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DONATI, “SE SIAMO DEMOCRATICI E CRISTIANI, SUL SERIO POSSIAMO DIRE CHE SIAMO QUELLO CHE ERAVAMO E CHE SAREMO QUELLO CHE SIAMO”.

Il 15 agosto del 1944, a poche settimane dalla liberazione di Roma, usciva sul “Popolo” (titolo: “Giuseppe Donati, ricordo del grande scomparso”) un ricordo del fondatore del quotidiano dei Popolari, strumento principe della battaglia degli antifascisti dopo l’omicidio Matteotti. 

 

Si spegneva tredici anni fa, il 16 agosto, in un quartiere popolare di Parigi. Nella casa d’un umile naturalmente. I suoi amici, difatti, erano operai e più particolarmente artigiani. Usava conversare, con essi, ore ed ore di seguito; e poiché parlavano lo stesso linguaggio, non solo li intendeva ma era inteso.

Due giorni prima che morisse andai a trovarlo; e poiché sapevo che la morte, che stava in agguato, lo avrebbe ghermito da un momento all’altro, gli portai un libro di preghiere.

– Non mi serve! – disse

– Perché?

– Perché la mia preghiera è quello dei poveri.

– Quale? 

– Il Rosario.

Restai dalle quattro del pomeriggio alle dieci di sera; e durante queste sei ore parlò sempre lui. Era fatto così. Parlò persino della monarchia. «Dopo aver tradito l’Italia – mi disse – tradirà anche Mussolini. Ma negli ultimi cinque minuti, troppo tardi, questa volta, per non tradire anche se stessa». 

Al funerale c’era un rappresentante di Maciá [Francisco, uomo politico Catalano, ndr], giunto apposta da Barcellona: e basta, secondo me, mettere questo particolare in rapporto con la ferita d’Oslavia e con le medaglie guadagnate sull’Isonzo per intuire quali sarebbero state le sue iniziative nella guerra civile che doveva, più tardi, dilaniare la Spagna.

A rappresentare il partito c’era Ferrari, venuto da Bruxelles. Doveva fare anche lui, poco dopo, la stessa fine. C’erano Turati, Treves, Buozzi, Rosselli e Salvemini: e mentre m’intrattenevo con qualcuno di loro mi veniva in mente quello che mi aveva detto qualche giorno prima.

Tra noi e loro, m’aveva detto, la differenza è questa: che pur possedendo in misura tanto larga carattere, umanità, intelligenza e cultura, per arrivare dove la storia ci trascina devono cambiare; mentre noi, se siamo democratici e cristiani, sul serio possiamo dire che siamo quello che eravamo e che saremo quello che siamo.

Egli soleva dire, difatti, che il nostro concetto di libertà ci consentiva di cogliere il buono dalle più diverse correnti, da Mazzini a Marx; e questo col rinvigorire e non col contraddire la nostra dottrina politica.

L’aveva anche scritto sull’«Azione», nel lontano 1911, ancora venticinquenne. 

«Senza smarrire la nostra fisionomia di democratici cristiani, della quale soprattutto dobbiamo essere gelosi, il nostro sistema democratico apparirà come una sintesi tratta da elementi opposti, quali il socialismo, il radicalismo, ed il liberalismo…L’importante è che noi sappiamo trasfondervi quel grande elemento feconfativo che è lo spirito religioso.  

In questo sta la nostra originalità…tanto più efficace se la nostra qualifica di cristiani non sarà un’etichetta ma l’indice di una fede creatrice».

Parole che precorrono, come si vede, più che il partito una nuova civiltà.

Del resto era il movimento in sé, nel suo spirito e nelle sue iniziative, che precorreva.

Basta pensare che nel 1908 Murri era riuscito a provocare oltre che l’opposizione di Turati le ire dei nostri conservatori, col porre il problema non solo dell’unità sindacale, ma quello della sua estensione £sul terreno politico locale. Ed è con lo sviluppare questa premessa, che nel 1921 Donati si fece assertore della necessità di un inscindibile blocco parlamentare tra noi e il partito socialista.

Schivo d’ambinzioni e più ancora di lustro non ebbe, nel partito, cariche adeguate alle sue capacità. Non fu neanche proposto, per esempio, a deputato, sebbene fosse, dopo Sturzo, una delle personalità più spiccate del partito popolare.

Si affermò, starei per dire, spontaneamente, nel momento del pericolo; appoggiato da Sturzo che lo comprendeva per intero, in quanto venivano dalla stessa tradizione ed avevano in comune un inestinguibile amore per l’idea congiunto ad un aperto disdegno del successo personale. Fece del «Popolo» il giornale del partito, senza bisogno di crismi ufficiali: la nomina venne dal consenso delle masse che lo riconoscevano come il più fedele interprete del loro sentimento di giustizia.

L’apporto del «Popolo» alla lotta antifascista ed in ispecie alla campagna Matteotti è troppo noto, perché sia il caso di tornarvi. Basterà accennare che Mussolini quando parlava di Donati diceva: «l’uomo che m’ha fatto commettere il delitto Matteotti». Non è questo il luogo per commemorare degnamente la sua vita e le sue opere: occorrerebbe ben altro di una colonna di giornale. Tuttavia mi è sembrato doveroso richiamare il ricordo agli amici che lottarono insieme per gli stessi ideali, e sovratutto ai giovani del partito, affinché traggano, dall’esempio dei nostri migliori, impulsi incessantemente rinnovantesi di vita cristiana e democratica.

Onde poter rinnovare la vita politica del paese non vi è posto per soluzioni diverse, come concludeva il giovane Donati nel Congresso di Bologna del 1913, la relazione sul Cattolicesimo e la Democrazia. 

«Il Cattolicesimo aspetta dagli italiani un più ampio sviluppo di vita: un arricchimento di energia, di fede, di azione e d’amore. Il congresso avrà ottenuto il suo scopo si avrà temprato la fede agli amici che interverranno e avrà mostrato al pubblico della gente non ignara e non congiurata contro la verità che il nostro contenuto democratico è capace di essere fuso in una sintesi vivente con la disciplinata tradizione secolare e con l’unità religiosa del Cattolicesimo. Tutto oggi, nel Cattolicesimo, ispira unita, amore, concordia. Ebbene in questo spirito di fiducia e d’amore, in cui circola un respiro di vita più ampio e più libero, e si riplasmano, con la linfa che ricorre risanatrice, tessuti vecchi e nuovi, i democratici cristiani sono fieri di temprare e fondere il loro anelito di fede e di verità, di fraternità e giustizia, di libertà ed unità, che della Democrazia e del Cattolicesimo fanno un solo ideale».

DE GASPERI E DONATI DI FRONTE AL REGIME FASCISTA. LA RICOSTRUZIONE STORICA DI SANGIORGI.

“Per avendo entrambi la stessa fede religiosa e politica De Gasperi e Donati non si prendevano: il primo era razionale e distaccato, portato alla mediazione, il secondo era emotivo e passionale, portato allo scontro. In passato avevano già polemizzato più volte, anche in tema di legge elettorale. Donati fu costretto all’esilio partendo improvvisamente in treno da Roma verso la Francia la sera di venerdì 12 giugno 1925”. Per gentile concessione dell’autore – amico de “Il Domani d’Italia” – riportiamo di seguito uno stralcio del capitolo V (Le vite parallele. De Gasperi e Giuseppe Donati) del libro De Gasperi, uno studio. La politica, la fede, gli affetti familiari, Rubbettino, 2014.

In stagioni diverse altri rapporti controversi hanno segnato la vita di De Gasperi. Agli inizi del fascismo lo scontro più doloroso per i suoi risvolti politici e umani fu quello con Giuseppe Donati, il fondatore e direttore del Popolo. Il 18 gennaio 1925 i popolari celebrano a Roma il sesto anniversario della nascita del partito. Sturzo è già in esilio. I fascisti si sono impadroniti con la violenza del Paese, c’è stato l’Aventino, ancora per pochissimo si può parlare di un residuo barlume di libertà. Quel 18 gennaio viene inaugurata la nuova tipografia del Popolo, frutto di grandi sacrifici economici e di grandi speranze politiche. “Donati – racconta Spataro – era raggiante. Aveva a sua disposizione uno strumento più efficace per combattere la dittatura e sperava, nonostante il nuovo giro di vite imposto quindici giorni prima da Mussolini, che l’arma del giornale sarebbe stata valida; lo attendeva invece di lì a qualche mese l’esilio”. Quindici giorni prima, il 3 gennaio, con un discorso alla Camera Mussolini aveva dato minacciosamente avvio alla nuova “era” fascista.

Il Popolo di Donati era un baluardo contro questa deriva. Tra l’agosto e il settembre 1924 aveva denunciato le centinaia di aggressioni compiute contro sedi di partiti e di associazioni, le decine di ferimenti e di omicidi politici. Era stato in prima linea nelle inchieste per l’assassinio di Matteotti e di don Minzoni. Nelle edicole dal cinque aprile 1923, aveva raggiunto una tiratura media di trenta mila copie, era un giornale autorevole e temuto, per questo continuamente sotto mira della polizia con censure e sequestri. Si arrivò a sequestrarlo tre volte di seguito in ventiquattro ore. Il primo luglio 1924, ad Aventino appena iniziato il giornale aveva pubblicato un’intervista a Filippo Turati nella quale si immaginava una sorta di centro sinistra ante litteram, un’alleanza tra popolari e socialisti subito contestata da Civiltà Cattolica nel mese di agosto – “una simile alleanza non sarebbe né conveniente, né opportuna, né lecita” – e da Pio XI in persona il 9 settembre in un discorso agli universitari cattolici della Fuci. Una specie di nuovo non expedit.

Il 16 luglio 1924 De Gasperi, segretario del Partito popolare, con un discorso ampiamente riportato dal Popolo di Donati aveva dato il suo avallo a questa prospettiva, e così aveva fatto don Sturzo dall’esilio. De Gasperi aveva ipotizzato anche un patto di desistenza elettorale tra popolari e socialisti e gli altri partiti antifascisti, proposta che gli aveva ulteriormente attirato l’ira di Mussolini. L’anno precedente Sturzo, al quarto congresso nazionale del Partito popolare, pur contrapponendo il popolarismo al socialismo e al comunismo aveva affermato che essere alternativi “dal punto di vista teorico ed etico, politico ed economico, non vuol dire che parecchi postulati sociali non possono essere comuni a vari partiti e quindi a noi e ai socialisti, come il postulato delle otto ore di lavoro, dell’istituzione del Consiglio superiore del lavoro, quello delle assicurazioni sociali e la tutela delle donne e dei fanciulli nel lavoro”. Anche Toniolo, quando nel 1897 si era svolto a Zurigo il primo congresso internazionale per la protezione operaia aveva commentato: “marciare separati, pugnare uniti”. Dunque è lontana nel tempo l’origine della definizione della Democrazia Cristiana come partito di centro orientato a sinistra. Il futuro ha un cuore antico.

Per avendo entrambi la stessa fede religiosa e politica De Gasperi e Donati non si prendevano: il primo era razionale e distaccato, portato alla mediazione, il secondo era emotivo e passionale, portato allo scontro. In passato avevano già polemizzato più volte, anche in tema di legge elettorale. Donati fu costretto all’esilio partendo improvvisamente in treno da Roma verso la Francia la sera di venerdì 12 giugno 1925. La partenza avvenne in condizioni di estrema tensione. In quei giorni stava per uscire la sentenza del processo al generale Emilio De Bono, se egli fosse o meno coinvolto nell’assassinio di Giacomo Matteotti. De Bono, uno dei quadrunviri della marcia su Roma, voleva dire a quei tempi Mussolini ed era stato chiamato in causa da un’inchiesta del Popolo.

I fascisti sapevano che sarebbe stato assolto e minacciavano la più violenta delle ritorsioni. Perciò l’11 giugno De Gasperi e altri dirigenti del Partito popolare, Spataro, Giovanni Gronchi, Antonio Anile incontrarono Donati e lo costrinsero ad allontanarsi da Roma: per salvargli la vita, sperando al tempo stesso di allentare la spaventosa pressione squadrista contro il partito e contro il giornale. Scrisse Spataro di quelle drammatiche ore: “Era in gioco la vita di un uomo, di un padre di famiglia, che per i suoi ideali aveva assunto una coraggiosa posizione di lotta e si trovava in quel momento esposto a un grave pericolo.” Donati accettò di malavoglia. Non voleva che la sua partenza apparisse una fuga. Prese il treno accompagnato dal segretario, Guido Armando Grimaldi, che ricordò così quel viaggio: “Torino, Susa, il treno sale, sbuffa. La fresca brezza delle montagne ci dà il senso fisico dell’aria libera. E i nostri cari? Spingevamo lo sguardo lungo le scarpate come per ritrovarli; non potevamo ormai pensare a Roma senza figurarcela in un fondo valle”. Alla frontiera Donati viene fermato dalla polizia fascista, interrogato, maltrattato, la notizia della sua partenza era diventata di dominio pubblico, lui se ne lamenta con dichiarazioni alla stampa, dice polemicamente di sentirsi abbandonato dal partito che l’aveva costretto a partire. Non è così, era il regime fascista a tradire le assicurazioni inizialmente fornite nei confronti del direttore del Popolo, ma in quei giorni convulsi c’è una difficoltà di rapporti diretti tra lui e Roma e quindi una difficoltà di comprensione degli avvenimenti.

Le prime settimane del distacco di Donati sono una pagina tormentata dei rapporti al vertice del Partito popolare. Il 20 giugno De Gasperi gli scrive una lettera amareggiata: “ti confesso che fui male impressionato dalle tue dichiarazioni comparse sul Corriere della Sera…. si ebbe la massima cura di salvaguardare la dignità e la figura morale delle tua persona… Ciò che mi pare per ora da escludersi è il ritorno ostentativo alla guida del giornale…” Donati, spirito polemico e impetuoso, poco incline alla prudenza di De Gasperi gli risponde per le rime: “…affermo che non intendo che nel frattempo venga in alcun modo modificato il mio diritto nei confronti della direzione del Popolo…ti prego di farmi avere un cenno di conferma, aggiungendo gli eventuali chiarimenti.” Il chiarimento che riceve da De Gasperi è altrettanto spigoloso: “Trovo superflua la tua preoccupazione circa la direzione del giornale. Il consiglio d’amministrazione ti ha concesso un congedo temporaneo. Il resto sono insinuazioni maligne e prive di fondamento…” Risponde ancora Donati: “Non vi domando nulla per me. Ti raccomando la mia famiglia e questo soltanto”. Il carteggio, conservato all’Istituto Sturzo, mostra il coraggio, la sofferenza, i conflitti fra i protagonisti di quelle drammatiche ore.

In seguito, entrambi si appellarono a Sturzo per dimostrare le rispettive ragioni e tornarono anche a scriversi direttamente, ma l’intesa umana fra queste due personalità dai temperamenti così diversi restò difficile. Nonostante l’esilio del suo direttore il giornale venne egualmente chiuso d’imperio. L’atto di morte fu redatto di persona dal segretario del partito fascista Roberto Farinacci: “Il Popolo, di cui fu anima dannata il Donati, bieca figura di delinquente, accusatore menzognero quanto implacabile del generale Del Bono e del Duce, non ha diritto di sopravvivere al fallito tentativo. Quindi si proceda senza esitare: energicamente, immediatamente, fascisticamente”. L’ultimo numero del giornale uscì il 6 novembre 1925, poi calò il silenzio fino alla ripresa clandestina dopo l’otto settembre 1943. Donati morì a Parigi il 16 agosto 1931 in condizioni di estrema miseria, di solitudine, lontano dalla famiglia, lontano dal suo Paese eppure battagliero fino all’ultimo. Aveva soltanto 42 anni. A lui si addice il verso di Anacreonte: “Qui giace Timocrito, valoroso in guerra; Marte risparmia i vili, non gli eroi”. Sulle sue spalle è stata posta la croce forse più pesante di tutte quelle sopportate dall’antifascismo cattolico.“Qui nunquam quievit, quiescit”: così gli resero omaggio i fuoriusciti italiani a Parigi, Filippo Turati, Claudio Treves, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini, Francesco Luigi Ferrari e tanti altri con loro.

Se De Gasperi è l’indiscusso leader politico, Donati è il simbolo di un giornalismo che non si piega davanti alle intimidazioni ma reagisce e combatte, sacrificando all’ideale della libertà ogni sicurezza e convenienza. Oggi è più comodo in Italia fare gli oppositori del regime. Durante il fascismo si pagava con la vita. Sotto la guida del suo direttore Il Popolo era diventato un giornale celebre per le inchieste sui retroscena delittuosi del potere fascista. “Donati – riconobbe un osservatore come Piero Gobetti – ha portato uno spirito nuovo nelle battaglie cattoliche, ha aperto gli occhi ai giovani, ha demolito idee e posizioni fatte, ha abituato le reclute dell’Azione Cattolica a un’atmosfera di democrazia moderna”. Se non il primo, è stato certamente uno dei primi a teorizzare la necessità che l’antifascismo si trasformasse in resistenza organizzata. In un articolo scritto a Parigi nel maggio 1926, Donati incita alla lotta gli oppositori del regime fascista perché solo “da tali resistenze invitte scaturiscono le resurrezioni civili dei popoli e le grandi riparazioni della storia”.

Per un destino singolare, è come se l’incomprensione tra De Gasperi e Donati si fosse estesa alle loro famiglie. Entrambi hanno avuto una figlia monaca, suor Lucia e suor Severa, che hanno anche trascorso diversi anni in due conventi della stessa regione, la Liguria, ma non si sono mai incontrate. “Io scelsi un ordine modesto, quello delle figlie di Maria Ausiliatrice di don Bosco – dice suor Severa – mentre Lucia apparteneva a quello dell’Assunzione. Tra noi non c’è stato nessun urto, ma anche nessun contatto. Forse è semplicemente mancata l’opportunità perché vivevamo in ambienti diversi, ma questo non era motivo di contrasto né io ne ho mai avuto”. Non si sono conosciute neppure altre due figlie, Cecilia De Gasperi e Grazia Donati, ed è incredibile invece quanto i loro ricordi siano vicini anche nei particolari minuti quando descrivono la vita e la povertà delle loro famiglie negli anni della persecuzione fascista dei genitori.

Cecilia ha raccontato della madre che aveva imparato ad andare in bicicletta e arrivava a piazza San Giovanni per comprare le aringhe salate, dalle quali grattava il sale per condire i piatti. Le aringhe. A casa Donati avveniva qualcosa di simile. Raccontò una volta Grazia: “Nel novembre 1939 la mamma mi mandò a vendere un libro prezioso che ancora le restava. Ne ricavai dieci lire e siccome era il suo compleanno, tornando a casa con 60 centesimi comprai un’aringa affumicata di cui era ghiotta”. Le mogli di De Gasperi e Donati, Francesca e Vidya, facevano la spesa negli stessi mercati di Roma e pativano le stesse sofferenze nel mandare avanti le loro famiglie. Le quattro ragazze De Gasperi e le tre ragazze Donati avevano un comune problema con le scuole pubbliche perché erano figlie di sovversivi. Quante cose dunque avrebbe potuto dirsi Francesca e Vidya solidarizzando tra loro, magari ricordando i tempi del Partito popolare e le amicizie e le vicende comuni di quel passato. Anche loro invece non si frequentarono mai, né durante il fascismo né dopo.

La freddezza di questi mancati rapporti è stata come una zona d’ombra nelle esistenze tanto luminose di tali personaggi. Abbiamo appena ascoltato le parole di suor Severa: non c’è stato nulla di intenzionale, ma le cose sono andate così. Si può rimuoverla una simile zona d’ombra? A suo modo, per le ricerche e i contatti che ha reso necessari ne è divenuto occasione questo studio su De Gasperi. Così, tanti e tanti anni dopo gli antichi avvenimenti dei quali parliamo è avvenuto un fatto inaspettato. La mattina di venerdì 11 maggio 2012, una bella mattina di sole, Maria Romana De Gasperi ha varcato la soglia di un edificio alla periferia di Roma, un edificio che ospita l’Istituto di San Giovanni Bosco delle figlie di Maria Ausiliatrice. È entrata, ha preso un piccolo ascensore ed è salita al primo piano. Appena fuori davanti a lei, ad aspettarla, c’era suor Severa Donati.

Eccole di fronte suor Severa, classe 1920, e Maria Romana, classe 1923, le figlie di due uomini leggendari del cattolicesimo politico italiano, campioni della lotta antifascista scomparsi uno nel 1931 e l’altro nel 1954. Un’aria di storia investe l’incontro. Il tempo ha dilatato con pazienza i suoi limiti nell’attesa di mettere la parola fine a una vicenda rimasta tanto a lungo aperta. La De Gasperi è come sempre esuberante ed è appena tornata da Bruxelles dove ha partecipato a una cerimonia. La Donati ha lo stesso sguardo penetrante del padre: occhi neri di falco, così un cronista lo aveva chiamato negli anni delle battaglie antifasciste. Pochi passi e le due donne entrano in un salottino. Non si erano mai viste prima, non si erano mai strette la mano, non si erano mai guardate negli occhi. Adesso siedono vicine a scambiare i loro ricordi.

“Finalmente ci conosciamo”. “Certo potevamo farlo prima”. Le parole si sciolgono in un sorriso e la luce di una amicizia immediata dilegua le ombre del passato, incomprensioni mai dichiarate, domande rimaste prive di risposta, sentimenti tenuti nascosti sotto la coltre del tempo. Quell’addio drammatico tra De Gasperi e Donati del giugno 1925 così carico di sofferenza, di tensione, di conflitti raggiunge idealmente, in questo ritrovarsi delle figlie, la sua composizione. Pace è fatta, una pace liberatoria, il riconoscimento dovuto al direttore del Popolo e alle sue sofferenze, che si estesero anch’esse alla sua famiglia.

È suor Severa a raccontarlo a Maria Romana ricostruendo i loro anni giovanili: “Quando tornammo a Roma le autorità di polizia mi obbligarono ad andare a scuola al Tasso, dove c’erano anche i figli di Mussolini. Venivo umiliata perché mio padre era un sovversivo. Una volta mi ribellai e dissi che quando sarei diventata grande lo avrei vendicato. Dal giorno dopo mi fecero seguire a vista da una guardia anche se ero soltanto una ragazza”. Probabilmente è un caso unico che una futura suora sia stata trattata come un pericoloso estremista. “Ci rivedremo lassù” è il commiato ineffabile di suor Severa al termine dell’incontro, mentre una sorte sempre restia all’eccessiva retorica e alla troppa solennità anche stavolta infila una nota lieve in questo quadro di commozione. L’istituto religioso dove la figlia di Donati sta trascorrendo i suoi giorni di riposo e dove avviene l’incontro con la figlia di De Gasperi non si trova lungo una strada qualsiasi ma in una lunga via che ha un nome davvero particolare: via Palmiro Togliatti. Anche lui non è voluto mancare.

 

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FESTA DELL’ASSUNTA, ECCO LE COSE DA SAPERE. LA GUIDA AL “FERRAGOSTO” DI FAMIGLIA CRISTIANA.

Il 15 agosto si festeggia l’Assunzione della Vergine Maria al cielo. Per essere stata la Madre di Gesù, Figlio Unigenito di Dio, e per essere stata preservata dalla macchia del peccato, Maria, come Gesù, fu risuscitata da Dio per la vita eterna. Maria fu la prima, dopo Cristo, a sperimentare la risurrezione ed è anticipazione della risurrezione della carne che per tutti gli altri uomini avverrà dopo il Giudizio finale. Fu papa Pio XII il 1° novembre 1950 a proclamare dogma di fede l’Assunzione di Maria. Le Chiese ortodosse celebrano nello stesso giorno la festa della Dormizione della Vergine.

 

Antonio Sanfrancesco

 

La “dormitio Virginis” e l’assunzione, in Oriente e in Occidente, sono fra le più antiche feste mariane. Fu papa Pio XII il 1° novembre del 1950, Anno Santo, a proclamare solennemente per la Chiesa cattolica  come dogma di fede l’Assunzione della Vergine Maria al cielo con la Costituzione apostolica Munificentissimus Deus:  «Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo. Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica».
La Chiesa ortodossa e la Chiesa apostolica armena celebrano il 15 agosto la festa della Dormizione di Maria.

Rubens, Assunzione della Vergine

 

COSA SI FESTEGGIA IN QUESTA SOLENNITÀ?

 

L’Immacolata Vergine la quale, preservata immune da ogni colpa originale, finito il corso della sua vita, fu assunta, cioè accolta, alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell’universo, perché fosse più pienamente conforme al Figlio suo, Signore dei dominanti e vincitore del peccato e della morte. (Conc. Vat. II, Lumen gentium, 59). La Vergine Assunta, recita il Messale romano, è primizia della Chiesa celeste e segno di consolazione e di sicura speranza per la chiesa pellegrina. Questo perché l’Assunzione di Maria è un’anticipazione della resurrezione della carne, che per tutti gli altri uomini avverrà soltanto alla fine dei tempi, con il Giudizio universale. È  una solennità che, corrispondendo al natalis (morte) degli altri santi, è considerata la festa principale della Vergine.
Il 15 agosto ricorda con probabilità la dedicazione di una grande chiesa a Maria in Gerusalemme.

 

QUAL È LA DIFFERENZA TRA “ASSUNZIONE” E “DORMIZIONE”?

La differenza principale tra Dormizione e Assunzione è che la seconda non implica necessariamente la morte, ma neppure la esclude.  

L’Assunzione dipinta da Tiziano

 

QUALI SONO LE FONTI?

Il primo scritto attendibile che  narra dell’Assunzione di Maria Vergine in Cielo, come la tradizione fino ad allora aveva tramandato oralmente, reca la firma del Vescovo  san Gregorio di Tours ( 538 ca.- 594), storico e agiografo gallo-romano: «Infine, quando la beata Vergine, avendo completato il corso della sua esistenza terrena, stava per essere chiamata da questo mondo, tutti gli apostoli, provenienti dalle loro differenti regioni, si riunirono nella sua casa. Quando sentirono che essa stava per lasciare il mondo, vegliarono insieme con lei. Ma ecco che il Signore Gesù venne con i suoi angeli e, presa la sua anima, la consegnò all’arcangelo Michele e si allontanò. All’alba gli apostoli sollevarono il suo corpo su un giaciglio, lo deposero su un sepolcro e lo custodirono, in attesa della venuta del Signore. Ed ecco che per la seconda volta il Signore si presentò a loro, ordinò che il sacro corpo fosse preso e portato in Paradiso».

 

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https://www.famigliacristiana.it/articolo/festa-dell-assunta-ecco-le-cose-da-sapere.aspx

I TANTI RAGAZZI SOTTO UN TRENO E I CODICI RELAZIONALI CHE I GRANDI TRASCURANO

Perché neanche immaginiamo quanto non sappiamo di loro. Che cosa vedono, cosa intendono, cosa sentono e desiderano i ragazzi? Privare un adolescente del suo smartphone è come privare Anna Frank del diario. Carlo Acutis, il ragazzo morto poco più che quindicenne nel 2006 e proclamato Beato dalla Chiesa Cattolica nel 2020 (in piena Pandemia), se è da qualche parte avrà accolto con sé anche Giulia e Alessia, alla faccia di tutti i moralismi, i moralisti e i bacucchi sentenziatori sui ragazzi.

Nel 1943 Vittorio De Sica gira “I bambini ci guardano”, un film sulla dissoluzione delle relazioni famigliari vista dagli occhi di un bambino. Il piccolo ad un certo punto scappa e camminando sui binari va incontro ad un treno che rischia di travolgerlo. Metafora di sfide insostenibili per le proprie risorse. Al di là dello specifico contesto del film la domanda e la risposta sono nel titolo: i bambini, i ragazzi, non sono affatto in attesa di farsi un’idea del mondo ma se la stanno già facendo, e con le tessere che trovano ognuno di loro prova a costruirsi un puzzle a modo suo. Il mondo che hanno intorno è quello degli grandi (non credo vedano degli ‘adulti’…), e si regolano di conseguenza. Naturalmente i ragazzi non sono un blocco che marcia come un sol uomo – come invece i grandi per sbrigarsi li categorizzano, sempre cedendo al sentenziare invece che all’ascoltare (che vuol dire stare a sentire) -: ogni ragazzo reagisce in base alla propria differente sensibilità.

Prendendo a prestito il paradigmatico titolo della Triennale di Milano, Unknown Unkowns (ciò che non sappiamo di non sapere), dovremmo essere allarmati di quanto ignoriamo la mole di ciò che non sappiamo, ed avere maggiormente presente di quante consunte inespressive etichettature si avvalgono i nostri giudizi sui ragazzi e sui giovani: superficiali, immaturi, neghittosi, irrispettosi, impertinenti, svogliati, maleducati, volgari, Neet (per cui pigri per cromosoma), ecc. ecc. 

Rispetto a questa pletora di scemenze, il tutto continuamente condito dallo stantìo “io, alla tua età…” (e, sui gusti: “ai miei tempi…”; messaggio: le mie preferenze sono serie, le tue sciocche), cosa può fare un ragazzo? Semplicemente ignorare quando non detestare tutto quello che era prima di lui; e ovviamente la Storia è la prima a farne le spese (nonostante essa sarebbe la chiave per il viaggio in quella logica del dono che è l’unica verità della vita).

Né sdraiati né sfaticati.

Gli stessi media su questo presentano pochi, pochissimi interventi. Voglio qui ricordare per controtendenza e lucidità due Editoriali, il primo di Luigi Mascheroni su “il Giornale” del 3 Maggio 2020 (in piena temperie Covid) dal titolo “Macché sdraiati. Bravi ragazzi” (” … Un ragazzo tra i 12 e i 18 anni è un alieno rispetto alla famiglia e alla casa. La vita è fuori, dove ci sono i confini da infrangere, gli errori da fare, le esagerazioni da provare. Eppure rispettano un quotidiano assurdo ma giusto, stando dentro in nome della salute là fuori. Accettano la sottrazione di libertà non per indifferenza, ma perché sanno quanto vale e la rivogliono indietro, appena possibile, intatta.”). Il secondo di Francesco Riccardi su “Avvenire” del 2 Agosto scorso, “Basta parlare di «sfaticati»”: ” … La si faccia finita, insomma, di chiamarli – di chiamare gli altri – ‘sfaticati’. E soprattutto, ci si impegni per favorire concretamente la possibilità per i giovani di diventare autonomi e di ‘fare famiglia’. Perché il dato davvero drammatico per il mercato del lavoro è che – con la crisi demografica in atto – tra non molto tempo a creare difficoltà alle attività economiche non sarà la volontà o meno dei giovani di lavorare, ma che di ragazzi semplicemente non ce ne saranno più.”.

Una Scuola per intercettare se stessi.

Quanto alla Scuola, pur inchinandoci all’impegno davvero decisivo di chi si è, e si sta, rimboccando le maniche, bisogna osservare che la stessa scuola “non insegna il futuro” perché ancora tarata sul passato, lungo e illustre, mentre ai ragazzi “piacerebbe che i docenti sapessero come si fa a capire cosa si desidera per sé nel futuro e come si fa a intercettare la propria profonda inclinazione, magari nascosta da un sarcofago di cattivi voti, che qualcosa dicono ma poco e male” (Gustavo Pietropolli Charmet, Il motore del mondo. Come sono cambiati i sentimenti, Solferino, 2020, pag. 41).

“I disagi che i ragazzi manifestano, dice l’autore [Pietropolli Charmet, ndr], sono riconducibili a una serie di sentimenti prevalenti nella geografia dell’adolescenza odierna: speranza, colpa, vergogna e vendetta, odio, paura, amicizia, dolore, noia e amore. Sono nove “etichette generali” che aiutano a mettere un po’ in ordine i tanti aspetti complessi delle dinamiche adolescenziali, cioè a descrivere il motore del (nuovo) mondo.

… I ragazzi di oggi (ne ho incontrati molti lavorando nella Scuola, specialmente negli ultimi dieci-quindici anni) si stanno confrontando con “entità” diverse e nuove di cui nessuno si rende conto facilmente mentre le sta vivendo, pensiamo solo all’esposizione incessante alla manipolazione della rete nella quale la loro intelligenza, l’emotività, l’affettività sono “sussunte”. Di fatto vivono una sfida (di crescere oggi) nella sfida (in un mondo che si sta riformulando). Ragazzi in e, soprattutto, di questo mondo.” (Mauro Portello su “Doppiozero”, 3 Dicembre 2020).

Servire le nuove generazioni? Essere l’adulto che avresti voluto accanto a te quando eri un ragazzo.

“In fondo, la regola da seguire è una: cerca di essere l’adulto del quale avresti avuto bisogno quando eri un ragazzo. Tutto il resto è secondario”: ecco la chiosa di sintesi del romanzo (realistico) del Prof. Guido Saraceni, Fuoco è tutto ciò che siamo, Sperling & Kupfer, 2019.

Un ragazzo non va ‘riempito’ ma ‘acceso’.

Saraceni riecheggia un pensiero di Plutarco: «La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma, come un fuoco da ardere, ha bisogno solo di una scintilla, che la accenda, che vi infonda l’impulso alla ricerca e il desiderio della verità».

Come dichiara di sentirsi l’88% tra i 14 ed i 26 anni? “Solo o molto solo” (dati Febbraio 2022). Adolescenti preoccupati per la loro salute mentale, e non sanno come chiedere agli adulti di prendere in considerazione il loro disagio.

L’Osservatorio Indifesa, di Terre des Hommes e OneDay, ha diffuso il 3 Febbraio scorso, in vista della Giornata nazionale contro il bullismo e cyberbullismo (8 Febbraio), una serie di dati su alcune percezioni di un campione di 1700 ragazzi/giovani tra i 14 ed i 26 anni. Si tratta della Generazione Z, gli ‘zoomers’ (anche per il riferimento alla piattaforma Zoom per collegarsi durante la Pandemia), i nati tra la fine del Secolo XX e il 2012/2015. Il Secolo iniziato con lo shock delle Torri Gemelle e proseguito con la crisi dei subprime del 2008 e il terrorismo dell’Isis. La Generazione Z s’imbatte in una offerta tecnologica impressionante, sono propriamente loro quelli che possono essere individuati come ‘nativi digitali’: una generazione che ha un “legame digitale con la rete” (Turner) e questo rapporto può aiutare a sfuggire le delusioni emozionali e mentali che incontrano nella vita off-line.

Per tornare all’indagine del Febbraio 2022 dell’Osservatorio Indifesa, emerge anche il fortissimo disagio psicologico causato, o esasperato, dai due anni di Pandemia. Il 37,5% degli intervistati teme l’isolamento sociale, il 35% ha paura di soffrire di depressione, il 22% di solitudine. L’88% dei ragazzi intervistati afferma di sentirsi solo o molto solo; tra le cause della solitudine: a) il 31% dice di non sentirsi ascoltato in famiglia; b) il 30% non si sente amato; c) il 29,2% non frequenta luoghi di aggregazione. «Quello che emerge è un grido di allarme – prosegue il rapporto –: gli adolescenti sono preoccupati per la loro salute mentale e chiedono a gran voce che il loro disagio venga considerato seriamente da parte degli adulti» (insegnanti e genitori in primis). Inoltre, su un totale di 23.292 risposte il 45% degli adolescenti afferma di aver subito bullismo, ed i principali luoghi dove ragazzi e ragazze subiscono bullismo sono la scuola (in classe! non nei corridoi, etc.) e pure gli ambienti sportivi: stiamo parlando dei due luoghi per antonomasia più sicuri agli occhi delle famiglie.

Se non è il luogo della rigenerazione delle possibilità di af-fidarsi, e nelle cose ultime della vita il porto di ritorno, la famiglia cos’è?

Queste evidenze statistiche mi richiamano alcuni versi di una canzone di Guccini del ’74, “Canzone della triste rinuncia”: “Ma è tardi, troppo tardi, piangere ormai/ Sulla rinuncia triste a quello che non fai”.  Sembra indicare una sorta di bandiera bianca da parte di chi è ormai definibile ‘adulto’ e così preoccupato di non perdere la sua sudata sedia sociale da rinunciare sia a mettere al mondo figli sia soprattutto ad educarli. E, ancor prima di educarli, ad guardarli, ascoltarli, com-prenderli (e chi non sa comprehendere resterà incompreso, annota Morin; da qui molti grandi incomprensibili).

 

Se “oggi è difficile per un uomo sapere qual è il suo posto”, come diceva il compianto Padre Gheddo (per il quale il cristianesimo senza missione semplicemente non esiste, e un cosiddetto ‘cattolico’ senza una sua missione semplicemente non è un cattolico), figuriamoci se si può pretendere che quale sia il proprio posto lo sappia un ragazzo od un giovane. Perché nessuno è più povero di chi non ha un posto; e quindi chi è fuori dal ‘paese’ (che vuol dire contrada, borgo, prossimità) è uno ‘s-paesato’. Ed in un tempo in cui la parola ‘ambiente’ sembra ovvia e chiara per tutti nessuno si fa cruccio che i nostri ragazzi siano dei ‘dis-ambientati’. Perché? Come ‘perché?’: ovvio, perché è più facile salvare la foresta pluviale di una tigre del Bengala che curare l”ambiente relazionale’, ‘il posto’ di cui hanno bisogno i ragazzi. Bisogno per respirare, intendiamoci, e non per fare i loro comodi, come siamo soliti pensare noi. O forse peggio, concedergli noi, nell’idea, fortemente sbagliata, direi allucinata, di facilitare loro la crescita.

 

Il dito sulla piaga, e sul rimedio, lo mette Provinciali quando il 3 Agosto su “Il Domani d’Italia” rappresenta la famiglia come ‘ambiente’: luogo di comunicazione. Conclude: “Eppure la famiglia dovrebbe essere il luogo della gratuità e della sincerità delle relazioni affettive. Il punto di partenza e di ritorno di una relazione basata sulla comunicazione e sulla prevalenza dei sentimenti. Esattamente quello che invece sta venendo a mancare negli orizzonti di vita della nostra intima quotidianità”.

 

Diceva il più grande interprete dello sviluppo del Paese come ‘configurazione di Luoghi’, cioè l’economista Giacomo Becattini, che il luogo è dove possono ri-abitare le coscienze vocazionali delle comunità. Luogo è genius loci. (Comunità peraltro tutte da rigenerare. Pensare di ridare un futuro alle comunità locali se per prime le famiglie non sono ‘comunità’ è costruire strutture anonime inservibili alle nuove generazioni.) Provinciali dice allora alcuni ingredienti necessari affinché un ragazzo cominci a curiosare interessato intorno alle possibilità di comunicazione fra generazioni in famiglia, e le accolga: gratuità, relazioni che sono innazitutto affettive (non è necessario che il ragazzo divenga ingegnere; e non è vero che anche una somma di insufficienze scolastiche lo costituiscano ‘bighellone’; non esistono teste vuote, e se esistono è perché la zucca vuota è di genitori che hanno rinunciato a guardare in volto i loro figli), punto di partenza e di ritorno (dice nulla il Padre e il Figliol Prodigo?; o vogliamo avere soldatini come il figlio maggiore che guarda caso rivendica per sé banchetti e non relazione?), zero rinfacciamenti, cura e quindi cultura dei sentimenti. 

 

Insomma: la famiglia come ‘posto’ di libertà, di scoperta, di differenziazione, di autonomia, di responsabilità, di comunione. Il luogo migliore per permettersi di sperimentare conversioni senza perdersi. Dove accorgersi che nessuno viene dal nulla, che ogni cosa ha un’origine e che la Storia conta. Se si vuole essere indipendenti. E cioè dipendenti da quel terzo soggetto della realtà che nasce da due e che si chiama Relazione.

“Ah felicità/

Su quale treno della notte viaggerai/

Lo so/

Che passerai/

Ma come sempre in fretta/

Non ti fermi mai”.

 

“Se no, sarebbe il caso/

Di provare a chiudere gli occhi/

E poi anche quando hai chiuso gli occhi/

Chissà cosa sarà”.

(Lucio Dalla, “Felicità”, 1988)

Che cosa vedono, cosa intendono, cosa sentono e desiderano i ragazzi?

 

“Se parliamo di futuro bisogna pensare che per loro il futuro è domenica. Sarò capace, domenica, di fare quel che non ho fatto? Se non sono capace sono inadeguato alla vita: mi ritiro, mi taglio, mi ammalo. Risolvono così l’inadeguatezza. Se però si accetta che al posto del padre siede il gruppo e che è il gruppo che decide cosa è importante o meno – esser bello? aver successo? occuparsi del pianeta? – il pensiero del gruppo può essere usato per accendere l’interesse, la vocazione. Il valore personale dell’insegnante è avere questo tesoro pazzesco di informazioni sul passato da trasmettere, ma parla del passato.” (“Come stanno gli adolescenti?”, Pietropolli Charmet intervistato da Anna Stefi, “Doppiozero”, 27 Maggio 2021).

 

Una ragione di vita vo cercando, ma non so come dirlo. Non so a chi dirlo. “A volte credo che mia sorella sia la mia unica ragione di vita”.

Così su Instagram Giulia, la 17nne di Castenaso morta insieme alla sorella Alessia di 15 anni nelle prime ore dell’ultima Domenica di Luglio di quest’anno alla Stazione di Riccione, travolte da un treno AV in transito. Dissolte da confondersi in un unico corpo, come avessero – e avevano – sempre condiviso una unica vita.

 

“Che sorella mia sorella”, annotava Giulia. Al di là delle ordinarie faccende famigliari delle due sorelle, le annotazioni di Giulia possono essere assunte come paradigmatiche del bisogno numero uno dei nostri ragazzi: essere accettati e amati per come sono. Solo questo permette che essi ‘divengano’, crescano, siano se stessi. Parlare di “ragione di vita” è espressione impegnativa. Attribuirla ad una relazione è considerazione dell’alterità. Evidententemente i ragazzi non sono così sprovvisti di senso. 

 

“Complici, inseparabili, sorelle e amiche del cuore. Anche nella morte che le ha portate via (Monari e Venturi, 31 luglio 2022)”. (Elisabetta Rotriguez su “milleunadonna”, 4 Agosto 2022). 

 

“Una sorella come migliore amica”, scriveva Giulia.

 

Non sappiamo cosa sia successo verso le 7 del mattino al binario 1 della Stazione di Riccione. Ma possiamo almeno tentare di immaginare con un gran trasporto di pietà possibili stati d’animo di due adolescenti in quella notte, per la prima volta – così avvallano le cronache – non accompagnate in auto dal padre per motivi di salute.

 

Giulia (in piedi da vantiquattr’ore) sdraiata a terra nel parcheggio della discoteca nelle prime ore del mattino. “Ho lavorato tutto il giorno”, dice al 24nne che si offre di dar loro un passaggio per la Stazione. Durante il tragitto il giovane presta il cellulare alla più piccola, che l’aveva scarico, per avvisare il padre: ‘stiamo bene, stiamo tornando’. La serata era partita male: sembra all’interno del locale a Giulia avevano rubato la borsetta con smartphone e documenti. La prima volta in riviera da sole e devono tornare a casa derubate.

 

Chi scrive scrive quasi sotto dettatura avendo esperienza diretta: io baby boomer, con famiglia generazione X e figlia quasi 18nne generazione Z. Quando ad una adolescente puoi rimproverare poco o nulla – a scuola tutti 9 e 10, studio fino alle 2 del mattino, riservatezza, attenzione alle regole civiche della convivenza, nessun colpo di testa -, cosa fai se vive sullo smartphone, se ovunque ti giri le amicizie più selezionate (sempre gen Z), brave a scuola e prudenti nei rapporti, vivono il mondo dei grandi come la Western Union del telegrafo i segnali di fumo degli Indiani? Nessuna diciassettene che oggi voglia essere inclusa e non esclusa dalle amicizie farebbe una telefonata al posto di inviare un messaggino. Altro che facebook dei matusa, che loro considerano un tranvai rispetto ad un Saturno V.

 

Privare un adolescente del suo smartphone è come privare Anna Frank del diario. Lì, in quell’aggeggio, c’è lui e le sue cose. Basta vedere quando la memoria è piena: se gli dici di recuperare spazio cancellando alcuni files è come chiedergli di cancellare se stessi, si rifiutano; casomai bisogna procedere ad acquistarne un altro più potente, con più spazio.

 

“…Riavvolgiamo il nastro. Uno dei testimoni ha raccontato che una delle due sorelle appariva profondamente turbata e in un visibile stato di alterazione. Potrebbe quindi essere verosimile che, in preda ad un’ansia esasperata dovuta alla perdita del telefono, una delle due sia stata indotta a gettarsi in mezzo alle rotaie, spingendo così anche l’altra sorella nell’estremo tentativo di salvarla? Più nel dettaglio, è plausibile che la disgrazia possa essersi verificata perché la ragazza che per prima si è buttata sui binari era in preda ad un eccessivo ed amplificato stato d’ansia connesso proprio alla sottrazione dello smartphone”. (Anna Vagli, giurista e criminologa forense, su “fanpage” del 2 Agosto 2022).

 

“…Il genitore dovrebbe cercare di avere più comunicazione e il ragazzo deve sapere di potersi fidare. Serve poi un’educazione al pericolo. Viviamo in una società in cui i ragazzi diventano adulti molto velocemente anche nell’ambito della sfera sessuale, però rimangono molto piccoli dal punto di vista emotivo”. (Daniela Chieffo, psicologa, psicoterapeuta, Pol. Gemelli, “Il Messaggero”, 8 Agosto 2022).

IL MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA

Wo aber Gefahr ist, waechst das Rettende auch”. Là dove cresce il pericolo, là cresce anche ciò che salva (Friedrich Hölderlin)

 

Fra tutti i resti irriconoscibili sparsi su settecento metri di binari dopo l’impatto, la Polizia è potuta risalire all’identità delle sorelle ritrovando un cellulare fracassato intestato ad una ditta di trasporti di Castenaso, quella del padre.

 

Così, quello che nella cappa di luoghi comuni che rendono impossibile farsi un’idea delle tecnologie e di internet in particolare, ecco che un cellulare mezzo rotto rivela un legame affettivo ed una appartenenza ad un nucleo famigliare in una strada di un luogo chiamato Madonna di Castenaso. Un cellulare scassato, che nell’immaginario facilone è solo strumento di disintermediazione, assurge a strumento reale di mediazione. Strumento che rimette in contatto (che qui è più che comunicare: è intimità, ‘contagio’) chi si vuole bene, chi vuole tornare a casa con chi aspetta a casa.

 

Carlo Acutis, il ragazzo morto poco più che quindicenne nel 2006 e proclamato Beato dalla Chiesa Cattolica nel 2020 (in piena Pandemia), probabilmente candidato a diventare il patrono della Rete, se è da qualche parte avrà accolto con sé anche Giulia e Alessia, alla faccia di tutti i moralismi, i moralisti e i bacucchi sentenziatori sui ragazzi.

  

Il cellulare ritrovato sui binari – capire la de-coincidenza, e il potente messaggio: l’unica cosa rimasta co-individuativa delle due figlie con la famiglia – è una reliquia della sopravvivenza di quei legami oltre ogni sciagura, perché ogni cosa amata non teme la morte. Quei legami che anche la tecnologia può alle volte significativamente rappresentare. Il messaggio nella bottiglia per chi pensa che non ci sia più nulla da fare. Come noi siamo sicuri la semplicità e l’innocente, anche ingenua, bella gioventù di Giulia e Alessia sapesse molto bene. 

 

Che ci perdonino, e ci ispirino una Nuova Comprensione dei nostri ragazzi.

IL PORTO DI GENOVA PRA’: UN CASO MONDIALE DI STRAVOLGIMENTO AMBIENTALE. 

Questo contributo che si compone di due parti: una sommaria descrizione dello stravolgimento ambientale causato dalla costruzione del Porto di Genova Pra’, alla periferia cittadina ad ovest del centro di Genova. Ormai una realtà con cui si convive da decenni. Uno stupro del territorio perpetrato in nome del progresso. E poi un breve racconto su come – fino a poco più di una trentina di anni fa – quel contesto territoriale conservava ancora le caratteristiche del mare, della costa e del primo entroterra della Liguria: l’azzurro e il verde, i profumi mediterranei, la spiaggia, i pescatori, il turismo balneare. Si tratta di un racconto breve, per Ferragosto… “Io ero nato a casa dei miei – dice l’autore -, proprio davanti all’attuale edificio sede della Direzione portuale PSA-Genova Pra’, a maggioranza azionaria di Singapore, dove un tempo c’era il mare aperto.

Il Governo di Singapore fa le cose sul serio in quanto a politica espansiva nella gestione dei sistemi portuali italiani. La fusione di PSA Genova Pra’ (con sede e direzione generale a Singapore) e SECH con sede a Genova ha creato in quel di Genova un colosso in grado di contendere il mercato del trasporto via mare e delle strategie portuali a MSC e alla cinese COSCO. Mentre PSA è già un colosso mondiale  al suo confronto SECH è realtà piccola e locale: l’operazione è consistita quindi nell’inglobare SECH in PSA. 

Tradotto in soldoni ciò significa che il gigante PSA ha la quota azionaria di maggioranza per la governance dei due terminal containers del Porto di Genova, il SECH (terminal contenitori di Genova spa che gestisce la Calata Sanità) e il PSA di Pra’, ormai diventato il più importante terminal import-export italiano.

Si aggiunga l’alleanza cinese con la Maersk (il primo gruppo armatoriale per il trasporto dei container al mondo) nel porto di Savona mentre nel mirino finisce anche La Spezia dove c’è il terminal di Contship con MSC. E mi scuso per eventuali imprecisioni. Chi vive in quei contesti territoriali avverte un senso di declino ambientale inarrestabile: basta osservare lo sfascio ecologico che ha cambiato i connotati all’estremo ponente cittadino di Genova, di fronte al quale è andato edificandosi e ampliandosi una sorta di ecomostro che mette a dura prova la vita e la resistenza psicofisica di chi abita davanti al porto di Genova Pra’. 

Chi è nato in riva a quel mare ha visto a poco a poco deteriorarsi l’ambiente in cui ha vissuto fino ai primi anni ‘90. Nel 1992 l’iniziale terminal si è progressivamente ampliato ed è stato inglobato nel PSA nel 1998: il porto di Genova – Pra’ è diventato una struttura portuale che ha cambiato i connotati ambientali, degradato il contesto, condizionato la sostenibilità e l’armonia dell’insieme. Se uno fosse stato lontano da quel posto negli ultimi 30 anni e ora tornasse dovrebbe chiedere: “Dove siamo qui?”. “Questo” porto è diventato l’icona mondiale dello stravolgimento ambientale: ora davanti alle case il mare non si vede più, solo uno sterminato ammasso di container, con relativi rumori assordanti, polveri, inquinamento della terra e del mare. Si consideri inoltre tuttora vigente ciò che venne deciso nel marzo 2019 dal primo Governo Conte per iniziativa del Ministro dello Sviluppo Economico, nello specifico il “Memorandum” d’intesa” con la Cina che – al punto 29 – prevedeva che “China communications construction company” avrebbe dovuto stipulare un accordo con le Autorità Portuali di Sistema del Mar Ligure Occidentale (Genova, Pra’, Savona e Vado Ligure) e del Mare Adriatico Orientale (Trieste e Monfalcone) per rendere questi porti “i terminali in Europa della via della seta. 

Da tempo sostengo che sarebbe interessante fare il punto della situazione geopolitica e geoeconomica. Di carne al fuoco ce n’è molta e andrebbe spiegato alla gente quale futuro si ipotizza, tra fusioni, espansioni, destinazioni territoriali irreversibili. Un fermo immagine sul PSA di Genova – Pra’  può solo far supporre cosa ancora potrà accadere per quella fascia di litorale ridotta ormai a una enorme piattaforma di carico-scarico di container provenienti da tutte le parti del mondo. Non è fantascienza ipotizzare una futura conurbazione con il Porto di Savona-Vado.

Eppure fino agli anni 80, tutto era diverso. Genova Pra’ era – con Voltri – l’ultima delegazione genovese del ponente cittadino, abitata prevalentemente da pendolari, pescatori, agricoltori, con importanti realtà cantieristiche, un tempo frequentata da bagnanti provenienti dalla Lombardia e dal Piemonte. Il contesto ambientale realizzava una sostenibilità gestibile senza gli stravolgimenti urbanistici e paesaggistici che hanno fatto irruzione con il porto.

Anche chi non conosce la realtà attuale – ma è sufficiente passarci in autostrada o percorrere quel tratto di Aurelia che attraversa la delegazione, anche se diretti altrove, per avere un colpo d’occhio eloquente sulla visuale del territorio, a cominciare dalla scomparsa del mare, occupato dal porto commerciale.

Per chi ne ha voglia e tempo, basta leggere il breve racconto che segue, per rendersi conto delle trasformazioni intervenute. Lo propongo a chi non ha conosciuto quel tratto di mare, di costa e di primo entroterra del ponente cittadino genovese quando era diverso e anche a chi per oblio o adeguamento alla nuova realtà esistenziale, non lo ricorda più o si è rassegnato.                                                                                      

Vedere il mondo in un granello di sabbia

E un paradiso in un fiore selvaggio,

Tenere nel palmo della mano l’infinito

E l’eternità in un’ora

 

(William Blake – Londra 1757/1827)

                                                                      

 

VERDEAZZURRO 

La prima parte della mia vita è trascorsa in una stretta fascia di palazzi, asfalto e cemento compresa tra l’azzurro del mare e il verde del primo entroterra.

 

Era una realtà di cui si percepiva la sostenibilità dell’insieme, ogni contesto rispettava gli altri e tra loro coesistevano senza bisticciare.

 

Alla spiaggia ci si andava – con le mille raccomandazioni dei genitori e le altrettante precauzioni che un bambino sapeva usare da sé o imparava dagli altri, specie dagli amici più grandi – come se fosse la cosa più spontanea di questo mondo.

 

Il rapporto con le cose che facevano parte di quella realtà era organico: la sabbia, l’acqua, i sassi, il bagnasciuga, si poteva toccare tutto, si conoscevano gli odori, le proprietà e i pericoli delle cose.

 

C’era il terrore delle meduse, ad esempio: il mare ne era pieno e questo costituiva un ostacolo da superare, una confidenza da prendere, una minuscola sfida con la paura, ogni volta da affrontare e da vincere.

 

Ricordo di un giorno che – piccolissimo – ero entrato in acqua per imparare a nuotare ma, fatti i primi passi, avevo istintivamente accovacciato le gambe ed ero diventato una specie di palla: ora galleggiante, ora a pelo di superficie, ora soverchiata dal frangersi delle onde innocue, quasi a riva, per me gigantesche.

 

Tutto per la paura delle meduse, che vinceva quella – ben più giustificabile e razionale – del mare.

 

Ci pensò un’anziana bagnante a tirarmi letteralmente su per i capelli e a trascinarmi a riva, altrimenti oggi non sarei qui a scrivere questi ricordi.

 

Le grosse navi giravano molto al largo ma le chiazze di petrolio arrivavano lo stesso a terra, spesso si tornava a casa tutti impiastricciati e con le mamme erano guai.

 

Ed erano segnali di un triste presagio: non si diceva ancora ‘inquinamento’ ma quel catrame parlava da sè.

 

I pescatori lasciavano le reti al sole, accanto alle barche, ad asciugare e quando le calavano con gesti larghi e misurati era uno spettacolo da vedere: tutti i bagnanti si ritraevano da quel tratto di mare e di costa, come per cedere il posto alla fatica e al lavoro.

 

A volte il pescato era generoso, altre scarso ma la curiosità di sbirciare cosa fosse rimasto impigliato nelle maglie della rete raccoglieva sempre gente intorno al gozzo o alla lancia appena tirati a terra.

 

I pescatori lasciavano fare ma i loro occhi ci dominavano con una sapienza antica e severa, poco incline alla confidenza e allo scherzo, i loro sguardi erano capaci di intimorire.

 

Non diverso, in quanto a naturalezza ed emozioni era il rapporto con il verde del primo entroterra.

 

Si salivano le ‘croeze’ (vie strette di acciottolato o di mattoni) fino a quando il sentiero si perdeva nei campi, tra le fasce, le piante o le vigne.

 

La campagna dava la sensazione di sentirsi soli, lontani dai rumori delle azioni umane che giungevano come attutiti, impercettibili  ma se scrutavi bene intorno notavi tracce o presenze laboriose e silenti.

 

Era bello immergersi nel verde profumato della campagna, stendersi tra i ciuffi d’erba con il fiatone della salita e socchiudere gli occhi al chiarore abbagliante della luce e del sole.

 

Lassù, dall’alto tutto era rimpicciolito e diverso, si faticava a volte a scorgere il profilo amico delle nostre case lontane.

 

Si vagava per interi pomeriggi rincorrendo le ’sgrigue’ (le lucertole) o cercando di conquistare qualche lunga canna: veniva poi bene legarci il filo con il ‘ciungin’ (il piombino) e l’amo e tentare o simulare l’avventura della pesca, il giorno dopo.

 

Si raccoglievano i pinoli e i primi funghi al limitare delle boscaglie, si avvertiva un profumo intenso, tipico della macchia mediterranea, un pot pourri naturale di menta, salvia, rosmarino, ginestra, camomilla selvatica, lavanda, violetta.

 

Allora si fiutavano soprattutto gli odori, oggi prevalgono gli afrori, i miasmi, le puzze del degrado urbano e credo che tra le due sensazioni ci corra una bella differenza.

 

Gli odori erano sparsi nella natura, nelle cose, facevano parte di una percezione indistinta che si gradiva, si cercava, si apprezzava, si respirava.

 

In genere l’olfatto è oggi messo a dura prova dal disgusto di ciò che si rifiuta, si scarica, si riversa nell’ambiente.

 

Mi sembra che ci fosse un rispetto diverso che oggi stento a riconoscere.

 

Diversamente, in tutto il ponente cittadino, la fascia a ridosso dei primi nuclei abitativi, quella che un tempo noi ragazzi conoscevamo come le nostre tasche e giravamo liberamente, godendo di quel bendidio di verde appena fuori casa, è stata cementificata e stravolta dalla mano dell’uomo.

 

Anche dalla parte opposta, la spiaggia e il primo tratto di mare hanno subìto lo stesso destino.

 

Si poteva evitare? Forse no: si è deciso altrove. 

 

Si poteva far di meglio? Onestamente penso di sì.

 

Ora quelle chiazze di verde e di azzurro restano nei ricordi della mente, nelle foto sbiadite e nei quadri dei pittori locali, che ne rievocano i fasti e i trascorsi: l’impatto adesso è totalmente diverso, prevalgono i grigi dell’anonima periferia – visibili – e i toni dimessi della rassegnazione – immaginabili negli occhi della gente, l’habitat è cambiato e pure l’uomo si è adattato a questa nuova realtà.

E’ come se fosse un’umanità diversa, tutti quelli che c’erano allora se ne accorgono e lo dicono, anche se non sanno spiegarsi convintamente il perché.

 

A forza di impossessarci del mondo, di consumarlo, lo stiamo distruggendo: è questa la percezione che si avverte – diffusamente – ma non si riesce a dominare, modificare, a invertire.

 

Il mare si è come allontanato, sconfitto dal porto e dalle navi, subisce tutto, brontola o ruggisce da lontano, offeso per essere considerato solo una via di transito, un passaggio: avrebbe bisogno dei suoi spazi vitali, deve respirare – il mare – a pieni polmoni, allargarsi e stringersi nel suo letto, liberamente.

 

Quando lo fa, quando si ribella e rivuole i suoi confini distesi, allunga le mani e le onde a cavalloni giungono fino a terra, lambiscono i manufatti dell’uomo, le barriere che sono state erette per tenerlo lontano.

 

Ma non è cattivo, questo mare: è stato imprigionato in modo maldestro e vuole dimostrare tutta la sua forza.

 

Credeva che l’uomo gli fosse amico e se ne sente tradito.

 

Il verde si acquieta più facilmente, si ritira impaurito per l’avanzare del cemento, si sente soffocare e piange in silenzio.

 

Solo chi ha ancora il cuore di un bambino lo può sentire: basta accostare l’orecchio per udire i suoi lamenti, per ascoltare la sua sofferenza.

 

Si è tirato dietro quello che poteva salvare: piante, animali, fiori, insetti ma è come un vecchio tramortito che ha perso la sua memoria.

 

Chi lo accarezza con amore gli restituisce l’affetto di un tempo, anche se in modo effimero, passeggero.

 

Per trovare un verde più allegro, spensierato, accogliente bisogna andare un po’ più lontano, dove la mano dell’uomo non ha ancora sferrato il suo attacco insensato e micidiale per distruggere quello che millenni di storia avevano conservato intatto e violentare la natura con il possesso del cemento e del ferro, che lo allontanano irreversibilmente dalle sue origini e da un sostenibile destino.

 

Guardandomi attorno percepisco il veloce deterioramento delle cose, la sconfitta della natura, il senso dell’usura e del consumo della vita stessa: quello che viene estirpato, soffocato, ammutolito è inesorabilmente condannato a tacere per sempre, piangendo soltanto nella memoria di chi ha avuto l’ormai inutile privilegio di conoscerne una diversa, più autentica identità.

 

 

LEOPOLDO ELIA: UN COSTITUZIONALISTA E LA QUESTIONE DELLA «FORMA PARTITO»

Nella polemica di questi giorni sul presidenzialismo, innescata com’è noto dalle dichiarazioni di Silvio Berlusconi, è ricorso il termine «eversivo» – v. la nostra intervista a Gerardo Bianco https://ildomaniditalia.eu/gerardo-bianco-il-presidenzialismo-e-un-inganno-e-la-proposta-di-berlusconi-un-atto-eversivo/ – che già Leopoldo Elia aveva utilizzato nel 2002 per contestare la riforma proposta dal governo presieduto all’epoca dallo stesso Berlusconi.Riteniamo utile proporre ai lettori un testo di Pombeni – si tratta della relazione svolta in occasione della presentazione del volume di Leopoldo Elia “Costituzione, partiti, istituzioni” (Roma, 3 febbraio 2010) – che offre elementi di conoscenza e riflessione sul pensiero dell’autorevole costituzionalista, impegnato politicamente prima nella Dc e poi nel Partito popolare. Di seguito riportiamo succintamente la prima parte del testo rinviando, tramite link in fondo, alla versione integrale (completa anche di note).

Non è facile parlare di un personaggio complesso come Leopoldo Elia: uno studioso rilevante e al tempo stesso un uomo totus politicus. In astratto si sarebbe portati a chiedersi se la compresenza in lui di queste due caratteristiche non conducesse ad una sorta di avvallo di un giudizio di Elie Halévy espresso nel 1898: «ciò che mi rende assai scettico sulla profondità e l’importanza delle questioni costituzionali [è che] mi chiedo se, in fin dei conti, non sia proprio là che trionfa il puro empirismo e che i pensatori sono o gli obbedienti servitori delle circostanze o degli utopisti inutili».

È troppo facile rispondere che Elia fu un servitore delle circostanze senza essere un servitore obbediente e per certi versi fu un utopista senza essere un utopista inutile. Cercherò di farlo vedere ripercorrendo qualche tratto del suo pensiero in materia di partiti politici, un tema che egli trasse sicuramente da uno dei suoi maestri, Costantino Mortati, che come è noto egli incontrò a partire dal cenacolo dossettiano, di cui il famoso costituzionalista fece parte ed a cui il giovane Elia si accostò prestissimo, divenendo, neolauretato ventitreenne, un collaboratore costante di «Cronache Sociali», il quindicinale del gruppo del leader reggiano.

Elia esordisce, e non è un caso, nel numero del 15 febbraio 1948 con una saggio su I partiti politici italiani visti attraverso i loro Statuti. Sin da questo primo intervento il giovane studioso si pone le questioni fondamentali del problema dei partiti nel sistema democratico, lamentando il «generale atteggiamento di disinteresse e di noncuranza» con cui si guarda alle norme che regolano la vita dei partiti sfuggendo l’importanza della «fisionomia istituzionale e politica di un partito»: esse sono «la concezione della disciplina in rapporto ai diritti e doveri degli iscritti»; «le maggiori o minori possibilità, in possesso di questi ultimi, per influire sulla designazione alle cariche pubbliche elettive». Seguiva un altro aspetto, tutt’altro che secondario, che veniva considerato in rapporto alla questione della disciplina inserita negli statuti sui gruppi parlamentari. Queste norme, nota Elia, «riguardano l’attività di iscritti al partito nella loro qualità di organi dello Stato. Siamo arrivati a un punto in cui il problema del rapporto tra ordinamento di partito e ordinamento statale si pone con tutta evidenza: un punto in cui bisognerebbe esaminare le norme che abbiamo sopra riportate confrontandole con l’art. 67 della Costituzione della Repubblica che vieta il mandato imperativo […] . La questione sarebbe un aspetto particolare del problema più vasto che abbraccia i rapporti tra l’ordinamento dei partiti e quello dello Stato (vedi articolo 49 della Costituzione)».

Come si può notare l’interesse per il tema del partito sta all’esordio stesso della sua presenza pubblica (che è qualcosa di più e parzialmente di diverso dalla sua attività di raffinato studioso). Il percorso di Elia lo avrebbe riportato più volte, come cercherò di esaminare, a misurarsi con la questione del ruolo dei partiti in generale e del partito in cui aveva scelto di militare in particolare, sicché questo tema può essere considerato davvero “chiave” per intendere tanto la sua presenza politica quanto il fecondo intrecciarsi di questa con la sua attività di studioso.

Ma prima di addentrarmi in questo esame e per spiegare il senso di questo percorso citerò la definizione che Elia diede di Mortati riflettendo nel 1990 sulla sua figura: «la ricchezza del discorso di Mortati sugli argomenti che abbiamo accennato è ancora utile per orientarsi nel difficile cammino delle riforme: ed anche quando le sue risposte appaiono legate ad una fase specifica della nostra storia costituzionale, esse sono sempre “sistemiche” e mai dettate da convenienze di parte o di principe. Giurista politico, sì: ma al servizio di tutto il sistema»4.

In realtà, come talora accade, parlando del Maestro l’autore parla di sé stesso e in effetti questa definizione si attaglia perfettamente a quello che volle essere e che fu Leopoldo Elia. Il suo «servizio al sistema» si basa, se non mi inganno, su una pervicace volontà di considerare il frutto della stagione costituente italiana come una «conquista», preparata da una certa sapienza degli studiosi di diritto, vivificata fra gli anni Settanta ed Ottanta da una ripresa di consapevolezza storiografica (una sensibilità la sua verso questi studi non proprio comune fra i giuristi), messa a repentaglio da una caduta di conoscenze critiche che aveva immiserito la classe politica e intellettuale italiana portandola pericolosamente a scherzare col fuoco.

 

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ELEZIONI, LA DEMOCRAZIA E I SUOI ISTITUTI NON POSSONO ESSERE OGGETTO DI FORZATURE, MEN CHE MENO DI BARATTO.

La sortita di Berlusconi sul presidenzialismo e le dimissioni di Mattarella non possono non suscitare stupore. S’impone la difesa strenua, ed attiva, della democrazia rappresentativa e dell’impianto parlamentare. Questa è la battaglia che deve condurre anche e soprattutto la cultura cattolico popolare e cattolico sociale.

Il capitolo delle riforme istituzionali non può non rientrare nell’agenda politica della campagna elettorale. Anzi, forse è uno dei temi decisivi del confronto politico tra le varie forze politiche in campo. Anche se, come ovvio e scontato, saranno i temi legati alla vita concreta delle persone di tutti i giorni a richiamare maggiormente l’attenzione dei cittadini e, soprattuto, a decidere l’esito elettorale. Anche se in parte già scontato…

Comunque sia, la proposta avanzata da Berlusconi di mettere in discussione il ruolo dell’attuale Presidente della Repubblica nel caso in cui il progetto presidenzialista venisse approvato nel corso di questa legislatura, non può non suscitare attenzione, incredulità e anche stupore.

Ora, nessuno vuole bollare come ‘irricevibili’ le proposte che vengono dai singoli schieramenti politici o da leader lontani dalla nostra storia culturale e politica. Quella è una deriva della sinistra italiana – salottiera, arrogante, alto borghese e moralmente “diversa” – che, attraverso la sua presunta e maldestra altezzosità etica ha provocato guai infiniti alla stessa qualità della nostra democrazia. 

Al contrario, e molto più semplicemente ma realisticamente, si tratta di ribadire ancora una volta la bontà e la modernità del nostro impianto istituzionale e l’efficacia della nostra democrazia rappresentativa e parlamentare. Un modello messo in discussione periodicamente non solo dalla destra ma anche e soprattutto dalla demagogia e dal populismo grillino che in questi ultimi anni hanno minato alla radice le fondamenta della nostra democrazia e i postulati costitutivi della stessa Costituzione repubblicana. 

Non si tratta di fare una “santa alleanza” politica che avrebbe l’unico scopo di radicalizzare ulteriormente il confronto politico e creare le ragioni per un conflitto permanente alimentando la logica degli “opposti estremismi” che abbiamo già conosciuto e, ahimè, tristemente sperimentato in un recente passato. Al contrario, semmai, si tratta di convincere tutte le forze politiche – o la maggioranza di esse – della ineluttabilità del nostro impianto costituzionale e della difesa strenua, ed attiva, della democrazia rappresentativa e dell’impianto parlamentare.

Questa è la battaglia che deve condurre anche e soprattutto la cultura cattolico popolare e cattolico sociale. A prescindere dalla collocazione nei vari schieramenti e dalla presenza nei vari partiti. Quando è in discussione la qualità della democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni si ha il dovere, morale e politico, di “scendere in campo”. Sempre.

SENGHOR E LA SFIDA DEL METICCIATO. DON ALBANESE RICORDA SULL’OSSERVATORE ROMANO LO STATISTA SENEGALESE.

Come ha pertinentemente rilevato il professor Andrea Riccardi, «Senghor rappresenta la cultura meticcia tra Africa ed Europa: una “art nègre”, come diceva, in lingua francese. La sua grande opera letteraria è un meticciato di culture e sensibilità».

 

Il fenomeno della globalizzazione ha messo in evidenza l’esigenza di promuovere il multiculturalismo. Per dirla con le parole di monsignor Barthélemy Adoukonou, segretario emerito dell’allora Pontificio Consiglio della Cultura (oggi Dicastero per la Cultura e l’Educazione), di nazionalità beninese: «Non basta, anzi non è possibile coesistere nella semplice autoaffermazione della propria identità culturale. Non possiamo esistere se non nel dialogo con gli altri. L’interculturalità è un obbligo etico del nostro tempo e concepiamo la Chiesa come una grazia, una forza divina che aiuta il mondo a ricercare l’etica umana all’epoca della globalizzazione».

 

Questo indirizzo ha trovato nella persona di Léopold Sédar Senghor uno straordinario interprete. Nato a Joal, in Senegal, nel 1906, dopo aver conseguito la libera docenza universitaria in Francia, insegnò per vari anni nel Paese transalpino; successivamente fu deputato per il Senegal alla costituente francese (1945-46), quindi all’Assemblea nazionale francese (1946-58). Eletto presidente del Senegal nel settembre del 1960, mantenne la carica per vent’anni. Membro associato straniero dell’Institut de France, nel 1983 fu il primo autore africano a essere eletto all’Académie Française. Trascorse gli ultimi anni di vita in Normandia dove si spense nel 2001 e da allora i suoi resti mortali riposano nel cimitero di Bel Air a Dakar.

Come ha pertinentemente rilevato il professor Andrea Riccardi, «Senghor rappresenta la cultura meticcia tra Africa ed Europa: una “art nègre”, come diceva, in lingua francese. La sua grande opera letteraria è un meticciato di culture e sensibilità». Se da una parte è vero che lottò contro il colonialismo e si batté tenacemente per l’indipendenza del suo Paese, fu anche un acceso sostenitore del legame che stringeva i Paesi africani alla Francia. Non a caso nel 1958, Senghor diede vita all’Union progressiste sénégalaise, alla testa della quale cercò di impedire che l’Africa occidentale francese si sminuzzasse in tante e deboli compagini statali indipendenti. Comunque, si considerò sempre un patriota tutto d’un pezzo che difese i valori afro, contrastando in modo perspicace la matrice più perniciosa del colonialismo, quella culturale. Ma al contempo comprese la necessità di andare al di là delle pastoie identitarie fini a se stesse, ricercando l’incontro con l’alterità, nella fattispecie la cultura dei suoi ex colonizzatori. E questo è un aspetto del suo pensiero sul quale vale la pena riflettere, ben espresso, nel contesto di un lungo e faticoso cammino di ricerca, in molte delle sue opere: dalla Anthologie de la nouvelle poésie nègre et malgache de langue française (1948) a la Négritude et humanisme (1964); dalla Négritude et civilisation de l’universel (1977) a Le dialogue descultures(1993).

Da una parte per lui la négritude (una scuola di pensiero che condivise con altri intellettuali del calibro dell’antillese Aimé Césaire), indicava una via di salvezza, poiché l’Africa aveva preservato l’essenza di un umanesimo ormai abbandonato dall’Occidente, profondamente segnato da sconvolgimenti tecnologici e soprattutto impegnato a «far piombare l’Africa nel razionalismo materialista che inonda gran parte dell’umanità. In nome della modernità, si spinge l’Africano a far tabula rasa delle sue tradizioni, a rinunciare alla sua educazione secondo i costumi propri, alla sua visione del mondo, al suo passato, alla sua filosofia, alla sua spiritualità». Senghor dunque imputava al colonialismo di aver misconosciuto la civiltà africana, per imporre una propria logica civilizzatrice, con l’intento di sfruttare le risorse del continente. Ma con il passare degli anni, soprattutto a seguito delle vicissitudini sofferte durante la Seconda guerra mondiale, Senghor avvertì la necessità di superare la concezione originaria di una négritude respingente, per dedicarsi alla costruzione di una négritude finalizzata all’edificazione di un umanesimo integrale ed universale.

Pur criticando l’approccio invasivo dei dominatori e le contraddizioni della politica francese in Africa, non lesinò la propria stima personale per i valori della Francia: «Sì, Signore, perdona la Francia che dice bene quale sia la via destra e cammina per sentieri obliqui…». Cattolico, nato peraltro in un Paese a stragrande maggioranza islamico, Senghor rivendicò la centralità della sfera valoriale della cosiddetta négritude che riassumeva i valori afro, anzi, nel suo lessico «negri», senza però scadere nell’identitarismo.

A questo proposito è illuminante una recente pubblicazione di Souleymane Bachir Diagne, filosofo senegalese dal titolo Léopold Sédar Senghor: l’art africaine comme philosophie (2007). Diagne rilancia la tesi senghoriana ovvero il contributo di ciascuna cultura per la «prossima civiltà dell’universale». L’invito che Senghor dunque rivolgeva al mondo mediante l’elaborazione del concetto di négritude era quello di aprire ogni cultura all’universale. In altre parole, come spiega Riccardi: «Per Senghor, non basta conservare i valori africani in un mondo tradizionale che rischia di scomparire; bisogna inserirli nel flusso della cultura contemporanea».

Ecco che allora, partendo dal presupposto che ogni essere umano si confronta con diverse storie e culture, avvertì l’esigenza, come egli stesso dichiarò, di passare «dal meticciato biologico (perché in effetti, in considerazione della mobilità umana che ha segnato il cammino dell’homo sapiens dall’Africa in giro per il mondo, siamo tutti creoli n.d.r.) a quello culturale». Senghor si rivelò uno straordinario poeta e scrittore di lingua francese, che ebbe il merito di coniugare il patrimonio linguistico e culturale transalpino con i valori e le tradizioni africane. La parola chiave della sua ermeneutica è il «métissage», ovvero in italiano il metissaggio, che per Senghor è «l’equilibrio del mondo». Naturalmente, questo modo di pensare e concepire l’antropologia su scala planetaria, con la determinazione di «incontrarsi (africani ed europei) all’appuntamento del “dare” e del “ricevere”, avendo un destino comune», trovò non poche resistenze.

Alcuni intellettuali africani criticarono Senghor, accusandolo di aver mistificato la realtà culturale africana, subordinandola alla visione imperiale dei colonizzatori. In realtà la sua figura, non solo si rivela oggi originale e creativa, ma è davvero profetica in riferimento alle istanze di fraternità universale ben illustrate e motivate da Papa Francesco nella sua Enciclica Fratelli tutti. In effetti, l’obiettivo che Senghor ha poi maturato con chiarezza è che i valori delle civiltà africane, delle loro radici e delle loro origini rappresentavano il presupposto ideale del meticciato culturale: esso avrebbe dovuto radicarsi nei valori della négritude, per aprirsi, poi, agli apporti delle altre civiltà planetarie. Per Emmanuel Mounier, direttore della rivista cattolica «Esprit» e pioniere nel criticare le attività coloniali francesi in Africa, Senghor è l’interprete per eccellenza di una nuova civiltà euroafricana: «Lei è africano nella sua viva carne», gli scrive in un carteggio «Lei è europeo per un’altra parte, per la lingua che ha appreso e che La informa… La civiltà euroafricana, di cui siete i pionieri, deve ancora trovare le sue strutture». Lungi da ogni retorica, la comprensione del tema migratorio, oggi di grande attualità in riferimento alle relazioni tra Europa e Africa, non può prescindere dall’approccio culturale di cui Senghor fu un illuminato precursore e fautore.

FONTE: L’Osservatore Romano – 12 agosto 2022

GERARDO BIANCO, IL PRESIDENZIALISMO È UN INGANNO E LA PROPOSTA DI BERLUSCONI UN ATTO EVERSIVO.

L’ex segretario dei Popolari reagisce con durezza all’uscita di Berlusconi sulle dimissioni – definite necessarie – di Mattarella qualora la destra, vittoriosa alle elezioni, riuscisse a far passare la riforma costituzionale del presidenzialismo.

 

Caro Gerardo, l’uscita di Berlusconi va oltre ogni limite. Dico bene?

È proprio così. Non si è mai visto in campagna elettorale un tale imbarbarimento del confronto pubblico, con il Quirinale inserito nell’agenda delle “cose da gestire” in caso di vittoria di uno schieramento. Putroppo non mi sorprende. Berlusconi dal 1994 ha introdotto nella politica il virus della manipolazione delle regole, alterando il costume stesso della democrazia. Per lui il potere si risolve nell’impossessamento di spazi e strumenti che l’ordine costituzionale preserva dal controllo illimitato della maggioranza.    

Tu l’avevi segnalato, nei giorni scorsi, il pericolo sotteso a questo discorso sul presidenzialismo. Ora appartiene formalmente al programma della destra. 

Il presidenzialismo è un grande, sottile inganno. Si pensa sbrigativamente che possa risolvere il problema della stabilità di governo. In realtà, come si vede in Francia e negli Stati Uniti, porta alla disintermediazione della democrazia, quindi all’indebolimento dei corpi intermedi, in ultimo alla logica della contrapposizione tra il Palazzo e la Piazza. In Italia avremmo, nel caso, un ritorno al culto dell’uomo forte. Non va sottovalutato questo rischio.

Eppure si dice che gli italiani sono interessati ai temi caldi dell’economia, non alle formule istituzionali…

Non significa nulla. Sull’economia puoi avere idee diverse, non metti in gioco il sistema delle regole se adotti una linea piuttosto che un’altra, come avviene nel dibattito sulla funzione dello Stato rispetto al ruolo dell’imprenditoria privata. Quando invece si tratta dell’ordinamento costituzionale e istituzionale, in realtà si parla della necessità di tenere insieme il Paese, ovvero di come i cittadini si possano riconoscere, nei loro diritti e nei loro doveri, in una una comunità sorretta e guidata da principi, valori e criteri di condotta apprezzati universalmente, o quanto meno largamente. L’Italia non la si tiene insieme con il Presidenzialismo.

E ora che si fa, visto il profilo di questa campagna elettorale? Un tuo suggerimento, volto a provocare la costituzione di un “fronte repubblicano”, è stato preso alla leggera. Anzi, direi che non sei stato ascoltato.  

Ebbene, mi permetto d’insistere. I tempi sono molto stretti, ma un tentativo va fatto. La destra si ferma con l’unità delle forze che hanno a cuore la difesa della nostra democrazia, essendo più che mai evidente come la democrazia possa avvitarsi negativamente su stessa per effetto di proposte e iniziative laceranti. Esiste un’emergenza, inutile negarlo; un’emergenza che ci mette di fronte all’obbligo di unire le culture e le tradizioni politiche che affondano le loro radici nel patto costituzionale del 1948. La proposta di Berlusconi è eversiva.

IN CAMPAGNA ELETTORALE: RESPONSABILITÀ E DISCERNIMENTO. LA VOCE DELLE “SETTIMANE SOCIALI”.

Mentre gli schieramenti si apprestano alla campagna elettorale, definendo programmi e liste, l’auspicio è che il confronto politico resti limpido e democratico, concentrato sulle sfide alle quali l’Italia è chiamata a causa della crisi economica e dell’instabilità internazionale in atto. Il documento del Comitato organizzatore delle “Settimane Sociali”.

Don Milani diceva nella sua Lettera ad una professoressa: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Una campagna elettorale questo dovrebbe essere: la celebrazione alta del confronto politico di idee e programmi per governare e magari risolvere i problemi delle Paese e dei suoi cittadini, perché tutti insieme si possa sortirne fuori. Un tempo di responsabilità e discernimento. Quello che ci auguriamo non sia (ma che temiamo molto possa essere) è la celebrazione di promesse tanto roboanti quanto vuote, accattivanti quanto completamente staccate dalla realtà e dalle tasche comuni e comunitarie.

Toni bassi e confronto alto

Ma, se di promesse irrealizzabili pur si sopravvive, perché fanno parte del gioco politico e perché in fondo non costano niente (o quasi) né a chi le fa né a chi ingenuamente ci crede, ciò che sarebbe più che mai inaccettabile e sconsiderato, dunque gravemente lesivo degli interessi del Paese, è un alzare i toni e un conseguente abbassare il livello del dibattito politico sino a trasformarlo in qualcosa di altro rispetto al necessario e utile confronto sui programmi di governo proposti da ciascun partito o schieramento e sui candidati al Parlamento. Il Paese ha bisogno di un di più di responsabilità da parte di tutti e non ha bisogno di sceneggiate e teatrini della politica di terz’ordine, né che si giuochi a buttare la palla in calcio d’angolo, perché non si hanno argomenti per sostenere quanto si propone agli elettori.

L’auspicio perciò è per una campagna elettorale responsabile, fatta di confronto politico limpido e democratico, consapevole che – come ha ricordato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella a Ravenna – “la libertà di cui godiamo, la democrazia che è stata costruita, l’uguaglianza e la giustizia che la Costituzione ci prescrive di ricercare sono figlie di una storia sofferta e di generazioni che le hanno conquistate con dolore, sacrificio, impegno, consegnandole alla nostra cura affinché possiamo a nostra volta trasmetterne il testimone”.

Contro l’astensionismo, vivere il voto con speranza.

In più, una campagna elettorale sui programmi e che rifugga il battibecco politico senza costrutto servirà, ne siamo certi, a frenare, almeno in parte, il fenomeno dell’astensionismo, il trend di disaffezione dei cittadini alle urne, che prosegue da alcuni anni, sostenuto da una crescente crisi di fiducia nei partiti e alimentato dalle vicende delle ultime settimane che hanno portato alla caduta del Governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi.

Una preoccupazione, quella per l’astensionismo, cui fa riferimento il Presidente nazionale dell’Ac, Giuseppe Notarstefano, in un’intervista ad Avvenire, rispondendo alla domanda “L’Ac darà una indicazione di voto ai suoi aderenti?”: “Non è nostro compito, ma aiuteremo le persone ad affrontare questo passaggio con responsabilità, con senso critico e in maniera informata. Il voto va vissuto con speranza. Purtroppo tanti, anche cattolici, nel recente passato hanno guardato con disillusione al momento elettorale e dunque urge operare un recupero dell’astensionismo”.

 

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LA SOLIDA FEDE, IL VIVO «SENSUS ECCLESIAE» E LO SLANCIO MISSIONARIO DEL CARDINALE TOMKO.

«Faticare e soffrire per questa Chiesa missionaria viva!». Sono alcune parole del Testamento spirituale del cardinale slovacco Jozef Tomko — morto lunedì 8 agosto all’età di 98 anni — che il cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, ha letto nell’omelia delle esequie da lui celebrate, nella mattina di giovedì 11 agosto, all’altare della Cattedra della basilica di San Pietro. Di seguito l’omelia del cardinale decano.

Giovanni Battista Re

Siamo raccolti intorno all’altare del Signore per pregare e per dare l’estremo fraterno saluto al cardinale Jozef Tomko, che il Signore ha chiamato a sé all’età di 98 anni. Era il più anziano dei cardinali.

Lo facciamo animati e sorretti da quella fede che ci assicura, come ci ha detto san Paolo nella prima lettura della messa, che col venir meno di questa dimora terrena, riceveremo da Dio un’abitazione non costruita da mani d’uomo; riceveremo una dimora eterna, nei cieli (cfr. 2 Cor 5, 1), nell’unione con Dio e nell’immensità del suo amore.

 

Tutta la lunga e intensa vita del cardinale Tomko fu consacrata al servizio di Dio e dei fratelli e, nella sua gran parte, dedicata al servizio qui nella Curia romana. Nel corso degli anni ricevette numerosi incarichi, che considerò sempre — sono parole sue — una «chiamata a servire».

 

Con lui scompare una figura che ha fatto onore alla Curia romana per la solidità della sua fede, per la genuina spiritualità, per il vivo sensus Ecclesiae, il grande equilibrio nei giudizi, la pacatezza, il buon senso, l’amabilità e la finezza di tratto.

 

Entrò giovanissimo nel seminario della diocesi di Košice. Appena nel 1945 terminò la seconda guerra mondiale, Jozef Tomko fu dal suo vescovo inviato a Roma per completare gli studi presso la Pontificia università Lateranense, dove conseguì la laurea in Diritto canonico, e poi si laureò in Teologia e Scienze sociali presso l’università Gregoriana.

 

Terminati gli studi, le vicende storiche della sua nazione, a motivo — come sappiamo — dell’installazione della Repubblica Socialista Cecoslovacca e l’opposizione del governo comunista nei riguardi della Chiesa cattolica, gli impedirono di rientrare in patria. Così il 12 marzo 1949 fu ordinato sacerdote qui a Roma e incardinato nella diocesi di Roma. All’inizio gli fu affidato il compito di vice-rettore del Pontificio collegio Nepomuceno.

 

Nel 1962 fu assunto presso l’allora Congregazione del Santo Ufficio, dove, attesa la sua notevole preparazione teologica, divenne presto capo dell’Ufficio dottrinale. In quegli anni pubblicò una serie di articoli e testi che attirarono l’attenzione per la competenza dottrinale e per la chiarezza di esposizione.

 

Nel dicembre 1974 Papa Paolo vi lo nominò sotto-segretario della Congregazione per i vescovi e nel luglio 1979 Papa Giovanni Paolo ii gli affidò l’incarico di segretario generale del Sinodo dei vescovi e il Papa volle personalmente conferirgli l’ordinazione episcopale. Dato che solo pochissime persone avevano potuto ottenere dal governo ceco-slovacco il permesso di venire dalla Slovacchia a Roma, l’ordinazione episcopale non ebbe luogo nella basilica Vaticana — com’era progettato in un primo tempo — ma nella Cappella Sistina, ambiente più piccolo, e per desiderio pontificio quella celebrazione fu caratterizzata da particolare solennità, perché il Papa voleva sottolineare la sua vicinanza alla Slovacchia e a tutta la Chiesa del silenzio in quel momento tanto duro e difficile per i cattolici residenti oltre quella che Churchill chiamò la «cortina di ferro».

 

Come motto per lo stemma episcopale scelse le parole di San Paolo: «Ut Ecclesia aedificetur». Ed edificare e servire la Chiesa fu l’impegno, meglio, fu la passione dell’intera vita del cardinale Tomko.

 

Come segretario generale l’arcivescovo Tomko cercò di dare sviluppo all’attività del Sinodo dei vescovi, che allora era un’istituzione ai suoi primi passi, perché creata da pochi anni da Paolo vi. L’arcivescovo Tomko cercò di imprimerle un forte dinamismo, attuando in stretta collaborazione col Papa Giovanni Paolo ii, col quale si sentiva in sintonia profonda e anche in amicizia. In quegli anni pubblicò un volume dal titolo Il Sinodo dei Vescovi, natura, metodo, prospettive, che fu molto apprezzato.

 

Durante i sei anni come segretario del Sinodo, il cardinale Tomko ebbe varie volte l’incarico di rappresentare il Papa e la Santa Sede a riunioni di vescovi in varie parti del mondo. Ebbe così modo di acquistare una profonda conoscenza della realtà di molte Chiese particolari e di esperimentare la collegialità affettiva ed effettiva.

 

In questo modo, la Provvidenza lo aveva preparato ad allargare il cuore alla dimensione della Chiesa universale. E così nel 1985 fu nominato prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli e quasi subito dopo creato cardinale.

 

Convinto che «Dio apriva alla Chiesa un’umanità preparata alla semina evangelica» (cfr. Redemptoris missio, 3), il cardinale diede esempio di grande slancio missionario e apostolico.

 

Curò subito contatti diretti con quanti operavano nei territori di missione. Con spirito di apertura ai popoli e senso di universalità, si prodigò con tutte le sue energie in un centinaio di viaggi nei territori affidati al suo Dicastero, mettendo sempre al centro nei suoi interventi Cristo al centro e manifestando grande apertura ai popoli, alle loro culture, alle loro tradizioni.

 

Il volume Sulle strade della missione, da lui pubblicato nel 2008, documenta la grande ansia missionaria che lo animava e anche quanto ha realizzato e soprattutto quanto il cardinale Tomko ha fatto a favore dello sviluppo missionario e del rafforzamento delle Chiese particolari dei suoi territori: la creazione di molte nuove diocesi, la riforma dei seminari, la costruzione di nuove chiese, di centri educativi, centri sociali, valorizzando la cooperazione missionaria organizzata dalle Pontificie opere missionarie in molti Paesi.

 

Nel testamento spirituale redatto il 26 febbraio 2007, il cardinale Tomko scrive che il ministero svolto alla guida della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli «gli aveva preso il cuore» e precisa: «Sentivo questo servizio missionario come un contributo alla costruzione e alla crescita del Corpo mistico di Cristo ed amavo le giovani Chiese missionarie con tutta la loro bellezza ma anche con la loro fragilità: le celebrazioni, i vescovi ed i missionari, i seminaristi, le religiose, il popolo normalmente povero. Era bello faticare e soffrire per questa Chiesa missionaria viva»! (dal Testamento spirituale).

 

Terminato per raggiunti limiti di età il compito di prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione dei popoli, dove fu per 16 anni, fu nominato presidente del Pontificio Comitato per i Congressi eucaristici internazionali.

 

Più volte fu incaricato sia da Papa Giovanni Paolo ii sia da Papa Benedetto xvi di rappresentare il Papa a particolari celebrazioni. Fra tutte queste, mi limito a ricordare quella come inviato speciale di Benedetto xvi per il centenario della dedicazione della chiesa dell’Immacolata Concezione a Mosca nel 2011. In quella occasione, parlando in lingua russa — che lui ben conosceva — il cardinale Tomko fece memoria di una storia gloriosa, anche se molto dolorosa, e manifestò apprezzamento per l’inizio di un nuovo risveglio religioso nella società russa dopo gli eventi del 1989.

 

Ora noi nella preghiera affidiamo a Dio questo nostro confratello, perché nell’immensità del suo amore gli dia quella gioia e quella pace, che si è guadagnate col suo fedele e generoso servizio alla Chiesa, al Papa e alla Santa Sede.

 

Abbiamo sentito nel Vangelo «abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Vado a prepararvi un posto… Poi verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14, 1.2.3).

 

Sono queste parole pronunciate da Gesù durante l’Ultima Cena, quando gli apostoli stavano per scontrarsi con l’apparente fallimento di Gesù con la sua morte in croce. «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Ci aggrappiamo anche noi a queste parole, mentre offriamo la santa messa per il cardinale defunto, chiedendo a Dio di concedere anche a noi di portare a termine la nostra corsa terrena nella fedeltà senza riserve e in uno slancio mai smentito nel servizio della Chiesa e dei fratelli, di cui il cardinale Tomko ci ha lasciato edificante testimonianza.

FONTE: L’Osservatore Romano – 11 agosto 2022.

CANDIDATURE E LISTE: DEMOCRAZIA A RISCHIO.

Ci troviamo di fronte ad uno scenario dove due soli criteri la fanno da padrone: quello della fedeltà al capo partito da un lato e quello della brutale rappresentanza correntizia dall’altro. Due criteri che nulla centrano con la competenza, il radicamento territoriale, l’espressività sociale e, non ultimo, la “professionalità” della politica.

Dunque, ci risiamo con il suk arabo. La vicenda delle candidature, degli incroci nella quota proporzionale e nella scelta dei collegi uninominali vincenti, ripropone il capitolo della fatidica designazione centralistica dei candidati da parte di ogni partito. Soprattutto quando questa designazione coincide con le giornate di Ferragosto. Del resto, lo diciamo da ormai molto tempo e da molto tempo è un tema del tutto irrisolto. E cioè, l’impossibilità – o meglio la non volontà – di ridare la voce ai cittadini/elettori attraverso il varo di una riforma elettorale degna di questo nome.

Per l’ennesima volta, infatti, ci troviamo di fronte ad uno scenario dove due soli criteri la fanno da padrone: quello della fedeltà al capo partito da un lato e quello della brutale rappresentanza correntizia dall’altro. Due criteri che nulla centrano con la competenza, il radicamento territoriale, l’espressività sociale e, non ultimo, la “professionalità” della politica. Insomma, da anni denunciamo – tutti, partiti, organi di informazione, intellettuali, opinionisti e commentatori – la debolezza strutturale della nostra classe dirigente e la sua sostanziale incapacità di ergersi a guida autorevole e qualificata del paese e poi si fa di tutto per bloccare una riforma che almeno cerca, seppur con scarsa possibilità di successo,di invertire quella rotta. E, pertanto, la selezione e la promozione della classe dirigente politica continua ad avvenire all’insegna dei criteri che quotidianamente denunciamo e combattiamo.

Ora, ci si trova di fronte all’ennesima competizione elettorale del tutto impotenti e anche un po’ rassegnati. Ovvero, il giorno dopo la compilazione centralistica delle liste già sapremo – senza sbagliarsi granchè – chi saranno i futuri eletti e chi saranno i sicuri sconfitti o trombati. E questo perchè, anche attraverso gli ormai quotidiani sondaggi, conosciamo in forte anticipo il peso dei vari partiti e, di conseguenza, i potenziali eletti di quella lista proporzionale nelle varie circoscrizioni e i vincenti dei collegi uninominali. Tutto è già certificato. Anzi, per essere ancora più precisi e dettagliati, il giorno dopo la compilazione delle liste i candidati possono anche fare a meno di cimentarsi con la campagna nazionale elettorale perchè già si sa la potenziale e futura composizione delle Camere. Salvo miracoli – sempre possibili, per carità – addebitabili ad eventi straordinari ed imprevedibili. Ma, appunto, proprio perchè imprevedibili sono del tutto fuori della norma.

Insomma, anche questa volta pagheremo le conseguenze della debolezza della politica. O meglio, della esplicita volontà dei capi partito di continuare a designarsi i propri eletti. C’è una sola speranza, al riguardo. Ed è quella che i capi partito scelgano al meglio la futura rappresentanza democratica. Perchè altrimenti sarebbe difficile, estremamente difficile, denunciare giustamente le malefatte e lo squallore del populismo grillino e poi continuare tranquillamente a praticare quella degenerazione. Ovvero, continuare ad avere una rappresentanza parlamentare disciplinata unicamente ed esclusivamente dalla fedeltà, dalla logica tribale della spartizione delle varie tribù correntizie e dalla sostanziale debolezza delle singole personalità politiche. Sarebbe, ancora una volta,il trionfo dell’anti politica, del qualunquismo, della demagogia e del pressappochismo. Ovvero, per dirla in altri termini, della vulgata populista che tutti diciamo, almeno a parole, di combattere e di voler definitivamente sradicare dal tessuto democratico del nostro paese.

25 SETTEMBRE, IL PALIO DI UN CAVALLO SCOSSO? ANCHE SENZA FANTINO I RIFORMISTI POSSONO FARCELA.

L’operato di Letta è sotto osservazione, benché figure eminenti del cattolicesimo popolare – vedi da ultimo Gerardo Bianco – ne difendano il valore di sfida per mezzo di uno schieramento che si vuole in qualche modo competitivo. Può darsi che sull’esempio del Palio il Pd riesca comunque a trascinare alla vittoria i riformisti, anche quelli liberal-liberisti del Terzo Polo, con o senza ‘fantino’.

La scelta di Carlo Cottarelli, esperto di conti pubblici, dona al PD un profilo di autorevolezza e rigore. Se fosse stata operata nel quadro di un’aggregazione coerente sarebbe risultata ancora più degna di nota, quindi maggiormente efficace. Così rischia di presentarsi come il classico specchietto per le allodole. Una candidatura eccellente non può sanare, in fin dei conti, l’equivoco dell’alleanza con Verdi e Sinistra italiana, due formazioni distanti (per usare un eufemismo) dall’Agenda Draghi. Per altro, l’allargamento a sinistra è stato pagato con l’uscita di Calenda, del resto altamente prevedibile, con un guadagno nullo in termini di aritmetica e una perdita secca in termini di coerenza. 

Roberto D’Alimonte coglie nel segno quando rileva la persistenza dello schema del 2013 nella strategia del Pd. All’epoca, segretario Bersani e suo vice Letta, al Nazareno si optò in coda alla legislatura per l’alleanza con Nichi Vendola, leader della sinistra di opposizione, invece di tentare la saldatura con Monti (sorretto per lunghi mesi con lealtà e solerzia). Fu una scelta contraddittoria, palesemente errata, da cui scaturì un risultato elettorale deludente. Iniziò da quel momento la marcia trionfante del grillismo, sostanzialmente per un ‘impazzimento’ dimlinea politica del partito cardine del riformismo. Oggi sembra ripetersi, a tutti gli effetti, lo stesso errore.   

L’operato di Letta è sotto osservazione, benché figure eminenti del cattolicesimo popolare – vedi da ultimo un Gerardo Bianco giustamente preoccupato dell’offensiva di Meloni Salvini e Berlusconi sul tema del presidenzialismo – ne difendano il valore di sfida per mezzo di uno schieramento che si vuole in qualche modo competitivo. In realtà, con l’intervista a sorpresa di Stefano Bonaccini sulla raffigurazione del Pd come forza autenticamente riformatrice, è già cominciata la lotta per la successione. D’altronde, l’idea che il segretario possa avvantaggiarsi del potere di nomina dei nuovi deputati e senatori, grazie ai meccanismi interni al sistema elettorale, non mette in conto l’esperienza del passato: i gruppi parlamentari, pur rimpinguati di ‘amici’ presuntivamente fedeli, non garantiscono il controllo sul partito. 

L’ultima ‘chicca’ riguarda lo scontro diretto con la Meloni. Non è la chiave di volta di questa campagna elettorale? Sì, certamente. E tuttavia, nel ricordare le scene che vedevano nei mesi scorsi i due – Letta e Meloni – duellare in stile “Sandra e Raimondo”, così come notavano con ironia i commentatori politici, viene facile osservare l’asimmetria della nuova polarizzazione dialettica rispetto al canone graziosamente offerto in precedenza. Si dirà che la campagna elettorale esige questo ed altro, more solito; ciò nondimeno essa richiede un grande esercizio di serietà, pena la ribellione dell’elettorato. In realtà, Letta non avrebbe dovuto acconciarsi a vestire i panni di ‘Raimondo’, visto che ‘Sandra’ non era e non è una gentile compagna di conversazioni da salotto, ma il capo in Italia e in Europa di un fronte nazional-sovranista che gode di simpatie presso la destra trumpiana, ancora forte in America.         

Tutto ciò non deve affievolire l’impegno in questa importantissima battaglia elettorale. È accaduto persino, in qualche edizione del Palio di Siena, che a vincere fosse un cavallo scosso. Può darsi, allora, che il Pd riesca comunque a trascinare alla vittoria i riformisti, anche quelli liberal-liberisti del Terzo Polo, con o senza ‘fantino’. Non è detto che l’alleanza guidata dalla Meloni non incontri la reazione dell’elettorato più indispettito e preoccupato per la chiusura traumatica della legislatura, con Draghi messo alla porta, sbrigativamente, in forza di un drastico cambio di linea (complice Conte) di Forza Italia e Lega. In genere, chi provoca le elezioni anticipate esce penalizzato dalle urne, sicché anche l’appuntamento del 25 settembre potrebbe tenere in serbo il declassamento delle ambizioni dell’armata social-populista. La speranza, come sappiamo, è una virtù forte.

RICCARDO MISASI, POLITICO DEMOCRISTIANO DI ELEVATE QUALITÀ, NEL RICORDO DI CHI LO HA CONOSCIUTO. 

Nel volume appena pubblicato da Rubbettino (Riccardo Misasi. Un tributo) sono raccolte le testimonianze sul politico calabrese scomparso nel 2000. Tra le varie abbiamo scelto di pubblicare, per gentile concessione, quella di Bonalberti.

Voglio ringraziare l’amico prof. Pino Nisticò, già presidente della Giunta regionale calabrese, per aver voluto e curato questa raccolta di testimonianze sulla figura di Riccardo Misasi, uno dei più autorevoli esponenti della terza generazione democratico cristiana.

Ricevute alcune copie del libro ho iniziato a leggere il saggio con passione, al punto che, ogni volta che interrompevo per una pausa, non riuscivo a stare in riposo se non per qualche minuto, stimolato a riprendere immediatamente le riflessioni e i ricordi che tanti amici DC calabresi e non solo hanno voluto scrivere sul loro leader politico e amico.

Amici della sua corrente o appartenenti ad altre della costellazione interna democristiana, hanno espresso tutti il ricordo delle loro esperienze vissute insieme a Misasi, considerato unanimemente una personalità di grande spessore umano, culturale e politico, che, giustamente suo figlio Maurizio ha sintetizzato in una splendida immagine, quella di una persona che “ha concepito la politica come un servizio all’Uomo e alla sua libertà”. Una personalità che come è scritto nel motto della  Fondazione a lui intestata è: “guardare al futuro con cuore antico”.

Sì l’On Misasi questo seppe indicare a tutta la comunità democratico cristiana calabrese, ossia la capacità e la volontà di “guardare al futuro con cuore antico”. Lui che, alla Cattolica di Milano con gli amici che, dopo pochi anni, a Belgirate con Albertino Marcora, Ciriaco De Mita, Gerardo Bianco, Luigi Granelli e Giovanni Galloni, concorse alla fondazione della corrente DC della Base, dotato di una cultura straordinaria storica, sociologica, filosofica, giuridica e  politico istituzionale, mise a capo degli obiettivi della sua azione politica, il riscatto della sua terra dalle condizioni di isolamento e di arretratezza. A lui, infatti, si devono molte delle istituzioni che con la sua attività politica da ministro e parlamentare seppe realizzare in Calabria: dall’università  della Calabria (Unical) ad Arcacavata di Rende (Cosenza), del CUD (Università a distanza) del progetto Telcal (Telematica Calabria) e di numerose altre scuole prima assenti nel territorio, sempre coerenti con la linea della promozione umana e sociale con particolare riguardo ai giovani. La cultura come strumento di elevazione della condizione di emarginazione dei giovani della sua terra.

Commovente la testimonianza del suo amico e concorrente politico nel partito, il compianto Carmelo Pujia, l’uomo forte dell’area dorotea, che finì col formare un sodalizio fortissimo, una sorta di due dioscuri calabresi: l’uno, Pujia, impegnato soprattutto sul fronte locale e regionale e  l’altro, Misasi, su quello nazionale dove, oltre agli incarichi ministeriali, durante la segreteria nazionale dell’On De Mita, assunse il ruolo di capo della segreteria politica prima nel partito e di sottosegretario alla presidenza del consiglio nel governo presieduto dal leader avellinese. Un ruolo di dominus che, in un mio intervento al consiglio nazionale della DC amichevolmente paragonai a quello di un “Minosse”, colui che, nelle nomine consigliava De Mita con l’autorevolezza di chi “giudica e manda secondo ch’avvinghia”. 

Chi, come me, ha potuto conoscerlo e frequentarlo nelle occasioni dei lavori del consiglio nazionale del partito, non può dimenticare i tratti del carattere di Misasi, ben descritti nel libro. Quelli di un uomo sapiente, dai tratti gentili e sinceri sempre ispirati dalla volontà di concorrere all’equilibrio e alla ricomposizione dei contrasti; un politico che nei suoi interventi rivelava una capacità di eloquenza che lo rendeva unico tra i molti esponenti politici della DC. Fu proprio grazie a un suo appassionato intervento al congresso nazionale della DC del 1964, insieme a quelli dell’On Carlo Donat Cattin, che, diciannovenne, scelsi di militare nella sinistra allora unita della DC e per tutto il resto della mia vita. 

Di Misasi, al fine di comprendere la statura morale, culturale, giuridica e politica dell’uomo basterà ricordare, con le opere da lui promosse come l’apertura dell’università anche ai figli delle classi meno abbienti provenienti dagli istituti medi superiori e l’avvio dell’università della Calabria e delle due facoltà di farmacia calabresi, l’essere stato l’interlocutore privilegiato di Aldo Moro. Fu, infatti, Riccardo Misasi, il politico democristiano cui Moro dal carcere delle BR inviò la lettera nella quale chiedeva di intervenire nella DC, con tutte le argomentazioni giuridiche e politico istituzionali  insieme a quelle  etico morali più opportune per favorire la sua liberazione. Sarà il più grande cruccio di Misasi quello di non essere riuscito a far prevalere quelle indicazioni e a convocare, su delega ricevuta dallo stesso Moro, il consiglio nazionale del partito. Prevalse, ahinoi, la linea della fermezza e con la morte di Moro si aprì la lunga stagione del declino e della fine politica del nostro partito.

Edito da Rubbettino, questo tributo a Misasi curato da Pino Nisticò, mi auguro avvii una serie di studi e approfondimenti su coloro che nei diversi territori regionali e in sede nazionale sono stati i rappresentanti più autorevoli dei loro elettori e del nostro partito. Da parte mia, con l’amico Mario Tassone e alcuni autorevoli professori di storia dell’università di Padova abbiamo promosso il comitato 10 Dicembre 2021 che, tra i suoi obiettivi, ha proprio quello di approfondire lo studio delle figure più autorevoli della DC veneta. Un obiettivo che la DC dovrebbe far proprio in tutte le nostre realtà locali, anche per superare la damnatio memoriae con cui una pubblicistica radicale, laicista e anti DC, ha sin qui relegato la nostra storia politica e amministrativa. 

IL DOCENTE ESPERTO: LA STRANA INVENZIONE DEL MINISTRO BIANCHI, OLTRE IL CCNL E LO STATO GIURIDICO

Questo docente in che ambito tematico e professionale sarebbe definibile come esperto? Con quali esiti e vantaggi per l’istituto scolastico?

Quando assunse la guida del Ministero dell’Istruzione il Prof. Patrizio Bianchi disse che avrebbe voluto una “scuola affettuosa”. Ora che se ne va per le dimissioni del Governo, la lascia “litigiosa e insoddisfatta”. 

All’avvio del nuovo anno scolastico manca meno di un mese ma si teme che – al netto delle varianti Covid con relativa organizzazione di specifiche e aggiornate misure di profilassi per alunni, docenti e personale (tra cui i lavoratori fragili rimasti senza tutele) –  inevitabilmente si dovrà fare i conti con i problemi di sempre: carenze di organici, ritardi nelle nomine, classi pollaio, disabili senza sostegno,  crescente doppia burocrazia che sommerà come sempre quella delle circolari ministeriali a quella dei progettifici della scuola dell’autonomia. Il disegno di una scuola 4.0 nell’ambito del Pnrr ha peccato di eccesso di annuncio: per adesso si prende atto della nascita di un nuovo organismo nella pletora già soffocante di quelli esistenti, la “Scuola di alta formazione e formazione continua”, che affiancherà le Direzioni generali e i Dipartimenti esistenti, dovrà coordinarsi con le scuole del territorio e si avvarrà della consulenza di INDIRE e INVALSI. 

Il nome è roboante ma prelude ad un palinsesto faraonico per dispensare formazione on line, attraverso enti e associazioni che si avvarranno di autosedicenti esperti, con il rilascio di patentini di idoneità pedagogica e aggiornamento didattico. Esattamente il contrario di ciò che servirebbe alla scuola militante: un robusto paracadute da usare in situazioni ad alto tasso di problematicità educativa, in genere in classe.

E’ sulle fatiche della didattica in classe che bisogna investire per aiutare gli insegnanti: il metodo non è aggiungere ma togliere burocrazia e adempimenti ridondanti, fare in modo che docenti e alunni vadano a scuola volentieri, sfrondando orpelli inutili e migliorando la relazione tra insegnamento e apprendimento.

Su indicazione del Prof. Bianchi il Governo introduce ora, in modo estemporaneo, al di fuori di ogni logica contrattuale e di ogni metodo di ascolto della base scolastica e delle OO.SS. , una figura che trasuda demagogia e approssimazione, una sorta di contentino all’U.E. che sollecitava da tempo generiche differenziazioni all’interno delle figure professionali della scuola: viene chiamato “docente esperto” ma è tutto da inventare. Non dobbiamo scimmiottare i sistemi scolastici esteri riempiendo il frasario quotidiano di anglicismi, neologismi, sigle, formule, algoritmi: se mai invece rafforzare e migliorare la nostra tradizione didattica. A quasi mezzo secolo dai Decreti Delegati, che avevano avviato un nuovo modello di sistema scolastico, previa consultazione e concertazione attuata con tutte le componenti professionali e sociali- su cui solo a distanza di tempo si possono esprimere ponderate valutazioni di merito – quell’organigramma che si basava sulla connotazione specifica dei ruoli e delle funzioni monocratiche e collegiali viene ora intaccato dall’introduzione di una figura nuova, ope legis, caduta dall’alto, che suscita perplessità rispetto alla ottimizzazione del pubblico servizio scolastico, alla sua utilità nell’economia di un contesto ordinamentale configurato e testato, per migliorare la qualità dell’efficienza-efficacia del prodotto finale. Da tempo la burocrazia è una palla al piede della scuola che necessiterebbe di una vigorosa cura di semplificazione normativa, non fosse altro che per restituire ai docenti quella libertà di insegnamento, intesa come libertà di metodo, di cui sono costituzionalmente titolari. A voler immaginare quale ragione abbia indotto il Ministro Bianchi a questa originale pensata verrebbe da dire che potrebbe essere l’incipit ad una differenziazione della funzione docente, ma non se ne comprende l’utilità pratica.

Questo docente in che ambito tematico e professionale sarebbe definibile come esperto? Con quali esiti e vantaggi per l’istituto scolastico? Esperto è aggettivo derivato dal sostantivo  esperienza: dovremmo dunque credere che egli diventerebbe tale dopo la frequenza di tre corsi triennali on line di formazione? 

E chi sarebbero mai i formatori? Si presume soggetti più esperti di lui, da cui dovrebbe apprendere l’abc di questa nuova qualifica che lo renderebbe un riferimento consultivo e orientativo per i colleghi. Ma il nostro sistema scolastico prevede che le stesse funzioni di dirigente scolastico e di ispettore siano una differenziazione funzionale, previa selezione concorsuale,  della funzione docente.

E’ vero che un tempo i direttori didattici e i presidi erano depositari di una sapienza pedagogica che li rendeva guida e riferimento per i propri docenti. Dovremmo dunque sospettare che il docente esperto surrogherebbe queste competenze ancora in capo ai dirigenti scolastici, per lasciar loro solo compiti e funzioni meramente burocratici ed organizzativi? Ma come si giungerebbe ad acquisire la qualifica di docente esperto, uno per ogni istituzione scolastica? Solo dopo tre corsi di formazione triennali, quindi, a regime tra nove anni. Nulla si dice circa il modello formativo che sostanzierebbe il know how professionale di questa figura. Si sa invece che sarà molto ambita per il fatto di essere incentivata con un assegno annuale ad personam di 5650 euro l’anno. Molti saranno i postulanti, uno solo l’eletto: con quale criterio di individuazione ed attribuzione di tale incarico? Una grana in più per i dirigenti scolastici che portano sulle spalle il macigno di un Ministero tra i più verticistici e burocratizzati, dove vengono partorite idee cervellotiche e spesso estemporanee, ispirate al nuovismo, forse allo scopo di giustificare la propria sussistenza, e poi riversate nelle scuole dell’autonomia per diventare la miniaturizzazione istituzionale decentrata dell’apparato centrale-nazionale. 

Le stesse OO.SS della scuola hanno espresso riserve e dubbi su questa operazione di ‘facciata’.

Il governo trova nuove risorse per finanziare la figura del docente esperto, un meccanismo selettivo dei prof che riguarderà solo 8mila lavoratori all’anno e che la categoria ha già bocciato con lo sciopero generale del 30 maggio scorso – è la critica che arriva dai segretari generali di Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Gilda Unams e Snals Confsal – Si trovano i soldi per tutto tranne che per il rinnovo del contratto nazionale. Vogliamo lo stralcio del provvedimento delle misure che riguardano la scuola, che vanno riportate a materia contrattuale, individuando le risorse per chiudere il negoziato per il contratto di un milione di persone”.

Il fatto che questo lascito il Ministro Bianchi lo consegni alla scuola 4.0 del Pnrr mediante il “Decreto aiuti bis” induce a pensare più ad una nuova figura di docente tutta da inventare, introdotta con urgenza sospetta, che a qualcosa di cui veramente la scuola, in questo momento necessita.

Il docente esperto fa pensare ad una sorta di ciliegina sulla torta di un sistema di reclutamento e formazione del personale insegnante che invece va ricostruito alla radice, a partire dalla preparazione scolastica secondaria ed universitaria dei futuri maestri e professori.

Non convince la strada intrapresa da alcuni anni e con sempre maggiore intensità dagli inquilini di Viale Trastevere: quella di centrare la formazione in servizio dei docenti attraverso corsi improvvisati ed effimeri, gestiti spesso da personale distaccato o da anni assente dalle aule scolastiche. Né soddisfa i requisiti di una buona, completa, integrale formazione la creazione di corsi basati su test e questionari da compilare on line. I migliori insegnanti sono quelli che sanno declinare e coniugare una sapienza antica, iniziata dalla loro stessa formazione scolastica con la capacità di esprimere solide competenze, creatività, pensiero divergente. La libertà di insegnamento è un principio costituzionalmente garantito e non potrà mai essere assoggettata alla valutazione di qualche collega certificato esperto solo per aver completato un ciclo di formazione teorica e virtuale.

Ne’ i dirigenti scolastici possono ‘cedere’ la componente didattica della loro funzione.

Lascia dunque perplessi questa gerarchia che verrebbe introdotta sulla base di un expertise conseguito in navigazione solitaria, dopo nove anni di formazione teorica.

Nel frattempo la scuola militante va avanti e deve affrontare quotidianamente una complessità di problematiche sempre nuove ed evolute, che non potranno essere risolte da un “Elevato” che dispensa consigli a destra e a manca.

La forza della funzione docente sta nella sua unitarietà di ruolo, la sua centralità nell’adempimento di compiti formativi non ammette gerarchie organizzative poiché non esiste una corrispondente gerarchia all’interno del concetto di cultura, ereditata , rielaborata e trasmessa.

Di istituti di formazione e valutazione ce ne sono già fin troppi e creano a volte più intralci di quanto possano aiutare. Sulle riviste scolastiche si leggono lettere di insegnanti che lasciano la scuola a fine carriera, esausti e storditi dal nuovismo dilagante, dai luoghi comuni circolanti, dalle vessazioni burocratiche di circolari a manetta, riunioni ridondanti, adempimenti inutili, diagrammi indecifrabili.

In genere rimpiangono la scuola dove potevano esprimere il proprio valore ma ne sono usciti – alla fin fine delusi e amareggiati- nonostante la grande soddisfazione che concede l’insegnamento.

Introdurre una nuova figura la cui utilità è tutta da dimostrare crea ulteriori disagi, suscita confronti e ingiustizie, sollecita contenziosi. 

Per favore, restituiamo serenità a chi svolge questa delicata professione, con pragmatismo e buon senso.

ANCI, LA SCOMPARSA DI ALDO MUSCI.

La triste notizia ha colpito al cuore tutti noi perché Aldo, discretamente, seguiva il lavoro che tiene in piedi l’attività di comunicazione e commento di questo blog. Talvolta aveva chiesto di pubblicare alcuni suoi pezzi, sempre curati e approfonditi, trovando da parte nostra la più completa disponibilità. Lo ha stroncato un malore improvviso, togliendolo all’affetto della sua cara mamma, dei colleghi di lavoro, di tante persone affezionate per le quali non mancava, nei momenti di difficoltà, di fornire il suo disinteressato sostegno. Intelligente e colto, come lo ricorda la nota dell’Anci qui appresso riprodotta, Aldo merita che gli sia tributato un saluto più meditato e approfondito, magari in occasione del trigesimo. Era un “anarchico umanitario”, con una fede senza trascendenza o – chissà – un senso tutto suo della trascendenza, senza il dono della fede. Ora il Dio della Vita lo accolga nelle sue braccia. (L. D.)

Aldo Musci ci ha lasciati improvvisamente stamattina (ieri mattina per chi legge, ndr), martedì 9 agosto. Aveva 63 anni, era nato nel 1958 a El Paso, negli Stati Uniti. Oggi per lui sarebbe stato un giorno lavorativo: era infatti di turno nella redazione del sito e ufficio stampa Anci. Un malore improvviso lo ha stroncato nelle prime ore del mattino, mentre si apprestava a compilare la rassegna stampa quotidiana. Lascia nel dolore noi colleghi e soprattutto l’anziana madre, che accudiva con grande impegno e amore.

Sul finire degli anni ’90 aveva iniziato a lavorare in Ancitel; era stato nel nucleo fondatore del ‘Giornale dei Comuni’, la storica testata digitale dell’azienda – ora edita da Anci Digitale – punto di riferimento per gli operatori comunali con notizie tecniche, disamine giuridiche e quesiti, informazioni utili. Praticamente per più di vent’anni Aldo aveva scritto ogni giorno sul GdC, dedicandovi gran parte della sua vita lavorativa. Da circa due anni, in forza di un accordo di sinergia sulla comunicazione tra Anci e Anci digitale, era transitato nella redazione dell’ufficio stampa in Via dei Prefetti. Un nuovo ambiente e nuovi modi di lavorare sulla comunicazione, che aveva acquisito rapidamente, con umiltà e senza clamori.

Ma Aldo era anche altro. Formatosi in età giovanile al ‘pensiero critico’ di Edgar Morin e altri, negli anni si era rivelato un intellettuale curioso e attivo, e aveva sviluppato un’intensa e varia attività editoriale, assieme a collaborazioni con giornali e riviste di caratura nazionale. Roma assassina e criminale, Breve storia del Mossad, Tutte le mafie del mondo, La quarta guerra mondiale – Finanza, globalizzazione e terrorismo dopo Ground Zero sono alcuni dei suoi tanti libri. Aldo aveva anche passione per la politica e la difesa dei diritti; un’attitudine che lo aveva portato a fare sindacato, accompagnando in questa veste il passaggio da Ancitel ad Anci Digitale.

Per saperne di più

https://www.anci.it/la-scomparsa-di-aldo-musci-collega-colto-e-generoso-uno-scrittore-prestato-alla-redazione/

IL PD NON HA ALTRE SCELTE SE NON TORNARE ALLA VOCAZIONE MAGGIORITARIA.

Il giudizio sulla conduzione delle trattative non è positivo per la gestione di Enrico Letta. Malauguratamente il Pd ha visto saltare l’accordo con Calenda, tant’è che il rischio per il Nazareno, a questo punto, è di chiudersi in un’alleanza incapace di attirare il voto dell’elettorato di mezzo (tra destra e sinistra). Dunque, un’alleanza senza respiro strategico. E allora, come contenere l’ondata della destra? A ben vedere, non  resta che la riproposizione del modello di partito a vocazione maggioritaria.

Letta è nei guai. Fin qui non ha dato prova di guidare con serietà la fase preparatoria delle liste. Il passaggio dall’alleanza strategica con Calenda al patto elettorale con Fratoianni ha dato evidenza a una strana combinazione di leggerezza e di superbia. Non era difficile prevedere che un’operazione a dir poco maldestra – unire il “centro” e la “sinistra” con un trucco da prestigiatore – avrebbe fatto saltare l’accordo tripartito (Pd-Azione-Più Europa). Con ciò viene meno la presa sull’elettorato che non vuole affidarsi alle convulsioni di una destra radicale, ma nemmeno consegnarsi agli ibis redibis di una sinistra pasticciona. Scaricare la tensione parlando di slealtà e tradimenti assomiglia a un depistaggio per cercare di nascondere il fallimento di una linea. Adesso predomina l’accusa che mette capo a una questione di affidabilità, come se Di Maio, per il semplice fatto di trovare accoglienza nei “democratici e progressisti”, improvvisamente si trasformi in un campione di coerenza.  

La contraddizione più grave si nasconde dietro un comportamento che rivela come alberghi ai piani alti del Nazareno una certa confusione. Si vuol far credere che la dissociazione di Calenda non abbia conseguenza significative, ma intanto si manifesta tra le righe la tendenza ad allargare le maglie dell’alleanza con qualche strizzatina d’occhio ai Cinque Stelle. D’altronde, dopo aver aperto i cancelli ai rosso-verdi perché chiuderli ai grillini? La fedeltà a Draghi e alla sua Agenda è stata largamente compromessa. Dunque, nel Pd serpeggia il desiderio di riaprire il discorso con gli alleati strategici di un tempo, anche se da essi non vengono segnali di effettiva disponibilità. Conte resta asserragliato nel suo fortino: non ha interesse a mercanteggiare qualche posto nei collegi, gli basta organizzare a casa sua il pacchetto dei futuri eletti nel proporzionale. 

In questo quadro s’accende l’ultima spia di un possibile contrordine, per tentare di arginare, si spera, l’avanzata della destra. Ed ecco che il suggerimento al Pd è di prendere coscienza di se stesso, issando in alto la bandiera dell’identità del riformismo democratico. Allo scontro occorre andare con la presa d’atto che il corteo degli alleati serve a poco. Fuori i secondi: sul ring rimangano solo Letta e la Meloni. L’alternativa passa necessariamente per questa nuova personalizzazione della battaglia elettorale. Tuttavia, anche questo schema appare fragile, ancora una volta per responsabilità del segretario Dem. Come trattare la Meloni? Dopo mesi e mesi di curiosi siparietti, tanto da far parlare di coppia in versione “Sandra e Raimondo”, ora Letta dovrebbe giocare la carta di una dura pregiudiziale in nome della “difesa della costituzione”, respingendo fuori dal campo democratico la candidata premier della destra. Può darsi che Letta si acconci a questo “cambio ruote” che i meccanici del centro sinistra gli propongono. Male che vada, alla luce della svolta neo-identitaria, potrà affondare il bisturi sulla formazione della lista del Pd, allargando lo spazio per le candidature più adatte a conformarsi a questa nuova e improvvisa edizione del partito a vocazione maggioritaria.

LUCI D’AGOSTO: ALLEANZE MUTEVOLI IN UN PERCORSO OBBLIGATO.

Le culture politiche di centro possono esercitare un ruolo importante se riusciranno a imprimere alla brevissima campagna elettorale un senso diverso da quello della mera delegittimazione dell’avversario, in favore invece di un confronto sul come affrontare un percorso che pare in gran parte già definito.

In queste elezioni anomale e veloci di fine estate anche la fase della formazione delle alleanze e della compilazione delle liste sembra assumere un carattere inedito. Sulle alleanze appare in difficoltà soprattutto il centrosinistra che fatica a riconoscere l’ovvio. Vale a dire che i collegi uninominali maggioritari per funzionare avrebbero bisogno di grandi partiti capaci al loro interno di tenere insieme le diversità con il collante di un programma politico unitario. In assenza di tale condizione non resta che una somma quantitativa, che funge da tram sulla quale salgono per stato di necessità simulacri di partiti desiderosi di seggi difficili come non mai da ottenere per la drastica riduzione del numero dei parlamentari che penalizzerà territori e classi sociali più deboli.

La destra si fa meno patemi nel sommare le mele con le pere e tuttavia l’uninominale le si potrà rivelare meno accomodante di quel che immagina, non tanto per la frammentazione del voto dovuta a nuove liste antisistema, quanto per l’incertezza sulle dimensioni che potrà assumere l’astensionismo.

È chiaro che se alla fine rimarrà qualcuno al centro capace di porre un limite politico alle asfissianti esigenze del maggioritario, questo qualcuno, anche se in passato si è dimostrato capace di generare divisioni più che consensi, pur avendo dato prova nel bene e nel male di notevole intelligenza politica nei passaggi cruciali, ebbene questo qualcuno, noto anche come leader di Italia Viva, potrebbe finire col raccogliere, quasi per inerzia, un consenso consapevole di quanto poco sia aderente alle necessità di questa fase una dialettica politica che punta tutto sulla delegittimazione dell’avversario per affermare se stessa. Ovvero la domanda di una genuina politica di centro, non fatta di nostalgie ma protesa al futuro.

Un progetto che sarebbe rafforzato dalla apertura a soggetti e movimenti che vi si riconoscono (possibilmente non solo Calenda ma realtà politiche e sociali espressione di una cultura di centro, della quale alla fine sembra difettare lo stesso Renzi), e da un tasso di rappresentanza sociale e territoriale quantomeno sufficiente rispetto all’autoreferenzialità inscalfibile dei due poli principali.

In ogni caso le culture politiche di centro, anche quelle che hanno già stretto alleanze, possono esercitare un ruolo importante se riusciranno a imprimere alla brevissima campagna elettorale post ferie d’agosto un senso diverso da quello in cui rischia di scadere, della mera delegittimazione dell’avversario, in favore invece di un confronto sul come affrontare un percorso che pare in gran parte definito nei suoi tratti essenziali, con la prosecuzione, dopo il voto, della formula di governo della solidarietà nazionale, incentrata su una alleanza di necessità tra il partito di Enrico Letta e quello di Giorgia Meloni.

Come domare l’inflazione, riportare sotto controllo il prezzo dell’energia, assicurare al Paese, e per nostro tramite, all’Europa nuovi flussi di gas e di petrolio che compensino e sostituiscano quello russo, potenziare o ricollocare in Italia le produzioni strategiche, fare politiche espansive che non destino troppe preoccupazioni in Europa o scatenino ingiustificati comportamenti sui mercati finanziari, modernizzare e digitalizzare, tenendo le tecnologie come meri strumenti al servizio dell’uomo anziché come messaggeri di un’epoca transumana. Affrontare tutto questo, e molto altro, richiede un patrimonio di credibilità e autorevolezza, ben riassunto e non facilmente eguagliabile, nelle caratteristiche dell’attuale premier Mario Draghi, sul quale il sistema politico ha l’occasione di misurarsi in questo periodo elettorale per recuperare una fiducia che altrimenti rischia di svanire ulteriormente.

L’ACCORDO CON I ROSSO-VERDI CORRISPONDE ALL’IDEA DI UN PD RIFORMATORE? LETTA SI CARICA DI UNA GRANDE RESPONSABILITÀ.

Non si capisce quanto giovi un’alleanza costruita unicamente sulla logica dei numeri. E poi, quali numeri? Si raschia il fondo del barile, a sinistra, con il rischio però di perdere consensi sul versante moderato. In questo modo si consegna a Calenda e Renzi un grande spazio al centro dello scacchiere politico. In ogni caso, il Pd è nato sulle ceneri dell’Unione con la volontà di rompere con la prassi delle ammucchiate (a sinistra). Non si rischia di tornare indietro?

Spero si possa ragionare con la dovuta franchezza anche in questa fase complicata per il Partito democratico. Nel giro di poche ore ci troviamo di fronte al netto cambio di rotta nella costruzione dell’alleanza per il 25 settembre. Tutti capiscono che l’uscita di Calenda incide fortemente sul profilo dell’iniziativa elettorale. Il tentativo di minimizzare lo strappo serve solo a mascherare una oggettiva difficoltà nel percorso faticosamente avviato.

Non serve dare consigli. Letta ha imboccato una strada che prevede molte insidie: se ha risolto nella sua testa di poter  andare avanti, lasciando al suo destino un Calenda fino a ieri alleato strategico, evidentemente ha calcolato rischi e vantaggi di questa decisione. Un’analisi attenta porta comunque a ritenere che i vantaggi siano più apparenti che reali, giacché l’apporto della componente rosso-verde di Fratoianni e Bonelli consiste in una somma algebrica di positività e negatività: come reagirà, infatti, l’elettorato più moderato all’ingresso della sinistra radical-ecologista? Quale sarà, dunque, il suo contributo netto alla causa complessiva dell’alleanza? 

I dubbi si accrescono quando osserviamo l’effetto della rottura, vale a dire il suo impatto sulle aspettative generate da un tendenziale irrobustimento del terzo polo. Calenda abbandona Letta e trova subito appresso la compagnia di Renzi: nasce dunque un’aggregazione che non appare casuale o innaturale agli occhi della pubblica opinione, rispondendo in effetti a una domanda diffusa relativamente alla rappresentazione dello spazio intermedio tra le due proposte, entrambe movimentate al loro interno, di destra e di sinistra.

Mi permetto di rilevare che Calenda e Renzi offrono una sponda qualificata all’elettorato che continua a nutrire fiducia, anche dopo la traumatica conclusione del governo di unità nazionale, nell’operato di Mario Draghi. Il “centro” che s’apprestano ad organizzare ha una riconoscibilità  elevata perché muove dal presupposto che all’Italia convenga proseguire nel lavoro egregiamente avviato dall’esecutivo, anche prevedendo – risultati alla mano – la conferma dell’attuale premier all’indomani delle elezioni. Si tratta di una piattaforma che assicura al “centro” la dignità derivante da un percorso di coerenza e concretezza. Se poi si aggiunge la potenziale apertura ai valori del cattolicesimo sociale e popolare, in sintonia con una lettura solidaristica dell’Agenda Draghi, diventa quanto mai attrattiva la rigenerazione di un “centro di progresso” per il retroterra  del Pd legato in origine ai valori del popolarismo.

Tutto questo espone Letta. Il Partito democratico, nato sulle ceneri dell’Unione, conserva nel suo dna il distacco dalla logica delle ammucchiate (a sinistra). Nel 2007 si fece uno sforzo per addivenire rapidamente alla formazione del nuovo partito, anche se alcuni di noi avrebbero preferito un processo più graduale, passando per l’esperimento di una federazione. Veniva sancito il “mai più” che archiviava, in modo definitivo, la prassi delle alleanze fondate sui numeri, più che sulla reale condivisione di un progetto politico. Quella scelta non condusse al successo, ma permise al nuovo soggetto politico di raggiungere un rispettabilissimo 34 per cento di consensi. Era l’inizio di un “centrosinistra” che rompeva con gli ideologismi della sinistra radicale e, pagando un prezzo nel periodo breve o medio, si candidava alla guida del Paese sulla base di un programma “per” e non “contro” qualcuno o qualcosa.     

Il problema è capire allora se questa inversione di marcia, con il ritorno ad accordi elettorali senza una visione politica unitaria, non metta a repentaglio il modello di “partito della nazione” votato alla saldatura di uno schieramento riformatore ampio, retrocedendo quello sforzo generoso e innovativo a chimera del passato. È una domanda che in queste ore, nonostante l’urgenza dei tempi e delle decisioni, è lecito porsi con grande serietà.   

L’EMERGENZA AMBIENTALE E’ LEGATA AL FATTORE UMANO

La Terra si trova  alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia

 

Si può ragionevolmente affermare che, se non interverranno correttivi alla deriva in atto, sia cominciato un drammatico conto alla rovescia per il nostro Pianeta. Ciò significa che la compromissione ambientale, anche nei suoi rapporti con la sostenibilità della dimensione antropologica sta rapidamente configurando scenari preoccupanti per la sussistenza della vita stessa sulla Terra. Già nelle 40 pagine di evidenze scientifiche, priorità e raccomandazioni ai governi redatte dal 29/4 al 4/5 2019 in sede OCSE,  dai rappresentanti di 130 Paesi aderenti all’Ipbes (la piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi) per esaminare un Rapporto dell’ONU stilato in 3 anni di lavoro da parte di oltre 150 esperti, volto allo studio e all’approfondimento dei rischi delle biodiversità, si coglieva la sensazione  di un imminente “tsunami” globale che potrebbe portare in tempi definiti “relativamente brevi” all’estinzione di una serie di specie viventi che popolano i mari e la Terra, fino ad 1/8 di quelle attualmente censite pari ad una cifra mostruosa di circa un milione di ‘specie’ animali e vegetali. Ciò che influisce sull’alterazione delle biodiversità esistenti sono i comportamenti umani: sfruttamento del suolo e delle risorse naturali, come l’acqua e il legno, agricoltura intensiva, caccia e pesca, inquinamento ambientale, uso dei pesticidi, urbanizzazione e cementificazione selvaggia. Sono dunque gli stili di vita dissennati che – secondo il Rapporto dell’ONU – hanno già “alterato gravemente tre quarti delle superfici terrestri, il 40 per cento degli ecosistemi marini e la metà di quelli di acqua dolce”. Sono dati catastrofici che dovranno prima o poi  indurre i governi ad assumere provvedimenti legislativi condivisi ed azioni urgenti di freno a questa deriva distruttiva del pianeta e della sua biodiversità.

Questo fenomeno, così grave e cupo nelle previsioni, finirà secondo l’ONU per condizionare ed alterare le condizioni di vita e sopravvivenza della stessa specie umana, a lungo termine, poiché la biodiversità è garanzia di alimentazione, sostenibilità ambientale, acqua potabile, produzione di energia e  di farmaci.

La Terra si trova – secondo il Rapporto – alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comportamenti umani. Commentando il sesto Rapporto del 2021” stilato dagli scienziati dell’IPCC sull’emergenza del “climate change” e approvato dai 195 Governi aderenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite, il Segretario Generale  Antonio Guterres aveva usato un’espressione eloquente: “siamo al codice rosso”, mentre il presidente di turno della conferenza ONU sul clima COP26 –  il ministro britannico Alok Sharma –  era stato altrettanto esplicito: “Il tempo a disposizione per fermare la catastrofe del cambiamento climatico sta pericolosamente avvicinandosi alla fine: non possiamo permetterci di aspettare ancora due, cinque o dieci anni, questo è il momento di agire”. Definire spaventose le evidenze emerse dalla successiva Conferenza di Glasgow del novembre  2021 è più prossimo all’eufemismo che alla realtà: l’innalzamento del livello dei mari è stato valutato “irreversibile ancora per millenni”, non si era mai riscontrata questa tendenza negli ultimi 3000 anni, ed è causa di erosione delle coste e inondazioni. Addirittura le emissioni di CO2 misurate nel 2019 erano le più alte di sempre, considerando almeno i due milioni di anni precedenti, quelle dei gas serra (biossido di azoto e metano) in cima alla scala dei valori degli ultimi 800 mila anni.

E tutto questo mentre la temperatura media si innalza con un trend incrementale mai riscontrato in passato (+ 1.09° tra emissioni antropiche e gas serra nel decennio 2011/20 rispetto ai 50 anni che vanno dal 1850 al 1900): si pensi alle conseguenze per la vita degli abitanti della Terra, per l’agricoltura, l’allevamento del bestiame, la sostenibilità ambientale, le condizioni delle metropoli ad altissimo tasso di urbanizzazione. Si considerino le osservazioni del compianto biologo Edward O. Wilson – già illustrate e note da tempo – sull’incremento demografico: siamo 7 miliardi e mezzo di abitanti su un pianeta dove la soglia di compatibilità massima è stata stimata ai 6 miliardi di persone. A fine secolo si prevede una popolazione mondiale di 11 miliardi. In questo contesto ambientale ai limiti della compromissione irreversibile, una umanità in espansione illimitata diventa indebolita e vulnerabile agli attacchi di virus che dimorano abitualmente in ospiti animali, come accaduto in tutte le sue varianti con il Covid-19 che ha attaccato l’uomo per transito zoogenetico. Questa coincidenza epocale tra compromissione climatica ed emergenza pandemica non è dunque casuale e può ripetersi.

Occorre padroneggiare una visione olistica di questi fenomeni per tentare adesso, senza rinviare, di arginare la deriva catastrofica. L’obiettivo più immediato è dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 per azzerarle entro il 2050: il nemico numero uno è il riscaldamento globale, l’obiettivo è fermarlo a + 1,5° rispetto all’epoca preindustriale, come programmato nell’Accordo di Parigi (COP21-2015). Temperature più elevate porterebbero tra le altre conseguenze un ulteriore innalzamento dei mari: al trend incrementale attuale potrebbero salire fino a 50 cm a fine secolo, con una previsione ad oggi ingovernabile di 20 metri come corrispettivo di 5° di aumento della temperatura, né ci consola che ciò potrebbe avvenire al limite dei prossimi 2000 anni. (Solo Trump ha potuto commentare… “Avremo un po’ più case con vista mare, che non è la cosa peggiore del mondo“). Questi temi sono stati ripresi in questi giorni nello studio pubblicato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas) a cura di un  gruppo internazionale di esperti guidato dall’Università di Cambridge. Gli scienziati  chiedono in particolare al Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc) di dedicare un rapporto alle loro conseguenze più estreme, per motivare la comunità scientifica e informare i cittadini. “Ci sono molte ragioni per credere che il cambiamento climatico possa diventare catastrofico, anche a livelli di riscaldamento modesti”, afferma il primo autore dello studio, Luke Kemp dell’Università di Cambridge.

“Il cambiamento climatico ha avuto un ruolo in ogni evento di estinzione di massa, ha favorito la caduta di imperi e ha plasmato la storia. Anche il mondo moderno sembra essersi adattato a una particolare nicchia climatica. Al disastro non ci si arriva solo per le dirette conseguenze delle alte temperature, come gli eventi meteorologici estremi. Effetti a catena come crisi finanziarieconflitti e nuove epidemie potrebbero innescare altre calamità e impedire la ripresa da potenziali disastri come la guerra nucleare“. Le aree di caldo estremo, con una temperatura media annuale di oltre 29 gradi, dove oggi abitano circa 30 milioni di persone potrebbero estendersi fino a interessare due miliardi di persone entro il 2070. L’Agenzia ANSA.itScienza&TecnicaTerra&Poli, che ha redatto un dettagliato report sullo Studio di Cambridge, riporta un’affermazione eloquente di un coautore della Ricerca, il Prof. Chi Xu dell’Università di Nanchino. Queste temperature e le loro conseguenze sociali e politiche influenzeranno direttamente due potenze nucleari e sette laboratori di massimo contenimento che ospitano i patogeni più pericolosi: c’è una forte possibilità di effetti a catena disastrosi”. Insomma di argomenti ed evidenze per essere preoccupati ce ne sono, eccome: si aggiunga che pandemie e guerre sommano effetti di accelerazione distruttiva. Che l’uomo stia consumando il Pianeta fino a rischiare il cupio dissolvi è sotto gli occhi di tutti. Il riscaldamento della Terra non provoca solo lo scioglimento dei Poli come documentato anche in TV, l’innalzamento lento dei mari, ma anche fenomeni più vicini a noi come le temperature roventi in alta quota (basti pensare alla tragedia recente della Marmolada) , lo zero termico ad oltre tremila metri di quota.

Anche il Prof. Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica, in un’intervista a Luca Fraioli di Repubblica del 3 agosto u.s.  ha considerato questi temi come prioritari, sia per l’agenda politica che per gli stili di vita e i comportamenti della gente comune. “Il clima è uno degli argomenti che ha pagato la scarsa lungimiranza politica, ma eletti ed elettori devono cambiare rotta”, ha affermato il Professore. E inoltre: “L’appello dei climatologi è importante proprio per indurre i partiti a parlare di riscaldamento globale e sollecitare gli elettori a usare questo argomento per giudicare i diversi programmi. Se per esempio i cittadini mostreranno che per loro è molto più importante la lotta ai cambiamenti climatici che la questione migranti, i partiti si orienteranno di conseguenza. Certi temi vengono cavalcati per attirare voti. E finché il clima verrà vissuto come un argomento che non porta voti rimarrà estraneo al dibattito politico“.

Affermazione che riscontra l’evidenza circa l’assenza esplicita di questo tema tra quelli che riempiono l’agenda politica del dibattito elettorale e i programmi per il futuro.

Accanto a questo rilievo occorre considerare che il tema del riscaldamento globale sta coinvolgendo la gente comune solo nel momento in cui ci si rende conto che si tratta di un argomento impellente, pervasivo e vicino a noi e ai nostri abituali stili di vita. Scienza, politica e ‘immaginario collettivo’ dovrebbero assumere l’emergenza ambientale nella sua intrinseca e totalizzante ricaduta sulla sostenibilità antropologica tra progresso e rispetto della natura. Occorre fare presto, partendo ad esempio da una adeguata educazione ambientale avviata a scuola per poi proseguire con una massiccia campagna di sensibilizzazione sugli stili di vita corretti lungo tutto il ciclo biologico dell’esistenza.   

Nulla può essere lasciato al caso: la scienza illumina il cammino da compiere e – come dice il Professor Parisi “guarda un po’ più in là”. Ma la politica deve assecondarne gli studi, le ricerche, le indicazioni e i metodi per conseguire risultati. Poi spetta a ciascuno di noi, nessuno escluso, comportarsi con “scienza” e “coscienza”. Chi viene dopo può essere migliore se ha ricevuto buoni insegnamenti.

LETTA ABBRACCIA I ROSSO-VERDI METTENDO ALL’ANGOLO CALENDA. LA SFIDA DI RENZI: CONTRO TUTTI, MA COME?

È uno scenario che apre nuovi varchi all’iniziativa di chi vuole un terzo polo altamente competitivo. Farne il crogiolo dei “liberali e riformisti” non vuol dire granché. Serve un “centro di progresso”, secondo la lezione e l’esempio di Sturzo, De Gasperi e Moro. Renzi procede senza un pensiero politico.

Stavolta bisogna riconoscere che la sintesi più chiara l’ha congegnata Renato Manneheimer, uno dei sondagisti più basonati e longevi presenti sul mercato. Ci sono motivi pratici che obbligano Letta a lavorare ad un accordo elettorale ampio, mentre sussistono ragioni strategiche che sostengono il tentativo renziano di costruzione del terzo polo. “Se politicamente Renzi ha ragione – ha dichiarato all’Adnkronos  – da un punto di vista tattico fa bene Letta a prendere più voti che può attraverso un’alleanza alquanto variegata […] La scelta di Renzi è coraggiosa, ma anche molto costretta dai fatti”. 

Ora, l’accordo a sinistra è stato chiuso. In che modo? Letta, Fratoianni e Bonelli si sono limitati essenzialmente a identificare il punto di comune interesse, vale a dire la possibilità di accrescere, stando insieme, le chance di vittoria nei collegi uninominali. Pertanto il progetto politico, delineato nel documento d’intesa tra Letta e Calenda, scompare dai radar della comunicazione di Pd e rosso-Verdi: non si parla di convergenze sulle grandi scelte, ma di un patto minimale, seppur significativo, consistente nella suddetta manovra a scopo elettorale, contro il blocco delle destre. Il richiamo alla “difesa della costituzione” appare circonfuso di nobiltà retorica. Non è detto che possa suscitare una convinta adesione popolare.

Chi appare davvero in difficoltà è Calenda, imprigionato a questo punto in uno schema che vanifica il tentativo di assegnare all’asse lib-lab (Pd-Azione-Più Europa) una nuova centralità nei processi di governo del Paese. Gli eventi delle ultime ore smontano le ambizioni di un riformismo a 24 carati e mettono a dura prova l’autocontrollo del suo più fervido sostenitore. E Calenda, notoriamente, non eccelle nella disciplina dello spirito, amante come pochi di esternazioni lapidarie e turgide reprimende erga omnes. Il suo silenzio, dopo che Letta ha biodegradato il movimentismo dei rosso-verdi, assomiglia a nube carica di pioggia. 

All’opposto, sul versante del terzo polo renziano, nuove opportunità si profilano all’orizzonte. Tutto sta nel vedere quanto la capacità tattica del leader di Italia Viva abbia il respiro giusto per andare oltre gli spiccioli di una propaganda inneggiante al protagonismo dei “liberali e riformisti”. In Italia, grosso modo, sono tanti e forse troppi a fregiarsi di questa generica formula identificativa. C’è qualcuno, a destra o a manca, che non si proclami liberale e non si senta riformista? A questo pozzo non si attinge acqua fresca. Anche Renzi deve piegarsi alla constatazione che il buco nero della politica italiana riporta alla questione di come sia possibile recuperare l’intelaiatura del “centro di progresso”, secondo la lezione e l’esempio di Sturzo, De Gasperi e Moro.

Se si vuole fare sul serio, il terzo polo va concepito e presentato con l’ardore di un pensiero politico.

CENTRO, ORA RENZI ALLARGHI AI CATTOLICI POPOLARI E SOCIALI.

Va messa in campo una iniziativa politica, e forse anche culturale nonchè programmatica, che sia in grado di coinvolgere il più possibile un mondo sociale e politico che da troppi anni è senza una reale e compiuta rappresentanza politica ed istituzionale.

Il cosiddetto “terzo polo” centrista, moderato e riformista può essere la vera novità della prossima campagna elettorale. Una novità che è carica di politica, di cultura politica e, soprattutto, di prospettiva politica. E le note capacità di Matteo Renzi nel condurre le campagne elettorali sono un ulteriore elemento che possono rafforzare le quotazioni di questo luogo politico. Del resto, è indubbio che i due schieramenti principali sono viziati al proprio interno da evidenti e persin plateali contraddizioni politiche. Sul versante del centro sinistra è inutile soffermarsi perchè quando all’interno della stessa alleanza convivono il diavolo e l’acqua santa si tratta di una coalizione unita da un solo collante: la distribuzione del potere interno e, nello specifico, da una profonda avversione, se non addirittura una violenza distruttiva, nei confronti dell’avversario/ nemico. Un nemico da abbattere in nome dell’eterno e mai sopito antifascismo, sovversivismo e via discorrendo. Vabbè, un disco rotto che ormai conosciamo da oltre mezzo secolo.

Il centro destra, come da copione, è invece un conglomerato attraversato da profonde divisioni politiche al proprio interno ma che poi riesce, puntualmente, ad unirsi nei momenti decisivi. Cioè alla vigilia di ogni consultazione elettorale.

Per questo la provocazione di un “terzo polo” può essere una sfida politica avvincente e significativa per smuovere le profonde contraddizioni che caratterizzano i due schieramenti maggioritari. Purchè, e qui c’è il vero elemento che può ulteriormente qualificare questo progetto, ci sia la capacità di coinvolgere anche quei settori, quell’area e quei mondi vitali che si potrebbero riassumere con quattro parole: cattolicesimo popolare e cattolicesimo sociale.

Ecco, adesso va messa in campo una iniziativa politica, e forse anche culturale nonchè programmatica, che sia in grado di coinvolgere il più possibile un mondo sociale e politico che da troppi anni è senza una reale e compiuta rappresentanza politica ed istituzionale. E questo perchè quell’area cosiddetta e sbrigativamente di “centro” che per molti anni è stata decisiva in tutti gli snodi più importanti della nostra vita politica, è coincisa per molto tempo con la storia concreta dei cattolici popolari e dei cattolici sociali. E la vicenda avvincente ma tuttora incerta del “terzo polo” – almeno sino al concreto responso elettorale – non può non tener conto di questo mondo. Non per esigenze di potere o di redistribuzione dei pochi seggi che saranno a disposizione, ma per la semplice ragione che si tratta di un’area politica ed ideale che oggi ha l’opportunità per essere realmente ed autorevolmente rappresentata.

Per questi semplici motivi adesso Renzi e altri esponenti di questo nuovo raggruppamento di centro hanno l’opportunità per svoltare. E cioè, per ridiventare interlocutori di un’area politica che richiede ad alta voce una nuova rappresentanza politica e una nuova forza politica di riferimento. Verrebbe da dire, “se non ora quando”?

L’AVVERSARIO HA ANCHE QUALCOSA DI BUONO?

Bisogna purtroppo constatare la strutturale incapacità di questo ceto politico a celebrare un minimo rito di unificazione civile del paese.

C’è qualcosa di troppo e insieme qualcosa che manca in questa campagna elettorale. Un pieno e un vuoto che si intravedono, tutti e due, già in queste prime battute. Il pieno è il solito repertorio negativo di questi ultimi anni. La polemica, quasi sempre sopra le righe. La disinvoltura con cui vengono confezionate alleanze e candidature. 

I movimenti più erratici che accompagnano e accomunano vecchi volponi e nuovi protagonisti in cerca di gloria (si fa per dire). E ancora, una diffusa e trasversale ritrosia a misurarsi con i problemi più veri e drammatici a cominciare dalle conseguenze della guerra e dal riaccendersi di un’inflazione di giorno in giorno più minacciosa. 

Su tutti questi temi più scomodi si finisce sempre per sorvolare, confidando che la demonizzazione dell’avversario possa compensare la pochezza delle soluzioni che ciascuno si sente di offrire. Ma poi c’è il vuoto, che rende quel troppo pieno ancora più inquietante. 

Ed è la strutturale incapacità di questo ceto politico a celebrare un minimo rito di unificazione civile del paese. Un tema, una questione, un argomento, una qualsiasi cosa su cui i partiti mostrino di concordare. Un riconoscimento che offrano ai loro avversari, una convergenza patriottica che serva a dire che ci sarà un attimo, anche solo un attimo, in cui le forze che si combattono sapranno avvicinarsi per rappresentare almeno un simulacro di unità del Paese. Il primo che riconoscesse qualcosa di buono nel suo avversario sarebbe un candidato da votare subito. Per ora, non se ne vede traccia.

 

Fonte: “La Voce del popolo”, settimanale della diocesi di Brescia.

(L’articolo, apparso il 4 agosto 2022 su “La voce del popolo”, è qui riproposto per gentile concessione)

RENZI, IL SOLDATO RYAN. LA SUA INIZIATIVA VA SALVATA. ORA LE FORZE DI ISPIRAZIONE DC POSSONO RITROVARSI.

Va lanciato un appello alla opinione pubblica affinché comprenda la gravità del momento e non resti estranea  alle vicende nazionali. C’è un generale Marshall capace di riportare a casa Ryan e il suo vessillo? Si tratta di un’esigenza politica di fronte all’offuscamento della dialettica democratica.

Le elezioni politiche del 25 settembre assumono un rilievo più forte del passato soprattutto per le incertezze e le ambiguità di ambedue  le coalizioni. 

La caduta del governo Draghi è apparsa e appare incomprensibile a larghi strati della opinione pubblica, soprattutto per i successi ottenuti. Della sua caduta sono responsabili non solo coloro che ne hanno provocato le dimissioni come i Cinque Stelle, ma anche quelli come Forza Italia e Lega che hanno impedito che la situazione degenerasse approfittandone per calcolo utilitaristico.  

Di fronte ad un bipolarismo forzato dalla legge elettorale occorre che le forze moderate  e centrali del Paese, quelle ancorate ai ceti produttivi e alle professioni ai settori più dinamici della società che guardavano ai successi e alla credibilità interna e internazionale del governo Draghi, abbiano il coraggio di reagire individuando le forze politiche e lo schieramento che possa far ritrovare spazi di agibilità politica fuori dalle compressioni personalistiche. 

Dalla situazione attuale Matteo Renzi si trova nella posizione di essere fuori dagli schemi precostituiti e perciò in una situazione che può diventare forza se saprà aprirsi alle forze che sui territori  chiedono una rappresentanza su basi programmatiche serie e dignitose. 

C’è dunque da salvare il soldato Ryan (Renzi) attraverso una patto di convergenza come quello di De Gasperi nel 1923 dopo la introduzione della Legge Acerbo (aveva fatto parte della commissione dei 18) tra le forze che hanno a cuore la Costituzione, l’europeismo, l’atlantismo e non una velleitaria visione d’Europa terzomondista. 

In un tale patto di concentrazione le forze di ispirazione democristiana possono ritrovarsi e convergere ove le disponibilità al confronto superino gli egoismi, ove i programmi siano più forti della distribuzione dei collegi. 

C’è da fare appello alla opinione pubblica affinché comprenda la gravità del momento e non resti estranea  alle vicende nazionali. 

C’è da salvare il soldato Ryan, come nel film capolavoro di Steven Spielberg, dopo la estinzione dei piccoli partiti che avevano tentato, in passato, di difendere l’idea democristiana. C’è un generale Marshall capace di riportare a casa Ryan e il suo vessillo? ‘Salvare il soldato Ryan‘ diventa un’esigenza politica di fronte all’offuscamento della dialettica politica che l’artificio elettorale determina.

UNA LEGISLATURA NATA MALE CI REGALA L’ULTIMO STADIO DEL TRASFORMISMO POLITICO.

A questo punto, dice l’autore, occorre “un voto di netta scelta euro atlantica, coerente con le grandi decisioni di politica estera assunte dall’Italia con la DC di De Gasperi”.

Una legislatura caratterizzata dal più alto numero di voltagabbana (304 cambi di casacca per 214 parlamentari) è stata dominata dal trasformismo politico, conseguenza anche di una legge elettorale indecente, senza preferenze e alla mercé di partiti personali impegnati a selezionare dei “nominati” disponibili a ogni avventura. Nella formazione delle liste tuttora in corso, il trasformismo politico sta raggiungendo il suo ultimo stadio, grazie proprio al permanere di una legge elettorale, il rosatellum, che favorisce la conservazione di un falso sistema bipolare, con l’aggiunta di una regola per la presentazione delle liste che concede un potere di compravendita efficace ai detentori di un simbolo già presente tra i parlamentari uscenti; unica strada per evitare la difficile raccolta delle firme in tempi così brevi.

La mancata approvazione di una legge elettorale proporzionale con sbarramento, preferenze e istituto della sfiducia costruttiva, in sintesi, il sistema proporzionale alla tedesca, ha garantito ai maggiori partiti dei due poli, PD e FdI, un potere attrattivo privilegiato alimentando uno scontro bipolare sinistra-destra che, impedisce la nascita di quel centro democratico, popolare, liberale e riformista, euro atlantico che avevamo sperato di vedere realizzato. Assistiamo, invece, all’affannosa rincorsa finale di un posto sicuro, a destra e a manca, dopo che “il principe dei capitani di ventura” della politica italiana, Calenda, ha sparigliato le carte, forte di una presunta capacità d’ interdizione, imponendo al giovane Letta la rinuncia al 30% dei seggi uninominali disponibili. In tal modo, al campo largo, obiettivo originario del PD, sta nascendo un campo variegato mentre si pronunciano fatwe e pregiudiziali insensate che non porteranno fortuna elettorale. 

Abbiamo sempre sostenuto che una legge in larga parte maggioritaria come il rosatellum, avrebbe tripartito la nostra area politica e culturale di riferimento; l’area cattolico democratica e cristiano sociale che, di fronte allo scontro forzato bipolare PD e coalizione di destra, rischia la tripartizione del voto: a destra, a sinistra, o rifugio nell’astensione. Sono riemerse le vecchie distinzioni del tempo ruiniano tra teodem e teocom, le desuete categorie di fascismo e antifascismo, mentre permane la diaspora suicida post democristiana della lunga “demodissea” del trentennio 1993-2022.

Avevamo sperato che in queste ultime ore un barlume di lucidità potesse ricomporre l’unità elettorale tra Mastella, Tabacci e Renzi, ma, alla fine, siglato il patto PD-Calenda, anche questa ultima speranza sembra svanire. La scelta infelice di Mastella di personalizzare il suo nuovo partito, fa pendant con quella suicida dell’amico Tabacci di investire pressoché tutto sul giovane Di Maio, sino a intestargli la lista di Impegno civico. Una proposta durata lo spazio di un mattino se, dopo l’offerta di un collegio uninominale sicuro dal PD a Di Maio, anche quella lista è diventata obsoleta. La più grande amarezza, infine, resta quella della riconfermata impotenza della DC guidata da Renato Grassi, l’unica legittimata nel percorso seguito dalla sentenza della Cassazione che ha sancito come la DC storica non sia mai stata giuridicamente sciolta, che, tuttavia, non è riuscita nel progetto di ricomposizione politica di ciò che rimaneva di quella storia. Una “rimanenza” che si è andata vieppiù frantumando in tanti rivoli senza progetto e senza speranza. 

La mancanza del simbolo, ancora una volta utilizzato dal trio Cesa-De Poli-Binetti, quale rendita di posizione elettorale personale, messo al servizio della destra del trio Meloni-Salvini-Berlusconi, e l’assenza di amici eletti nel Parlamento, hanno reso oggettivamente difficile l’azione pre elettorale di Grassi, nonostante la direzione nazionale del partito avesse assunto nel merito una posizione netta e politicamente gestibile. Serviva più disponibilità anche dalle altre componenti citate, ma, alla fine, questa non c’è stata, preoccupati tutti, innanzi tutto del proprio “particulare”.

Ho conosciuto, in questi giorni, diversi gruppi e associazioni di area cattolica e democratico cristiana, che, hanno espresso e sostengono di votare a destra, sottovalutando le conseguenze di questa scelta. Impossibilitati a condividere le scelte in materia di diritti civili fatte dal PD, talune nettamente contrarie ai valori negoziabili di noi cattolici, questi amici, ritengono di essere più tutelati sul piano dei valori da una destra che, di quei valori, è molto spesso una predicatrice astratta rispetto ai comportamenti reali praticati dai singoli esponenti. 

È assente o, quanto meno è sottovalutato, il giudizio su ciò che sta accadendo in Europa e nel mondo, dove Russia e Cina stanno tentando di modificare gli equilibri geopolitici di Yalta, puntando a dividere l’Unione europea e la NATO, anche con l’aiuto di politici presenti nell’area della destra italiana. Chiedevamo un voto di netta scelta euro atlantica, coerente con le grandi decisioni di politica estera assunte dall’Italia con la DC di De Gasperi, e a sostegno dell’Agenda Draghi. Ultima speranza la lista di Tabacci miseramente fallita e adesso, che il Signore ci assista!

L’ULTIMO VIAGGIO DI LORENZO. I SETTE CHILOMETRI PERCORSI DAL SANTO NELL’AGOSTO DEL 258 PRIMA DEL TRAGICO EPILOGO.

Nella Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura, ogni 10 agosto, Roma celebra la festa di un cristiano la cui «virtù fu vittoriosa», come sottolinea Agostino.

Paolo Mattei

Sette chilometri. Questa più o meno la lunghezza del percorso che, secondo la tradizione, Lorenzo seguì nei primi giorni di agosto del 258, quando attraversò Roma per andare incontro al suo destino. Tra le Catacombe di San Callisto, dove fu arrestato, e il colle Viminale, dove fu giustiziato in odium fidei, la città custodisce le tracce dell’ultimo viaggio del santo diacono, un itinerario punteggiato da varie chiese che ne fanno memoria (e che nel Medio Evo erano più di trenta).

 

Scendendo per via Urbana, da Santa Maria Maggiore verso piazza della Suburra, nel silenzio di San Lorenzo in Fonte, chiesetta anonimamente incastonata fra le case che fiancheggiano la strada, si conservano gli spazi angusti della prigionia del giovane cui papa Sisto II aveva affidato il servizio dell’assistenza ai poveri di Roma. Nelle pareti dell’unica piccola navata ci sono due porte: sull’architrave di quella di sinistra, l’iscrizione «Aditus ad carcerem et fontem S. Laurent[ii]» indica l’ingresso all’ipogeo in cui il diacono, utilizzando una sorgente d’acqua tuttora viva — e purtroppo da anni inaccessibile per motivi di sicurezza — battezzò non solo il compagno di prigionia Lucillo, ma pure il carceriere, il centurione Ippolito, anche lui martire e contitolare dell’edificio sacro. Sull’altra porta, nella parete destra, l’epigrafe recita «Thesauros Ecclesiae dedit pauperibus», espressione tratta dall’antica antifona del Magnificat nei Vespri della festa del santo. Ed era proprio a motivo di quel gesto — distribuire tra i poveri i tesori della Chiesa — che Lorenzo si trovava incarcerato.

 

Un gesto definito da Ambrogio, nell’inno Apostolorum supparem, “dolus”, cioè “inganno”, beffa ordita ai danni dell’imperatore Valeriano, che, emesso il giudizio di condanna a morte nel Foro, nel luogo in cui ora troneggia alta su un podio la chiesa di San Lorenzo in Miranda, aveva intimato al santo “levita” (come lo definì Prudenzio) di consegnargli, prima dell’esecuzione, i beni ecclesiastici. Mai avrebbe immaginato di trovarsi davanti, qualche giorno dopo, una folla di indigenti, tra i quali l’“archidiaconus” aveva spartito denaro e cibo a seconda delle necessità di ognuno di loro: «Hi sunt opes ecclesiae», eccoli, i tesori della Chiesa. L’episodio si consumò, secondo vari racconti, sul colle Celio, nei pressi dell’attuale Basilica di Santa Maria in Domnica (la parete absidale della quale è decorata da affreschi seicenteschi dedicati alla vita del martire).

 

Così Lorenzo, dalla prigione della Suburra, fu trasferito duecento metri a nord, sulle pendici del Viminale, per subire l’estremo supplizio del fuoco nello spazio in cui ora si trova, sopraelevata sul piano stradale e circondata da un borghetto medievale, San Lorenzo in Panisperna, sull’omonima via. Sulla parete di fondo della bella chiesa — nella cui cripta sta il forno tradizionalmente riconosciuto come quello in cui il diacono fu giustiziato — si staglia un grandioso affresco manierista d’ispirazione michelangiolesca (il dipinto murale di più grandi dimensioni a Roma dopo il Giudizio Universale della Sistina) realizzato dal marchigiano Pasquale Cati a fine Cinquecento e raffigurante il Martirio di san Lorenzo.

 

In questo luogo la tradizione individua la fine della vicenda terrena dell’«arcidiacono pari quasi agli Apostoli […], onorato di un’eguale corona dall’identica fede romana», come recita il citato inno ambrosiano. Le spoglie del giovane uomo — effigiato quasi sempre con lo strumento del supplizio, la celebre graticola i cui resti sono conservati in San Lorenzo in Lucina, nel rione Colonna — furono trasferite nell’Ager Veranus, sulla via Tiburtina, dove riposano da quasi milleottocento anni. Oggi sono custodite, accanto a quelle di santo Stefano, nella Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura. Qui ogni 10 agosto Roma celebra la festa di un cristiano la cui «virtù fu vittoriosa», come sottolinea Agostino, solo perché «la carità non era simulata», ma dono di «Colui che la infonde nei nostri cuori e che ci dà la vera virtù».

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 5 agosto 2022.

(Articolo qui riproposto per gentile concessione)

IL NUOVO CENTRO SINISTRA ESIGE L’INTESA TRA LETTA CALENDA E RENZI. DIFFICILE, QUASI IMPOSSIBILE. EPPURE…

Qual è l’alternativa, consegnare il drappello dei renziani all’ardua prova dell’isolamento? È un discorso che sa tanto di ripicca, non di lungimiranza e serietà. Invece il Paese ha bisogno di riconoscersi in un progetto serio. 

Dopo l’incontro con Letta, l’accoppiata Fratoianni-Bonelli lascia aperta la strada dell’accordo. Il nodo sarà sciolto nelle prossime ore, al massimo tra due giorni. Tutto lascia intendere però che l’alleanza guidata dal Pd si accinge a gestire l’ingresso della componente rosso-verde. Resta da vedere fino a che punto Calenda accetti di coprire l’operazione di allargamento a sinistra, con evidenti ripercussioni dirette o indirette sul profilo programmatico e politico della coalizione.     

I dubbi sulla validità di questa scelta sono molti. Il rischio è che la somma algebrica dei voti provenienti dalle posizioni più divaricate sia più bassa del previsto. Non si darebbe l’idea di un vero “fronte repubblicano” giacché questo, per essere credibile, dovrebbe avere confini ancora più larghi, coinvolgendo anche Renzi. A tale riguardo, come si sa, le resistenze sono ancora forti, se non decisamente insuperabili. Semmai riecheggia qua e là, nonostante tutto, l’auspicio di un recupero in extremis del M5S. Anche nel Pd, sotto traccia, opera questa suggestione.

Tuttavia, con un po’ di coraggio, Letta dovrebbe accontonare la trattativa con i rosso-verdi – basterebbe limitarsi a constatare l’incongruità di un accordo proprio con gli avversari dell’Agenda Draghi – e lanciare un appello a Italia Viva. È un’ipotesi difficile da gestire, essendo palese l’accumulo di rancori e diffidenze tra le parti, ma niente affatto peregrina. Anzi, avrebbe dalla sua il valore di un innesco positivo in funzione della più limpida e coerente rielaborazione della politica di centro sinistra. Significherebbe, in altri termini, il varo di una proposta capace di mobilitare l’elettorato più sensibile alle ragioni di un riformismo ‘senza se e senza ma’, la cui cifra identificativa appartiene alla stessa formazione originaria del Pd.

Anche Calenda è chiamato a farsi carico di un gesto di responsabilità. Può scegliere di blindare per avarizia il patto con Letta o viceversa, con la giusta dose di generosità, aiutare Letta a rafforzare strategicamente il carattere riformista della nascente coalizione. Qual è l’alternativa, consegnare il drappello dei renziani all’ardua prova dell’isolamento? È un discorso che sa tanto di ripicca, non di lungimirante predisposizione a un rilancio in grande stile della politica di modernizzazione del Paese. C’è in fondo l’esigenza di riaggregare un elettorato che sconfina razionalmente nell’astensionismo a causa di questa dispersione di energie e, per meglio dire, a seguito di questa riluttanza a fare sul serio.  

Invece è la serietà a volteggiare come monito e speranza sul capo degli italiani, nello scenario di una campagna elettorale che si annuncia particolarmente impegnativa e severa.  

SERBIA E KOSOVO AI FERRI CORTI. UNA NUOVA POSSIBILE CRISI NEL CUORE DELL’EUROPA.

“La Serbia – dice l’aurore- non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo (del resto proclamata unilateralmente nel 2008), che viene pertanto reclamato tuttora come proprio territorio. Non per caso, né Mosca né Pechino hanno mai riconosciuto la repubblica kosovara ed è adesso per loro assai facile e redditizio soffiare sul fuoco del latente e mai sopito nazionalismo serbo. E accennare ad analogie col Donbass potrà aiutare allo scopo”.

Una nuova nube scura si addensa sull’Europa. È sopra i Balcani, area geografica da sempre travagliata e ricca di tensioni a volte tramutatesi in scontri armati devastanti. Ovviamente concentrati sulla guerra in Ucraina ce ne siamo accorti solo pochi giorni fa, come effetto della “guerra delle targhe” fra Serbia e Kosovo. In breve, Belgrado non accetta sul suo territorio veicoli con targa kosovara. Misura che ora adotterà anche Pristina (per alleviare la tensione immediatamente creatasi alla frontiera, il provvedimento è stato posticipato di un mese): gli automezzi serbi che entreranno in Kosovo dovranno essere muniti di una specifica documentazione, valevole tre mesi, fornita dalle autorità kosovare.  Potrebbe sembrare un gioco di ripicche e punzecchiature reciproche se non fosse per lo scenario complessivo, tutt’altro che sereno.

Il Kosovo confina a sud con la Macedonia del Nord, a ovest con l’Albania e il Montenegro, a nord e a est con la Serbia. La zona settentrionale del paese è abitata da una popolazione in maggioranza serba. Che Belgrado vuole tutelare in quanto – a suo dire – discriminata dalle autorità kosovare. Speriamo un giorno di non dover imparare i nomi dei comuni di quest’area geografica, perché le similitudini col Donbass sono invero diverse. Inclusa qualche voce ipernazionalista serba che invoca una futura “denazificazione” di quelle aree e più in generale dell’intero Kosovo. Lo stesso presidente serbo Aleksandr Vucic è apparso in un video mostrando una t-shirt con stampigliata una mappa del Kosovo sormontata da una bandiera della Serbia, con ciò certamente non contribuendo ad un calo della tensione già alta di suo. Della quale non ha mancato di approfittare l’ineffabile Maria Zakharova (l’ormai celebre portavoce del Ministero degli Esteri russo), pronta ad accusare il governo di Pristina di voler attuare “regole discriminatorie e infondate” nei confronti della comunità serba del Paese.

La situazione non è ancora fuori controllo, ma è alquanto insidiosa. La Serbia non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo (del resto proclamata unilateralmente nel 2008), che viene pertanto reclamato tuttora come proprio territorio. Non per caso, né Mosca né Pechino hanno mai riconosciuto la repubblica kosovara ed è adesso per loro assai facile e redditizio soffiare sul fuoco del latente e mai sopito nazionalismo serbo. E accennare ad analogie col Donbass potrà aiutare allo scopo.

Ecco perché l’Unione Europea, oggi assorbita dall’emergenza ucraina, dovrebbe porre più attenzione a tutta la questione balcanica. Un’area oggetto di un’attenzione insistita sia da parte cinese (quale transito verso nord delle merci che arrivano al porto del Pireo seguendo la rotta dellanuova Belt & Road marittima) sia da parte russa, essendo Mosca volta a recuperare consenso e simpatie anche identitarie (la cultura slava, la religione ortodossa) nella stessa Serbia, ma anche in Bosnia dove il capo della comunità serba, Milorad Dodik, sta sempre più frequentemente parlando della futura secessione della componente serba del Paese.

Il rischio di un incendio improvviso esiste. Purtroppo. Ma realisticamente bisogna considerare questa prospettiva. Ecco perché è importante parlarne ora, prima che sia troppo tardi.  

CANDIDATURE, PROGRAMMI, ALLEANZE: UNO ‘SPETTACOLO’ CHE ACCRESCE IL DISTACCO DELLA PUBBLICA OPINIONE.

Una campagna elettorale cominciata male. Siamo costretti a votare chi ci viene imposto dall’alto. L’astensionismo è un segnale allertato da tempo e tutti vorrebbero pescare in quel grande buco nero delle delusioni e dell’imbarazzo, della nausea e dell’indifferenza. Ciò che urta di più – almeno a me accade questo – è la concezione proprietaria della politica.

Da quando portavo i calzoni corti sento ad ogni elezione il solito refrain: “Questa volta votare è decisivo”. In Italia la politica ama il voto, adora i sondaggi, altre volte li teme, gioca a rimpiattino con le promesse elettorali, spesso mente sapendo di mentire, più che quietarsi a fare leggi buone ed utili ama il litigio, lo sconquasso, gli effetti speciali. Anche in questa occasione, dopo aver cacciato un Presidente che non rimpiazzeremo mai più, ora tutti si accaniscono nei soliti rituali e nelle liturgie che portano al voto.

Una campagna elettorale cominciata male, nella concitazione dei tempi brevi in cui bisogna decidere le candidature e le alleanze, in cui fioriscono nuovi simboli – rigorosamente con il nome del padre-padrino-proprietario. Stiamo vedendo di tutto e di più. Come in una pista di go-kart i politici cercano su un terreno scivoloso la migliore collocazione: chi se ne va sbattendo la porta può avere la dignità di non ricandidarsi, oppure non lo fa temendo di diventare un trombato eccellente, o ancora cambia casacca, gruppo, persino idee pur di essere riconfermato. Io credo che se il partito di prima ti andava stretto, oppure ti senti tradito non ne cerchi uno nuovo: rischi di correre fianco a fianco con chi hai combattuto per anni, persino di smentire te stesso. 

Ma possibile che si contino sulle dita di una mano coloro che ammettono: ho fatto la mia parte, cose giuste e cose sbagliate, come è umano che sia, ora passo la mano, magari per la legge dei grandi numeri esiste qualcuno migliore di me? Non c’entrano le conversioni, bisognerebbe avere il coraggio di dire che nessuno è indispensabile. Dopo una figura così vergognosa da suscitare reazioni in tutte le cancellerie e le redazioni dei quotidiani più prestigiosi del mondo, questa era l’occasione buona per rinnovare davvero. Prevale invece il gioco della coperta corta da tirare di qua e di là: pochi rinunciano e fanno testo solo per gli archivi parlamentari o le segreterie dei partiti.

In qualche mese abbiamo assistito a metamorfosi politiche da “Guerre stellari”, tutti devono portarsi sulla linea di partenza, non c’è spazio né per il merito certificato né per il nuovo: siamo costretti a votare chi ci viene imposto dall’alto. Osserviamo signori e signore posizionarsi per i selfie con i nuovi capi partito, e a sorbirci le solite manfrine: frasi fatte, parole che conosciamo a memoria, tutti vogliono mettersi al riparo di una candidatura sicura. Campo largo, progressista, area dei liberali o dei conservatori: tutti rivendicano diritti, non ho sentito pronunciare una volta sola la parola “doveri”. L’astensionismo è un segnale allertato da tempo e tutti vorrebbero pescare in quel grande buco nero delle delusioni e dell’imbarazzo, della nausea e dell’indifferenza. Un gioco provato altre volte ma il trend dei votanti segna sempre una deriva al ribasso.

Ciò che urta di più –almeno a me accade questo- è la concezione proprietaria della politica. Girare nei mercati a distribuire santini non è attenzione ai bisogni della gente, fare i selfie dopo i comizi è come dire “caro amico, caro compagnaccio, mi ricorderò di te, se mi riporti questa foto ne riparleremo”.

Ho ascoltato commentatori autorevoli come Mieli, Franco, Rampini esprimere una malcelata indignazione per il modus operandi dei leader e dei loro fedeli vassalli, valvassori e valvassini. Tutti pronti ad azzannare l’osso da portare a casa: tante paghe per il lesso diceva Manzoni e aveva capito tutto.

C’è chi tira a polarizzare verso un neo bipolarismo (già ampiamente fallito) chi invece rincorre il sogno del centro come luogo di moderazione e mediazione. Ho letto centinaia di articoli che teorizzavano un centro nuovo, popolare, che partisse dal basso ed ora si trovano smentiti e spiazzati dai giochi di palazzo. In una società composita e conflittuale è difficile trovare radicamenti mediani: ci si può provare in parlamento in modo tale che chi è già seduto sugli scranni trovi un posizionamento corretto. Contano molto anche le sfumature: noi non siamo democratici o repubblicani, labour o tory, si passa tutto l’arco parlamentare da una parte all’altra e si trovano gruppi e formazioni di ogni congerie, differenziati da sfumature impercettibili che non riusciamo a superare. Colpa della personalizzazione della politica: provi qualcuno della società civile, fosse anche il più colto, retto e onesto dei cittadini a farsi avanti. Tutto è blindato, appannaggio di chi ha maturato una legislatura o ci sa fare nei maneggi di mediocre cabotaggio morale.

Difficile dunque, pur di fronte ad una composizione variegata dell’emiciclo, trovare il partito o l’alleanza adatti. C’è sempre un neo, una virgola, un preambolo, un accidente che rende molti indecisi fino all’ultimo. Mentre scrivo queste poche righe mi giunge notizia che il Parlamento ha approvato il Decreto aiuti: ci sono molti oboli ma non una riga, non una parola per i lavoratori fragili. Il Governo li lascia senza tutele, magari il tema sarà oggetto di campagna elettorale, intanto chi ha un tumore o è immunodepresso non può ammalarsi o chiedere lo smart working. Cari politici è su queste cose che si gioca la vostra credibilità, non sulle promesse o sulle parole. Da questo punto di vista siete tutti uguali. Adesso vi interessa la poltrona, chi vivrà vedrà. Che vergogna, anzi che indegno squallore.

NON SOLO CALENDA, ANCHE RENZI NEL FRONTE REPUBBLICANO. IL CENTRO…AGLI EX RADICALI? UNA LESIONE PER I POPOLARI.

Bisogna vincere l’ultimo ostracismo sulla via di un “fronte repubblicano” quanto mai aperto, altrimenti si finisce per mettere in mano a Renzi, spinto a giocare la carta del “terzo polo”, l’occasione per acciuffare la rappresentanza di una cultura politica – quella popolare – che vive oltre la dimensione di una sua autonoma dimensione di partito. E il Pd senza l’anima del popolarismo cosa diventa?  

La potenza di fuoco delle destre non consente alcuna distrazione: essere realisti significa disporsi a ricercare a tutti i costi l’unità dei riformisti, allargando il centro sinistra. Va bene, dunque, l’accordo siglato da Pd, Azione e +Europa. Come sempre, i singoli dettagli possono anche far discutere, ed è giusto che sia così; ma il disegno nel suo insieme rispecchia un’esigenza fondata e indica una prospettiva, quella della più robusta competitività sul terreno elettorale, che le divisioni non potrebbero garantire.  

Questa è la premessa, certamente lusinghiera. Non è un dettaglio, tuttavia, il potenziale fattore di emarginazione dell’area popolare. A Calenda si delega un compito che vedeva, all’origine dell’Ulivo, esaltata la funzione del Ppi. Oggi il centro viene consegnato nelle mani degli ex radicali e Dalla Vedova ne rivendica persino l’esclusività nell’ottica della distinzione dal Pd. Si tratta di una modificazione genetica dell’alleanza tra centro e sinistra, di cui proprio il Pd doveva e deve rappresentare l’emblema più significativo. Chi ha vissuto quell’esperienza – dal Ppi alla Margherita, e poi dalla Margherita al Pd –  può raccontare con orgoglio la “resistenza”, in nome degli ideali presenti nella tradizione democratica cristiana, alla tumultuosa e ambigua insorgenza del berlusconismo. 

Per certi versi, i popolari furono più intransigenti dei post-comunisti; lo furono, ad esempio nella difesa della Costituzione, con l’alta testimonianza di Dossetti; più intransigenti, insomma, per un lascito di coerenza che rendeva più limpida ed autentica la lezione del “riformismo cattolico” rispetto all’implicito e quindi poco leggibile  il “riformismo di fatto” che si è voluto riconoscere all’interno della tradizione comunista italiano. A fondamento del Pd non c’era la cancellazione del passato, ma il suo possibile superamento, andando oltre, come si diceva, le fratture e gli errori del Novecento. Era e rimane il paradigma di un’autentica rigenerazione della politica riformatrice, avente come motore insostituibile il cattolicesimo sociale e democratico. 

E adesso, che succede? 

Può essere Calenda – lui che rilancia nei discorsi la cultura liberal-socialista dei vecchi azionisti – l’interprete del popolarismo, magari con l’improvvisa scoperta di quel popolarismo europeo (imperniato sui tedeschi della Cdu-Csu) che la stessa Dc italiana considerava prigioniero di un cliché di rigido anticomunismo? Il Ppi ne fuoriuscì quando si volle accogliere la richiesta di adesione al Ppe da parte di Forza Italia. Bisogna avere memoria di tutto ciò per evitare sgradevoli funambolismi. Non è pertanto questo il discorso che possa corrispondere alla battaglia condotta dai popolari in una fase cruciale della nostra vita democratica. E non lo è anche perché, se non si vince l’ultimo ostracismo sulla via di un “fronte repubblicano” quanto mai aperto, si finisce per mettere in mano a Renzi, spinto a giocare la carta del “terzo polo”, l’occasione per acciuffare la rappresentanza di una cultura politica che vive oltre la dimensione di una sua autonoma dimensione di partito.

Se così fosse, e certamente questo dipende in gran parte da Renzi, ovvero dalla sua capacità di farsi portabandiera di una storia, crollerebbe un pilastro del Pd. Illudersi che le biografie personali siano comunque una barriera di fronte alla percezione degli eventi, sicché l’ex democristiano Letta dovrebbe rassicurare sulla bontà di un’operazione implicante l’eclisse del cattolicesimo democratico, è segno di scarsa avvedutezza. Ci sono ragioni che giustificano il contrasto, essendo la polemica sul renzismo ancora forte, ma la politica non può soggiacere allo spirito di revanscismo. Siamo al cospetto di scelte decisive, con questo “dettaglio” che nasconde, dentro una campagna elettorale che già furoreggia, il dilemma attorno alla sopravvivenza del popolarismo nella configurazione della politica dei riformisti, e segnatamente del Pd.

ADDIO A MADRE SUOR FORTUNATA ANGELINO NIPOTE DI GIORGIO LA PIRA

Ha raggiunto la casa del Padre madre suor Fortunata Maria Angelino, nipote del Professore e figlia della sorella Giuseppina.

La Fondazione La Pira ha ricordato la sorella con le parole che le rivolse La Pira in una lettera dell’8 novembre 1952, pochi giorni dopo il suo ingresso nel monastero di Montevergine a Messina, del quale è stata più volte abbadessa e vicaria.

“La dolce fiamma dello Spirito Santo arderà sempre nell’anima tua a Cristo unita: il lavorio intimo di illuminazione e di deificazione dell’anima ti darà sempre più il gusto delle cose eterne e sentirai sempre più la verità della parola del Signore: unum est necessarium: stare con il Signore come la lampada sempre accesa, come la luce sempre viva”.

LETTA E CALENDA INSIEME. BASTA? NO, MANCA RENZI: SE ATTINGE AL POPOLARISMO PUÒ COPRIRE UN VUOTO POLITICO.

La chiusura a Italia Viva non giova alla coalizione (il cosiddetto “fronte repubblicano”) perché di fatto indebolisce l’appello all’elettorato “di mezzo”. C’è un vuoto di rappresentanza. A Renzi non fa difetto l’intuito di ciò che manca all’appello della politica: se alza la bandiera del popolarismo – risciacquato in Arno e quindi abilitato a linguaggio di modernità – il renzismo risorge a nuova vita.

L’accordo di ieri tra Letta e Calenda, a grandi linee  previsto su questo nostro blog, rafforza lo schieramento alternativo alle destre. Certo, è una buona notizia. Tuttavia non basta a definire una strategia compiuta, se manca l’aggancio con l’odiato Renzi. Resta sempre da capire, infatti, se l’intento dichiarato di mettere a terra il cosiddetto “fronte repubblicano” debba trasformarsi nel paonante impulso a rimarcare un’assenza di empatia, come se la politica fosse il regno di emozioni e pregiudizi, non il luogo di necessaria, costante prova di realismo e buon senso. È chiaro che lasciare fuori quadro Italia Viva non giova alla coalizione perché di fatto indebolisce l’appello all’elettorato “di mezzo”, pronto a ripiegare a destra ogniqualvolta la sinistra sbaglia tono e misura nel porgere la sua proposta di governo.

Non tutto fila liscio. Fratoianni e Bonelli si sentono stretti nell’asse liberal-laburista, mentre Di Maio fatica a nascondere il disagio per un’operazione che lo relega ai margini. A tarda sera un laconico “vedremo il da farsi” fa intuire la difficoltà che incontra, specialmente con i suoi, il titolare della Farnesina. Sono scosse di assestamento? Può anche darsi. C’è però da registrare che l’omogeneità dell’alleanza stenta a manifestarsi, considerando che proprio Fratoianni ancora ieri ha votato contro l’allargamento della Nato a Finlandia e Svezia. Non si tratta di bazzecole, ma di scelte che vanno a scontrarsi con l’euroatlantismo finanche muscolare del neonato “tripartito” (+Europa-Azione-Pd).

È importante, inoltre, la lettura che Benedetto Della Vedova (+Europa) ha dato dell’accordo: “…ci abbiamo lavorato molto perché volevamo fare un patto elettorale nella chiarezza tra forze distinte. Questo non è un centrosinistra. È un centro e sinistra, e noi siamo il centro europeista, riformatore, liberaldemocratico di questo patto elettorale”. Un patto che “darà risultati molto positivi” – ha aggiunto il segretario di +Europa –  riaprendo “la partita soprattutto nei collegi uninominali: siamo forze distinte che corrono insieme”. Dunque un patto che fa del centro un soggetto autonomo e del trattino (o “trattone”, per Mastella) del “centro-sinistra” un qualcosa di ancora più netto. Anni di polemiche finiscono pertanto nel cestino della carta straccia senza neppure un annuncio di reazione dei teorici del “centrosinistra” – tutto attaccato – le cui insistenze, evidentemente, miravano nel passato a destrutturare la presenza originale dei Popolari. 

Il punto dolente è anche questo. È vero che Letta incassa l’adesione dell’area liberal-liberista, lasciando che s’intesti proprio essa la titolarità del centro, ma in questo modo colloca implicitamente tra parentesi la tradizione del centro di matrice cattolico democratica e popolare (di cui la Dc è stata la magniloquente incarnazione nella storia del nostro secondo Novecento). Allora, cosa potrebbe accadere se questa mortificazione dovesse condurre a un contraccolpo, generando un bisogno di nuova rappresentanza politica? È qui che rimonta, nel caso, l’iniziativa di un Renzi messo alla porta senza riguardi, con il presupposto di vederlo spegnersi in uno spazio angusto di testimonianza, stretto nella tenaglia del bipolarismo. Forse si fanno i conti senza l’oste. All’ex rottamatore non fa difetto l’intuito di ciò che manca all’appello della politica: se alza la bandiera del popolarismo – risciacquato in Arno e quindi abilitato a linguaggio di modernità – il renzismo risorge a nuova vita.

In definitiva, non bisogna procedere a occhi chiusi. Le sorprese covano nell’alveo di una società alla ricerca spasmodica di ancoraggi e riferimenti, anche morali. Qualcuno al Nazareno dovrebbe esaminare con più freddezza le dinamiche che scuotono sotto traccia la campagna elettorale.

IL CENTRO PUÒ RIPARTIRE. MARTINAZZOLI NEL 1994 EBBE CORAGGIO E NON FU CAPITO. OGGI SERVE UNA NUOVA SCOSSA.

“Certo, le stagioni storiche sono profondamente diverse tra di loro – dice Merlo – ma un Centro che si presenta di fronte agli elettori in modo autonomo può riscuotere un consenso politico e culturale sino ad oggi impensabile. Un Centro che ha il coraggio di denunciare le contraddizioni che attraversano le due coalizioni maggioritarie che si presenteranno di fronte agli elettori il 25 settembre”.

Ora può decollare, finalmente, Il Centro. E, accanto al Centro, può prenderne il largo anche una politica di centro. Dopo l’alleanza tra Calenda e Letta – una alleanza che si basa innanzitutto sulla spartizione di collegi uninominali e di posti nel proporzionale, come da copione – il cammino politico del Centro può iniziare. Si tratta di una corsa indubbiamente non semplice ma carica di politica, di cultura politica e anche, e soprattutto, di contenuti politici. Certo, non sempre in politica si corre per il solo potere. Del resto, ce lo hanno insegnato i nostri maestri del passato quando ci ricordavano che le idee e i valori non possono essere sistematicamente sacrificati sull’altare del potere e dei suoi compromessi. E la conseguente riaffermazione di una posizione politica forte ed intransigente a volte confligge con la ricerca del potere e la sola occupazione dei fatidici “posti”.

Ora, il polo che si dovrebbe presentare alle ormai prossime elezioni politiche e che si può tranquillamente definire come il Centro, assomiglia molto a ciò che fece Mino Martinazzoli nel lontano 1994. Certo, le stagioni storiche sono profondamente diverse tra di loro ma un Centro che si presenta di fronte agli elettori in modo autonomo può riscuotere un consenso politico e culturale sino ad oggi impensabile. Un Centro che ha il coraggio di denunciare le contraddizioni che attraversano le due coalizioni maggioritarie che si presenteranno di fronte agli elettori il 25 settembre. E cioè, due coalizioni armate l’una contro l’altra e tese a delegittimare l’avversario/ nemico senza battere ciglio. È appena sufficiente registrare ciò che sta capitando in questi giorni per rendersene conto in modo persin troppo palese. Due coalizioni raccogliticce e politicamente divise al proprio interno ma unite solo e soltanto dalla voglia di distruggere il nemico prima e di conquistare il potere poi. Forse la presenza di una posizione terza può, finalmente, inserire nella dialettica politica italiana una proposta di governo credibile e seria accompagnata da una cultura politica che non si rifugia solo nella dimensione del potere e della sua occupazione selvaggia.

E poi c’è un secondo elemento, altrettanto importante che non si può trascurare. E cioè, una posizione di Centro seria e credibile può incrociare le attese, le domande e le istanze di un mondo culturale e politico che da molto tempo è senza rappresentanza politica, organizzativa ed istituzionale. Mi riferisco a quel mondo cattolico popolare e cattolico sociale che apparentemente oggi è ai margini ma che, invece, è presente e attivo nella società italiana. Semplicemente non si riconosce nella politica contemporanea perché non c’è una proposta adeguata e pertinente.

Ecco, un progetto di Centro che sappia dispiegare una politica di centro e un programma di governo serio può incrociare e rappresentare larghi settori di questi mondi vitali. Che, lo ripeto, esistono massicciamente nei gangli vitali della società italiana.

Ecco perchè è bene che ritorni il Centro. Non per una logica di potere ma per una necessità politica, culturale, programmatica e forse anche etica. Era ora.

LA FAMIGLIA COME LUOGO DI COMUNICAZIONE

La famiglia è spesso invocata come baluardo estremo per la difesa dei valori che reggono la convivenza civile ma sovente si ha l’impressione che sia combattuta ed osteggiata anziché aiutata. Eppure dovrebbe essere il luogo della gratuità e della sincerità delle relazioni affettive. Il punto di partenza e di ritorno di una relazione basata sulla comunicazione e sulla prevalenza dei sentimenti.

Riusciamo ancora a relazionarci in modo autentico, a intenderci e farci capire? Nelle nostre comunicazioni le immagini prevalgono sul dialogo, l’immediatezza sulla riflessione: il messaggio mediatico non è il prolungamento della parola nel mondo ma la sua negazione. Il paradosso odierno consiste nell’accertare una incomunicabilità di fondo proprio nella società definita “della comunicazione”, già a partire dal contesto familiare. Tra le tante responsabilità ci sono anche quelle che riguardano i nostri comportamenti quotidiani.

Riflettiamo insieme su tutto quello che la società sta lentamente perdendo: senso etico, valori (sostituiti dalle opinioni); tradizioni, gerarchie, il valore fondativo della famiglia, quello pedagogico dell’esempio, il metodo della “mitezza”, il senso del “limite”, della “dignità” e della “vergogna”, il concetto di “normalità” (tutto è esasperato, prevale l’effetto straordinario: bisogna”stupire”).

Possiamo affermare che tutti i fenomeni di disagio hanno una matrice individuale ma anche una matrice sociale”, a cominciare da quelli che si realizzano nel contesto della famiglia. Basta leggere i titoli dei quotidiani ma anche la TV ha le sue responsabilità. Ci sono programmi di pessimo gusto che incitano alla violenza fin dalla prima infanzia, che sollecitano la ricerca del successo ad ogni costo, che propongono fiction e reality infarcite di modelli comportamentali ed etici assolutamente effimeri e negativi. Si può ben dire che sovente la TV informa sulla cronaca ma disinforma sulla vita.

Prevalgono le logiche di marketing e delle classifiche di audience, anche gli stessi telegiornali non si esimono dal proporre insulsi sondaggi di opinione su fatti che richiederebbero più cautela e maggiore riserbo. La mancanza di” filtri” e di controlli di merito genera un uso indiscriminato delle nuove tecnologie da parte dei ragazzi: la facilità di accesso, il non rispetto nei palinsesti televisivi delle fasce protette con una sistematica violazione del codice di autoregolamentazione sui minori, l’uso intrusivo dei sofisticati videotelefonini (che ha introdotto un vero e proprio derivato tecnologico del bullismo e cioè il “cyberbulling”, che consiste nella violenza agìta con forme elettroniche) hanno generato nuovi modelli di comportamento sociale e nuovi problemi di gestione anche sul piano delle tutele (privacy, violazioni, libertà personali, revenge porn).

Le nuove tecnologie finiscono per diventare nelle mani incaute dei ragazzi uno strumento di deregolamentazione, un vero e proprio competitor in termini educativi rispetto agli insegnamenti che dovrebbero essere promossi dalla famiglia e dalla scuola, che vengono così delegittimate. Ma possiamo chiamare famiglia quel contesto relazionale dove ci si scambia poche battute di rito, dove a tavola ciascuno smanetta il proprio cellulare, dove ci si ritrova per mangiare e dormire ma con il pensiero rivolto altrove? La famiglia è spesso invocata come baluardo estremo per la difesa dei valori che reggono la convivenza civile ma sovente si ha l’impressione che sia combattuta ed osteggiata anziché aiutata. A cominciare dallo stesso “metter su casa” che indebita le giovani coppie in mutui dai costi molto spesso insostenibili generando ombre di preoccupazione sulla serenità del contesto familiare e sulla convivenza quotidiana.

Eppure la famiglia dovrebbe essere il luogo della gratuità e della sincerità delle relazioni affettive. Il punto di partenza e di ritorno di una relazione basata sulla comunicazione e sulla prevalenza dei sentimenti. Esattamente quello che invece sta venendo a mancare negli orizzonti di vita della nostra intima quotidianità.

ELEZIONI, TRATTATIVE, MAL DI PANCIA: IL CENTRO SINISTRA ANCORA ZOPPICA. LA SFIDA DI RENZI NON VA SOTTOVALUTATA.

Letta e Calenda alla fine potrebbero accordarsi, ma resta il nodo rappresentato da Italia Viva. Una parte dell’elettorato attende un positivo ricentramento della politica italiana. È una sfida, quella di Renzi, che non va sottovalutata.

 

È molto probabile che alla fine, scarnificate le controversie programmatiche e risolti i problemi delle liste, Letta e Calenda trovino l’accordo. Ciò andrebbe incontro alla esigenza di associare forze diverse, di centro e di sinistra, al processo di aggregazione di un’area democratica e riformatrice in grado di competere con il fronte delle destre. Sarebbe indubbiamente un successo ascrivibile al  segretario del Pd. Ciò non cancella però l’esigenza di completare l’opera aprendo anche a Italia Viva, senza indulgere perciò alla logica dei veti e delle antipatie.

 

Ad oggi la partita sembra indirizzata verso un nulla di fatto. Rimangono le distanze, ma sopratutto le idiosincrasie accumulate nel tempo, forse anche i mal sopiti rancori tra gli uomini e le rispettive squadre. Eppure, a voler essere realisti, lo sforzo di apertura dovrebbe prevalere sui motivi di incomprensione. Non si comprende, infatti, perché sotto traccia vigoreggi nelle fila del Pd la pregiudiziale anti renziana, anche a dispetto della ragionevolezza politica. 

 

Da parte sua, l’ex rottamatore ha dichiarato ancora ieri di  voler lavorare alla formazione di “un terzo polo, diverso dalla destra sovranista e dalla sinistra delle tasse”, ovvero un polo deciso a parlare “di lavoro e non di assistenzialismo. Di giustizia e non di giustizialismo. Di ambiente e non di ideologia. Di infrastrutture e non di veti. Di diritti e non di slogan”. Renzi al tempo stesso si professa consapevole del fatto che “andare da soli contro tutti è difficile”, ma insiste sulla tesi che raggiungere l’obiettivo del 5 per cento non è impossibile. Una percentuale, questa, che basterebbe comunque a portare in Parlamento un drappello di competenti – così egli definisce i suoi possibili eletti. 

Insomma, la sfida “al centro” del leader di Italia Viva non va sottovalutata. Può prendere forma a seguito della conclamata intolleranza da parte dei potenziali alleati di centro sinistra e assurgere ad autentica prova di orgoglio in nome di un Paese a sua volta intollerante nei confronti di un bipolarismo forzatamente riproposto, quasi che l’esperienza del governo Draghi fosse da archiviare alla stregua di una semplice parentesi tra un prima e un dopo della normale dialettica democratica. Invece non è stata una parentesi, almeno non per molti elettori che nutrono la speranza di un positivo ricentramento della politica italiana, consci che il “centro” esiste e funziona se mette insieme le autentiche culture riformatrici del Paese.

IL CENTRO NON È PIÙ UN’ASTRAZIONE. CALENDA E RENZI, SEPARATAMENTE, GLI HANNO DATO VISIBILITÀ E CONSISTENZA.

Un Centro forte è necessario per una politica di equilibrio sociale che superi le proposte demagogiche e populiste. Occorre rilanciare le potenzialità dei ceti medi, per ora messi da parte e umiliati da scelte sbagliate e parziali.

 

Si andrà a votare con una pessima legge elettorale che di fatto favorisce il bipolarismo e oso credere che la precipitazione della crisi e, quindi, la fine anticipata della legislatura siano state favorite dai maggiori azionisti” della destra e della sinistra preoccupati per il protagonismo delle forze di centro che, ovviamente, sono penalizzate con la legge elettorale vigente.

 

Ma non c’è tempo per queste analisi, adesso conta solo il voto e cosa fare per ottenerlo da un elettorato logorato, deluso e forse senza più idee e riferimenti politici.

 

Le cose, però, sono un pocambiate, soprattutto dopo lesperienza del governo Draghi: il centro c’è e, a differenza del passato e grazie a Calenda e a Renzi, è diventato visibile e apprezzato da molti. 

 

È il momento del coraggio politico. Se Calenda deciderà di andare con il Pd non farà che restituire a quello i voti di opinione che gli strappò alle comunali di Roma. Coraggio politico vuol dire superare dissapori e antichi contrasti per un bene superiore che è quello di non lasciare lItalia in mano alle forze che inevitabilmente tenderanno a concedere molto alle componenti più lontane dal centro. Anche per questo il centro non va lasciato sguarnito e in mano a chi chiede agli elettori non un consenso politico, ma un misero voto utile”. 

 

Insomma è il momento di costituire una vera Unione di Centro che anche grazie anche a questo nome potrebbe vanificare la modestissima campagna elettorale del Pd di unirsi contro le destre, rispolverando la più che ambigua unità antifascista con la quale la sinistra da trentanni ha rubato il voto degli elettori di centro. Un Centro forte è necessario per una politica di equilibrio sociale che superi le proposte demagogiche e populiste e in loro vece sia in grado di rilanciare le potenzialità dei ceti medi, per ora messi da parte e umiliati da scelte sbagliate e parziali.

Non so per i partiti, ma in mancanza di una proposta vera al Centro, buona parte dellelettorato non troverà nessun motivo valido per andare a votare di fatto contro i propri legittimi interessi.

IL FUTURO DELL’ITALIA ESIGE UN PATTO DI SOLIDARIETÀ NELL’ORIZZONTE DI UN NUOVO FEDERALISMO COMUNITARIO.

Il federalismo repubblicano, disegnato dalla nostra costituzione, non è assimilabile al sistema di autonomia differenziata rivendicato da alcune Regioni del nord. La prospettiva è un’altra, molto concreta e insieme lungimirante. Serve un nuovo patto a sfondo comunitario, se non vogliamo disperdere l’opportunità legata al rilancio del Mediterraneo come area cruciale del commercio tra Europa e Oriente, e in particolare tra Europa e  Cina. Dunque, occorre essere consapevoli che lincontro del civismo del Centro-Nord con il federalismo del Sud è lunica novità che può cambiare veramente il sistema politico dellItalia,  dando  forza alle aspettative di sviluppo.

 

Lintesa siglata a Roma la scorsa settimana tra i Movimenti civici del nord e del centro del Paese e Mezzogiorno federato costituisce un sicuro passo avanti nella costruzione di un soggetto politico altro rispetto al consunto sistema dei partiti vecchi e nuovi che hanno determinato anche lultimo disastro della caduta del governo Draghi. Non solo. Ma Federazione Civica Nazionale (FCN) introduce, in concreto, nella politica italiana sia parlata che agìta una novità assoluta: lo spostamento del suo focus dalle logiche del potere alle esigenze delle comunità e dei territori. Realizzando così quella sorta di rivoluzione copernicana che costituisce il presupposto perché la gente, che non va più a votare e non crede più alle istituzioni partitiche, ritorni sui propri passi e ricominci a partecipare alla vita pubblica occupandosi di nuovo del bene comune. Come in maniera inaspettata e clamorosa hanno cominciato a fare ben duemila sindaci di comuni, un centinaio di rettori di università e tutta una vasta rete di associazioni e soggetti sociali durante lultima crisi di governo nel tentativo di scongiurare il precipitare degli eventi e far ragionare partiti e parlamento ormai in fuga clamorosa dalle responsabilità. Ma non c’è stato nulla da fare. 

 

Anche in questa circostanza, la crisi della politica rappresentata dai partiti e dai movimenti tradizionali ha vinto ancora una volta determinando un aggravarsi della condizione di sfiducia dei cittadini/elettori che non farà fatica a manifestarsi sia a livello sociale che a livello politico, facendo raggiungere e forse anche superare allastensionismo la fatidica soglia del 50%.

 

Per contrastare frontalmente questa deriva si è stipulato così, con lapprovazione allunanimità di una risoluzione politica, laccordo di cui sopra, frutto della forte volontà di aggregazione federativa dei Movimenti civici e di Mezzogiorno federato. Realizzando un legame stabile, responsabile, rivolto al futuro tra i diversi movimenti presenti sui territori italiani che hanno mostrato di saper amministrare, di avere una credibilità politica da mettere a servizio del Paese in questo passaggio di grave crisi politica, di essere in grado di instaurare con i cittadini un dialogo responsabile basato sulle competenze e sulla conoscenza profonda dei territori di appartenenza. Il tutto senza appalesare sterili chiusure localistiche, retaggio di una qualche vecchia visione municipalistica, ma aprendosi alle esperienze di sincero riformismo formatesi alla luce della cultura del servizio e del federalismo, collegata allidea di una Europa fondata sulle città ed i territori e sensibile alla indispensabile dimensione della sostenibilità ambientale che oggi intercetta tutte le quistioni legate al clima e allenergia. Insomma, annunciando nei fatti, con prudenza ma grande trasporto, una disponibilità alla collaborazione con i movimenti ecologista, riformista ed azionista.

 

Ma, come cennato, ciò che colpisce di più in questo progetto di aggregazione per affrontare dal basso la crisi della politica è, oltre alla evocazione del protagonismo delle comunità e dei loro cittadini, il suo ancoraggio ai territori che non vuole significare la solita narrazione della necessità del superamento delle diseguaglianze infrastrutturali in particolare tra Sud e Nord (che, naturalmente, non vanno dimenticate e devono essere cancellate) quanto piuttosto una diversa e più attuale visione dellintera area meridionale del Paese allinterno del bacino del Mediterraneo che oggi è ritornato ad essere il baricentro di tutto il futuro sviluppo del nostro Paese e dellintera Europa. Basti pensare che a seguito del raddoppio del canale di Suez il traffico di merci che proviene  dallOriente e solca il mare nostrum supera il 20% del complessivo volume mondiale dei commerci e che, dopo linvasione dellUcraina da parte della Russia, le coste delle nostre regioni meridionali costituiscono la prima linea della protezione e della difesa militare di tutto il fronte Sud-Est dellAlleanza atlantica. Non solo. Ma c’è anche da sottolineare che oggi in Italia i principali fattori economici dello sviluppo nelle transizioni ecologica, energetica ed informatica sono tutti allocati al Sud e quindi che è interesse dellintero Paese e della stessa Europa (che, a differenza dellItalia, mostra di averlo ben compreso: basti considerare i 209 miliardi di euro assegnati al nostro Paese con il Next Generation EU) intervenire in questarea per dotarla delle necessarie infrastrutture per approntare i servizi indispensabili ad attivare queste risorse ancora latenti.

 

Come è facile intuire, da tutto ciò ne deriva lagenda politica ed i punti fermi che la Federazione Civica Nazionale (FCN) si propone di realizzare, a cominciare proprio dalla volontà di dare continuità al programma incompiuto del governo Draghi senza la cui conclusione si correrebbe il rischio di perdere non solo i finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ma anche di entrare in una drammatica spirale di crisi economica, sociale e politica. Quindi sospinti, come è stato detto, dal vento di Draghi”, i problemi fondamentali che bisognerà affrontare si possono ricondurre alle seguenti quistioni: energia, inflazione e rincari di carburanti e bollette varie, nuovo decreto Aiuti” per non abbandonare le famiglie e le imprese al loro destino, collocazione internazionale, riforma dellUnione Europea, giustizia, procedure e tempi per gli investimenti (a cominciare, chiaramente, da quelli del Pnrr), appalti ed, in generale, funzionalità del sistema burocratico-amministrativo caratterizzato dalla centralizzazione delle competenze che ne impedisce sempre più lefficacia e lefficienza. Senza dimenticare, chiaramente, il Mezzogiorno. Che, come aveva anticipato un paio di anni fa in un fortunato saggio (LItalia capovolta”) Claudio Signorile, può costituire la seconda locomotiva con la quale lItalia raggiunga la prima fila tra i Paesi europei e si giochi, con Francia e Germania, la leadership del continente.

 

Ma, a tal proposito, è bene sapere, altresì, che sulla quistione del regionalismo e delle regioni (non solo) del Sud si gioca una partita decisiva per lassetto istituzionale del nostro Paese. Che non può reggere un regionalismo differenziato che, dietro lirreprensibile racconto del perseguimento di un modello di autonomia più efficace ed efficiente, in verità si batte per raggiungere lobbiettivo economico-finanziario di trattenere nei propri territori lintero gettito fiscale delle singole comunità regionali, rompendo così il patto comunitario di solidarietà che la Costituzione detta non solo a livello regionale ma per lintero sistema istituzionale. Dunque, quistione – questa del regionalismo – molto delicata e centrale per il futuro dellItalia rispetto alla quale non si può andare a rimorchio di Salvini e della sua Lega o della Gelmini di FI. Ma nemmeno si può condividere limpegno per il riconoscimento di forme di autonomia differenziata” recentemente assunto da Draghi nella sua relazione introduttiva al dibattito sulla fiducia al senato e da alcuni trascritto nella sua Agenda.

 

Più responsabile è affrontare la quistione in termini sistemici partendo, però, dalla consapevolezza che il regionalismo repubblicano disegnato dalla Costituzione non è competitivo ma comunitario e quindi che non può sostenere la differenziazione se non allinterno del principio di eguaglianza formale e (tendenzialmente) sostanziale oltre che di quello di libertà.

Per intanto ed in conclusione, è importante essere consapevoli che lincontro del civismo del Centro-Nord con il federalismo del Sud è lunica novità che può cambiare veramente il sistema politico dellItalia e quindi che è necessario agire mettendo in campo unofferta di competenze e responsabilità che costituisca la base di un rinnovato dialogo con le elettrici e gli elettori italiani per la nuova Democrazia.

LO SPAZIO DEL CENTRO C’È, ANCHE SE STRETTO.

 

Non è un luogo vuoto o inutile (Galli della Loggia). Il centro esiste però a patto che rappresenti uno momento di cucitura, di raccordo, di misura reciproca.

 

Marco Follini

 

Il destino del centro è quasi un dilemma quotidiano della politica italiana. Un di-lemma che si rinnova anche quando le sue sorti appaiono più difficili e faticose. Si può risolvere il dilemma al modo che propone Galli della Loggia. E cioè descrivendolo come un luogo vuoto e tutto sommato inutile, una volta che la destra non sia più fascista e la sinistra non sia più comunista.

 

Ragionamento tutt’altro che peregrino, al punto in cui siamo. E tanto più in queste ore, quando non s’è ancora capito se le forze di centro si organizzeranno insieme oppure andranno in ordine sparso. E se poi andranno per loro conto o finiranno per allearsi con il cartello guidato dal Pd.

 

Eppure l’idea di una forza che si interponga tra i due schieramenti principali non è affatto così inutile, né così improbabile come appare a prima vista. Non foss’altro per quello spettro – la radicalizzazione della lotta politica – che rendeva inquiete le notti di Moro e della Dc del suo tempo. Il rischio infatti continua ad essere quello di due blocchi contrapposti, incapaci di parlarsi e indotti dalla natura ferina del loro stesso scontro a dar vita a una contesa senza misura e senza riguardo.

 

Lo spazio del centro insomma c’è, ancorché sia angusto. A un patto, però. Che si tratti di un luogo di cucitura, di raccordo, di misura reciproca. E non invece un luogo in cui diventa difficile convivere per l’eccesso delle sue personalità e per la difficoltà a farle stare assieme con un briciolo di armonia. Poiché il centro, appunto, è un luogo di concordia oppure non è.

 

 

Fonte: La Voce del Popolo – 28 luglio 2022

[Qui riproposto per gentile concessione della testata]

Nel “Decreto aiuti” il Governo forse rinnova le tutele per i lavoratori fragili, ma solo in parte.

Non possiamo fare altro in questa sede, a fronte delle ‘voci’ di una diminutio delle tutele che giungono da fonti ministeriali e dalla stampa, che rimarcare l’enorme responsabilità che il Governo si assumerebbe se non prorogasse entrambe le forme di tutela , peraltro finora coesistenti.

Notizie di Agenzia e un comunicato del Ministero del Lavoro riferiscono che il Governo starebbe predisponendo – dopo estenuante attesa – un provvedimento per il rinnovo delle tutele per i lavoratori fragili. Finora si tratta di “voci” generiche ma pare che la proroga riguardi solo lo smart working e non si sa se fino ad ottobre o a fine anno. Eppure di articoli su questo tema ne sono stati scritti un’infinità in questi due anni e mezzo di pandemia in cui, tra alti e bassi, la stella polare di riferimento normativo è stato l’art.26 – comma 2 e comma 2-bis del DL 17 marzo 2020 n.18, sempre rinnovato fino al 30/6 u.s.

Dal 1° luglio i lavoratori fragili sono privi di tutele sanitarie e il merito di questo vulnus se lo dividono Parlamento e Governo. Il 30 giugno, sono infatti scadute quelle previgenti, rinnovate con legge 52 del 19/5/2022- art. 10 comma 1-bis e 1-ter che a sua volta confermava esattamente quelle sancite con il DL n.° 18/2020 sopra richiamato. E’ stato veramente un calvario per i lavoratori fragili questo lungo periodo di perorazioni in tema di tutele della propria particolare e sovraesposta condizione di fragilità sanitaria. 

Eppure la condizione di inidoneità allo svolgimento della ordinarie mansioni lavorative viene – ope legis – “certificata” dal medico competente o dalle autorità sanitarie delle AST. Non è una fictio-iuris.

Lo stesso Ministro Brunetta in sede di audizione presso la Commissione per la semplificazione del Senato aveva assunto in prima persona l’impegno di porre il tema dei “disabili” in cima all’agenda del suo Dicastero. Nonostante l’emendamento proposto dall’On.le Massimiliano De Toma, supportato da odg. e plurimi interventi di sollecito suoi e dell’On.le Matteo Dall’Osso, tutto finora è rimasto inascoltato. Non sappiamo se sarà il Ministero del Lavoro a predisporre l’atteso (lungamente atteso, in un silenzio assordante di mancate risposte in Aula e presso la pubblica opinione e le Agenzie di stampa) provvedimento, se ci sarà davvero e come verrà impostato. Certamente sarebbe opportuno un coinvolgimento diretto dei Ministeri della Salute, delle Disabilità e della Funzione Pubblica per realizzare un atto più organico e coerente con la normativa sempre rinnovata, di volta in volta, grazie a pressioni incessanti, anche nostre, e alle sollecitazioni provenienti dal mondo del lavoro che presenta realtà complesse e che deve affrontare condizioni di fragilità precarie e diversificate. Dovrebbe essere un atto dell’intero Governo e il Presidente Draghi dovrebbe rendersene garante, anche rispetto alla sua integralità. Il concetto che vogliamo ribadire in questa sede è molto chiaro e si sovrappone all’emendamento e agli odg. di De Toma: la tutela della condizione di fragilità sanitaria dei lavoratori affetti da patologie croniche, immunodepressive e limitanti (peraltro ora finalmente acclarate ed elencate nel DM Salute del 4/2/2022) non riguarda solo la possibilità di avvalersi del cd. “lavoro agile”: non tutte le patologie e le condizioni lavorative dei soggetti interessati si possono infatti  risolvere con lo smart working. 

Ma questo i Ministri e i loro burocrati lo sanno bene: è che temono rilievi dal MEF, dalla Ragioneria dello Stato o dall’INPS. Si tratta di ribadire l’autonomia legislativa del Parlamento e legislativo- esecutiva del Governo per propri Decreti da convertire in leggi dello Stato. 

Autonomia già fortemente richiamata dal Sen Andrea Cangini alcune settimane fa nell’aula del Senato e ribadita dalla stessa Presidente del Senato,  Casellati.

Già in passato (e, ribadiamo, questa fonte normativa primigenia è stato il “faro” che ha illuminato tutti i rinnovi successivi ) con i commi 2 e 2-bis – art. 26 del DL 18/2020, si era stabilito che le tutele a favore dei lavoratori fragili si concretizzavano in due fattispecie realizzative: una è lo smart working, laddove realizzabile, caso per caso, la seconda è l’equiparazione degli eventuali periodi di malattia del lavoratore fragile in regime di tutela sanitaria, al ricovero ospedaliero senza superamento del comporto contrattuale. 

La ratio di questa seconda “provvidenza legislativa” era e resta nel concreto, quella di evitare che i lavoratori “fragili” esaurissero i periodi di assenza per malattia compresi nei comporti contrattuali o, peggio, dovessero fare ricorso alle ferie, in una lunga, rinnovata crisi pandemica. Lo abbiamo scritto in lungo e in largo e finora – a volte con maggiori difficoltà di “penetrare” nelle intenzioni dell’esecutivo, non dimentichiamo che nel frattempo ci sono stati tre Governi diversi – questa duplice forma di tutela è sempre stata riconosciuta, magari tardivamente, come nel caso dell’ultimo rinnovo con citata legge 52 del 19/05/2022 che ha lasciato totalmente privi di tutele i fragili dal 1° aprile al 23 maggio , data di pubblicazione della legge sulla G.U.

Ora, il Ministero del Lavoro (se è tale l’organo di predisposizione del nuovo, atteso provvedimento) e l’intero Governo devono convincersi che solo il rinnovo delle tutele nella loro duplice previsione normativa è garanzia di copertura legislativa delle fattispecie riscontrabili nella realtà. Rinnovare “solo” lo smart working sarebbe un vulnus imperdonabile e foriero di contenziosi di ogni tipo. Certamente ci sarebbe chi denuncerebbe il venir meno di una importantissima tutela che è precipua della condizione di fragilità: l’equiparazione della condizione di malattia al ricovero ospedaliero.

Altrimenti verrebbe da chiedersi a che cosa serva il DM Salute del 4/2/2022 che fa un elenco dettagliato delle patologie che connotano lo status di “persona fragile”.

Non possiamo fare altro in questa sede, a fronte delle ‘voci’ di una diminutio delle tutele che giungono da fonti ministeriali e dalla stampa, che rimarcare l’enorme responsabilità che il Governo si assumerebbe se non prorogasse entrambe le forme di tutela , peraltro finora coesistenti.

Il Ministero del lavoro ha rinnovato il contratto ai 1700 navigator in pochi gg di confronto con i sindacati. Promettendo altre assunzioni. Il reddito di cittadinanza è costato, tra situazioni di legittimo diritto a percepirlo e vere e proprie truffe organizzate, oltre 30 miliardi.

Si vorrebbe lesinare sulla salute dei chemioterapici e degli immunodepressi?

E’ di tutta evidenza che una diminutio delle tutele , oltre a non risolvere i casi estremamente differenziati per oggettive condizioni di lavoro e soggettive patologie, comporterebbe responsabilità evidenti, istituzionali e finanche personali,  in caso di accadimenti lesivi della salute del lavoratore.

C’è ancora tempo (poco) per riflettere sulla situazione e si confida in un ravvedimento del Governo nella sua interezza, circa la necessaria consapevolezza che la gravità della condizione di fragilità impone, sotto ogni profilo di considerazione. Naturalmente la proroga delle due tutele dovrebbe valere fino al 31/12/2022 per dare una prospettiva di sicurezza accettabile, anche perché il governo che uscirà dalle urne del 25 settembre prossimo nel momento in cui si insedierà a palazzo Chigi dovrà affrontare un autunno caldo nel quale i problemi dei lavoratori fragili potrebbero rischiare di finire, come adesso, irrisolti. 

UN CONTRAPPESO ALL’ «EDITORE DI ULTIMA ISTANZA»

 

L’eccessiva concentrazione della proprietà dei media costituisce un problema per la democrazia e finisce per non incoraggiare la partecipazione alla vita politica e sociale. La campagna elettorale può divenire un’occasione per riaffermare l’inestirpabile carattere pluralistico della democrazia.

 

Giuseppe Davicino

 

Il trasferimento da Milano ad Amsterdam della quotazione in borsa di Exor, la holding controllata dalla dinastia Agnelli-Elkann, comporta, fra le altre cose, come ha osservato Lucio D’Ubaldo, il fatto che due fra i maggiori quotidiani italiani avranno i loro «editori di ultima istanza» in Olanda.

 

Un evento che offre l’occasione per ricordare che esiste un problema enorme di concentrazione della proprietà dei media. Per limitarci all’Italia, la gran parte di giornali e tv appartiene ad appena quattro gruppi: Gedi (controllata dalla suddetta Famiglia), Berlusconi, Cairo e Caltagirone. E a ben vedere, attraverso le partecipazioni societarie, gli “editori di ultima istanza” che contano, sono quasi tutti fuori dall’Italia, anche laddove almeno formalmente risultano gruppi italiani. Per trovarne un riscontro è sufficiente vedere chi comanda nelle due principali banche italiane.

 

Non va dimenticato che per molto, ma molto, di meno (il limite al possesso delle reti tv nazionali terrestri, pur in un contesto tecnologico che oggi appare preistorico), il mondo cattolico-democratico, assieme ad altre culture e movimenti, negli anni Novanta seppe mobilitarsi, con Rosy Bindi, Giovanni Bianchi e molti altri leaders, a difesa del pluralismo dell’informazione, anche attraverso il referendum del 1995.

 

Gli effetti dell’attuale sbilanciamento informativo, e culturale, li paghiamo nel venir meno, nella sostanza, di un effettivo clima di pluralismo dell’informazione, delle opinioni, delle idee e dei progetti politici. Se non si fa nulla, o troppo poco, per modificare questo stato di cose, allora poi non ci si deve scandalizzare più di tanto se il confronto effettivo sui temi dirimenti e cruciali dell’agenda politica, avvenga solo più a livello di vertice, di élites.

 

Con il confronto tra i partiti, nel momento che dovrebbe esaltare al massimo la democrazia, come quello della campagna elettorale e del voto, che tende a ridursi a coreografia, a folclore, a intrattenimento, a una relazione di tipo infantile e furbesca dei leaders politici con l’elettorato, per poi, una volta finita la “ricreazione” ripartire dagli stessi dossiers sui quali altri (tra cui probabilmente anche uomini «di alta qualità internazionale»), e ad altri livelli, si saranno scontrati e accordati per determinarli.

 

Una condizione oggettivamente sfavorevole per una iniziativa politica popolare, che parta dal basso, ma che presenta nuove possibilità di partecipazione, purché le si sappia cogliere, intercettando le attese di un corpo elettorale in buona parte deluso ma tutt’altro che indisponibile ad esercitare le proprie responsabilità. Solo desideroso di capire, con i propri strumenti e secondo i variegati punti di vista, cosa sta succedendo in questo tempo, cosa ci attende e dove si intende condurre il Paese.  Cose grandi e complesse che è compito e dovere dei politici saper spiegare agli elettori in modo chiaro, e ridurre a una semplicità non fuorviante e meschina ma ricca e riassuntiva di un autentico progetto di governo. In modo armonico, se possibile, con un sistema informativo capace di valorizzare la ricchezza dei diversi approcci e punti di vista anziché divenire complice dello scadimento del livello del dibattito politico.

EUTANASIA LEGALE? PERCHÉ OPPORRE UN SECCO “NO” ALLA BATTAGLIA (IDEOLOGICA) DEI RADICALI

Non banalizziamo la morte. Spesso, nel confronto sull’eutanasia, manca il senso della pietas. Tentiamo, se possibile, di uscire dalla logica della semplificazione ideologica e cerchiamo di aiutare, per quanto possibile, chi soffre ed è più fragile, senza accanimenti o forzature.

 

Marco Giuliani

 

Non si tratta solo di una “cintura protettiva” a salvaguardia della vita, come citano alcuni stralci delle eccezioni mosse dalla Corte costituzionale durante i passaggi compiuti a fronte della proposta avanzata a testa bassa dai radicali sulla sospensione delle cure per i malati gravi. Il punto essenziale, in sostanza, è quello di responsabilizzare le coscienze per evitare che l’individuo in questione possa essere indotto da interferenze esterne a porre fine alla sua esistenza. In un caso o nell’altro, comunque, detti processi, se applicati, traballerebbero e farebbero acqua da tutte le parti. Vediamo perché.

 

In Italia, il mantenimento del patrimonio inestimabile della vita viene messo nuovamente in discussione dalla votazione effettuata presso la Camera il 10 marzo 2022 (233 si, 168 no e un astenuto), che di fatto consente, a margine di una serie di condizioni contemplate dalla legge, di decidere per sé stessi purché “consapevoli, volenti e in modo disciplinato”. Un’enormità. Le variabili condizionate di una disciplina che renda legale la prestazione dell’aiuto per favorire l’eutanasia (inutile girarci intorno, di questo si tratta), sta provocando confusione e una serie di pericoli a scapito delle persone più vulnerabili. Detta condizione dovrebbe infatti rendere immediatamente decifrabili una serie di aspetti discrezionali, ed eventualmente rimetterli nelle mani del legislatore, perché il processo di accompagnamento verso il passo estremo, per chi intenda intraprenderlo, avvenga legalmente. Ma è opportuno che un pezzo di carta pubblicato in gazzetta possa decidere delle sorti di un soggetto malato durante le cure?

 

La questione, letta e interpretata in modo elementare, è decisamente etica. E meno male che l’obiezione di coscienza resiste, perché altrimenti questa macchinazione avrebbe – nel caso – continuato a girare con i suoi ingranaggi contorti alimentando ancor più caos, se non altro riguardo al dibattito e alla sua applicazione in Italia, dove non sussistono affatto posizioni uniformi. Checché ne dicano i radicali, infatti, passa una grande differenza tra il procurare la morte e l’accettazione della stessa nella sua naturale (ed eventuale) espletazione. Colpisce, in tale contesto, la facilità con la quale vengono avanzate continue proposte di legge (abbinate a forme di disobbedienza civile tanto spettacolari quanto inopportune, vista la portata del tema) malgrado l’assoluta delicatezza dell’argomento in questione. A fronte delle diverse sensibilità mostrate, non è auspicata alcuna semplificazione che possa assumere connotazioni ideologiche, le quali sembrano, a dire il vero, minimizzare la questione per non affrontarla in modo realistico e con la dovuta cautela.

 

Quando Papa Bergoglio, sulla scia di quanto afferma da tempo Benedetto XVI, sostiene che indurre al fine vita una persona è come «aiutarla a fare un trasloco per condurlo precocemente all’ingresso del carro funebre» colpisce nel segno; mostra infatti una sottilissima, finissima teoria che appare come il frutto di una sintesi tra le diverse sensibilità delle comunità religiose (e non solo) presenti in Italia. Soprattutto, direi, di fronte al tessuto sociale in cui la popolazione, in particolare quella italiana, vive e opera. Allora tentiamo, se possibile, di uscire dalla logica della semplificazione ideologica e cerchiamo di aiutare, per quanto possibile, chi soffre ed è più fragile, senza accanimenti o forzature.

 

Benché legiferare freddamente per porre fine nel modo più spiccio al dolore altrui significa (anche) difettare del concetto di dignitas verso l’altrui condizione, riflettiamo quanto meno sul fatto che un ufficio o una commissione, se si tratta di decidere sulla vita di un individuo, debbano o meno avere un potere limitato. E malgrado si allarghi sempre più – neanche fosse una moda – il fronte dei paesi UE che autorizzano la legalità dell’eutanasia (uno degli ultimi è stata la Spagna, paese tradizionalmente cattolico), che si tenga conto almeno dei paletti per ora imposti. Tra l’altro, la discussione avente come oggetto la configurabilità del diritto per i malati di morire dignitosamente va a sbattere con la opacissima ammissibilità giuridica, che non espone – se non in termini di punibilità – in modo limpido una normativa sul concetto di eutanasia. Ciò fa riaffiorare di nuovo quella dottrina chiamata etica che specula (giustamente) sul comportamento pratico degli individui e sulle loro condotte in relazione a regole non scritte. Dare l’ok a un processo enorme che non va sottovalutato sotto ogni aspetto, infatti, richiede prudenza.

 

Mi si permetta una puntualizzazione conclusiva, che è assolutamente laica e slegata da pregiudizi di ordine moraleggiante: «Io sono a favore della vita, non della morte».

L’OSSERVATORE ROMANO, QUANDO È L’ALGORITMO A FARE MUSICA.

 

«Naive Bayes», lultimo progetto discografico di Emanuele De Raymondi. «La macchina prova ad apprendere per poi scimmiottare la creatività umana con risultati altalenanti… a momenti sembra tentennare o andare in tilt e, alla fine ne esce irrimediabilmente sconfitta: il pezzo si conclude non a caso con lensemble di musicisti finalmente soli e liberati dalla presenza dellelettronica/macchina».

 

Filippo Simonelli

 

Naive Bayes è un nome noto a chi si occupi di statistica e intelligenza artificiale, ma è qualcosa di assolutamente inedito per chi fa musica. Il Naive Bayes, di fatto un “classificatore”, è uno strumento tramite il quale l’intelligenza artificiale può imparare nuovi concetti e azioni tramite l’esperienza, proprio come gli esseri umani. Da qualche settimana però Naive Bayes è anche il titolo dell’ultimo progetto discografico di Emanuele De Raymondi, compositore romano, e dell’Ensemble Sentieri Selvaggi edito dall’etichetta ProMu. Un progetto che unisce cd e interpretazione dal vivo, musica “acustica” e una componente elettronica molto spiccata, e soprattutto getta nuova luce sul possibile rapporto tra creatività umana e universo tecnico.

 

De Raymondi, la mente (tutt’altro che artificiale) dietro a questo progetto, cerca di chiarire fin da subito alcune delle domande che il suo lavoro sembra porre. A cominciare dal nome, che in realtà ha un collegamento molto più sottile ma comunque chiaro tra la sua musica e il “classificatore”: «Ho immaginato come se a comporre fosse un algoritmo di apprendimento automatico, rappresentato didascalicamente dalla traccia elettronica, che venisse sottoposto all’analisi della storia della musica classica e contemporanea, al fine di apprendere l’arte della composizione». Questa simulazione di apprendimento si articola in diversi modi, che vanno dalle (sporadiche) citazioni letterali alle ben più frequenti citazioni stilistiche, omaggio a un’idea o a un linguaggio di questo o quell’autore che ha influenzato il corso della storia della musica. L’idea di base è che la musica sia comunque musica colta, che raccoglie stimoli e suggestioni dalla tradizione di tutti i secoli precedenti — c’è Beethoven, ma c’è anche John Adams, e ci si possono rinvenire citazioni nascoste che l’autore stesso ha inserito in maniera inconsapevole, proprio come se lo avesse fatto tramite una macchina vera e propria.

 

Ma se tante sono le citazioni, ancora di più sono le invasioni provenienti da altri mondi che magari farebbero storcere il naso a chi si aspetta a un progetto di pura musica colta. Con delle premesse di questo tipo, i musicisti che interpretano questo tipo di musica devono essere non solo degli specialisti della contemporanea, ma anche degli interpreti capaci di approcciarsi con la giusta sensibilità a un progetto così fuori dai canoni stilistici di tutti i generi musicali, proprio perché ne incorpora mille e più al suo interno. La scelta dunque non poteva che essere rivolta ai Sentieri Selvaggi, il poliedrico ensemble fondato e diretto da Carlo Boccadoro, che da anni porta al pubblico alcune delle proposte musicali più audaci in Italia. A livello di scelta lessicale, è interessante notare come i Sentieri si autodefiniscano da anni una band, come se fossero un gruppo rock: si aggiunge un nuovo tassello a questa storia di contaminazione, proprio nello spirito di fornire più informazioni possibili al nostro ipotetico algoritmo. «La macchina prova ad apprendere per poi scimmiottare la creatività umana con risultati altalenanti… a momenti sembra tentennare o andare in tilt e, alla fine ne esce irrimediabilmente sconfitta: il pezzo si conclude — non a caso — con l’ensemble di musicisti finalmente soli e liberati dalla presenza dell’elettronica/macchina».

 

C’è un’ultima provocazione che però De Raymondi lascia irrisolta sul tavolo per tutti i suoi potenziali interlocutori e ascoltatori, e che seppure sia nato nel contesto musicale in questo caso in realtà può riguardare infiniti ambiti della creatività umana: «E se fosse che l’algoritmo, invece di essere stato sconfitto, ha avuto la meglio e ha “colonizzato” la modalità compositiva umana? Come potremmo distinguerlo?».

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano, 29 luglio 2022.

[Qui pubblicato per gentile concessione]

LA DESTRA HA IL VENTO IN POPPA. LE ELEZIONI DEL 25 SETTEMBRE RICHIEDONO SCELTE CORAGGIOSE, SPECIE DA PARTE DEL PD.

 

Serve una coalizione ampia e un Pd “aperto”. Letta faccia attenzione a non lasciarsi rinchiudere nell’angolo. Non ha senso enfatizzare il posizionamento a sinistra, quando la natura e la vocazione del Pd sono impregnati di quei valori fondativi che evocavano l’oltrepassamento delle divisioni del Novecento, così da riunire le autentiche culture riformatrici (storicamente più di centro, e del centro di matrice dc, che di sinistra). Bisogna aprire al mondo cattolico, altrimenti la proposta politica non ha sviluppi sufficienti.

 

 

Giuseppe Fioroni

 

Più avanzano i giorni e meno si chiarisce la volontà dei partiti coinvolti in un disegno intelligente e coraggioso di preservazione della cosiddetta Agenda Draghi, contro l’ondata della destra. Quasi non se ne parla più, né dell’Agenda e né di Draghi: il programma appare conformato all’esigenza di aggiungere e togliere qualcosa, per pizzicare le corde più sensibili dell’elettorato; la leadership sembra un gioco di numeri e combinazioni, giacché se avanza con prudenza l’ipotesi di Letta – il front runner Dem – immediatamente sopraggiunge l’autocandidatura di Calenda. Il timore è che i nodi, invece di sciogliersi, si aggroviglino ulteriormente.

 

Sul perimetro dell’alleanza la novità consiste – e non è cosa da poco – nel riconoscere che non sono accettabili veti e pregiudiziali, essendo prioritario identificare il comune intento di allargare l’area della partecipazione e del coinvolgimento in questa dura battaglia elettorale. Tuttavia al momento vince la tattica, non la lungimiranza e la generosità. Dietro i buoni propositi ci sono le dinamiche  legate alla scelta dei candidati, in un contesto che vede la riduzione del numero dei parlamentari. Molto dipende dal Pd, dalla tenuta del suo gruppo dirigente, in quanto gli alleati potenziali sono troppo debolì per andare oltre la misura dei distinguo e dei rilanci, spesso dettati da preoccupazioni molto concrete in ordine alla convenienza a stare in un grande contenitore di centro sinistra.

 

Eppure il contenitore, specialmente questa volta, deve essere ampio. Senza questa apertura la destra può dilagare, vincendo a mani basse. Ora, se il Pd mostra di volersi impegnare seriamente, ancora conserva nei suoi movimenti la farraginosità che dipende da una strategia per così dire faticosa. Non ha senso, a mio giudizio, enfatizzare il posizionamento a sinistra, quando invece la natura e la vocazione del partito sono impregnati di quei valori fondativi che evocavano l’oltrepassamento delle divisioni del Novecento, così da riunire le autentiche culture riformatrici (storicamente più di centro, e del centro di matrice dc, che di sinistra).

 

Se il Pd ripiega le vele e si propone come forza di sinistra, con una sottile ma evidente forzatura rispetto alla sua connotazione originaria, può ambire a ricomporre il solito cartello elettorale che dal 1948 ad oggi sta poco sotto o poco sopra la soglia del 30 per cento. In più, facendo questa retromarcia, viene ad appannarsi il contributo dei popolari, anche a dispetto dell’essere popolare gran parte della dirigenza del partito e della rappresentanza governativa. Il passaggio è stretto e non consente l’accomodarsi nell’ambivalenza, esibendo una carta d’identità che il tempo – dobbiamo esserne consapevoli – ha reso fatalmente meno leggibile, quasi fosse scaduta.

 

È necessario dare un colpo di frusta a tutte le pigrizie e gli accomodamenti. Le candidature sono importanti e vanno individuate con cura, anche sollecitando la disponibilità a rendere un servizio nei collegi disperati, dove vincere è pressoché impossibile. Credo che il retroterra popolare del cattolicesimo italiano sia in grado di produrre uno sforzo di testimonianza attiva, sempre che lo si solleciti con garbo e capacità di spiegazione. Oggi il Pd è troppo “neutro” per essere attrattivo dei “mondi vitali” che hanno radici nell’Italia della solidarietà, e quindi nel tessuto connettivo di comunità impegnate laicamente nel sociale in forza di una motivazione di fede.

 

Se posso dare un consiglio, gli amici del Nazareno dovrebbero preoccuparsi di “catturare”, in senso nobile e positivo, alcune figure emblematiche del retroterra cattolico. Un tempo anche la Dc prevedeva la selezione di candidature simbolo: chi non ricorda l’ingresso in lista o nei ruoli di fìgoverni di personaggi della statura di Leopoldo Elia, Roberto Ruffilli, Vittorio Bachelet (ma anche Augusto Del Noce, Armando Rigobello, Nicolò Lipari). Questa è la sfida che non può lasciare indifferente Enrico Letta. Oggi è più difficile di ieri? Ho l’impressione, a dire il vero, che sia più necessaria e vincolante, in qualche modo più decisiva. Diversamente emergerà che l’epica competizione con la triade Berlusconi-Salvini-Meloni tutto sarà meno che epica, essendo persa in partenza.

L’ESPLOSIONE DOPO DRAGHI DEI PARTITI DI CENTRO, TUTTI COSTRUITI A MISURA DI UN LEADER SOLITARIO.

 

Il centrismo appare un fenomeno contratto nell’ambizione di trovare uno spazio di agibilità. Manca un vero disegno politico. Bernard Manin parla della “Democrazia del pubblico” che, grazie al sistema dei media, trasforma la rappresentanza in un rapporto diretto tra leader e opinione pubblica, senza partito dietro. Trovare una specifica e originale identità culturale, oggi non serve.

 

Nino Labate

 

Sono passati diversi giorni dalla cacciata di Draghi. E il 25 settembre si avvicina…Devo per onestà confessare che ero scettico sulle sue dimissioni. Scommettevo sulla forza di persuasione del suo “mentore” Mattarella e sugli appoggi di una buona fetta di classe politica che lo stimava: solo parole, anche se Berlusconi stesso pareva inizialmente usare parole di responsabilità. Ma non ho fatto i conti con l’eccitazione da sondaggi della Meloni, con l’occasione da non perdere del suo amico Salvini, e con il tornaconto e gli interessi personali del Cavaliere. Conte, suppongo non abbia capito dove andava a finire il suo Movimento. E di tutto questo ho dovuto prenderne atto, amaramente.

 

Comunque siano andate le cose, non credevo tuttavia possibile l’esplosione di un neo-centrismo come quello emerso sotto i nostri occhi dopo il licenziamento di Draghi. Le sue dimissioni hanno visto spuntare dal nulla una frittata di sigle e simboli cerchiati che si dichiarano di centro, come non si era mai visto prima in Italia. Tutti single. Ognuno con se stesso e con pochi amici fidati. La DC era altra, proprio altra cosa! E chi tenta di identificarsi, ma anche solo di ispirarsi con il suo nuovo centrino, dimostra tutta la sua incompetenza storica sulle vicende politiche italiane degli utimi 50 anni del secolo passato.

 

Emerge dunque un neo-centrismo.

 

Un neo-centrismo però senza una precisa cultura politica.  Un neo-centrismo spezzettato sino all’irrilevanza elettorale. Frammentato in decine di partiti fotocopie, singoli partitini, liste e  liste civiche, nelle mani di singoli e autonomi  uomini politici. Un neo-centrismo declinato a volte anche in senso moderato, con un termine ottocentesco da borghesia ricca e aristocrazia agiata, per fare presa su quella striscetta di ceto medio rimasta sulla scena, e su quel filetto di borghesia italiana ancora viva. Entrambi con altri e seri  problemi per la testa, propri e dei figli con la valigia in mano.

 

E in qualche caso, ma solo per comodità elettorale, un  neo-centrismo attratto dai suoi due lati e autoproclamato di centro-sinistra e di centro-destra. Pur sapendo che oggi destra e sinistra – se proprio ci teniamo a usare ancora  queste categorie del passato senza chiarire di volta in volta di cosa parliamo – indicano cose assai diverse. E non è finita. Perché il filo rosso che ha unito questi nuovi centristi riguarda l’attacco al populismo imperante. Tutti contro il populismo…degli altri. Con una reiterazione da brividi del termine, su cui si è sempre ignorato il fatto che la retorica populista, il rivolgersi cioè direttamente al popolo, appartiene sin da Pericle e assieme alla menzogna, alla fisiologia della democrazia politica, come ci ha ricordato Hannah Arendt. Retorica e menzogna oggi rinforzate sino all’inverosimile dai media vecchi e nuovi, e dai social bugiardi e manipolati. Un neo-centrismo infine – e questo dispiace – definito in alcuni casi anche cattolico, quando non cristiano. E con qualche leader fondatore che si è avventurato a proclamare la sua nuova formazione addirittura come partito di centro cattolico-democratico, dimostrando con ciò d’ignorare il significato di questa particolare cultura politica cattolica. Ma tant’e!

 

Stando così le cose non ci rimane che di augurare buone cose a questo neo-centrismo italiano 2.0; che, coalizzato o meno, viene tutto giocato sulle opinioni nascoste dei non votanti e astenuti, sulla attuale legge elettorale con una buona quota proporzionale, non escludendo alcune proposte particolari relative al lavoro, ai pensionati, e alle imprese, più o meno sposate a ben vedere da tutto l’arco costituzionale. Altro non c’è. O se c’è, è ben nascosto sotto l’insana e narcisa voglia di protagonismo dei singoli leader, confermando in questo modo la tesi di Bernard Manin sulla “Democrazia del pubblico” dei nostri giorni, che grazie al sistema dei media trasforma la rappresentanza in un rapporto diretto tra leader e opinione pubblica, senza partito dietro. Trovare una specifica e originale identità culturale, oggi non serve. Non c’è infatti da offrire una specificità distinta di valori e principi; e non c’è una qualche originale offerta di nuove regole democratiche. Serve solo uno che sappia parlare alle pance degli elettori.

 

Se proprio stanno così le cose, non si capisce bene allora  quali sono e cosa sono la destra e la sinistra che si oppongono al neo-centrismo esploso in Italia. Tentiamo noi una risposta. Il neo-centrismo di oggi nasce perché ha  sui suoi lati, due forti e pericolosi rivali che bisogna combattere e che conviene ricordare sin dentro la cabina elettorale:  – da una parte la voglia dichiarata di  un progetto politico di statalizzazione di tutto il libero mercato, col blocco della proprietà privata e della libertà d’impresa attraverso una  pianificazione centrale nelle mani del segretario dell’unico partito esistente, rimanendo sempre in attesa di una rivoluzione proletaria mondiale; – dall’altra parte, di fare a meno dello Stato e di “lasciar fare” liberamente gli spiriti animali conservatori, nella gestione del mercato e di tutta la  società, perche solo il singolo individuo senza vincoli,  anche facendo leva sulla sua etica protestante, sa innovare e gestire il progresso.

 

Dunque, sia per l’una che per l’altra di queste tragiche alternative presenti in Italia, è meglio stare nel mezzo! E ho volutamente trascurato l’urgente necessità di trovarsi in mezzo tra partiti di sinistra con un dichiarato programma di tutela della sola classe operaia atea, con nelle  mani  la falce da una parte, e il martello dall’altra; e partiti di destra con un dichiarato programma di un ritorno al “fascismo eterno”, nostalgici di colonie, oggi frammisto al nazional-sovranismo modello “First Italy”; e poi ancora nemici giurati dell’Europa unita, ma pronti a trasformare “l’aula sorda e grigia” del Parlamento in un “…bivacco di manipoli”. Queste sono dunque la sinistra e la destra – dico bene?! – che abitano oggi in Italia. E proprio contro queste divaricazioni pericolose, bisogna per forza creare un centro lontano dall’una e dall’altra!

 

Per evitare l’ironia a tutto campo su cose serie, è certo  che nessuno puo negare che quando si usano i termini di destra e sinistra, questi termini indicano oggi altre cose, e comprendono nelle loro definizioni altri fattori nel frattempo  sopraggiunti.  Ma quello che si deve evitare riguarda il fatto di rivolgersi alla triade destra-centro-sinistra per giustificare il pluralismo, come ha fatto qualche neo-centrista. Intendiamoci, il pluralismo quando non è falso e ad uso del leader di turno, è legittimo. E su cui non si può e non si dovrebbe scherzare.

Anche se, a tale proposito, non posso fare a meno di ricordare le preoccupazioni di Benigno Zaccagnini che  dialogando nei lontanissimi anni ’70 con Norberto Bobbio difendeva, sì, il pluralismo, ma ne metteva nello stesso tempo in evidenza i “…pericoli della  disgregazione e delle  tentazioni centrifughe, facendo eco alle inquietudini di Bobbio che accanto agli aspetti positivi del pluralismo, ne  sottolineava il connesso “…maleficio della disgregazione”.

 

Rimane in conclusione solo una considerazione finale che prende spunto dall’ottimo libro della filosofa e sociologa Francesca Rigotti, che suggerisco di leggere, L’era del singolo. Sin dalla copertina, ella ci avverte che “…essere individui oggi non basta piu”. E poi ragiona e riflette sui passaggi culturali della nostra epoca che vanno dall’organicismo (il noi e lo stare insieme senza discutere) all’individualismo (prima io, poi gli altri, Stato compreso),  arrivando al singolarismo dei nostri giorni (io unico e solo  con i bisogni solo miei). Siamo, secondo questa acuta studiosa, di fronte ad  una svolta antropologica epocale del modo di stare insieme nella società. Un epoca in cui è meglio identificarsi con se stessi e rimanere da soli, isolati e autonomi dal resto della comunità e della società.

 

Ora, se la metafora della barca di Bergoglio è sempre valida, ci resta da dire che per gestire bene le radicali trasformazioni sotto i nostri occhi, anziché salire assieme agli altri su una unica barca, e remare assieme agli altri, ci stiamo separando grazie alla nostra insana voglia di essere singoli. E stiamo salendo su singole barche remando da soli. Se si osserva bene la società dei nostri giorni, e in particolare quella società dei tanti partiti politici e partitini,  questo passaggio dal Noi al Singolo della Rigotti, potrà spiegare  molte cose. Oggi il partito è declinato al singolare. E si fa forza su un singolo leader. Non è più il partito del Noi e di certi valori condivisi, di un insieme di persone, di un insieme di attese, o se vogliamo di una domanda comune e condivisa. Ma solo il partito del signor  X e del signor Y, con una singolare offerta tutta giocata sulla singola faccia del signor X o del signor Y. Tutto il resto è noia! Non conta!  E la democrazia, lo stare insieme agli altri? e il bene comune?

Beh …meglio lasciar perdere!

IL GUAZZABUGLIO DELLE CANDIDATURE. ATTENZIONE A NON DELUDERE LE GIUSTE ASPETTATIVE POPOLARI.

 

I problemi esistono in tutti gli schieramenti. Guai a concedere troppo spazio alle alchimie di partito. Mentre si affilano le armi e cercano nomi e argomenti convincenti, la bramosia del potere e gli interessi di parte suscitano nel popolo sentimenti contrastanti: sono troppi i problemi irrisolti da tempo.

 

Francesco Provinciali

 

 

Si voterà il 25 settembre dunque ma mettere insieme la riduzione del numero dei parlamentari con le nuove circoscrizioni (230 deputati e 115 senatori in meno), depositare i simboli dei partiti tra il 12 e il 14 agosto, le candidature nei collegi uninominali tra il 21 e il 22 agosto, con un occhio di riguardo al sistema elettorale in vigore, calcolare i passaggi di squadra a cavallo del benservito a Draghi e comprimere tutto in un meno di un mese è come far entrare un cocomero intero in un frullatore, risolvere il cubo di Rubik in trenta secondi o giocare in 9 contro 11 con il Real Madrid. Di Maio l’ha combinata grossa, ma erano i tempi in cui era ancora impegnato nel tentativo di scardinare la scatola di sardine e si affacciava salutando ai balconi del Palazzo. Ma ciò che al comune cittadino pare un rebus incomprensibile per i partiti potrebbe risolversi in un organigramma deciso a tavolino da tre o quattro teste pensanti.

 

Le gerarchie interne, al netto dei mal di pancia sui nomi e delle inevitabili trombature da mettere in conto, funzioneranno 24 h su 24 per assemblare gioiose macchine da guerra: la posta in gioco è alta e non si può fallire. Possiamo sempre contare sulla generosità dei politici in carriera, già ben incardinati nelle istituzioni: Zingaretti ha annunciato che lascerebbe la presidenza della Regione ma solo dopo l’elezione al Parlamento, non si sa mai, Berlusconi ridimensiona i fuoriusciti da FI con l’aiuto dell’On.le Fascina e promette pensioni minime da mille euro e un milione di alberi da piantare ogni anno. Chi ricorda il milione dei posti di lavoro sa che lui arrotonda sempre, per eccesso, con una lungimiranza ineguagliabile. La statura del leader ce l’ha tutta, è fuori discussione: perciò si candiderà contando su Salvini che gli avrebbe promesso la Presidenza del Senato.

 

La Meloni prepara liste dei candidati e dei ministri sicura dei sondaggi che proiettano FDI verso il primo posto ma lo fa, bisogna ammetterlo, con discrezione, anche se il PPE indica in Tajani il proprio nome per Palazzo Chigi: ma al netto del risultato del voto puntualizza Salvini, che punta al sorpasso dopo il pit-stop del Papeete. A sinistra il “campo progressista” si allunga e si accorcia come il letto Procuste ma pare – ascoltando Enrico Letta che non ci sarà alcuna alleanza con i 5S. Ciò irrita Conte che non accetta la politica dei due forni, alleati alle amministrative e divisi alle politiche, si attendono intanto nell’ordine: che venga sciolto dall’Elevato il rebus del doppio mandato, che Di Battista rientri dalla Siberia ( se ancora vi si trova in mandato esplorativo) e decida di farsi tentare dalla discesa in campo, che altri incerti sulle profezie della democrazia virtuale lancino il dado e passino il Rubicone, entrando in ‘Insieme per il futuro’ o aggregandosi a formazioni minori. Il Centro potrebbe riservare sorprese, dipenderà da quanti ne faranno parte: la convergenza di postulanti, invitati e convitati si fa insistente, entrano ed escono nuovi soggetti politici come dalle porte girevoli del teatro di Feydeau.

 

Intanto dopo i no-tav, no tap, no-vax, i terrapiattisti e i negazionisti ’full optional’ si sta organizzando la propaganda dei ‘no-voto’: il bacino di pescaggio degli astenuti è notoriamente ampio, a differenza di quello attuale dei fiumi, è che tutti guardano in quella direzione, per convincere la gente a votare e a far pendere la bilancia a destra o a sinistra. Come detto il Centro potrebbe essere l’ago della bilancia: è talmente rarefatto e suscettibile di crescenti adesioni da aspirare davvero – sommando gli addendi – a conseguire al voto un risultato a due cifre. Ma mentre destra e sinistra possono consolidare alleanze già sperimentate o impiantarne di nuove, per forza di attrazione, il Centro diventerebbe nella migliore ipotesi un rassemblement come auspicato da Renzi: il problema è che quella a cui si vuole dar vita è un’alleanza elettorale di vertice di soggetti politici esistenti, l’area di raccolta comprende partiti già formati e soprattutto i rispettivi capi. Anche in periferia, cioè tra noi comuni mortali, si pensa a quando il centro era garanzia di stabilità di governo, ovvero si immaginano e si compongono formazioni nuove, che nascono dal e nel territorio, anche senza nostalgie per il passato. Il dubbio riguarda la forza di penetrazione di questo associazionismo locale nei cfr. di chi è già seduto al centro dell’emiciclo parlamentare e ci vuole restare.

 

In un mese sarà più facile che si compattino le forze del centro parlamentare in nome di un interesse comune, piuttosto che si realizzi la sperimentazione di soggetti nuovi di emanazione popolare. Ho letto molte disquisizioni sulla necessità di un centro federato che moderi le derive bipolari, analisi culturalmente ineccepibili e potenzialmente strategiche. Ma il tempo breve che resta potrà al massimo concedere, lavorando sul territorio, di negoziare un ingresso nelle alleanze guidate dai capi e capetti delle forze politiche esistenti. Più che attraverso assemblee o congressi – a cui difetta il tempo a disposizione- ciò si deciderà ai tavoli delle ovattate stanze dei palazzi romani. E mentre tutti affilano le armi e cercano nomi e argomenti convincenti, la bramosia del potere e gli interessi di parte suscitano nel popolo sentimenti contrastanti: troppi problemi irrisolti da tempo, troppe promesse, troppe illusioni.

1922. ASSALTO FASCISTA ALLA FEDERAZIONE DELLE COOPERATIVE DI RAVENNA. MATTARELLA, “LA STORIA È PARTE DI NOI”.

 

Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ieri a Ravenna, in occasione della cerimonia commemorativa del centenario dellassalto fascista alla sede della Federazione delle Cooperative di Ravenna

 

 

Redazione

 

Rivolgo a tutti un saluto di grande cordialità. E per tutti saluto il Presidente della Regione e il Sindaco Presidente della Provincia e, attraverso lui, tutti i cittadini di Ravenna.

 

Qui a Ravenna oggi ricordiamo, come abbiamo fatto questa mattina con gli interventi che abbiamo ascoltato e che ringrazio, una pagina di violenza, di devastazione e di morte, nel capitolo della nostra storia che avrebbe portato alla perdita della libertà per gli italiani, con l’avvio della stagione buia della dittatura fascista, nell’agonia dell’ordinamento monarchico-liberale.

 

La pianura padana, in quegli anni, era divenuta teatro del disordine e della violenza delle bande fasciste, sostenute dagli ambienti agrari, contro le rivendicazioni del movimento contadino che si era dotato di solide organizzazioni, a partire dalle cooperative.

 

E proprio contro le cooperative si sfogò la rappresaglia dei gruppi guidati da Italo Balbo e Dino Grandi, esponenti dell’ala oltranzista del fascismo.

 

L’assalto alla sede della Federazione delle cooperative di Ravenna si inseriva nelle scorrerie delle carovane che percorrevano la pianura padana e, dalle campagne e dai centri minori, puntavano alla conquista delle città e all’abbattimento delle amministrazioni locali liberamente elette dai cittadini.

 

Il raid nel pieno centro della città, non era, certo, la prima violenza registrata in Romagna, come abbiamo visto nel filmato e abbiamo ascoltato negli interventi. La sconfitta elettorale registrata a Ravenna dal Blocco nazionale, in cui si ritrovava il fascismo, alle elezioni parlamentari del maggio 1921, condusse – nonostante il patto di pacificazione sottoscritto tra socialisti e fascisti alla presenza del Presidente della Camera dei Deputati, Enrico De Nicola, il 3 agosto 1921 – a una “marcia” su Ravenna a settembre dello stesso anno, con la devastazione della Camera del lavoro.

 

Il precedente più immediato era stato quello degli scontri – con diversi morti – avvenuti nel corso dello sciopero generale indetto il 26 luglio 1922, riguardo al ruolo del sindacato fascista a Ravenna, in contrapposizione alle organizzazioni del lavoro e della cooperazione.

 

Da settimane i manipoli fascisti facevano razzie, incendiavano, assassinavano, terrorizzavano i paesi del circondario.

 

Su Ravenna erano confluiti centinaia di squadristi armati dalle province di Ferrara e di Bologna. Si voleva – laddove non si era riusciti con il voto – soggiogare con la violenza la città, culla della cooperazione socialista e repubblicana, per conquistare definitivamente la Romagna.

 

Italo Balbo nella sua strategia eversiva – d’intesa con il suo referente Dino Grandi e con i vertici del partito fascista – univa la distruzione di circoli, di cooperative, di case del popolo, di spacci di consumo, a obiettivi politici ulteriori.

 

A Ravenna uno degli obiettivi più importanti era quello di spezzare la convergenza, l’unità d’azione in campo sindacale e cooperativo, tra socialisti e repubblicani.

 

Erano i giorni della crisi del primo governo Facta. La mozione presentata dai socialisti, guidati da Filippo Turati, e che provocò le dimissioni del governo il 19 luglio 1922, aveva la sua ragione proprio nella denuncia di un crescendo di intimidazioni, di aggressioni violente, di assassinii politici ad opera dei fascisti.

 

Violenze in tutta Italia, le ultime a Cremona, messa a ferro e fuoco, e a Novara, con gli episodi di Lumellogno e l’occupazione del Palazzo comunale.

 

Alle violenze organizzate il governo non rispondeva con efficacia. A livello locale, i prefetti e le forze dell’ordine da essi dipendenti, apparivano spesso irresoluti nella difesa dello Stato, offrendo così sponde ai manipoli di assalitori.

 

I deputati fascisti votarono a favore della mozione per provocare la fine del governo Facta e le sue dimissioni e fu lo stesso Mussolini a prendere la parola nell’aula di Montecitorio, pronunciando uno dei discorsi più platealmente minacciosi nei confronti della vita democratica, con queste parole: “Il fascismo (…) dirà (…) tra poco se vuole essere un partito legalitario, cioè un partito di governo, o se vorrà invece essere un partito insurrezionale, nel qual caso non solo non potrà più far parte di una qualsiasi maggioranza di governo, ma probabilmente non avrà neppure l’obbligo di sedere in questa Camera”.

 

Come così annunciato, ottenuta la caduta del governo, l’azione eversiva della milizia fascista si fece più intensa; frenetica.

 

La democrazia liberale, sopravvissuta alla Grande guerra, alle incertezze e alle successive drammatiche emergenze sociali, alle turbolenze, agli scioperi, alle occupazioni delle fabbriche, alle violenze che avevano costellato il cosiddetto “biennio rosso”, vedeva, nella sua incompiutezza, le forze costituzionali e popolari incapaci di intendersi e di dar vita a un governo di salvezza nazionale.

 

Il Corriere della Sera, espressione della borghesia liberale, pochi giorni prima degli eventi di Ravenna, il 23 luglio 1922, scriveva:

 

”Il fascismo è ormai arrivato a un punto del suo cammino in cui, se un mutamento di rotta non avviene, esso si troverà a essere soltanto un focolaio sovversivo della disgraziata Italia, una fazione – e se è grossa tanto peggio per la patria – deliberata di intendere l’ordine nello Stato come il “suo” ordine, secondo il suo arbitrio”.

 

È il clima in cui avvenne l’assalto alla centrale delle cooperative di Ravenna, la notte di un secolo fa.

 

Nullo Baldini, deputato socialista, protagonista del cooperativismo di lavoro nel Ravennate, fu portato a forza fuori dall’edificio che venne dato alle fiamme.

 

Turati aveva deciso di provare la strada di una coalizione antifascista, e per quella sua salita al Quirinale sarà poi espulso dal Partito socialista, insieme all’ala riformista, per aver violato il divieto di relazioni con i partiti borghesi. Nullo Baldini, sempre attento agli equilibri nazionali e sempre schierato con Turati, era tra coloro che più spingevano per aprire una fase nuova, per rafforzare il collegamento con i partiti popolari e democratici, perché la strada fosse sbarrata alle dilaganti violenze dei fascisti, che avrebbero trovato il loro compimento nel cedimento della monarchia, nell’ottobre successivo.

 

Al primo governo Facta seguì un secondo governo Facta. Ugualmente debole.

 

Si apriva il ventennio drammatico, nel secolo scorso, del prevalere delle dittature in Europa, preludio del Secondo conflitto mondiale e delle sue atrocità.

 

L’attacco alla sede della Federazione delle cooperative di Ravenna intendeva colpire il cuore del movimento di riscatto popolare del territorio, che era giunto a organizzare oltre 15.000 braccianti agricoli.

 

Con esso si intendeva indebolire l’istanza di partecipazione democratica che si affacciava in modo sempre più vigoroso.

 

La libertà dei corpi sociali di un Paese è elemento che contribuisce a sorreggere la vita democratica. Quando le formazioni intermedie vengono compresse, costrette al silenzio, è l’intera impalcatura delle libertà e dei diritti che viene compromessa.

 

La cooperazione è stata ed è un soggetto della democrazia economica, un vettore di progresso. Una protagonista, insieme ad altri, di quel sistema produttivo e di servizi plurale che ha reso la nostra economia tra le più avanzate al mondo.

 

Il fascismo la costrinse dentro le gabbie di uno Stato oppressivo e totalitario. La Repubblica le ha ridato libertà e respiro.

 

La solidarietà, la centralità della persona, la crescita del lavoro come misura di dignità per ogni donna e ogni uomo, valori che ne sono alla base, alimentano la democrazia e hanno trovato nella Costituzione riconoscimento esplicito.

 

È un’esigenza che va sempre avvertita, anche nelle condizioni inedite di un tempo che registra cambiamenti così veloci.

 

La storia è parte di noi. Di ciascuno di noi come persona, di noi come comunità. È alle fondamenta della nostra cultura, dei nostri ordinamenti, dei valori in cui ci riconosciamo e che costituiscono l’asse portante della società contemporanea.

 

La libertà di cui godiamo, la democrazia che è stata costruita, l’uguaglianza e la giustizia che la Costituzione ci prescrive di ricercare sono figlie di una storia sofferta e di generazioni che le hanno conquistate con dolore, sacrificio, impegno, consegnandole alla nostra cura affinché possiamo a nostra volta trasmetterne il testimone.

 

È una lezione, quella di allora, di coraggio, di fiducia. È la coscienza di essere parte di una storia che continua, consapevoli anche dei momenti più oscuri e indegni vissuti e del loro superamento.

 

La democrazia nasce da questa diffusa coscienza della responsabilità di ciascuno nella difesa delle comuni libertà.

 

È stata – è – una conquista di popolo.

 

A noi tocca rigenerarla ogni giorno, chiamando i più giovani a esserne protagonisti.

 

E appaiono di grande significato, oggi qui a Ravenna, le parole poste dal presidente Luigi Einaudi nella motivazione della Medaglia d’oro al valor militare, conferita a questa Città per il contributo fornito alla Liberazione d’Italia.

 

Con queste parole desidero concludere:

 

“Memore delle lotte per l’Unità e per l’indipendenza e delle glorie garibaldine – recita la motivazione – la città di Ravenna scrisse nella storia del nuovo Risorgimento italiano pagine mirabili e da ricordare ad esempio per le future generazioni”.

ALLE ELEZIONI CON VERVE UNITARIA. IL 25 SETTEMBRE DELLA DESTRA ALL’INSEGNA DELLA (FALSA) COESIONE. 

A un osservator attento non può sfuggire l’evidenza dei fatti. La coalizione a guida Meloni vuole apparire unita, ma la realtà è un’altra.

 

La destra assume l’unità a sigillo della propria forza, almeno prova a farlo grazie anche all’entusiasmo di chi sente il vento in poppa. Tuttavia si tratta di una coalizione che risorge dalle ceneri delle sue stesse contraddizioni, profonde e vistose, avendo Lega e Forza Italia vissuto l’esperienza di unità nazionale e Fratelli d’Italia, per contro, la sua negazione. Negli ultimi diciotto mesi – Draghi Presidente del Consiglio – metà coalizione è stata al governo e l’altra metà all’opposizione. Tutto questo appare cancellato, di colpo, come per magia: la battaglia elettorale consacra un’immagine di disciplina.

Qualcosa però non quadra nella rappresentazione che si vuole baldanzosamente proporre.

Anzittutto l’unità dovrebbe essere assicurata dal riconoscimento, stabilito nell’ultimo vertice, che al partito più votato spetta designare il capo del governo. Naturalmente non è sfuggito ai commentatori politici più attenti la sostituzione di “esprimere” con “designare”, stante la preccupazione di Lega e Forza Italia a riguardo della candidatura a premier di Giorgia Meloni. L’accordo, insomma, rinvia alla fase post elettorale dal momento che  l’automatismo rivendicato da Fratelli d’Italia – il leader del partito più votato guadagna il titolo di Presidente del Consiglio in pectore – non ha più niente…di automatico.

Ora, per giunta, Berlusconi punta i piedi, anche se con diminuita forza di seduzione mediatica. Nulla è scontato. “Sarà Forza Italia – dice infatti a Zona Bianca (Rete 4) l’anziano leader degli Azzurri – ad indicare il premier perché io scendo in campo anche stavolta in una campagna elettorale come ho fatto diverse volte perché sento dentro forte il dovere di farlo e quindi gli faremo una campagna elettorale in cui cercheremo di far pervenire agli italiani tutte le motivazioni che avrebbero nell’indicare noi con loro voto”.

Poi ci sono i programmi, che aggrovigliano e complicano le relazioni all’interno dell’alleanza. Cosa si fa sul piano economico? Rispetto alla cosiddetta Agenda Draghi già s’intravede la voglia di un “andare oltre”, che tradotto significa prendere da essa le distanze. È un atteggiamento, questo, che incrocia la coerenza della Meloni, ma contempla al tempo stesso l’ambiguità di Salvini e Berlusconi, compartecipi della definizione e gestione dell’Agenda. Bisognerà anche capire se la proposta leghista di uno scostamento di 50 miliardi per finanziare interventi a sostegno di imprese e famiglie entrerà nel paniere della campagna elettorale. Draghi non ne voleva sapere, visto l’alto debito dell’Italia. E pure la Meloni oggi frena.

Infine, come si registra in queste ore, pesa il dilemma delle interferenze russe. Una bazzecola! È in gioco davvero  l’indipendenza e la credibilità dell’Italia. Anche in questo caso scattano le divisioni sotterranee, con Salvini  sospettato di “prendere ordini” da Putin e la Meloni impegnata a rassicurare gli USA sulla tenuta della solidarietà atlantica. Vogliamo aggiungere a questo la discussione sul futuro dell’Europa? Berlusconi fatica ad esercitare il ruolo di garante dell’europeismo agli occhi del Partito Popolare Europeo (PPE) e, più in generale, delle varie istituzioni di Bruxelles.

È questa la coalizione unita?

Conte, la sinistra sociale e Donat-Cattin.

 

È arrivato il momento di alzare la voce da parte di tutti coloro che considerano il patrimonio del cattolicesimo sociale e politico non un luogo da saccheggiare da chicchessia, ma una fonte da cui continuare a trarre ispirazione e insegnamento, anche e soprattutto per come affrontare la stagione contemporanea.

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, Giuseppe Conte non finisce di stupirci. Al di là del simpatico Bersani che non si rassegna per l’esclusione dei populisti dei 5 Stelle dalla potenziale alleanze di centro sinistra, adesso registriamo l’ennesima metamorfosi politica di Conte, il capo dei 5 Stelle. Dopo l’alleanza stretta ed organica con la destra di Salvini diventa un cattolico di sinistra con la coalizione con il Pd per poi riscoprire, misteriosamente e nuovamente, la sua anima populista e demagogica della prima ora grillna. Adesso, almeno così pare, sta per diventare il nuovo alfiere e protagonista della “sinistra sociale”, il difensore per eccellenza della giustizia sociale. Una sorta di Robin Hood de noantri. Insomma, per dirla in termini ancora più espliciti, abbiamo trovato il nuovo Carlo Donat-Cattin della e nella politica italiana.

 

Ora, al di là del trasformismo che anima e caratterizza il partito populista per eccellenza di cui Conte è l’esempio classico ed indiscutibile, non c’è alcun dubbio che ci troviamo di fronte all’ennesima piroetta da parte di un personaggio e di un partito che nella geografia politica italiana hanno già ricoperto tutti i ruoli. Dalla destra alla sinistra al centro, senza alcun problema e senza alcuna dignità anche perchè, com’è ormai evidente a tutti, si tratta di un partito privo di qualsiasi identità e di qualsiasi cultura politica per cui tutti i ruoli sono possibili ed intercambiabili.

 

Ma di fronte ad operazioni così sfacciate e anche così ridicole, forse è arrivato anche il momento per alzare la voce da parte di tutti coloro che considerano il patrimonio del cattolicesimo sociale e politico non un luogo da saccheggiare da chicchessia ma una fonte da cui continuare a trarre ispirazione e insegnamento – possibilmente con una coerenza nel comportamento politico – anche e soprattutto per come affrontare la stagione contemporanea. E, all’interno di questo nobile e antico patrimonio, recuperare la lezione esercitata e declinata da leader politici e statisti come, ad esempio, quello svolto da uomini e donne come Carlo Donat-Cattin o Tina Anselmi. E quindi, tutti coloro che ricavano la loro ispirazione ideale e culturale dal filone del cattolicesimo sociale per giustificare il proprio impegno politico, non possono assistere passivamente di fronte a chi si appropria di un ruolo che semplicemente non gli appartiene. Non si tratta di non rispettare i repentini ed improvvisi cambiamenti politici di chi pratica con disinvoltura la prassi trasformistica ed opportunistica. Ma, molto più semplicemente, prendere atto che non si possono giocare in politica tutti i ruoli possibili. Disinvoltamente e qualunquisticamente. Lo possono fare i populisti ma non certamente coloro che hanno una cultura politica, un profilo politico e una coerenza politica e culturale di fondo.

 

Ecco perchè di fronte a questi atteggiamenti – come quelli, appunto, del capo dei 5 Stelle – abbiamo il dovere di reagire. Non si può regalare ad un partito populista e privo di qualsiasi identità la soluzione della “questione sociale” che è drammaticamente scoppiata nel nostro paese dopo la doppia emergenza sanitaria e bellica. Una “questione sociale” che è fatta di diseguaglianze sociali, di disoccupazione, di caduta a picco del ceto medio, di crescente povertà, di centinaia di migliaia di famiglie ai margini della nostra società e, anche e soprattutto, di depressione psicologica e di mancanza di stimoli e di fiducia di moltissime persone, in particolare di giovani, nel futuro. Insomma, una situazione esplosiva che si può incrociare con la sfiducia nelle istituzioni e con un crescente astensionismo elettorale determinando una crisi della democrazia e dei suoi istituti più rappresentativi. E con l’avvicinarsi del voto del 25 settembre la “questione sociale” non può non essere affrontata. E, soprattutto, da coloro che provengono da una tradizione politica e culturale che fa proprio dell’istanza sociale la molla che giustifica l’impegno politico ed istituzionale. E quindi la difesa, la promozione e la crescita dei ceti popolari nel nostro paese. Senza derive assistenzialistiche e senza le sirene populiste. Ma con l’arma della politica, degli istituti della democrazia e con una precisa e definita cultura politica.

ROTONDI E LE ELEZIONI: L’ASSURDO DI UNA DC, DA LUI EVOCATA A SPROPOSITO, CHE BATTEZZA LA DESTRA DI MELONI.

Una gaffe imperdonabile o una lucida provocazione? In ogni caso, l’uscita di Gianfranco Rotondi non è ammissibile. La DC è il partito di De Gasperi, un vero antifascista.

 

Giuseppe Fioroni

 

La campagna elettorale è il momento della verità. Bisogna dire a chiare note che a destra, con Giorgia Meloni, riprende forma quel “fascismo eterno” – così lo definiva Umberto Eco – rimescolante le idee più disparate, in ultimo unite da un principio di autorità attorno alla figura del leader.

 

Essere democratici, europeisti e filo-atlantici appartiene alla tradizione dei partiti nati dalla lotta per la libertà, in primo luogo – per rispetto della storia – la Democrazia cristiana. De Gasperi scelse coraggiosamente l’Aventino, pagò con il carcere la sua opposizione al Regime, contribuì all’azione del CLN, guidò l’Italia alla rinascita e alla stabilizzazione democratica. Il suo ricordo evoca l’impegno di un vero democratico e antifascista, senza mezzi termini.

 

Questo è un punto fermo, anzi fermissimo, che Gianfranco Rotondi ha il dovere di considerare vincolante (invece di asserire, secondo la cronaca del suo compleanno riportata oggi dal Foglio, che “la Dc battezza Giorgia Meloni”). È assurdo parlare a nome della Dc – espressione di un passato nobile, ma pur sempre…passato – né di portare in dote alla destra lo spirito autentico dei democratici cristiani. Semmai è uno spirito che un composito “fronte repubblicano” dovrebbe accogliere con fervore, perché il 25 settembre non ammette la riduzione della battaglia elettorale a schermaglie senza principi.

 

A forza d’inchinarsi al pragmatismo, secondi criteri di opportunità contingente, si finisce per abbandonare l’orizzonte dei valori. A Letta spetta questo compito, e cioè di tener insieme programmi e visione politica con chiarezza, unendo le forze attorno alla migliore tradizione democratica del nostro Paese. Soprattutto il PD, per i suoi valori fondativi, dovrebbe operare nel segno della rivendicazione di una grande eredità, per la quale è lecito confidare nell’apprezzamento di un elettorato vasto, con interessi e sensibilità oltrepassanti il perimetro delle vecchie formule politiche.

LE ORIGINI CULTURALI DELLE CRISI POLITICHE

La retorica è un’arma terribile in mano alla democrazia moderna, ma le sue  risposte non sono affatto convincenti. Da tempo la politica in Italia mostra la noia dell’inazione, il contrabbando del merito con la schiavitù dell’appartenenza, l’assenza di modelli sociali da proporre. I partiti si sono impadroniti da molto tempo del potere inteso come comando e non come servizio. Bisogna unire responsabilità e competenza.

La vicenda tutta italiana della sfiducia a Draghi ha spiegazioni contingenti ed empiriche nella partitocrazia che divora in un sol boccone tutto il know how accumulato in una carriera apicale dal Professore-Presidente, riducendo le sue eccelse competenze a merce di scambio con i luoghi comuni del potere al popolo, del ricorso alle urne, delle alchimie e dei distinguo da fissione dell’atomo. La retorica è un’arma terribile in mano alla democrazia moderna, ma le sue  risposte non sono affatto convincenti.

Ancorchè clamorosa nel suo porsi nella solita cronaca da manuale Cencelli, essa è la punta di un iceberg, la parte visibile di un gigantesco baratro in cui la politica è finita da anni. Non è necessario scomodare i macigni che rotolano nella riflessione sullo stato attuale del mondo del compianto filosofo Emanuele Severino: la democrazia, il cristianesimo, la globalizzazione, la prevalenza della tecnica sul pensiero pensante, i luoghi comuni che sgretolano ad uno ad uno i puntelli su cui radica la cultura tramandata.

Possiamo aggiungerci l’affabulazione digitale, la privacy e la trasparenza, la rivendicazione di ogni diritto possibile nella dimensione antropologica soggettiva che manda in frantumi il concetto di sostenibilità.

Guerre, pandemie, alterazione irreversibile dell’ecosistema ne sono i derivati, di cui abbiamo una cognizione mutevole e cangiante che va dalle ricerche degli organismi internazionali, agli studi degli scienziati, fino ai discorsi da bar dove trionfa il feticcio dell’uno-vale-uno introdotto dalla democrazia virtuale, dai sondaggi, dal negazionismo preconcetto, dalla caienna senza fondo dei social dove influencer e tribuni del popolo hanno sostituito la civiltà dei valori come ancoraggi al naufragio contemporaneo.

Le ‘opinioni’ in nome della libertà di espressione riversano nel mondo della comunicazione e dell’informazione una pletora incontrollabile di fake-news – lo stesso Papa Francesco lo ha denunciato – che alterano irrimediabilmente convincimenti e orientamenti sganciandoli dalla razionalità e dal buon senso, fino a creare una sorta di limbo dell’indeterminato. Forse Umberto Galimberti si domanderebbe se esista ancora una via per cercare ed acclarare una verità condivisibile, che ci consenta di interconnetterci e comunicare, umanamente.

Si tratta di una tendenza di lunga deriva: leggiamo i Rapporti annuali del Censis solo nei giorni dei commenti di rito mentre dovremmo farne oggetto di riflessione più intensa e approfondita.

Ciò che sta cambiando il mondo sono gli eventi drammatici che alterano in modo esponenziale il concetto di normalità dentro una cornice di sostenibilità: ambientale, in primis, ma anche fisica, biologica, relazionale, sistemica. Ma poi ci sono le acuminate lance delle infinite soggettività prevalenti che generano uno stato di sospensione e di distacco dalla realtà, si avverte il bisogno di una guida e di una visione del mondo che non riduca i ragionamenti e le intuizioni alla mera gestione del presentismo prevalente.

Si percepisce una sensazione di logoramento e di consumo, non sono solo i ghiacciai che si sciolgono, è la fagocitosi di un antropocentrismo che vuole impossessarsi del mondo fino a distruggerlo.

A cominciare dal concetto di normalità, divenuto simbolo arcaico di intollerabile immobilismo, fino a rendere la stessa identità individuale e collettiva un modo di essere appannato e impermeabile al vero.

Ciò non riguarda solo il nostro Paese, ci sono derive planetarie di cui stiamo prendendo consapevolezza temendo una condizione di irreversibilità. Ma qui più che altrove, nel mondo occidentale, ci rendiamo conto che da anni, da decenni, la politica mostra la noia dell’inazione, il contrabbando del merito con la schiavitù dell’appartenenza, l’assenza di modelli sociali da proporre, che troviamo invece in altre realtà che hanno saputo sconfiggere – ad esempio – le piaghe della corruzione e della burocrazia.

La riduzione del numero dei parlamentari (a fronte di un risparmio risibile se rapportato allo sperpero del reddito di cittadinanza pensato e gestito in modo inadeguato) altererà il concetto di rappresentanza, con circoscrizioni elettorali sconfinate e candidature decise a tavolino non certo per meriti certificati: come al solito, come sempre non avranno spazio i migliori ma gli yes man di provata fede.

Bisogna interrogarsi sul perché non sia possibile un ricambio della classe dirigente del Paese: ciò è dovuto anche al fatto che il sistema scolastico difetta di capacità di orientamento, solida preparazione e selezione.

Persone come Mattarella e Draghi non sono la retorica di Stato che ci difende dall’arrembaggio del qualunquismo, dell’incompetenza e dalla bramosia dei partiti barattata come “deciso cambio di passo”: essi sono l’espressione del valore dell’esperienza, unita a solida cultura e competenza altrove non rinvenibile.

I partiti si sono impadroniti da molto tempo – attraverso una logica spartitoria – del potere inteso come comando e non come servizio. Ma la new age della politica come è stata formata? Quale senso civico ha appreso nella propria formazione? Quale preparazione ha maturato? Basti pensare all’intercambiabilità dei Ministri, scelti col bilancino del peso del partito piuttosto che per la specifica esperienza maturata ad es. in un ambito professionale, con esiti disastrosi. Si pensi all’economia, ma anche alla salute, all’istruzione.

C’è un deficit di fondo nella qualità della classe politica espressa dal Paese da alcuni decenni a questa parte, un vulnus attribuibile all’inadeguatezza della sua formazione che rimanda al declino del sistema scolastico, all’impreparazione favorita da logiche facilitative: lo certifica da tempo l’OCSE e dovremmo esserne consapevoli. Sta in questo gap formativo – oltre ai mali tipici della partitocrazia – una delle cause, forse la principale, delle crisi ricorrenti della politica che non riesce a gestire le evidenze dei suoi compiti: servire e guidare il Paese unendo responsabilità e competenza.

Non credo sia un azzardo affermare quanto sia determinante la formazione scolastica ed universitaria nella preparazione dei decisori politici, quanto e con quale peso specifico la “cultura” sia propedeutica ad una misurata, sapiente e lungimirante guida del Paese.