dal 1996 al 2002, Presidente. In modo eccezionale per l’epoca, non furono i 3500 Congressisti a recarsi in udienza dal Papa, ma fu il Pontefice a fare loro visita nell’Auditorium di via Conciliazione, straripante di persone entusiaste.

 

Continua leggere

Ucraina e Gaza, la politica non scioglie i nodi della guerra.

Nei giorni passati chi scrive ha cercato su queste pagine di individuare alcuni pur flebili “spiragli di luce” che lasciano intravvedere un possibile avvio di una nuova fase, destinata a far cessare le violenze nei due principali – e purtroppo non unici – conflitti in atto nel mondo.

Sono “spiragli” che effettivamente un osservatore molto attento può cogliere, ma solo se motivato da una esigente ricerca della pace. Spiragli che una diplomazia come quella vaticana, ad esempio, potrebbe esplorare nel dettaglio. E chissà che non lo stia facendo.

Ciò premesso, resta che negli ultimi due/tre giorni i segnali pervenuti, per così dire, dal “campo” vanno in tutt’altra direzione. In Israele lo scontro emerso fra i militari e il governo ha confermato una volta di più la truce determinazione del premier Netanyahu, volta a proseguire la guerra a Gaza sino alla completa distruzione – a questo punto – di ogni struttura esistente nella Striscia e ora fors’anche tesa ad aprire un nuovo fronte, a nord, contro l’altro gruppo islamico radicale alleato dell’Iran, Hezbollah. Sappiamo ormai tutti che il capo del governo di Gerusalemme può sperare di rimanere al potere e di non precipitare molto in basso nel suo paese solo proseguendo a tempo indeterminato le operazioni militari.   In Ucraina continua l’offensiva russa, sempre più aggressiva, ma al tempo stesso la nuova dotazione di armi difensive e offensive in arrivo dagli USA lascia a Zelensky la esplicita speranza di poter continuare la lotta ancora per lungo tempo. I venti di guerra dunque non hanno cessato di soffiare.

Poi c’è la politica. E questa, la grande assente dagli scenari anzidetti, in quanto capacità di volgere lo scontro in confronto prima e in mediazione successivamente, pare a sua volta orientata nel senso del conflitto.

A occidente si vive in attesa delle elezioni americane. La diplomazia di Biden e Blinken, per quanto assai attiva, non può non soffrire della sua possibile – alcuni giudicano probabile – eclissi: si spiega anche così l’atteggiamento del governo israeliano verso il suo potente, e decisivo, alleato e ora anche le dure parole rivolte da Netanyahu nei confronti di Washington. Confidente, quest’ultimo, in un ritorno di Trump, l’artefice degli Accordi di Abramo e avversario giurato del nemico iraniano.

L’Unione Europea, da parte sua, non è certo uscita rafforzata dalla recentissima competizione elettorale. Divisa più che mai e indebolita nei suoi “fondamentali” dall’avanzata imperiosa delle destre anti-federaliste soprattutto nei suoi due paesi principali, quelli che da sempre ne hanno orientato l’azione. E quindi se già prima il suo peso nei conflitti in corso era pressoché nullo tanto più lo sarà nei prossimi mesi, o anni.

A oriente, le autocrazie/dittature si organizzano fra loro senza l’impaccio di un confronto democratico con le proprie opinioni pubbliche, as usual. E così Putin rinsalda gli accordi militari con il feroce satrapo nordcoreano, accordi che consentono alla Russia un rifornimento in armamenti molto importante, fors’anche decisivo. Pagandolo con l’impegno ad un soccorso militare in caso di attacco subìto, timore sempre presente nella mente contorta del dittatore di Pyongyang. Inoltre, sia pure al prezzo di esserne uno junior partner, rafforza i legami col cinese Xi Jinping, pronto a utilizzare la guerra ucraina in funzione anti-americana, il fronte che a lui interessa davvero.

Tutti costoro, e questa è la novità di maggior interesse emersa nell’ultimo biennio, stanno giocando la carta del Sud Globale attraverso il club BRICS+. La mancata sottoscrizione del documento di Lucerna sulla guerra in Ucraina da parte di alcuni suoi paesi membri ne è buona testimonianza. Ora, l’ambiguità di quel club è gigantesca, ove si pensi ad esempio alla recente partecipazione in Puglia al G7 allargato di Brasile e India o all’alleanza militare e non solo fra Arabia Saudita e Stati Uniti. Paesi impegnati in un difficile e rischioso equilibrismo fra occidente e oriente che però ha un obiettivo, sul quale non si può non riflettere, ovvero riequilibrare i rapporti di forza fra nord e sud del mondo. Alla luce dei nuovi e consolidati diversi pesi demografici e di una questione ambientale che essi non vogliono affrontare secondo i canoni ritenuti iper-ecologisti e nemici del loro appena avviato sviluppo economico che l’occidente pare aver abbracciato. Per essi, in fondo, l’indebolimento dell’Europa del Green Deal e il possibile come-back di Trump sono notizie da apprendere con indubbio piacere. Proprio come per Putin.

AgenSIR | Curata da Rosina, un’ampia ricerca dell’Istituto Toniolo sui giovani.

Lorenzo Garbarino

 

Anche se alle ultime elezioni europee è aumentato il tasso di astensione elettorale, l’interesse dei giovani nei confronti della politica resta saldo. A sostenerlo è l’ultima ricerca dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo su giovani, democrazia, partecipazione politica e visione dell’Europa. I numeri dello studio sono stati presentati martedì 18 giugno all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e hanno evidenziato come sia presente tra i ragazzi una maggiore domanda di partecipazione, di spazi e modalità di espressione.

Fiducia nella Presidenza della Repubblica e nell’Ue. Per analizzare la fiducia nelle istituzioni, la ricerca ha suddiviso i consensi anche in base ai titoli di studio di laurea, diploma superiore e inferiore. Per la maggioranza delle istituzioni si è osservata una progressiva erosione a fronte di una minore scolarizzazione dell’intervistato. L’unico dato dove il paradigma si ribalta è nei social network, più alta tra chi ha meno titoli di studio. Saldamente in cima alla classifica resta la presidenza della Repubblica, che ottiene il 61,8% del consenso dei laureati, il 56,4% dei diplomi di scuola superiore e il 46% del diploma inferiore. Il secondo posto è riservato all’Unione europea, che raccoglie il 54,5%, confermando in sostanza il livello pre-elezioni europee del 2019 (quando era al 54,2%). Il consenso resta alto anche nelle istituzioni non di parte. “La ricerca scientifica e il volontariato restano realtà solide per i giovani – ha dichiarato Alessandro Rosina, coordinatore dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo -. I dati positivi li vediamo tra i ventenni, che sentono più spazio di partecipazione nella politica. Con l’avanzare dell’età media, tuttavia, la sfiducia e la disillusione aumentano.

I giovani non pensano che i partiti siano tutti uguali, e riconoscono il loro ruolo fondamentale per la democrazia, ma non li considerano all’altezza e di sapersi mettere in discussione.

Di fronte a un sistema bloccato, aumenta la richiesta di un leader decisionista e forte per il 72% degli intervistati”. A confermare questa tesi sono i livelli di fiducia nei partiti. Seppur in costante crescita (nel 2013 all’8,5%), oggi restano molto indietro rispetto alle istituzioni più accreditate, mantenendosi sul 31,6%.

Poco spazio riservato ai giovani. Una richiesta che non lascia emergere il rischio di una dittatura, ma il timore che la democrazia si svuoti. “Per i giovani la democrazia è malata, ma recuperabile – ha affermato Cristina Pasqualini, ricercatrice di sociologia dell’Università Cattolica e componente del Comitato scientifico -. Dalle loro parole emerge una democrazia come un concetto denso, che si sintetizza nelle parole di partecipazione, popolo e libertà. Il parlamento italiano invece risulta come un circo, delegittimato rispetto al suo glorioso passato. Per loro produce più problemi che soluzioni. Per questo le manifestazioni di piazza sono un’occasione per far sentire la voce, ma le sentono come il sintomo di un problema, come se fosse l’ultima spiaggia”. Un primo effetto di questi rischi, secondo la ricerca, è l’attuale calo della partecipazione elettorale, anche se emerge un’elevata domanda di impegno per il bene comune, che mobiliti anche dal basso.

Per quasi 3 giovani su 4, seppur complesso, è ancora possibile impegnarsi in prima persona per migliorare il Paese. Più elevata è la percentuale di chi afferma che, se la politica italiana offrisse spazio di partecipazione per i giovani, si avvicinerebbe all’impegno politico.

 

Continua a leggere

https://www.agensir.it/chiesa/2024/06/19/istituto-toniolo-i-giovani-restano-interessati-alla-politica-nonostante-tutto/

Adultizzazione, ovvero il vulnus dei diritti di bambini e ragazzi.

Il fenomeno della adultizzazione precoce oltre ad essere la causa di molte distonie comportamentali la cui soglia di accesso si abbassa sempre di più quasi a lambire la stessa infanzia, finisce per comprimere, ridurre, e svuotare della loro spontaneità le prime esperienze di formazione e socializzazione dei bambini e degli adolescenti. La famiglia cd. “patriarcale” di un tempo (che non abbiamo motivo di rimpiangere ma che aveva le sue regole) induceva ad un prolungamento di quella fascia di età che i pedagogisti chiamano “statu pupillari”: una condizione di graduale emancipazione pilotata dagli adulti, genitori o educatori che fossero. Da questo punto di vista l’abbassamento del livello di accesso e fruizione al mondo dei social ha determinato una dirompente precocità di esperienze sul piano comportamentale, sotto l’aspetto individuale e sociale. In linea di massima ogni generazione guardando a ritroso e ricordando i giochi, i passatempi, le frequentazioni amicali, le libertà concesse e quelle proibite dei primi dieci-dodici anni della propria vita, coglie sempre una differenza comparandoli con il presente e spesso prevale una ineffabile nostalgia.

I segreti e le fantasie di un tempo conservavano una certa innocenza, oltre le apparenti malizie: ‘dire, fare, baciare, lettera e testamento’ erano approcci di conoscenza della realtà e delle relazioni amicali che esprimevano una non ingannevole trasgressione. Tuttavia la deriva del presente sta velocemente assumendo i tratti di una esponenziale anticipazione: in questo l’uso delle tecnologie, la Tv, il libero accesso all’universo sconosciuto del web, senza limiti, senza controlli, senza facoltà di discernimento e criteri etici a fronte di un potenziale di offerta praticamente illimitato non considerano certo l’età come discrimine della loro fruizione. Se l’infanzia delle favole, del gioco libero e creativo, della manualità come forma di conoscenza materica degli oggetti e della realtà e dello scorrere gratuito del tempo sparisce e l’adolescenza scompare inghiottita nello schermo di uno smartphone ecco che viene a mancare una fascia temporale essenziale per la formazione e la costruzione della propria identità.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e costituiscono un fondato motivo di preoccupazione in famiglia e a scuola, laddove ve ne sia consapevolezza. Di fatto questa concezione meramente strumentale, consumistica e commerciale dei primi anni di vita produce una serie di cascami e conseguenze negative che sovraespongono bambini e ragazzini ai pericoli del fuori controllo. Trovo che l’omologazione imposta dai media, la digitazione compulsiva, la ripetitività, il transfert degli accessi al “tutto”, gli azzardi in rete, la molteplicità dei canali spesso disinformativi e diseducativi sono la fase prodromica di azioni dissociative: la stessa esplosione di manifestazione di aggressività e violenza tra pari, l’agire in gruppo socializzando una concezione distruttiva della realtà e lesiva dei valori di rispetto della dignità umana producono una sorta di montante emulazione nel superarsi verso il peggio. Bullismo, cyberbullismo, revenge porn, violenze di genere nascono da qui.

Forse il termine “baby gang” è inappropriato ed eccessivo (tuttavia suscita l’attenzione dei tribunali minorili per l’emergenza dei casi, pur nell’ottica di una ‘giustizia riparativa’) perché paradossalmente la violenza agìta è l’emulazione dei cattivi esempi o delle omissioni degli adulti. Esprime invece – sembra inverosimile- una debolezza nel controllo delle pulsioni proprio a motivo di quella deriva anticipatoria e di adultizzazione precoce che ha di fatto bypassato l’infanzia e la prima adolescenza. Ciò produce un fenomeno di disconnessione dalla realtà che è la speculare conseguenza dell’iperconnessione tecnologica: connessi e digitalizzati nel mondo virtuale e disconnessi e fondamentalmente soli e abbandonati in quello reale.

Sotto questo profilo di considerazione non condivido affatto la scelta della scuola di rendersi strutturalmente “ipertecnologica” a scapito di un decadimento delle relazioni empatiche e affettive. Paradossalmente l’autonomia scolastica si è ammalata di ipertrofia burocratica ed ha imposto l’uso delle tecnologie con risultati scadenti sotto il profilo formativo: nella scuola primaria i tablet sostituiscono il corsivo, nelle superiori vengono trascurati i grandi capolavori della letteratura per far posto agli esperimenti di intelligenza artificiale, ai test, agli web-quest, alle flipped class room e alla gamification. Già nel 2020 in una intervista che realizzai con lui, Umberto Galimberti puntava senza indugi l’indice su questa intrapresa fuorviante: “Anche la scuola ha perso i suoi scopi fondamentali: è diventata luogo di apprendimento-istruzione più che di educazione: i contenuti intellettuali – come ci insegna Platone – passano attraverso categorie emotive. Qui passa la differenza tra istruzione ed educazione, i sentimenti si acquisiscono come le nozioni, si imparano: il luogo privilegiato per insegnarli è la letteratura che ci dà i paradigmi per collocare i nostri stati d’animo – l’amore, il dolore, la noia, l’amicizia ecc. – in una narrazione che ho acquisito leggendo. I ragazzi, interrogati sul perché stanno male non sanno nemmeno nominare il luogo del loro disagio e qui subentra la disperazione”. Concetti ribaditi durante l’evento “G-talk: Riflessioni: famiglia e figli nell’era digitale” ripreso in un servizio di Orizzonte Scuola del 7 giugno 2024: “La scuola italiana istruisce ma non educa. Stiamo assistendo alla morte dell’homo sapiens. Bisogna riempire le scuole di libri, non di computer”.

Ciò che manca alla scuola di oggi non è dunque qualche aggiuntivo armamentario digitale ma una buona, efficace e motivante educazione sentimentale. Ai giovani alunni che essa riceve, spesso afasici e incerti nel comunicare, carenti di relazioni affettive primarie e amicali non si possono offrire solo tablet, algoritmi, cloud computing e STEM: sovente essi provengono da nuclei familiari inadeguati e necessiterebbero di alfabetizzazione e di affinamento dei sentimenti. Se i contesti esistenziali umani, fin dall’infanzia, sono forgiati e regolamentati dalle tecnologie esse finiscono per diventare preponderanti, specie se famiglia e scuola non sono in grado di preparare anticorpi e alternative centrate sui valori. Ricordo che – sempre nel 2020 –  Vittorino Andreoli mi disse che “il comportamento dipende anche dalla modalità con cui noi abbiamo vissuto il nostro passato e in particolare da come abbiamo vissuto l’infanzia, importantissimi sono i primi tre anni di vita”….”La più grande terapia è il legame, è l’amore”…Allora io penso che la scuola debba cambiare per aiutare i ragazzi a vivere in un mondo difficile e la scuola non deve diventare parte della difficoltà del mondo”.

Riannodando le fila di questa riflessione non posso esimermi dal citare quanto detto da Paolo Crepet al Riformista e ripreso da Tecnica della Scuola del 22/11/2023. “Non c’è nessuna voglia di ascoltare i figli, non ci interessa, è tutto un delegare, la famiglia delega alla scuola, la scuola delega non si sa a chi, il ministero pensa di risolvere non si sa come. Se vogliamo veramente cambiare le cose, come dicono i rivoluzionari da salotto, cominciamo dai bambini non a diciotto anni quando ormai è troppo tardi. Finanziamo le scuole dell’infanzia, iniziamo a togliere tutta questa tecnologia dalle scuole per i piccoli, le mie parole sono rivoluzionarie perché io dico una cosa che nessuno vuol fare, che nessuno vuole sentire, perché quando si toccano degli interessi nessuno vuole sentire. La Svezia ha detto di sì a questa proposta di diminuire la tecnologia nelle scuole, il ministero italico invece ha detto che ci deve pensare”.

Ho citato tre autorevoli esperti che seguo da tempo: inutile sottolineare – per quel che conta – che sono in totale sintonia con le loro valutazioni che io stesso – nel mio piccolo – scrivo e sostengo da anni in decine di articoli e nel mio libro “Scuola e dintorni” (2017) con la prefazione del Presidente del Censis Giuseppe De Rita.

Famiglia e scuola sono definite “istituzioni in crisi” perché hanno perduto da tempo il senso dei loro compiti formativi della singola persona e nel contesto sociale in cui agiscono. Bisogna ripartire dai fondamentali, restituendo all’infanzia e all’adolescenza creatività, motivazioni, interessi, gioia di vivere e di crescere. Ciò può avvenire solo se si rispettano i diritti della loro età. A cominciare dal gioco: perché i nostri bambini non giocano più ma emulano gli adulti? E poi responsabilizzando i genitori: famiglia è chi ti chiama, chi ti cerca, chi ti ascolta chi ti sostiene. Per finire con la scuola: trovo che l’urgenza più avvertita e pressante sia di valorizzare la libertà di insegnamento costituzionalmente garantita ma oggi prigioniera di un modello organizzativo iperburocratico e irregimentato. Non sempre autonomia fa rima con democrazia.

Libri | La tecnologia sta modificando la fisionomia della cura medica

Nel 1976 Jerrold S. Maxmen sosteneva e prevedeva la scomparsa della figura del medico nel ventunesimo secolo. Un’era in cui questa figura sarebbe diventata obsoleta per motivi tecnologici, politici, economici e sociali, un’era in cui si sarebbe instaurato un modello di erogazione delle cure gestito dal computer e da una nuova figura professionale. Già allora si poteva prevedere come le funzioni cliniche e non cliniche dei dottori avrebbero potuto essere gestite da un computer. Per l’autore, con le conoscenze e la tecnologia, già allora a disposizione, la necessità del medico era solo un mito. Maxmen ha fatto previsioni fino al 2025 e buona parte di queste si sono realizzate sia nel campo delle comunicazioni che in quello della tecnologia così come molte in quello biomedico.

Come è cambiata la medicina dall’inizio del secolo scorso e come sta cambiando nel ventunesimo secolo?

I mutamenti sono stati sostanziali e rapidi come mai è avvenuto nei secoli precedenti. Possiamo distinguere grossolanamente quattro fasi. Nella prima fase, dall’inizio del novecento fino agli anni ’50, il medico acquisiva finalmente strumenti per curare e guarire malattie acute e infettive. Le vaccinazioni di massa, la scoperta degli antibiotici e di altri farmaci efficaci cambiavano radicalmente le condizioni di salute della popolazione nel mondo occidentale. Il medico aveva un ruolo importante e definito nella società e gestiva la cura in modo autoritario e paternalistico. La seconda fase fino agli anni ’80 è stata caratterizzata dalla esaltazione delle specializzazioni nate dallo sviluppo della tecnologia prevalentemente diagnostica.

Questo ha portato ad una frammentazione delle conoscenze e delle abilità mediche, ha mutato la formazione accademica e ha portato la maggior parte dei medici ad occuparsi in maniera quasi esclusiva di un organo, di un apparato o di una apparecchiatura diagnostica o terapeutica complessa. La terza fase inizia alle soglie del 2000, la tecnologia permette di curare molte malattie e di modificarne la storia naturale. Permette di cambiare la demografia dei continenti. Cambiano le aspettative dei pazienti e la domanda di prestazioni sanitarie.

Con la globalizzazione la tecnologia non ha più confini, la figura del medico muta geograficamente solo perché viene disegnata dai sistemi di erogazione delle cure decisi dalla politica. In questa fase la medicina si interessa anche di ambiti estranei alla sua tradizione. Fecondazione assistita, manipolazioni genetiche, chirurgia estetica, protesi meccaniche, trapianti di organi, clonazione, transessualità, sopravvivenza di soggetti ridotti a una vita vegetativa ed eutanasia sono tutte nuove prestazioni mediche. La quarta fase è quella in cui siamo immersi, è quella dell’inflazione di informazioni, quella degli algoritmi, delle piattaforme di rete, dell’IA e della genetica.

 

[Il testo è tratto dal primo capitolo del volume pubblicato da Gabrielli editore]

 

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/shop/narrazioni/politica-e-societa/giuseppe-maso-dopo-ippocrate/