Home Blog Pagina 584

Libri | La tecnologia sta modificando la fisionomia della cura medica

Nel 1976 Jerrold S. Maxmen sosteneva e prevedeva la scomparsa della figura del medico nel ventunesimo secolo. Un’era in cui questa figura sarebbe diventata obsoleta per motivi tecnologici, politici, economici e sociali, un’era in cui si sarebbe instaurato un modello di erogazione delle cure gestito dal computer e da una nuova figura professionale. Già allora si poteva prevedere come le funzioni cliniche e non cliniche dei dottori avrebbero potuto essere gestite da un computer. Per l’autore, con le conoscenze e la tecnologia, già allora a disposizione, la necessità del medico era solo un mito. Maxmen ha fatto previsioni fino al 2025 e buona parte di queste si sono realizzate sia nel campo delle comunicazioni che in quello della tecnologia così come molte in quello biomedico.

Come è cambiata la medicina dall’inizio del secolo scorso e come sta cambiando nel ventunesimo secolo?

I mutamenti sono stati sostanziali e rapidi come mai è avvenuto nei secoli precedenti. Possiamo distinguere grossolanamente quattro fasi. Nella prima fase, dall’inizio del novecento fino agli anni ’50, il medico acquisiva finalmente strumenti per curare e guarire malattie acute e infettive. Le vaccinazioni di massa, la scoperta degli antibiotici e di altri farmaci efficaci cambiavano radicalmente le condizioni di salute della popolazione nel mondo occidentale. Il medico aveva un ruolo importante e definito nella società e gestiva la cura in modo autoritario e paternalistico. La seconda fase fino agli anni ’80 è stata caratterizzata dalla esaltazione delle specializzazioni nate dallo sviluppo della tecnologia prevalentemente diagnostica.

Questo ha portato ad una frammentazione delle conoscenze e delle abilità mediche, ha mutato la formazione accademica e ha portato la maggior parte dei medici ad occuparsi in maniera quasi esclusiva di un organo, di un apparato o di una apparecchiatura diagnostica o terapeutica complessa. La terza fase inizia alle soglie del 2000, la tecnologia permette di curare molte malattie e di modificarne la storia naturale. Permette di cambiare la demografia dei continenti. Cambiano le aspettative dei pazienti e la domanda di prestazioni sanitarie.

Con la globalizzazione la tecnologia non ha più confini, la figura del medico muta geograficamente solo perché viene disegnata dai sistemi di erogazione delle cure decisi dalla politica. In questa fase la medicina si interessa anche di ambiti estranei alla sua tradizione. Fecondazione assistita, manipolazioni genetiche, chirurgia estetica, protesi meccaniche, trapianti di organi, clonazione, transessualità, sopravvivenza di soggetti ridotti a una vita vegetativa ed eutanasia sono tutte nuove prestazioni mediche. La quarta fase è quella in cui siamo immersi, è quella dell’inflazione di informazioni, quella degli algoritmi, delle piattaforme di rete, dell’IA e della genetica.

 

[Il testo è tratto dal primo capitolo del volume pubblicato da Gabrielli editore]

 

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/shop/narrazioni/politica-e-societa/giuseppe-maso-dopo-ippocrate/

I morti del Mediterraneo non contano sui tavoli di Bruxelles

C’è da giocarsi i numeri al lotto e forse recuperare un pizzico di fortuna da un fatto andato per storto. Sembra siano partiti in 78. La solita ciurmaglia di gente che vaga per mare in cerca di Europa. Se ne sono salvati 12 mentre sarebbero 66 i dispersi, una parola delicata per non richiamare direttamente la morte, per sfumarne o disperderne gli effetti di quando, se va bene si finisce in una bara e se va male letteralmente in bocca ai pesci ed alle onde che ti spugnano pian piano anche le ossa.

È accaduto nel mare Ionio che già dal nome racconta di una vicenda travagliata. Ionio fu una fanciulla amata da Zeus in forma di nube. Per sfuggire alla rabbia della Dea Era riparò in mare dando il nome a quelle acque. Già dalla nascita le acque si fanno torbide e confuse. Per altri, infatti, Ionio sarebbe il figlio del re Durazzo che, aggredito dai fratelli per prenderne il regno, riuscì a prevalere, grazie al figlio che strinse amicizia con l’invincibile Ercole. Ancora per la cabala ed all’amore per i numeri si legge che lo Ionio 3 è l’isotopo radioattivo del torio, di numero atomico 90 e numero di massa 230, appartenente alla famiglia radioattiva dell’uranio. Qualcosa di complicato da maneggiare.

Ad oggi sarebbero, per quanto risulta, circa 800 le vittime dall’inizio dell’anno. Con la bella stagione aumenteranno senz’altro di numero. La morte in questi giorni emigra verso un clima caldo, ama la brezza del mare. Si stuzzica l’appetito non appena vede un barcone in difficoltà e affonda nel gusto non appena vede annegamenti ammucchiarsi nel suo palato. Annusa i venti e si lascia trasportare andando alla loro deriva. Dove la porteranno ci sarà certamente per rifocillarla in un banchetto niente male. Nel canale di Sicilia nello stesso giorno se n’è mangiati un’altra decina, ma fanno meno notizia, si è trattato solo di un antipasto su un menù assai più ricco di proposte.

I 78 erano partiti su una barca a vela, nessun rischio di un motore che potesse imballarsi o di crepare nella stiva tra fumi tossici ed ustioni. In genere in questi casi ci si affida ad uno skipper, ad un comandante in grado di seguire una rotta. Non c’è l’hanno fatta neanche per rotta di collo. Del resto “skip” è una parola ambigua. Vuol dire troppe cose tutte insieme. Oltre al comando, significa anche saltare oppure omettere. I profughi hanno saltato l’appuntamento con la salvezza perché il destino ha omesso di offrirgli un futuro. I telegiornali insistono sui bambini scomparsi tra le onde, come se gli adulti fossero invece morti tutto sommato sopportabili.

È tempo di villeggiatura: chi può, andrà a riposarsi dagli affanni invernali in alberghi o villaggi attrezzati di invitanti piscine. Lì non ci sarà il rischio, tra una nuotata e l’altra, di sbracciare inavvertitamente su un cadavere a pelo d’acqua o intravedendo una sagoma scheletrica mentre si va sott’acqua a caccia di polipi con cui banchettare la cena. I bagnini sono muniti di occhiali e dovranno vigilare sul traffico a pelo d’acqua; all’incrocio delle onde sia precedenza ai vivi e dopo i morti. Dovranno essere attenti ed osservare, concentrati, la linea di galleggiamento del loro tratto di mare. Da un po’ sono allenati anche ad intuire ciò che appena affiora, timidamente, e che non ha l’ardire di mostrarsi del tutto. I morti hanno una loro riservatezza pur non disprezzando il sole, che proprio non riescono a rinnegare.

È ora di calare la vela e stenderla sull’acqua per coprire carni inammissibili al cospetto umano, piante solo dalle onde che ne urlano ancora la speranza, malgrado tutto sia già finito. Il Mediterraneo non è una medicina ma una medusa urticante che ti fa fuori appena ti ci accosti. Intanto in Europa si dibatte di grandi accordi per il nuovo assetto da darsi. Anche lì si danno cinicamente i numeri, contare il peso di ogni partito per spostare il baricentro della politica, tirare la corrente dalla propria parte. Sul tavolo delle trattative croci, preghiere e lamenti non hanno spazio. Dal mare si è salvata una bambina che ha perduto tutta la sua famiglia. Che ne sarà di lei è una risposta che i potenti non sono in gradi di darsi. Non è questo quello che conta.

L’astensionismo si combatte creando luoghi e occasioni di confronto

È doveroso preoccuparsi ed indagare sul fenomeno dell’astensionismo elettorale. Francesco Provinciali ha pubblicato una analisi interessante e condivisibile in tutto, specialmente laddove parla dell’idea sostanzialmente proprietaria che alcuni leader si sono fatti del loro partito. C’è un punto però che può essere ulteriormente indagato per capire il fenomeno ed ha due facce: i media e la formazione dell’opinione pubblica e la partecipazione attiva dei cittadini alla vita associativa dei partiti.

Giorgio Gaber cantava che la libertà è partecipazione. In anticipo di qualche decennio aveva capito la natura della crisi politica che poi sarebbe esplosa all’inizio degli anni ’90 e che si è andata aggravando fino ad oggi. E in questa linea i due aspetti – opinione pubblica e partecipazione – possono essere considerati insieme. Si vuole far credere e molti lo credono che seguire passivamente la politica sui media equivalga alla partecipazione attiva nella vita dei partiti e nella formazione del loro indirizzo politico. Evidentemente assistere alle tante discussioni tra i politici e gli opinionisti sulle reti televisive, non esaurisce lo spazio della formazione e della condivisione di una idea politica. Tanto più poi quando questi dibattiti sottintendono la riduzione della complessità socio-politica ad uno schema semplificatorio bipolare all’interno del quale basta dire sì oppure no, come se altro non esistesse. Insomma l’applicazione autoritaria del principio aristotelico “tertium non datur” che ha valore nel campo della logica, ma non certo in quello della politica.

Nelle ultime elezioni europee abbiamo assistito agli esiziali esiti ottenuti dal mancato accordo tra Calenda e Renzi che in termini elettorali ha significato 1.654.812 voti buttati al vento, mentre con meno voti il partito che candidava la Salis ha ottenuto, godendo di un forte effetto mediatico, ben sei europarlamentari. E il problema è proprio dipendere dai media se è vero – come è stato detto – che nelle urne si raccoglie quello che è apparso sui media. Una questione complicatissima alla quale non c’è una risposta univoca e semplice.

Nella corsa dei leader ad apparire i partiti hanno finito per trascurare il loro radicamento sul territorio e con la base tanto che perfino le recenti elezioni regionali in Sardegna e Basilicata sono state vissute come drammatici eventi nazionali. Di questo passo accadrà che anche la più modesta prova elettorale finirà per divenire un caso nazionale umiliando il residuale tessuto organizzativo dei partiti sul territorio il cui governo sarà anch’esso espropriato alle competenze locali (buone o mediocri poco importa) e attribuito secondo lo schema semplificatorio del potere mediatico.

Anche queste ultime elezioni ci hanno insegnato l’insindacabilità del potere da remoto dei media (pubblici o privati), i quali pur in polemica tra loro, a danno delle tante particolarità del’Italia degli oltre ottomila comuni, vogliono imporre un bipolarismo che non è nella nostra tradizione politica e neppure nella mentalità popolare. Destra e Sinistra sono presentate come i due territori possibili ed esclusivi delle scelte politiche restando entrambe per rendita di posizione nel cerchio delle loro contrapposte (ed ideologiche) visioni. La differenza che poi determina il risultato la faranno i media con i loro intrecci opachi di potere coperti dalla presenza dei soliti noti scelti non si sa come, con il compito di persuasori per l’una o l’altra sponda, con il privilegio di parlare a una platea di milioni di isolati che spesso si convincono “per principio” anche contro i propri interessi. È necessario rompere questo isolamento. È il primo passo per una riconquista della sovranità politica del popolo. Occorre perciò creare luoghi e occasioni di confronto e di dialogo dove le persone possano liberamente esporre le proprie ragioni ed ascoltare quelle altrui. Confronti nei quali l’opinione politica si plasma senza filtri dal basso creando così maggiore consapevolezza e, soprattutto, l’emersione di figure rappresentative e come tali riconosciute. Occorrono fantasia e coraggio, ma non si vedono altre vie d’uscita. Fantasia nell’individuazione dei luoghi e delle occasioni; coraggio nell’affrontare i problemi e i nodi da sciogliere.

Vedersi magari anche in pochi, ma cominciare creando di fatto una tendenza e una nuova cultura politica nella quale l’intelligenza creativa possa avere il suo luogo di espressione e di verifica. Quell’intelligenza della storia che è nella corde di chi si accosta alla politica e vuole dare a quella il sassolino del proprio originale e sincero contributo. Credo che si possa cominciare e certo male non farà, ma se si vuole dare un senso politico al centro sociale penso che non ci sia altra strada. Per adesso quella del leaderismo ha fatto buttare al macero 1.654.812 voti liberamente espressi. Calenda e Renzi evidentemente sono attesi a questi confronti dai quali dovrebbe prendere figura un embrione di nuova classe politica e dirigente.

Premierato, Calenda: “La riforma del governo è pasticciata e confusa”.

Signor Presidente, noi siamo fermamente contrari a questa riforma per tre ordini di ragioni: nel merito, nel metodo e per le conseguenze politiche che avrà.

Nel merito, di cui credo si sia parlato molto, in linea di principio mi sembra che questa riforma dica che, se un Governo va male e perde il consenso dei cittadini, il Premier è comunque blindato, nonostante tutto, qualunque cosa accada al Paese. All’inefficacia della politica si risponde, cioè, non con una politica più efficace, ma blindando la politica anche quando è inefficace. Potrei dire che basta guardarsi intorno: o siamo i più intelligenti di tutti – cosa su cui, dal punto di vista istituzionale, ho un dubbio – o forse ci dovrebbe sorgere qualche perplessità per il fatto che intorno a noi nessuno lo usa.

Si potrebbe dire che la legge elettorale che verrà associata avrà e porterà squilibri che probabilmente la renderanno anche non costituzionale, o comunque che questo è un punto delicato. Si può dire tutto questo, ma nel merito anche voi sapete che questa riforma non funziona. Sapete anche voi – o almeno una grande parte delle persone che sono in quest’Aula – che è pasticciata e confusa. Tuttavia, a mio avviso, il punto non è questo; non è questo che interessa ed forse non è il fatto più negativo.

Quello che interessa è il metodo: arrivare a un confronto frontale, sempre e comunque. Ne conoscete rischi e sapete che questo – lo abbiamo già vissuto – può portare a dolorose sconfitte. Ma il punto non è questo, a mio avviso. Il punto è spostare l’attenzione. Se 120.000 giovani se ne vanno dall’Italia; se 4 milioni di cittadini sono sotto la soglia di povertà; se si ha una situazione per la quale la scuola oggi prepara molto meno che in tutti gli altri Paesi europei, questi sono punti rilevanti, difficili e complessi da affrontare. Allora si pensa di uscirne come ne siamo usciti negli ultimi trent’anni: con una grande ordalia tra il bene e il male. Possiamo già dire cosa succederà i prossimi mesi, perché l’abbiamo già visto: diremo che, da un lato, c’è la pulsione verso tragici passati e, dall’altro lato, ci sono i traditori della volontà popolare e andremo avanti così, finché a votare rimarrà il 30 o il 35 per cento degli italiani.

Dopo le elezioni europee non mi sento di dare a nessuno consigli su come prendere il consenso. Ma mi sento di dire che il prossimo anno noi segheremo un altro pezzo del ramo su cui siamo seduti tutti insieme, cioè le istituzioni repubblicane. Lo faremo con un conflitto continuo, costante, su tutto, che non produrrà niente e al termine di tutto questo saremo tutti più deboli. Io non so se vincerete voi o se vinceremo noi, non ne ho idea; è tutto molto imprevedibile ed effimero. So, però, che più cittadini si allontaneranno dalla politica e se ne allontaneranno talmente tanti che, alla fine, il pericolo democratico sarà non la riforma in sé, ma ciò che essa provoca, ciò che il modo di portarla avanti provoca, ciò che questo modo di discutere della Costituzione provoca.

Quello che provoca è la sensazione nel Paese che in queste Aule discutiamo di cose lunari, perché sappiamo perfettamente che i poteri del Presidente del Consiglio sono enormi e le cose che non funzionano sono la pubblica amministrazione, il federalismo e la giustizia. Di questo, però, non parleremo, perché da trent’anni siamo abituati a questa ordalia, è un riflesso condizionato. Quindi, ci si insulta, faremo scene come quelle che sono successe e ne succederanno altre, che i cittadini giudicheranno riprovevoli e non ce ne importerà niente, perché il punto non è riportare i cittadini al voto. Il punto è che a votare rimangano solo le curve perché, se a votare rimangono solo le curve, quello che fai o non fai, quello che produci o non produci diventa irrilevante, perché l’unica cosa che diventa rilevante è il tifo. Il problema è che i tifosi saranno sempre meno dei cittadini e a un certo punto i cittadini ci lasceranno del tutto. (Applausi).

 

Il testo del premierato approvato ieri al Senato

https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/437617.pdf

Cos’è stata la Dc e quale traccia ha lasciato nel Paese?

Il “Corriere della Sera” di lunedì scorso, 17 giugno, ha dedicato due pagine alla Democrazia cristiana. Due intere pagine, con ricostruzioni, commenti e titoli lusinghieri. Un fatto inaspettato, da anni non accadeva una simile attenzione su un giornale, per di più il “Corriere”, e per questo tanto più gradito. Persuasivo in particolare il titolo di apertura: “Al centro della storia”.

L’occasione è stata la presentazione del convegno che avrà luogo a Roma domani, giovedì 20, al teatro Quirino, come inizio di un programma triennale rievocativo degli ottanta anni dalla nascita di questo partito nel tumultuoso passaggio del dopoguerra dal fascismo alla democrazia, e dalla monarchia alla repubblica.

Perché la cronaca diventi storia è necessario che il tempo scorra, liberando la ricostruzione dei fatti dalle passioni e dalle polemiche del momento che ne alterano la visione. Perciò a ottanta anni dalla nascita, e trenta dalla sua fine, può iniziare un’analisi più obiettiva sulla Dc, superando quella fortunata, ma altrettanto ingiusta battuta di Luigi Pintor, uno dei fondatori del “Manifesto”, che si augurava di “non morire democristiano”.

Nei mesi scorsi un saggio del Mulino, Storia della Democrazia Cristiana, di Guido Formigoni, Paolo Pombeni e Giorgio Vecchio, ha in qualche modo aperto questa nuova fase facendo seguito, e iniziando a sistematizzare, una grande massa di scritti, biografie, memoriali che in questi anni hanno rievocato spontaneamente – dando vita a un inedito e prezioso “scaffale bianco” – circostanze e protagonisti della Dc.

Il convegno del Quirino ha una particolarità: sarà un dibattito fra “esterni”, come si sarebbe detto ai tempi della Democrazia cristiana. A guidarlo sarà Paolo Mieli, e ad animarlo saranno Ernesto Galli della Loggia, Agostino Giovagnoli, Aldo Schiavone, Alberto Melloni e Francesco Bonini. La presentazione del programma triennale di studi sarà di Ortensio Zecchino, la personalità alla quale si deve l’ideazione del progetto e la sua concretizzazione grazie al sostegno delle istituzioni governative che ne hanno riconosciuto la validità.

Non sarà una commemorazione, un volgere lo sguardo al passato, quanto piuttosto un tentativo di comprendere come la Democrazia cristiana sia riuscita per più decenni a costituire il baricentro politico istituzionale del Paese, mantenendone senza incertezze il fondamento democratico. Una lezione tanto più valida per l’oggi.

Con i piedi in tre scarpe, così la Meloni in Europa.

La Meloni insiste nelle sue ambiguità e paga dazio per voler essere la leader delle destre europee. Può suonare antipatico, ma questa sua collocazione non giova ad accreditarla nel circuito dell’Europa che conta, quello della collaborazione privilegiata tra Francia e Germania. Tuttavia può usare il grimaldello di una iniziativa politica intelligente, per contrattare una presenza significativa nell’esecutivo europeo, dove oggi per l’Italia c’è Gentiloni, e soprattutto per garantire ad abundantiam (senza entrare in maggioranza) la rielezione della sua “amica” Ursula, magari sbanderiando…l’interesse dell’Italia.

Spetta a lei agire con lungimiranza, per vincere le diffidenze ancora molto robuste. Probabilmente, in una prospettiva larga, per la quale conta essenzialmente il futuro dell’Europa come spazio di libertà e solidarietà tra le diverse nazioni, può crescere nei partner dell’Unione, a certe condizioni, la fiducia nella sua estraneità alla logica disgregante dei sovranismi. Deve però convincersi, la nostra Premier, che non può stare con i piedi in tre scarpe: l’Europa federale del futuro, quella confederale degli stati nazionali, quella di estrema destra con rigurgiti fascisti e nazisti.

Vale la pena ricordare che in Europa la sua leadership è sotto osservazione speciale per le controverse riforme istituzionali del governo da lei presieduto. Il premierato elettivo, infatti, è molto più grave degli abusi di Orbán – non a caso sotto procedura di infrazione – perché, cancellando l’equilibrio costituzionale vigente, determina un “abuso di potere” strutturale per mancanza di pesi e contrappesi nell’ordinamento.

Altrettanto grave è l’autonomia differenziata delle Regioni, considerando gli squilibri territoriali che potrà determinare a discapito soprattutto del nostro Meridione. Non è una polemica artificiale. Guarda caso, il voto del Sud ha penalizzato proprio Fratelli d’Italia. Eppure, anche contro i propri interessi la Meloni è obbligata a continuare su questa strada, pena la dissoluzione dell’alleanza con Salvini.

Ovviamente queste contraddizioni in Europa sono note e certo non rafforzano l’immagine dell’Italia. Il mix di centralismo e localismo – tutto il potere al capo del governo ma con ampio decentramento della spesa pubblica – costituisce fonte di preoccupazione per l’impatto concreto sulla governabilità del sistema e anche per i rischi di contagio rispetto ad altri ambiti nazionali, dove la questione del decentramento assume un carattere dirompente.

Da oggi, a Bruxelles, si entra nella fase più intensa delle trattative, dopo che ieri sono stati avviati i primi colloqui informali nella cena a 27. L’intenzione è quella di chiudere entro fine mese, prima delle elezioni legislative in Francia. Non sarà facile per la Meloni scansare tutti gli ostacoli che si frappongono sulla strada del suo (ancora) anomalo percorso europeistico. Dalla sua ha la forza del consenso, ma non è sufficiente a rompere l’assedio delle pregiudiziali o anche solo delle esitazioni che affollano i pensieri degli interlocutori, taluni pronti a non fare il minimo sconto.

I partiti personali e l’ipocrisia dei passi indietro

Il voto europeo ha rimesso in circolazione una strana teoria politica. Strana e singolare perché, entrando nel merito, si pensa e si auspica che i leader e i capi dei partiti personali si facciano da parte dopo le sconfitte politiche ed elettorali. È il caso, nello specifico, di Renzi e di Calenda che dopo avere dissipato un enorme patrimonio politico e soprattutto elettorale scaturito dal voto del settembre 2022, sono di nuovo incappati in una sonora batosta elettorale nella recente consultazione europea. Frutto, questa volta, di una manifesta volontà di spaccare un progetto politico per reiterate questioni personali e caratteriali.

Ora, al di là del comportamento e delle concrete scelte politiche di questi due partiti, Italia Viva e Azione, il nodo politico di fondo è un altro. E cioè, i partiti personali non possono fare a meno del loro leader/capo, pena la dissoluzione e il tramonto immediati dei medesimi partiti. È un tema, questo, talmente scontato che non richiede neanche un minimo di riflessione. Ed hanno profondamente ragione, al riguardo, sia Renzi che Calenda che hanno già annunciato – il giorno dopo la sconfitta elettorale – due “congressi costituenti dal basso” dei rispettivi partiti. Dopodichè, par di capire, per la scelta dei vertici vinca il migliore. Ma, e sempre nel caso specifico, il risultato è già scritto alla vigilia perché quel cartello elettorale o quel partito personale esistono nella misura in cui li guidano e li comandano il capo. Punto.

Detto questo, e senza alcuna polemica politica, perché è un fatto semplicemente oggettivo e anche scontato, il nodo si pone nel momento in cui quei partiti personali si inseriscono in un progetto più largo e articolato. In questo caso nella ricostruzione del campo del Centro. Sempre più indispensabile e necessario da un lato ma ancora difficile da delinearne il profilo, la mission e lo stesso progetto. Quando si parla del Centro che guarda all’attuale sinistra di Schlein, Fratoianni/Bonelli/Salis e Conte. Perché, e per fermarsi al nodo dei partiti personali, credo sia importante sottolineare un aspetto non irrilevante. Qualunque sia il profilo e il progetto del nuovo e futuro Centro che guarda a questa sinistra, l’apporto dei partiti personali rischia sempre di minarne la sua unità e, soprattutto, rischia di bloccarne il suo decollo. E questo per la ragione che il leader/capo del partito personale è portato, quasi naturalmente, a condizionare il cammino di un agglomerato più grande attraverso il suo carisma o la sua leadership. Che, detto fra di noi, può rallentarne il suo cammino se il progetto non coincide con le sue aspettative.

Ecco perché è inutile parlare del decollo di un progetto politico, che dovrebbe essere plurale e collegiale, se al suo interno si contempla anche, e soprattutto, la presenza di partiti personali o del capo. Perché al di là delle seppur buone intenzioni, l’eccessiva e brutale personalizzazione della politica non può favorire la realizzazione di una buona politica. È bene saperlo prima che sia, di nuovo, troppo tardi.

Il Mulino | La Corte costituzionale lavora con un membro in meno.

Ugo Adamo

 

La Corte costituzionale è (dovrebbe essere) composta da 15 giudici designati in maniera paritaria dai tre poteri: giudici supremi, Parlamento in seduta comune e presidente della Repubblica. Da sette mesi, però, la Corte costituzionale risulta composta da soli 14 membri, e ciò perché il Parlamento continua a non adempiere a un preciso e chiaro dovere costituzionale: eleggere un giudice costituzionale «entro un mese» dalla scadenza del mandato del giudice uscente. D’altronde, quando spetta al Parlamento eleggere il nuovo giudice, la probabilità che il plenum della Corte rimanga incompleto per un tempo assai lungo è più una regola che un’eccezione.

La ragione per cui non si è ancora proceduto all’elezione del giudice in sostituzione della presidente Silvana Sciarra risiede nel fatto che i tempi del Parlamento non coincidono con quelli previsti dalla Costituzione. Il che significa che il termine del mese a disposizione non è considerato come un tempo congruo al fine di assicurare un patto compromissorio per logiche spartitorie fra le stesse forze politiche. La conseguenza è lapalissiana: la scadenza è difficilmente rispettata. D’altronde, non essendovi alcuna sanzione, il termine è ordinatorio e non già perentorio.

Col passare dei mesi, appare sempre più plausibile che i partiti che sostengono l’attuale maggioranza vogliano posticipare il più possibile l’elezione del nuovo giudice, estendendo il termine fino a 13 mesi, almeno fino al 16 dicembre 2024, quando scadranno i mandati dei giudici Barbera, Modugno e Prosperetti. In quel momento, il Parlamento dovrà eleggere tutti e quattro i giudici, poiché quelli in scadenza sono stati eletti tutti dal Parlamento. E non era mai accaduto che a uno stesso organo spettasse il rinnovo quasi completo di un terzo della composizione della Corte.

È plausibile ritenere che, nei sette mesi già trascorsi, i vari scrutini siano stati condotti non tanto per trovare una convergenza su una figura autorevole da eleggere, quanto per abbassare il quorum necessario per l’elezione

Che il ritardo con cui il Parlamento in seduta comune procede nell’elezione dei giudici costituzionali rappresenti una costante non vuol dire che tutto ciò debba essere accettato come prassi e debba avvenire nell’indifferenza generale delle istituzioni, in particolare del Parlamento in seduta comune e del suo presidente, che è il presidente della Camera dei deputati.

È evidente che la politica non può piegare il testo costituzionale ai propri fini e alle proprie esigenze. Ciò vale a maggior ragione se si considera che la situazione in cui la Corte è costretta a lavorare a ranghi ridotti non è certamente meno grave rispetto a quella in cui non riesce del tutto a farlo nell’ipotesi di stallo. Un collegio incompleto (anche per una sola cessazione non seguita da una rapida elezione) viola il valore fondamentale alla base del quorum strutturale che è di 11 giudici: tale numero indica la soglia di funzionamento minima in grado di garantire la presenza di almeno un componente di tutte e tre le estrazioni. La Corte, così composta, non è in grado di svolgere pienamente la sua funzione, mancando dell’apporto completo di tutte le competenze, esperienze tecniche, sensibilità culturali e ideali che convergono nella predisposizione della decisione elaborata in camera di consiglio.

La violazione continuativa del principio di completezza può causare una serie di problemi: sovraccarico di lavoro, rischio di accumulo di arretrati e possibili divisioni interne alla Corte. Queste divisioni possono derivare da una presidenzializzazione delle decisioni, poiché una Corte composta da 14 giudici può arrivare a una decisione risolutiva solo grazie al voto del presidente, che si esprime per ultimo con un voto decisivo in caso di parità.

 

Continua a leggere

https://www.rivistailmulino.it/a/l-incompletezza-della-corte-costituzionale

Qual è la spiegazione dell’astensionismo elettorale?

Le recenti elezioni europee, ma anche le precedenti regionali e poi quelle amministrative fino a risalire alle politiche hanno espresso un dato vistoso che nessun analista e gli stessi partiti potrebbero eludere, pena l’essere tacciati di indifferenza ovvero di abituarsi ad una deriva che di fatto falsifica l’esito del voto: senza ombra di dubbio l’astensionismo costituisce un fenomeno che meriterebbe di essere studiato con urgenza perché ormai è stata superata la soglia del 50% di coloro che hanno rinunciato ad esprimere una scelta. Innanzitutto bisognerebbe capire se questa tendenza ormai sedimentata, tanto da far dire che viviamo una sorta di democrazia minoritaria, possa essere ascritta ad un deficit partecipativo, imputabile ai cittadini-elettori.

In parte potrebbe essere così, tuttavia credo che le attenuanti generiche stiano compensando le ‘aggravanti’ contestabili alla politica e ai suoi protagonisti. Occorrerebbe scandagliare più a fondo per comprendere le ragioni di una disaffezione così vistosa. Più volte il Censis e il suo Presidente Giuseppe De Rita hanno posto il problema della progressiva disintermediazione sociale in una società senza centro e periferia e inoltre la crescita del divario che separa la gente dalle istituzioni. Si tratta forse di una sorta di “indifferenza reciproca e ricambiata”, anche se vale ancora la triste ma veritiera descrizione di Massimiliano Valerii quando afferma che assistiamo alla “ritrazione silenziosa dei cittadini dimenticati dalla Repubblica”. Chi confidava che il dimezzamento dei parlamenti avrebbe ridato slancio alla partecipazione democratica e sfoltito la burocrazia ha fallito: in realtà è accaduto il contrario fino al superamento della soglia psicologica del 50% degli astenuti tra gli aventi diritto al voto.

Tra i motivi che potrebbero in parte spiegare questo abbandono crescente del diritto-dovere di votare va certamente ascritta la tendenza alla personalizzazione della politica. I partiti raramente celebrano congressi dove – come nella ‘famigerata’ Prima Repubblica – la linea di un partito scaturiva dal dibattito e dal confronto su temi di indirizzo politico, attraverso tesi o mozioni. Prevale ora invece una sorta di costruzione piramidale e verticistica interna la cui prima preoccupazione è il consolidamento della leadership del capo fondatore o della guida a connotazione proprietaria degli organismi del partito: un tempo i simboli elettorali erano la sintesi di idee o di programmi, l’imprimatur di un indirizzo e di un modello di orientamento sociale. Aveva persino più corrispondenza ideologica l’ispirazione del posizionamento: centro, destra e sinistra.

Adesso diventa centrale e prevalente il nome del capo a cui si attribuisce una connotazione che finisce per diventare carismatica: il tutto rafforzato da un sistema elettorale – mi riferisco alle elezioni parlamentari- dove sono abolite le preferenze e la scelta e l’ordine delle candidature sono imposte in maniera verticistica. Certamente ciò induce i cittadini a pensare che i giochi siano pilotati e tutto sia già stato deciso: alzi la mano chi può affermare il contrario senza essere sbugiardato dai fatti. Questo è un vulnus rilevante che non stimola certamente il recarsi alle urne non potendo esprimere un voto personale fiduciario sullcandidature. La personalizzazione della politica, oltre a generare una concezione proprietaria dei partiti (si pensi al fenomeno marginale ma significativo e trasversale dei coniugi e parenti parlamentari) impone la scelta di candidati non per meriti acquisiti ma rappresentanza e impersonificazioni di fatti di cronaca eclatanti, se non di collusioni o viceversa conflitti con la magistratura: giudici e imputati che sono messi in lista per ragioni che poco hanno a che fare con la linea di un movimento politico.

La risonanza mediatica di certe candidature assume un valore simbolico che non ricorda certo la vocazione, il beruf direbbe Max Weber, di una scelta o il riconoscimento di un talento. Cambi di casacca, alleanze tattiche che non diventano strategiche, divergenze di vedute anche su aspetti marginali che trasmutano in pretesti per dividere piuttosto che per unire: si pensi alla grande occasione perduta dai partiti e partitini di centro, un’area moderata che meriterebbe una più consistente rappresentanza e che forse resta malcelata in larga parte delle astensioni. Ragioni personali e di primazia e visibilità hanno impedito di accorpare queste forze politiche e l’elemento divisivo va ascritto in prevalenza a fattori soggettivi e rivalità personali. Viene spontaneo chiedersi quali ragioni ancestrali costituiscano ‘impedimenti dirimenti’ e ostativi a compattare l’area centrista che subisce erosioni sulle due sponde del bipolarismo e non stimola l’elettorato moderato a recarsi alle urne.

In questo modo una larga fetta di opinione pubblica resta senza rappresentanza. Anche perché è finita l’epoca della sovrapposizione tra ceto medio e forze cd. moderate. Lo scontento sociale, il senso di insicurezza, i timori, le ansie, le paure e – come sottolinea il Censis – una certa malinconia post-populista spingono gli elettori a rinunciare: manca la motivazione ideologica stemperata nell’assenza di modelli sociali rappresentativi di scelte orientate e coraggiose.

È anche vero che molte delle cause della “ritrazione” vanno cercate oltre che nella delusione suscitata dalla politica anche nello stesso corpo elettorale. Se non c’è persuasione e orientamento verso questo o quel partito ciò può essere spiegato dai sentimenti prevalenti nel corpo sociale Indifferenza, scarso senso civico, diffidenza verso i propri pari, disimpegno, egoismo: se nessuno è in grado di rappresentarci in un contesto socio-culturale dove l’omologazione e le comunicazioni dei social media sostituiscono le relazioni personali allora tanto vale non scegliere per non sbagliare. I partiti non sanno attingere dal contesto sociale persone di valore che pure ci sono, non interessa tanto cercare talenti e competenze quanto piuttosto fedeltà e obbedienza: ecco che la politica diventa un hortus conclusus per soli iniziati.

Questo stato di latenza erode progressivamente i consensi da una democrazia partecipata verso un’oligarchia che si esprime attraverso cordate di amici e cenacoli per soli invitati. Ci sono anche persone che hanno vissuto una vita di lavoro, di studio, di rinunce e sacrifici e raccolgono solo vessazioni e fregature: più di uno si interroga e si arrende di fronte a cooptazioni e candidature scaturite da effetti speciali, echi di cronaca, successi editoriali, visibilità mediatica. Potrebbero essere utili – questi esponenti di una maggioranza silenziosa che non trova spazi di agibilità politica – ma restano anonimi e dimenticati nel corpaccione sociale dell’uno vale uno.

Un vero peccato questo scoramento generalizzato che sta diventando preponderante: le troppe promesse e le troppe illusioni sono due versanti speculari di un isolamento prevalente. Sarebbe interessante una ricerca sociologica che cercasse di approfondire il fenomeno dell’astensionismo: si fanno sondaggi ed exit poll ma ad urne chiuse si conferma questo lento scivolamento dell’affluenza al voto. Superata la soglia del 50% il timore è che il non voto diventi il movimento di opinione prevalente. Una sconfitta per la democrazia ed un’incognita per il futuro.

Le Pen prova a rassicurare i moderati

Marine Le Pen non chiederà le dimissioni di Emmanuel Macron in caso di vittoria. La promessa è comparsa ieri su Le Figaro. E ovviamente il tutto in caso di vittoria di Rassemblement National alle elezioni legislative, convocate da Macron stesso dopo i risultati delle europee.

“Io sono rispettosa delle istituzioni, non chiedo il caos istituzionale, ci sarà semplicemente la convivenza”, promette Le Pen che definisce il Nuovo Fronte Popolare “un abominio per il Paese”, evidentemente riconoscendo per lei e per il suo partito il primo vero ostacolo che si è trovata davanti negli ultimi mesi di crescita nei sondaggi. Infatti di fronte all’ondata dell‘estrema destra, i partiti di sinistra francesi in poche ore hanno composto quella che non sono riusciti a fare per anni: una nuova alleanza con cui presentarsi alle legislative anticipate del 30 giugno e 7 luglio indette dal presidente Macron.

“È ovvio che l’abominio per il Paese è Nupes 2 che è peggio di Nupes 1”, attacca Le Pen deputata uscente del Pas-de-Calais (che sebbene sia stato la culla del socialismo francese, l’ha votata in questi anni) ed ex candidata alla presidenza per Rn, sempre sconfitta sinora.

Quanto al neonato Fronte popolare, risorge proprio dalle ceneri della Nupes, l’unione con cui gli stessi partiti progressisti si erano presentati alle urne nel 2022. Una coalizione finita poi in frantumi a causa di profonde divergenze sorte in particolare a causa del controverso leader della più radicale France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, che è però tornato alla ribalta proponendosi come candidato premier.

Infine, Le Pen attacca tutto il fronte   parlando di “islamo-sinistrismo” che “sostiene quasi senza remore la scomparsa di tutte le nostre libertà. La prima tra tutte è quella di essere francese e di trarne qualche vantaggio”.

Uno spiraglio di pace tra Kiev e Mosca?

Ci sono due modalità per commentare l’uscita di Putin dell’altro giorno, da un lato, e l’avvio della Conferenza di Pace a Burgenstock/Lucerna, dall’altro. La prima è quella più ovvia, immediata e oggettivamente incontrovertibile: una trovata propagandistica – e nemmeno fra le più riuscite – delle due parti, posto che se il capo del Cremlino ha messo in campo una proposta di pace palesemente irricevibile degli ucraini e dai loro alleati occidentali, dall’altro l’incontro ospitato in Svizzera dalla Presidente della Confederazione elvetica è alquanto curioso, non prevedendo la partecipazione ad esso di una delle due parti in conflitto. Perfetto. Ma, ciò detto, la domanda è: che senso ha tutto ciò? O un senso – citando Vasco – questa storia non ce l’ha?

Guardando le cose in controluce, e con una discreta dose di ottimismo, in verità, e pure con un naturale senso di disgusto per la guerra e le sue devastazioni fisiche e morali, si può adottare invece una seconda modalità interpretativa. E con essa, forse, intravvedere un timido, cauto tentativo di individuazione delle pre-condizioni necessarie per l’apertura di una trattativa vera.

Del resto, le parole di Andriy Yermak – responsabile dell’amministrazione presidenziale ucraina – vanno in quella direzione: alla fine della Conferenza, ha detto, Kyiv consegnerà a Mosca un piano ivi definito e concordato per porre fine al conflitto e dunque per avviare una vera trattativa di pace. Certo, impresa non facile dal momento che sempre Yermak ha subito precisato che l’Ucraina non è disponibile ad alcuna concessione territoriale, ovvero proprio ciò che aveva proposto Putin nella sua sortita alla vigilia della Conferenza: la sovranità di Mosca sulle quattro regioni oggi parzialmente occupate dai russi (Donetsk, Lugansk, Kherson, Zaporizhzia).

Però proprio dall’intervento di Putin possiamo trarre due possibili indicazioni: sostanzialmente lo zar lascia all’Ucraina Kharkiv e soprattutto Odessa, due città strategiche che egli considera russe dal punto di vista storico e che erano i principali obiettivi della “operazione militare speciale” avviata due anni fa. Un modo per far intendere che in una trattativa di pace si potrebbe discutere anche di altri oblast? (certamente non della Crimea, né di Donetsk e Lugansk).

E ancora: la rinuncia formale ucraina di partecipazione alla NATO, altra linea rossa putiniana, può essere un possibile risultato finale da “vendere” in patria come eccellente, ben sapendo che Washington giocherà quella carta esattamente ai fini del raggiungimento di un compromesso finale.

Dal lato di Zelensky la proposta che esce dal documento sottoscritto dalla maggior parte – ma non da tutti – dei partecipanti a questa anomala Conferenza si presta essa pure ad un suo duplice utilizzo. Perché le tematiche in esso sottolineate lasciano ampi margini per individuare in un tempo successivo compromessi prodromici alla trattativa finale, quella sui territori e sulle garanzie per il futuro: dal ritorno in patria dei bambini deportati in Russia allo scambio di prigionieri, dall’esportazione del grano alla sicurezza della centrale nucleare di Zhaporizhzia. Ma soprattutto perché proprio la mancata firma del documento conclusivo da parte di paesi importanti come Brasile, India, Sudafrica, Arabia, Messico – per lo più appartenenti al nuovo club BRICS+ del quale fanno parte come è noto anche Cina e Russia – potrebbe consentire al presidente ucraino la ricerca di una qualche mediazione, di un qualche compromesso anche territoriale motivato dalla capacità persuasiva (naturalmente tutta da dimostrare, a oggi) di questi partner del Sud Globale nei confronti di Mosca, che potrebbe essere a sua volta fortemente sollecitata proprio da questi ultimi a ricercare una soluzione concordata con il nemico ucraino.

Tutte supposizioni, naturalmente. E con la certezza che fino al prossimo inverno la guerra proseguirà di certo. Ma dicendosi latori di una proposta, al di là del merito della stessa, i due avversari – Putin e Zelensky – implicitamente si sono legittimati a vicenda in quanto capi di stato. È già qualcosa. Una flebile luce nella notte ancora cupa.

InTerris | L’attualità del messaggio di Padre Pio. Intervista a Padre Lotti.

Milena Castigli

 

‘Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero’. Queste parole di Gesù ai discepoli sono una magnifica sintesi dell’intera esistenza di Padre Pio da Pietrelcina. L’immagine evangelica del ‘giogo’ evoca le tante prove che l’umile cappuccino di San Giovanni Rotondo si trovò ad affrontare. Oggi contempliamo in lui quanto sia dolce il giogo di Cristo e davvero leggero il suo carico quando lo si porta con amore fedele. La vita e la missione di Padre Pio testimoniano che difficoltà e dolori, se accettati per amore, si trasformano in un cammino privilegiato di santità, che apre verso prospettive di un bene più grande, noto soltanto al Signore”: con queste parole, la domenica del 16 giugno del 2002, Papa Giovanni Paolo II proclamava santo Padre Pio.

 

L’intervista a Padre Luciano Lotti

A 22 anni dalla canonizzazione, l’affetto dei fedeli verso il santo si è trasformato in una devozione che ispira scelte di vita significative. Padre Luciano Lotti, Segretario Nazionale dei Gruppi di Preghiera San Padre Pio, rivela a Interris.it come il santo abbia influenzato generazioni di fedeli con i suoi doni mistici, con un particolare risalto al dono delle stimmate come segno tangibile del suo legame con Dio. In un mondo segnato da conflitti, il messaggio di Padre Pio continua a essere attuale, invitando alla preghiera e alla pace comunitaria, senza tralasciare l’importanza di un’autentica visione ecclesiale.

 

22 anni fa Giovanni Paolo II proclamò padre Pio santo dinanzi a una folla gremita. Come è cambiato in questi anni l’affetto dei fedeli verso la figura del santo?

“Possiamo dire che l’affetto verso Padre Pio è diventato sempre più una devozione che impegna le scelte di vita. Inizialmente infatti era legata soprattutto a una ricerca di protezione, di intercessione, di aiuto. Oggi, le scelte di vita della gente diventano sempre più importanti. Padre Pio è diventato negli anni un punto di riferimento per intraprendere un cammino di conversione e autenticità”.

 

Tra i tanti doni mistici del santo (la taumaturgia, la bilocazione, la profezia, la lettura del cuore etc.) qual è quello che maggiormente lo caratterizza e perché?

“Padre Pio è stato il primo sacerdote stigmatizzato: non è possibile prescindere da questo fatto miracoloso. Dal mio punto di vista, Padre Pio viveva un fenomeno di sofferenza stigmatica già dal 1910, anche se esternamente non si vedeva. A un certo punto queste stimmate (o stigmate) sono diventate visibili. È chiaro che quando parliamo di fenomeni stigmatici c’è chi può crederci, chi non ci crede, quindi rispettiamo un po’ tutti. Però, da credenti, possiamo cogliere in questo fenomeno straordinario la scelta di Dio di comunicarci qualcosa attraverso le ferite del santo. Ma comunicare cosa? Che padre Pio colpisce e ‘conquista’ il prossimo proprio grazie al suo corpo ferito: lui dà senso alla sofferenza. Direi dunque che questo è il fenomeno più evidente”.

 

Continua a leggere

https://www.interris.it/copertina/fra-lotti-messaggio-pace-padre-pio-oggi-piu-attuale-mai/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=giornaliera

Le mosse di Giorgia Meloni nel risiko europeo

Sull’eventuale bis di Ursula von der Leyen l’Italia “valuterà”, ma a Bruxelles deve essere recepito il “chiaro messaggio” arrivato dalle elezioni, riconoscendo a Roma “il ruolo che le spetta”. Chiuso il G7 Giorgia Meloni sposta la sua attenzione sulla partita dei ‘top jobs’ europei: la premier sarà lunedì nella capitale belga per il primo round della trattativa. I leader del Consiglio europeo sentiranno prima la presidente della Commissione uscente (che aspira alla conferma) e poi si riuniranno per una cena informale per avviare il confronto.

La maggioranza resterà Ppe-Pse-Liberali (potrebbe essere allargata ai Verdi) e del resto i numeri dicono che non ci sono altre possibilità. La trattativa di Meloni sarà dunque sulle deleghe del commissario italiano e sulla possibilità di inserire alcune priorità nell’agenda europea. Nella conferenza stampa finale a Borgo Egnazia, la presidente del Consiglio non esclude il sostegno a von der Leyen ma fa capire abbastanza chiaramente che un eventuale sì non sarebbe ‘gratis’. Lunedì il Ppe, in quanto primo partito, presenterà la sua proposta, che a questo punto dovrebbe vedere la conferma di von der Leyen per la Commissione, mentre in pole per la guida del Consiglio ci sarebbe il socialista portoghese Antonio Costa. A quel punto, spiega la premier, sul ‘pacchetto’ complessivo “faremo le nostre valutazioni”. Per avere il via libera del suo governo, Meloni pone due condizioni. In primo luogo all’Italia deve essere “riconosciuto il ruolo che le spetta, in termini di competenze”.

Dunque la premier vuole un commissario con deleghe di peso, non una seconda fila. Legato a questo punto, per Meloni l’Europa deve comprendere “il messaggio che è arrivato dai cittadini europei” che chiedono “pragmatismo e un approccio molto meno ideologico”.

Un messaggio per lei “chiaro” che ha visto in Italia premiare la coalizione di governo e in particolare il suo partito e nell’Unione l’avanzare delle destre. Nella sostanza, come aveva detto nei giorni scorsi, il suo è il governo “più forte” e questo ruolo deve trovare un riscontro, in qualche modo deve essere ‘monetizzato’.

Anche per questo, per sfruttare la debolezza dell”odiato’ Emmanuel Macron, uno dei ‘big’ europei, il governo italiano accarezza l’idea di rinviare tutte le decisioni sui vertici comunitari a dopo le elezioni legislative francesi. Lo aveva ipotizzato nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Antonio Tajani e oggi lo ribadisce lei: sarebbe una proposta “di buon senso” anche se “non pregiudiziale”, anche perchè comunque vada il voto l’interlocutore resterà sempre il presidente francese. Una seconda sconfitta nell’arco di un mese, però, renderebbe la sua posizione ancora meno forte. Attendere il 7 luglio, data del ballottaggio, però comporterebbero un rallentamento dell’iter che la maggior parte dei Paesi (e dei partiti di maggioranza) difficilmente potrebbero accettare, consapevoli che tenere la pratica aperta è sempre un rischio.

Rischio che in particolare Macron e Olaf Scholz non sembrano intenzionati a correre: entrambi in difficoltà sul fronte interno sono tornati a stringere il loro rapporto. La lite dell’inquilino dell’Eliseo con la premier italiana al G7 è un segnale, le parole del cancelliere tedesco (Meloni è “all’estrema destra dello spettro politico”) la conferma.

Berlinguer e Berlusconi insieme…malgrado tutto.

È di questi giorni l’anniversario di due leader politici che hanno segnato la storia politica nazionale come ben altri pochi. Per singolare combinazione il capo del PCI, Enrico Berlinguer, nella morte, ha preceduto di un giorno dello stesso mese, Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia scomparso il 12 giugno. Hanno dato l’addio alla vita in anni diversi, ma quanto al mese, sembra proprio andati sotto braccio.

Sobrio il primo e scanzonato l’altro. Differenze abissali di stile personale, politico e di interpretazione del ruolo. Entrambi coraggiosi all’inverosimile. Enrico che chiama l’autonomia del suo partito dal PCUS e Silvio che conquista la Presidenza del Consiglio, sbaragliando il campo della comatosa Prima Repubblica per dare inizio ad una sua seconda stagione.

Avevano in comune un dato che forse nessun altro politico può vantare. Sarà forse perché avevano nel cognome una stessa radice. Berl-inguer e Berl-usconi avevano un marchio che sopravanzava chiunque altro volesse mettersi con loro in competizione. Si tratta di una comunanza emersa proprio con la loro morte e che piaccia o no li destina insieme nel ricordo emotivo. Per loro vanno scomodati i sentimenti del dolore e del senso di abbandono di una società che, senza i due personaggi, ha registrato un vuoto che altri, fuori da espressioni di retorica, difficilmente potranno colmare.

Alle esequie di Berlinguer, a cui diede omaggio persino anche Giorgio Almirante, l’allora Segretario del vecchio MSI, migliaia di persone con il braccio alzato ed il pugno chiuso gli resero onore. Molti piansero, intimamente feriti per un compagno che avevano stimato e ancor più amato. Al funerale di Berlusconi, il popolo di Forza Italia ha patito la stessa tristezza e costernazione. Se ne andava un amico vero, capace di lanciarsi impavidamente nella avventura e di strapparti un sorriso anche se quel giorno ti girava male.

I due “Berl” hanno tirato, ciascuno con il suo modo, sberle pesanti alle regole del mondo in cui si muovevano. Hanno fatto sberleffi a quanti li contrastavano, non conoscendo forme di intimorimento. Al primo è andato sempre ogni forma di rispetto anche dei partiti che gli si opponevano. Quanto al secondo, hanno sempre provato a metterlo alla berlina ma è andato dritto per la sua strada, forte di un super io che non si lasciava intimidare dal prossimo che lo avversava. Per molti è stato Berlicche, il diavolo del celebre racconto di Lewis, per altri l’uomo della libertà.

Enrico e Silvio sono stati sinceramente amati. Questa è la caratteristica che non sembra possa appuntarsi ad altre figure politiche, tanto meno di questi tempi. “Amor ergo sum”, sono amato e quindi ha avuto significato il mio vivere, è quanto entrambi potrebbero dirsi raccontando il loro passaggio terreno. C’è un popolo in attesa di innamorarsi ancora ma non sa a chi rivolgere il proprio afflato. Per molto tempo ancora l’orizzonte non proporrà altro che rimpianto.

Vita e Pensiero | Moltmann: “L’amore dei nemici è come la luce del sole”.

 

Jürgen Moltmann

 

La violenza si presenta come un fenomeno molteplice: c’è quella quotidiana nelle relazioni reciproche fra gli uomini e le creature più deboli, quella contro i bambini, contro le donne, contro i disabili, contro gli animali; ci sono le molestie sul posto di lavoro, le brutalità fisiche, le crudeltà psichiche e molte altre ancora.

Mi limito qui a quella violenza che nasce dalla domanda “guerra o pace”. Distinguo fra “violenza” e “potere” o “forza”.

Con il termine violenza intendo l’impiego ingiustificato della coercizione. Parliamo in questo senso anche di violenza bruta, violenza fuori legge e tirannia. Con il termine potere intendiamo la minaccia legittima e l’uso della coercizione attraverso il diritto e la giustizia. Intendiamo però con il potere molto più che il superamento non violento dei conflitti: il potere della comprensione, della riconciliazione, dell’amore, della vita.

La vita stessa si distingue fra violenza e forza. La violenza ha a che fare con l’offesa alla vita e in fondo sempre con la morte. La forza della vita al contrario consiste nella vita e nelle forze dell’affermazione della vita. Il potere è buono, come potremmo altrimenti affermare che Dio è onnipotente? La violenza è quindi la perversione della forza vitale attraverso la pulsione alla morte. Può esistere, questa è la nostra domanda fondamentale, una conversione della violenza della morte al potere della vita?

Che cosa ha a che fare il cristianesimo con la forza e la violenza in questo senso? Se entriamo in una chiesa, per esempio la chiesa collegiale di Tubinga, vi ascoltiamo il vangelo della pace e siamo salutati e benedetti con la pace di Dio. «Beati i pacifici» dice Gesù nel sermone della montagna «perché sarete chiamati figli di Dio». Che ha a che fare Gesù con la violenza? «Rimetti la tua spada nel fodero» dice a Pietro «perché chi di spada ferisce di spada perisce» (Mt 26,52). Non troviamo forse nel sermone della montagna le indica- zioni per una vita non violenta e per servire la pace? Non sta forse al centro dell’adorazione cristiana di Dio l’inerme bambino nella mangiatoia e l’impotente uomo sulla croce? Non c’è forse una radicale messa in questione ed il rifiuto di ogni violenza in questo mondo con la fede nella presenza di Dio in Gesù? O abbiamo forse tralasciato qualcosa?

Poi, quando usciamo dalla chiesa collegiale di Tubinga, ci troviamo sulla piazza del mercato davanti ad una colonna: rappresenta San Giorgio che uccide il drago con la sua lancia. Davanti a tutte le chiese di San Giorgio e di San Michele Arcangelo della cristianità ci sono questi uccisori di draghi; o è San Giorgio che uccide il drago terrestre o è l’arcangelo Michele che schiaccia nel cielo il drago apocalittico, l’antico serpente, il Satana, il Principe di questo mondo (Ap 12,7-9). A differenza della Cina, il drago nell’Occidente è il simbolo del male, della brutalità, del veleno puzzolente e dell’intollerabile ripugnanza. Nel Sacro Romano Impero, dopo gli imperatori cristiani Teodosio e Giustiniano, il drago viene definito come nemico di Dio e nemico dell’Impero. I nemici della fede sono nemici dello Stato e devono essere uccisi come il drago. San Giorgio da martire cristiano è diventato il difensore del Sacro Impero, e l’arcangelo Michele l’angelo protettore del Regno Santo. ll primo uccide il male terreno, l’altro il male ultraterreno. Uccidono spietati e con grande violenza. Ottone I vinse i pagani ungheresi nel 955 ad Asburgo sotto la bandiera di Michele uccisore del drago celeste. Dai confini del Sacro Impero, dal Mont Saint-Michel in Normandia fino al Monte Sant’Angelo nel Gargano nell’Italia meridionale, erano questi i luoghi di pellegrinaggio dell’Impero cristiano.

Come si è arrivati a questa contraddizione fra il messaggio di pace di Gesù e la cristiana battaglia di draghi in cielo e in terra?

 

Continua a leggere

https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-il-terrorismo-la-pace-e-i-draghi-del-xxi-secolo-6512.html

Al G7 di Borgo Egnazia prove di sana politica

Si sapeva  che sul vertice G7 di Borgo Egnazia si sarebbero riversate tensioni legate tanto alla situazione internazionale che alle campagne elettorali negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Francia, unite ai postumi del voto europeo. Così nelle opinioni pubbliche interne dei Paesi membri ha dominato un clima di accesa propaganda. L’Italia non ha fatto eccezione. Si è andati dall’esaltazione della presidente Meloni come unica leader dell’Occidente uscita rafforzata dal voto alla narrazione opposta e offensiva, di qualche grande network straniero della terra “in stile -mafia” prescelta per l’evento e, compiendo salti mortali a livello di logica, alla contemporanea denuncia di una maggioranza parlamentare facinorosa sul caso dell’on.Donno.

Ma oltre il brodo della propaganda nei due sensi antitetici, emerge anche l’osso di una qualche sostanza politica, non scontata alla vigilia, e alla quale, occorre purtroppo constatare, il sistema dell’informazione sembra avere riservato una attenzione insufficiente. Come le parole pronunciate all’apertura dei lavori dalla presidente del Consiglio, che non sono (solo) l’opinione della Meloni ma la posizione del Paese, condivisa dalle massime autorità dello stato, secondo cui il G7 non è fortezza chiusa in se stessa, che deve difendersi da qualcuno, ma è un’offerta di valori, aperti al mondo, per uno sviluppo condiviso.

Una apertura che non è passata inosservata nel Resto Del Mondo al punto che vedendo che a questo G7 sono stati invitati oltre ai Paesi membri anche altri 13 stati, tra i quali Brasile, India, Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Ucraina, Argentina, il presidente dell’Unione Africana, qualcuno ha ironizzato che scorgendo la lista degli invitati, si poteva pensare che si trattasse di un incontro tra Brics and friends!

A suggello di questo spirito di apertura pur in tempi di guerra, in una terra come la Puglia accogliente e protesa storicamente come ponte di dialogo e di pace fra Ovest ed Est, è arrivato ieri, per la prima volta nella storia del G7, l’intervento del Papa, che ha partecipato alla sessione dedicata all’intelligenza artificiale. Papa Francesco ha colto l’occasione anche per ribadire la sua condanna della guerra e per lanciare un appello a una “sana politica”, capace di guidare le trasformazioni  profonde della nostra epoca e di comporle in “un’economia integrata, in un progetto politico, sociale, culturale e popolare che tenda al bene comune”.

Nonostante le questioni contingenti sul tappeto come i nuovi aiuti all’Ucraina e le relazioni non prive di difficoltà con la Cina, si fa strada l’impressione che il G7 in Italia sia riuscito a imprimere al club dei più importanti Paesi occidentali uno spirito di apertura, tanto nuovo quanto tanto antico per la cultura dell’Occidente. Un messaggio decisamente positivo, un ramoscello d’ulivo, di Puglia, teso in vista del vertice Brics a 10 di Kazan in programma dal 22 al 24 ottobre prossimi e per il G20 brasiliano che si terrà a Rio de Janeiro il 18 e 19 novembre, subito dopo le elezioni americane. Oltre agli eserciti in questi tempi difficili anche la politica è in movimento, e questa è la bella notizia per il popolo su cui ricadono le conseguenze delle scelte dei potenti della terra. Forse però manca la consapevolezza che dibattere e analizzare gli sforzi della politica per evitare che si imponga la politica della forza, è importante.E così anche un vertice di rilevanza mondiale che si chiude oggi in casa nostra rischia di finire nel tritacarne di una militanza politica partigiana esercitata nelle sedi proprie e purtroppo anche in quelle improprie.

Centro, un desiderio o un progetto? Di sicuro una necessità.

Dunque, la vulgata che va per la maggiore è ormai chiara dopo il recente voto europeo. E la possiamo riassumere così. Serve un Centro sia alla coalizione guidata da Giorgia Meloni che a quella coordinata da Elly Schlein. Anche perché, come tutti sanno, non solo in Italia si governa “dal centro” e “al centro” ma, sempre in Italia, le elezioni si vincono al centro. Occorre, cioè, saper intercettare quel segmento della pubblica opinione – da tempo nascosto per lo più nell’astensionismo – che non è riconducibile alle tifoserie organizzate da un lato e agli “opposti estremismi” dall’altro. Ora, alla luce di queste banali e persin scontate considerazioni, è di tutta evidenza che ci si deve attrezzare in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Locali e nazionali. Ma per poterlo fare è indispensabile, nonchè necessario, che il Centro e “la politica di centro” non siano strutturalmente esterni ed estranei alle coalizioni che li dovrebbero ospitare. E questo era, e resta, il vero nodo politico da sciogliere.

E, per entrare nello specifico, si tratta di capire quindi come viene costruito e concretamente declinato questo Centro. Sul versante della sinistra si prospetta un ostacolo che non è affatto secondario ai fini di un tale progetto. Ovvero, il blocco sociale costituito dalla sinistra radicale e massimalista della Schlein, dalla sinistra estremista e fondamentalista di Fratoianni/Bonelli /Salis e dal populismo dei 5 Stelle, è sostanzialmente estraneo a tutto ciò che è riconducibile al Centro, alla sua prassi, alla sua cultura, alla sua tradizione e al suo pensiero politico. E, non a caso, emerge la necessità a tavolino di dar vita ad una sorta di “gamba centrista” coordinata da qualche professionista della politica – ovviamente organico al Pd e alla sinistra – che dia almeno l’impressione di saper intercettare quel mondo. Con il rischio, più che concreto, che pensare di sommare elettoralmente tutte le attuali opposizioni al governo Meloni per ottenere maggior consenso è una pia illusione. C’è chi lo pensa, ovviamente. Ma il risultato non sarebbe quello auspicato dagli strateghi di questa operazione perché, da sempre, non si sommano le pere con le mele.

Sul versante opposto, invece, il Centro già c’è. Ed è quello interpretato e rappresentato da Forza Italia. Si tratta, al riguardo, di capire adesso come avviene un potenziale processo di allargamento politico del partito e come si intende rafforzare il profilo e l’identità culturale di quella formazione politica. Una iniziativa che si rende semplicemente necessaria ed indispensabile, se si vuole radicare la cultura politica di Centro all’interno del partito e, soprattutto, come farla pesare maggiormente nella coalizione di riferimento.

In mezzo, almeno per il momento, restano i cocci di una ambizione politica miseramente fallita e su cui è meglio stendere un velo pietoso dopo l’ultima ed incommentabile performance elettorale. Quella, cioè, rappresentata dai due partitini personali di Renzi e di Calenda. Ecco perché, in conclusione, il Centro indubbiamente risorgerà. Ma non a prescindere dal profilo politico e culturale, e quindi dall’identità programmatica delle rispettive coalizioni. Questa non sarà una variabile indipendente ai fini della compatibilità del Centro e del suo ruolo concreto nella politica contemporanea.

CittàNuova | Malinconia, per Kafka una potente fonte di immaginazione creatrice.

Ichele Genisio

Franz Kafka è morto cento anni fa, il 3 giugno del 1924, intorno a mezzogiorno. È morto giovane, prima di compiere 41 anni. Dopo mesi di agonia, è morto di tubercolosi in una stanza del sanatorio di Kierling, non lontano da Vienna, nella clinica del dottor Hoffmann: oggi è un piccolo museo dedicato allo scrittore boemo.

Accanto a Kafka c’erano l’amico di sempre, Max Brod, e la sua ultima fidanzata – forse la più devota – la polacca Dora Diamant. La loro relazione era fresca, non aveva neppure un anno. Kafka, disteso sul letto, era in condizioni pietose: Max Brod dice che nonostante il suo metro e ottanta di altezza, era pelle e ossa, pesava circa 50 kg, vestiti compresi. Durante l’ultimo periodo di malattia Kafka non riusciva più a parlare, comunicava con i suoi amici scrivendo su pezzi di carta i suoi pensieri, le sue preoccupazioni, i suoi ricordi. Alcuni di questi fogli, che non sono mai stati pubblicati, si trovano nella Libreria Nazionale di Israele, a Gerusalemme.

Kafka, che fino ad allora aveva pubblicato pochissimo, chiese a Dora Diamant e Max Brod di distruggere tutti i suoi lavori letterari. Dissero di sì, ma non gli obbedirono: è grazie a loro che ancora oggi possiamo leggere quelle opere straordinarie. La vita di Kafka è stata tormentata. È stata una vita fortemente permeata dalla malinconia. Quel sentimento che Romano Guardini, nel suo bellissimo Ritratto della Malinconia, vede tutt’altro che negativo e definisce “nostalgia dell’infinito”. Lui vedeva la malinconia come una potente fonte di immaginazione creatrice.

Eugenio Borgna, il grande psichiatra, precisa: “la malinconia può sconfinare nella depressione, sebbene l’una sia radicalmente diversa dall’altra”. La depressione è una patologia che va curata; la malinconia porta spesso a uno sguardo penetrante, lucido, nell’oscurità della realtà. La malinconia di Kafka, in parte derivava dal suo innato carattere, in parte dalla tormentata relazione con il padre Herman. A lui scrisse una lettera, dura, spietata, che mai gli recapitò. La fece leggere solo alla madre, che gli consigliò di tenerla per sé. Da questa lettera appare chiara l’ambivalenza della sua relazione con il padre. Che era segnata, da un lato, da un’ammirazione smisurata e dalla voglia di essere come lui; dall’altro, dalla rabbia di non riuscirci e sentirsi sempre umiliato.

Kafka cercava spesso di compiacere il padre, ma era un tentativo vano, perché facendo così non era se stesso, e si sentiva ancora più frustrato. Cercava rifugio in sua madre Julie, una donna riservata e affettuosa, che si occupava della gestione della casa e della famiglia, ma che era totalmente oscurata dalla predominanza del padre. Padre e figlio, così vicini, così lontani. Non sono mai riusciti a incontrarsi. Questo ha avuto una grande impatto nella vita emotiva e affettiva di Franz Kafka. Che descriveva il padre come un uomo sicuro di sé, dotato di «forza, salute, appetito, potenza di voce, capacità oratoria, autosufficienza, senso di superiorità, tenacia, presenza di spirito, conoscenza degli uomini, irascibilità».

 

Continua a leggere

https://www.cittanuova.it/kafka-e-la-nostalgia-dellinfinito/?ms=005&se=007

AsiaNews | In Malaysia un convento si trasforma in scuola internazionale.

Joseph Masilamany

 

Il Convent Light Street di George Town, Penang, più antico convento missionario del sud-est asiatico, fondato nel 1852, continuerà a servire come centro di apprendimento internazionale dopo aver operato per 172 anni come scuola femminile missionaria. Istituito dalle suore cattoliche francesi della Missione del Santo Bambino Gesù, su invito del vescovo Jean-Baptiste MEP, servendo dapprima come orfanotrofio, ha chiuso i battenti nel marzo dello scorso anno, lasciando dietro di sé un’esemplare storia di dedizione all’istruzione delle ragazze della regione settentrionale della vecchia Malesia.

L’edificio, che comprende un’iconica cappella, ha ospitato un collegio destinato alle alunne di ogni estrazione sociale: tra queste principesse della casa reale della Thailandia, figlie di sultani e aristocratici malesi e ragazze di ricche famiglie cinesi. Nel 1852 tre suore pioniere del Santo Bambino Gesù, note come Dame di San Mauro, si stabilirono in una capanna di legno vicino alla Chiesa dell’Assunzione, in Church Street a George Town. Questo fu l’umile inizio del Convent Light Street. Le suore insegnavano durante il giorno e la notte cucivano vestiti per raccogliere fondi per acquistare beni di prima necessità. Inoltre, dovettero adattarsi al rigido clima tropicale e imparare le lingue locali. Con l’aumento del numero di bambini affidati alle loro cure e il conseguente sovraffollamento delle strutture in legno, emerse la necessità di trovare una nuova struttura. Sr. St Mathilde si mise alla ricerca di un luogo adatto, finché non trovò la Government House abbandonata di Light Street, già residenza del capitano Francis Light, esploratore inglese, dopo la fondazione di Penang nel 1786. Nel 1859 le suore acquistarono l’edificio in stile anglo-indiano e il complesso circostante di sette acri per 50.000 franchi francesi. Per questo il convento prese il nome di “Convent Light Street”.

La Casa fu trasformata in un noviziato, mentre le strutture circostanti in legno furono utilizzate come dormitori, cucine e aule. Da questo momento in poi, le suore continuarono ad accogliere orfani, sia maschi che femmine, indipendentemente dall’etnia e dalla provenienza. L’accoglienza era prevista fino ai loro 11 anni, quando sarebbero usciti per entrare nel vicino istituto di San Saverio, fondato nel 1786 dal sacerdote cattolico francese Padre Arnaud-Antoine Garnault. Dopo 80 anni dalla sua fondazione, il convento continuò ad espandersi. L’attuale Old Hall, i chiostri e le aule furono costruiti nel 1882. L’edificio fa parte della “Categoria 1” della Zona del Patrimonio Mondiale di George Town. Altri ampliamenti ultimati entro il 1934 composero il Convent Light Street com’è oggi.

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/Convento-missionario-più-antico-del-sud-est-asiatico-diventa-scuola-internazionale-60949.html

La Voce del Popolo | L’aria che tira in Europa è di grande scontento.

Inutile girarci intorno. Il voto ha premiato Meloni, anzi “Giorgia”. In un’Europa densa di umori e sentimenti antigovernisti la premier di casa nostra ha mietuto un successo che è doveroso riconoscere e che non era affatto scontato. Onore al merito, dunque (detto da un oppositore). Il problema però è quale lettura Meloni darà di tutti questi numeri. E se il consenso che ha mietuto servirà a inasprire gli animi ovvero a distenderli. Dilemma non solo italiano, come s’e appena visto. Poiché l’aria che tira in tutta Europa è di grande scontento.

E lo scontento spinge appunto verso la radicalità, se non anche verso l’estremismo. C’è una carica antisistema che ha colpito al cuore i governi di Francia e Germania. E che lascia ora al governo italiano e alla sua leader un dilemma in più. Nelle nostre contrade l’esecutivo infatti se l’è cavata, e non è stato un successo da poco. Ma domenica scorsa per la prima volta le astensioni dal voto hanno superato l’asticella del 51%, cosa che non era mai successa. Segno che il malumore antipolitico ha raggiunto un punto ancora più critico, destinato a inseguire come un malefico fantasma chiunque abbia in animo di occuparsi della cosa pubblica. 

Per questo sarà importante capire come Meloni intende attraversare il bivio che ha davanti a sé. Nei numeri elettorali la premier potrà leggere il resoconto di un diffuso scontento che spinge ancora più a destra oppure una domanda di politiche più inclusive che indica la direzione opposta. Starà a lei sciogliere questo dilemma. Senza troppe prediche da parte di chi, come il sottoscritto, si trova ai ferri corti con il sentimento politico che va per la maggiore.

 

Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 13 giugno 2024.

Testo qui riproposto per gentile concessone del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia.

Montecitorio, il Var e la parola al confino.

Montecitorio è diventata una palestra, un modo per scaldare i muscoli visto che le menti sono rattrappite in un definitivo riposo dal pensiero. Ci sono state scene da pugilato, che i parlamentari sono riusciti a declassare da nobile arte a rissa di strada. Una politica orba che vanta una visione dandosi botte da orbi.

C’è chi avrà appreso lezioni di scenografia dalle tifoserie di calcio su come si mette in piedi uno spettacolo con i fiocchi, con tanto di bandiere nazionali da sventolare e da far indossare per sfottò agli avversari politici. 

Nel contesto, altri a sgolarsi sull’inno nazionale per darsi coraggio e poi il via ad una baruffa che segna forse il punto più basso di episodi avvilenti a cominciare, anni fa, dai cappi ostentati nell’aula delle votazioni come segno di protesta contro la parte avversa. 

Sarà stato di struggente il richiamo alla ostentazione delle fette di mortadella e altre folcloristiche iniziative del passato. Forte, probabilmente, anche l’invidia per il Festival di Sanremo e quindi via a cantare ad ogni buona occasione, tutto purché non si parli.

Si comincia con tollerare il minimo, che sembra solo un eccesso di ricorso alla fantasia od un’eccezione, per arrivare al gran finale, dandosele di santa ragione, insegnando plasticamente agli italiani i fondamenti della convivenza tra diversi. 

Ci vorrà il Var per stabilire le responsabilità dei fatti. Di sicuro si è varcata la soglia minima di decenza e si è ulteriormente divaricata la distanza tra l’accettabile e l’inconcepibile. La Camera dei Deputati, mutuando dallo spagnolo, si è messa nelle vare, cioè in secca. 

È mancato poco, oltre alle mani, che si sia usata anche la vara, una antica pertica di legno, per bastonare quelli che non sopporti.

Solo la Schlein si è lamentata per l’astensionismo registrato in sede di votazioni del Parlamento europeo. Un sussulto di vergogna che altri non hanno avuto, si sono evidentemente risparmiati il fiato per conservarlo appena c’è da scontrarsi in Parlamento. 

Il cittadino della strada è sdraiato sul lettino dello psicologo per chiedere da che parte stare: se essere tra quelli che ormai se ne fregano o tra quelli che inorridiscono. Mancano all’appello quelli che condividono pugni e cazzotti; prima o poi, così continuando, ci saranno anche quelli. È solo questione di tempo. 

Per fortuna non c’è troppo da preoccuparsi. Il Parlamento non conta più nulla o comunque assai poco. Le leggi sono per la maggior parte in mano al Governo di turno, che si muove con la decretazione d’urgenza. 

Si schiacciano i bottoni all’ordine dei segretari di partito, residuale un briciolo di autonomia personale. Sembra che pensare sia vietato, come è abrogato il dibattito all’interno di partiti che sono espressi dal leader di turno e non viceversa. 

È questo il contesto in cui i diritti sostanziali di ciascuno perdono posizione. Si parla di sanità e di salute, un tempo il fiore all’occhiello del nostro paese. Il medico condotto era come il padre confessore e cuciva, con rammendi continui, malattie e storie di persone costruendo la rete essenziale delle relazioni di una comunità. 

Pian piano le cose si sono ingarbugliate fino a piegarsi al mito della efficienza e del fatturato. Si è giocato di sigle: da ospedali si è passati alle Usl fino alle Asl. 

Oggi abbiamo le Aziende sanitarie a dare conforto ai nostri acciacchi. Azienda è uno strano modo di intendere la cura di una malattia. Rammenta piuttosto un profitto, un imprescindibile risultato con segno positivo, almeno di cassa se non di guarigione. Il medico di base fatica a rispondere l’esercito dei suoi assistiti. Il suo studio è piuttosto una produzione di ricette, spesso rimandandosi ad uno specialista. Tutto va bene, ma la parola latita. Non per cattiva volontà ma perché il tempo è un valore che ci ha preso la mano.

Negli Ospedali i Direttori Generali assegnano ai propri medici un tempo di visita che non deve eccederne una certa stringata quantità. Qualcosa di simile al richiamo del Papa ai sacerdoti quando ha indicato che una omelia non deve superare orientativamente gli otto minuti.

La tecnologia terrà sempre più banco, tutto supporta lasciando al medico appena la sentenza finale. Chi sta nei ranghi, nel rispetto delle previste sequenze di visite, riceve persino un premio. Si sbandiera il progresso della telemedicina e così la parola si ammalerà e per lei non ci sarà salvezza. Nessuno che possa e voglia curarla. 

Nessuno dei camici bianchi che in futuro siano autorizzati ad ascoltare, magari segnando sul diario di bordo la tua storia di malanni ma anche di inquietudini e di apprensioni. Nessuno che possa rispondere con la sapienza posseduta solo da chi ha potuto conoscerti.

Al Parlamento sono molti più avanti. Hanno dato un segno di anticipo al paese. Del resto, sono i rappresentanti del popolo quelli che dovrebbero indicare la rotta e loro non si sono fatti pregare. I gesti e non le parole sono oggi la testimonianza di come si sta al mondo.

Parlare è un esercizio fuori moda e soprattutto improduttivo. È più semplice cambiare i connotati al politico della parte opposta che consumare un vocabolario per argomentargli le proprie ragioni. Se l’alfabeto verrà messo in pensione, la cassa sarà più piena e la democrazia conoscerà una nuova inaudita stupefacente stagione di gloria e smobilitazione.

Il Centro non lo si trova con Google Maps

Dopo il fallimento dei dioscuri incompatibili, Renzi e Calenda, alle recenti elezioni europee si è aperto un ampio dibattito, specie a sinistra, alla ricerca del centro perduto, da molti considerato fattore importante per costruire un’alternativa reale alla destra di governo. Premetto che, sino a quando varrà questo sistema elettorale pseudo maggioritario, la scelta sarà inevitabilmente di tipo bipolare e il centro si collocherà,  come è avvenuto in larga parte anche alle europee, in quella maggioranza di elettori renitenti al voto. Ringraziamo Mariotto Segni per averci portato a questa disgraziata situazione con l’aver favorito la legge elettorale del mattarellum prima e le versioni peggiorative successive; quelle del porcellum, rosatellum et similia.

Una situazione vieppiù garantita, quella del bipolarismo, se passasse la “deforma costituzionale” del premierato voluta dalla Meloni. Solo un sistema di cancellierato alla tedesca (legge elettorale proporzionale con sbarramento e istituto della sfiducia costruttiva) potrà garantire, con la stabilità dell’esecutivo, la repubblica di tipo parlamentare e la sopravvivenza del centro nella politica, in Italia come avviene da sempre in Germania. Ecco perché per concorrere alla costruzione del centro nuovo della politica italiana bisognerà sollecitare l’unità di tutti i partiti e i movimenti che intendono difendere la repubblica parlamentare con la difesa della Costituzione repubblicana da attuarsi integralmente in tutti i suoi principi e indicazioni politico istituzionali. Sul piano dei contenuti si tratterà di partire dai bisogni reali e dalle attese dei cittadini italiani ai quali vanno offerte risposte efficaci ed efficienti insieme a una rinnovata speranza, contro la sfiducia che alimenta da molto, troppo tempo, la disaffezione elettorale con la fuga maggioritaria dal voto.

Con una ricerca condotta da Brunswick, società internazionale di consulenza strategica, guidata in Italia da Alessandro Iozzia e Hokuto, network di consulenza sull’uso strategico di dati, si sono somministrati ad un campione della popolazione maggiorenne residente in Italia alcuni quesititi i cui risultati sono stati presentati nel corso del convegno “L’economia che fa il Bene”. Una platea di mille soggetti, diversi per sesso, età e provenienza geografica ha risposto a sei domande nel periodo fra il 9 e il 23 ottobre scorsi mediante web panel. Le priorità emerse sono quelle per lo sviluppo, il clima e le integrazioni, come quelle di interesse prevalente oggi tra gli italiani. Di qui si dovrebbe ripartire.

Per quasi cinquant’anni il centro in Italia è stato rappresentato dalla Democrazia Cristiana, il partito che ha saputo coniugare politicamente gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari italiani, precondizione essenziale per garantire l’equilibrio del sistema politico istituzionale. Con la fine della prima Repubblica e della storica alleanza repubblicana tra le componenti cattolico popolari, liberali e socialiste, si è rotto quell’equilibrio e dopo il tentativo fallito di Berlusconi di rappresentare la continuità innovativa di quella esperienza, sono emersi i fenomeni populisti della Lega prima e del M5S poi, sino all’attuale situazione di prevalenza della destra sovranista e nazionalista, espressione, però, della maggioranza relativa della minoranza degli elettori. Una condizione precaria e instabile, se non si ristabilisce l’equilibrio di sistema di cui sopra, che può nascere solo da una rinnovata alleanza tra le componenti storiche repubblicane: cattolico democratiche, liberali e socialiste, che sappiano dare risposte efficaci ed efficienti alle priorità indicate dagli italiani.

Ciò comporta la necessità di scelte non più rinviabili tra le diverse formazioni di partiti, movimenti e gruppi di area Dc e popolare, la frammentazione dei quali ha favorito l’astensionismo mancando un centro politico espressione di quell’alleanza che storicamente ha sempre garantito il sistema. Molti degli ex Dc e Popolari si sono certamente astenuti, altri hanno votato per i partiti della destra; altri, infine, per il Pd insieme a quanti avevano sperato nella soluzione tatticamente più semplice di appoggio alle liste di Italia Viva o di Azione.

A destra il centro c’è con Forza Italia e ha avuto un buon risultato anche riutilizzando la figura e le televisioni amiche del Cavaliere. Piaccia o no, quel partito è parte importante del Ppe grazie alle scelte che Berlusconi fece, sollecitato da un democristiano doc come Sandro Fontana e da uno d’antan come Don Gianni Baget Bozzo. Avevamo sollecitato i vertici di quel partito per l’apertura della loro lista a candidati di area Dc e Popolare, quale premessa per l’avvio di una sezione italiana del Ppe aperta a tutte le componenti interessate/bili, a partire da quelle degli eredi dei padri fondatori del Ppe. È prevalsa la chiusura autosufficiente alla ricerca di una legittimazione dei vertici post-berlusconiani. È evidente, però, che il tema della formazione di una sezione italiana del Ppe si imporrà, anche alla luce degli sviluppi che interverranno a Strasburgo e a Bruxelles tra i partiti europei e gli orientamenti strategici che il Ppe assumerà con il Pse e i liberali di Renew Europe. Di una cosa siamo certi, come anche sta emergendo tra molti amici della sinistra: senza l’avvio di un centro nuovo della politica italiana non si costruisce un’alternativa forte e credibile al governo della destra. 

Ma il Centro non lo si trova con Google Maps. Ci vuole la politica. Perciò importante avviare sin d’ora, come stiamo facendo con il tavolo dei Dc e Popolari organizzato dagli amici di Iniziativa Popolare, il progetto della nostra ricomposizione politica partendo dal No alla “deforma costituzionale meloniana” e definendo in una prossima Camaldoli 2024 il nostro programma per l’Italia dei nostri tempi.

Uscita rafforzata, Elly Schlein può vincere in Europa candidando Draghi.

Il puntuale e lucido commento alle Europee di Romano Prodi ci consente di sviluppare un ragionamento sulle potenzialità di una situazione per tanti altri versi preoccupante. In primo luogo, qual è stato il punto di forza del successo del Pd a guida Elly Schlein? A me pare che sia da rintracciare nella operazione caparbiamente indirizzata al salvataggio del Pd dalla forma delirante del partito personale. 

In aggiunta, tornando con la mente alle primarie, va riconosciuta la forza di una intuizione che ha riplasmato il Pd come partito dei diritti. Aver ripreso il modello di Pannella, con battaglie di libertà che hanno trascinato la pubblica opinione, si è tradotto in un rifacimento dell’immagine del Pd, rendendolo comunque più attraente per alcune fasce dell’elettorato. Con Elly Schlein è tornata a mobilitarsi una borghesia che tradizionalmente oscilla tra disincanto e avventura, dove l’avventura vuol dire spirito di innovazione. 

In ultimo, ma non per importanza, è il richiamo alla militanza sul territorio o, come suol dirsi, tra la gente. In un certo senso, è stato rivalutato il rapporto con la dimensione reale della vita, con lo spazio della comunità, con la forza delle autonomie locali, avendo i sindaci in prima linea. Da tutto questo può nascere la spinta per rinnovare dal basso l’esperienza dell’Europa, finalmente sottratta alla sua raffigurazione di entità burocratica, lontana e distante dagli interessi concreti delle persone. 

Ecco, a proposito di Europa non è di minor rilievo la crescita del Pd nella famiglia dei socialisti e democratici, essendo quelo della Schelein il secondo partito dopo il Psoe di Sanchez. La domanda è molto semplice: cosa fare di questa rappresentanza così consistente? Qui farò una proposta che non vuole essere eccentrica, ma intimamente connessa al cambiamento di passo che tutti dicono di auspicare nel momento in cui s’avverte l’esigenza di rilancio del Vecchio continente. La proposta riguarda il recupero della candidatura di Draghi, lasciando l’individuazione del ruolo effettivo ad una trattativa ancora alle battute iniziali. Draghi, che qualcuno vedrebbe bene come federatore di un nuovo centrosinistra, merita in effetti l’investitura più consona alla sua statura di servitore delle istituzioni (italiane ed europee). Penso che Elly Schlein dovrebbe avere il coraggio di intestarsi la scelta di un candidato eccezionale, l’unico in grado di trasformare Bruxelles in una grande capitale mondiale.

L’Unione Europea e l’Europa delle Nazioni

Un fiume di parole ha fatto seguito ai risultati delle elezioni europee: c’è chi si sente rassicurato dalla possibile riedizione di una Commissione a guida Ursula Von Der Leyen e imperniata sul Ppe e le alleanze che saranno fattibili, chi è rimasto scioccato dai risultati in Francia e in Germania dove rispettivamente Macron è stato surclassato dal Rassemblement National e Scholz è rimasto annichilito dalla duplice avanzata della Cdu (e fin qui il dato ha un prevalente significato di politica interna) e da Alternative für Deutschland (Afd), partito di estrema destra e xenofobo, ora alla ricerca di intese con analoghi movimenti più o meno emergenti in altri Paesi. 

Due schiaffoni ai quali chi “le ha prese” ha reagito in modo diverso: Macron ha sciolto l’Assemblea Nazionale e indetto nuove elezioni a breve termine, pur ribadendo di non essere intenzionato a dimettersi da Capo dello Stato. Certamente non basteranno i voti di Mélenchon (che ha rotto con Putin) né quelli del movimento centrista emergente – quel Place publique di Raphael Glucksmann, anche perché il movimento gollista dei Républicains guidato da Eric Ciotti (che non è parente del nostro Don Luigi, fondatore di Libera) ha clamorosamente anticipato l’appoggio al Rassemblement della Le Pen (da cui sembra invece voler prendere le distanze Marion Maréchal,  che di Marine Le Pen è la nipote oltre che capolista del partito di Eric Zemmour, Reconquète). 

Inutile sottolineare che lo sconquasso provocato dai risultati elettorali citati – stavolta l’Italia ne è fuori perché il Governo è stato rinsaldato dal voto –  a cui vanno almeno aggiunti gli 8 punti percentuali persi da Orbán e l’avanzata galoppante delle destre in Austria, creano una situazione confusa e piena di contraddizioni. Ne sarà ben lieto il Cremlino che ha fatto tutto il possibile per condizionare il voto attraverso infiltrazioni di disinformazione e fake news giornalistiche e informatiche mirate a disorientare gli elettori, oltre al libro paga sempre aperto per chi vuole creare scompiglio e indebolimento rispetto alla lontana prospettiva di un’Europa unita per davvero. 

Vorrei brevemente soffermarmi su due punti: il primo riguarda l’astensionismo la cui percentuale ha superato quella dei votanti. Ci si interroga sulle motivazioni, questa volta il dato non è solo italiano, ma le risposte sono quelle di sempre: sfiducia nei partiti e nelle istituzioni, incapaci di gestire i problemi latenti, come economia, lavoro, immigrazione, casa, difesa. La disaffezione verso la politica è speculare alla gravità della situazione internazionale, con particolare riferimento ai conflitti bellici in atto, in particolare Ucraina e Palestina: il mondo è una polveriera e tutto sembra allargarsi a macchia d’olio, il contesto non coinvolge solo il futuro dell’Europa, sullo sfondo ci sono le presidenziali Usa di novembre, la Cina sorniona ma con i cannoni puntati su Taiwan, l’India che non aderisce alla transizione ecologica ed energetica, l’Africa che Putin sta colonizzando a partire dal Niger. 

Girando il mappamondo tra le mani si comprende quanto il pianeta sia afflitto da una deriva più ricca di incognite che di certezze. Tutte le forze politiche elette nel Parlamento Europeo hanno mire, obiettivi e strategie difficilmente ricomponibili in una prospettiva unitaria e convincente. L’impressione è che se la metà degli elettori è stata a casa, il futuro sarà incertissimo e il vecchio continente diventerà sempre più concretamente un boccone ghiotto per lupi mannari. In nome di pace, libertà e democrazia anche molti di coloro che sono andati al voto da protagonisti attivi, oltre che da semplici elettori, non abbiano la minima cognizione dell’esistente e dei suoi pericoli. Salvo aver fatto patti con il diavolo. Per questo temo che il nuovo Parlamento europeo si occuperà più di veti, divieti e obblighi burocratici, di canne fumarie, risanamenti edilizi, conformità degli autovelox, validità delle patenti e carne sintetica. 

Sullo sfondo resta dunque il secondo aspetto che colgo dal voto. Quello di una Europa dove si rafforzeranno i nazionalismi perché inevitabilmente per una Nazione l’esser parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (con diritto di veto) e ventilare l’ipotesi di scioglimento della Nato sono due temi che implicano scelte dirimenti. Le menti sono confuse e per chi voleva un rafforzamento della politica unitarie dell’Ue, si è persa l’occasione di salire sui mezzi in transito: il treno, l’autobus e pure il tramvai. Con la Francia e la Germania – i due pilastri storici dell’Europa – l’Ue e il suo parlamento conteranno meno di quello che in questi contesti nazionali verrà deciso. Insomma un’Europa debole e indebolita: disatteso il pericolo della via della seta, ora s’avanza il cirillico.                                                                                                                

 

Elezioni, non è tutto oro quel che brilla attorno alla Meloni.

Le recenti elezioni europee saranno ricordate in Italia come la prima consultazione politica nella quale più della metà degli aventi diritto ha deciso di non votare. Un dato che era nell’aria e che è stato confermato da questa competizione che, inoltre, ha fatto registrare un’ulteriore bipolarizzazione del quadro politico nazionale, nonostante si votasse con un sistema elettorale proporzionale. Sono due importanti temi di riflessione per la politica nel suo complesso.

Il risultato – rispetto alle elezioni politiche del settembre 2022 – ha premiato prevalentemente i due principali partiti (Fratelli d’Italia +2,8% e Partito Democratico +5,07%), senza sottacere il buon risultato di Alleanza Verdi e Sinistra che ha segnato un aumento del 3,22%. C’è da sottolineare che per raggiungere il risultato i partiti di governo (la Meloni in particolare) hanno spinto molto su promesse che non potranno essere mantenute; bonus, condoni, pensionamenti anticipati, cuneo fiscale ed eliminazione delle liste di attesa per la sanità, ovvero un pacchetto (o meglio un “pacco”) di misure che cubano non meno di quaranta miliardi di euro. 

Nella considerazione sul gradimento degli italiani nei confronti del governo va inserita la valutazione non secondaria del numero assoluto di voti raccolti. La bassa partecipazione al voto ha infatti determinato per i partiti di governo un aumento della percentuale di consensi, ma ciò è avvenuto contestualmente alla perdita di un grande numero di voti in termini assoluti. Rispetto al 2022 Fratelli d’Italia ha perso 596.000 elettori, la Lega ne ha persi 375.000 e Forza Italia 41.000 (per un totale di oltre un milione di voti); per completezza il Partito Democratico ha invece guadagnato 255.000 elettori, mentre Alleanza Verdi e Sinistra ne ha acquisiti 544.000. Lo spostamento degli elettori in numeri assoluti ci dice che si è esaurita la fase espansiva e crescente del consenso a favore del governo. Meloni e che la destra è battibile. 

Dalla competizione europea esce indiscutibilmente sconfitto (con due milioni di voti in meno rispetto al 2022) il Movimento 5 Stelle o ciò che rimane di quella formazione che è sempre più il partito personale di Giuseppe Conte. Con Conte esce sconfitta la linea politica da lui incarnata in questi due anni di governo-Meloni, ovvero quella postura politica con la quale lo stesso Conte ha dato spesso l’impressione di non avere ben chiaro chi fossero gli avversari e chi i compagni di strada; il risultato (un 9,99% che ricorda i prezzi del supermercato) dimostra che l’elettorato pentastellato non ha capito e non ha gradito.

Il mancato raggiungimento della soglia di sbarramento del 4% dovrebbe suggerire anche a Renzi e Calenda di rivedere alcune valutazioni su una presunta autosufficienza che è stata smentita dal risultato elettorale. I numeri che contano sono quelli che escono dalle urne, non quelli che si raccontano nei comizi.

È possibile che dopo il risultato europeo ci sia bisogno di un ulteriore tempo di maturazione per arrivare ad una consapevolezza più diffusa sul fatto che ancora oggi l’elemento di maggiore forza per il governo è dato proprio dalla divisione che persiste tra le forze politiche di opposizione. Gli elettori probabilmente lo hanno molto più chiaro di alcuni dirigenti politici affetti da un incurabile narcisismo.

Sinistra più forte? Vana cosa, senza alleanze al centro.

La domanda è: in quel 50% di italiani che hanno deciso di non andare a votare per il rinnovo del Parlamento Europeo (sul tema dell’astensionismo ha scritto qui ieri molto bene Alberto Mattioli) quanti sono quelli che lo hanno fatto in contestazione alla politica urlata e maleducata che contraddistingue la fase attuale e quanti in opposizione a un bipolarismo che amplifica lo scontro invece di favorire il confronto e la mediazione?

Perché è sulla consistenza di questo sconosciuto numero di italiani (posto che gli altri astensionisti sono strutturali menefreghisti o incattiviti odiatori della politica) che si gioca la possibilità di costruire una forza di Centro, della quale su questo giornale si è discusso molto negli ultimi due anni. Il disastro assoluto e imperdonabile combinato dalla coppia di narcisi ormai nota a chiunque ha affossato al momento ogni possibilità in tal senso, favorendo così il bipolarismo fortemente voluto da Giorgia Meloni e Elly Schlein, i cui partiti dalla radicalizzazione della contesa non possono che venire beneficiati, come si è visto. 

Tutta la strada è in salita, dunque, per un ipotetico nuovo Centro. Tutto da inventare. Non solo. Il Centro ha un problema di posizionamento imposto dal bipolarismo ora confermato addirittura in elezioni proporzionali e quindi a maggior ragione insuperabile in elezioni con sistema maggioritario quali sono quelle che per il Parlamento nazionale. Come è stato osservato, la Destra ha un alleato moderato in Forza Italia, partito che – pareva impossibile solo un anno fa ed è invece accaduto – sta rafforzandosi dopo la scomparsa di Berlusconi giocando anche sulla sua qualifica di membro del Ppe: per molti è questo il Centro italiano e la cosa ha una sua consistenza, inutile negarlo. Il punto però è che esso è organicamente alleato della Destra. Ma questo è un problema per i moderati che preferiscono una collaborazione con la Sinistra riformista o che sono più nettamente centristi. Un dato che non si può sottovalutare e che anzi va attentamente considerato.

Sul fronte della Sinistra, questo partito (ovvero ciò che per un breve periodo fu la Margherita) non c’è. E questa assenza penalizza un centro-sinistra oggi divenuto solo sinistra, dopo il netto spostamento in quella direzione del Pd a guida Schlein. Un Partito Democratico peraltro che elegge molti riformisti che non avevano votato la segretaria, tutti con una caratteristica: quella d’essere stati ottimi amministratori locali. Dunque radicati sui loro territori, presenti nella società, meritevoli di consenso. Ma al momento decisamente minoritari nell’attuale gruppo dirigente del partito. Senza il loro contributo difficilmente il Pd avrebbe conseguito questo buon risultato. Ma avranno ora un peso adeguato nella conduzione del partito? O rimarranno confinati a Strasburgo, ben lontani dal Nazareno?

In questo scenario sono pressoché scomparsi i cattolici democratici. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Pochi di loro, naturalmente, stanno in Forza Italia. Alcuni hanno aderito ai due partiti personali che si sono suicidati. I più sono nel Pd, dove però non contano più molto, in verità. Alle Europee i loro pochi candidati in quel partito non sono stati premiati (con l’eccezione di Pina Picierno; Marco Tarquinio è un caso a parte, mi sentirei di affermare).

Anche qui, domande scomode. Ma ci sono ancora, in termini di significativa consistenza numerica, i cattolici democratici? Ci sono fra le giovani generazioni? Oppure patiscono essi pure il declino della presenza cattolica nella società sempre più laicizzata (o forse, purtroppo, addirittura sempre più laicista)? Si tratta di domande dolorose per noi, ma lecite, indifferibili, per come si sono messe le cose.

Ma se i cattolici democratici, anche solo come minoranza, ci sono ancora hanno il dovere di mettersi alla stanga e inventarsi qualcosa. Rimanere quale marginale minoranza nel Pd? O provare a costruire una “nuova Margherita” con quanti in buona fede hanno creduto nel fu Terzo Polo e sono stati travolti dagli errori della coppia autoreferenziale?

Una “nuova Margherita” significa alleanza di centro-sinistra, certo. Come fu l’Ulivo. Del resto oggi schierarsi da una parte è obbligatorio, ce lo hanno ricordato gli elettori, domenica scorsa. Significa però anche autonomia dal PD sinistrizzato e radicalizzato, sponda per i riformisti dem, rinnovato protagonismo, forse anche ritorno di fiamma verso la politica da parte di alcuni che in questi anni se ne sono allontanati e magari pure ritorno di qualche elettore oggi rimasto a casa in quanto non attratto da alcuna delle proposte in campo. Significa, ancora, contribuire alla costruzione di un fronte non solo alternativo bensì anche, e soprattutto, competitivo con il destra-centro che governerà l’Italia per il resto della legislatura. 

Lo spazio politico c’è, il tempo pure. Adesso occorre verificare se ci sono la voglia e la determinazione conseguente. I prossimi mesi ce lo diranno.

Un’analisi più realistica del voto osservando i risultati delle amministrative.

L’esito del voto europeo (tanto rumore per nulla, o quasi) ha del tutto messo in secondo piano l’attenzione al voto amministrativo che ha interessato ben 3.698 comuni. In questo caso la percentuale dei votanti è stata del 67,6%, con punte oltre il 70% nel Lazio e in Umbria.

Basterebbero questi dati a vanificare milioni di parole sulla presunta disaffezione al voto: quando il confronto democratico verte su questioni concrete e comprensibili i cittadini italiani partecipano al voto. Quando, come nella recente campagna elettorale europea, invece di presentare concrete proposte per il governo della casa comune continentale, ci si è battuti soprattutto per misurare il proprio consenso interno, allora l’interesse crolla.

Ciò detto è proprio il voto amministrativo che offre invece una rappresentazione più reale e ampia delle opinioni nel paese. Nei commenti sommari si è messo in luce quanto è avvenuto nei 29 capoluoghi di provincia: 10 al centrosinistra, 6 al centrodestra e 13 al ballottaggio. È assai probabile che al secondo turno la vittoria del centrosinistra risulti ancor più ampia, non solo nei centri maggiori ma sul totale di circa 101 comuni maggiori di 15 mila abitanti che vanno al ballottaggio. Per quanto concerne i comuni più piccoli, dove soprattutto si è votato con liste civiche contrapposte, il Ministero dell’Interno, purtroppo indebolito nelle sue capacità di analisi, non ha saputo fornire una sommaria classificazione di queste liste. Probabilmente le prefetture non fanno più questo lavoro, o forse i dati ci sono ma non vengono comunicati.

In ogni caso si è diffusa una interpretazione secondo la quale il centrosinistra avrebbe vinto nei centri maggiori, mentre nell’Italia minore, rurale e lontana, vincerebbe il centro destra.

Consultando i dati disponibili, questa interpretazione non trova un reale fondamento. Abbiamo fatto una ricerca a campione su numerose province e il risultato mette in crisi questa vulgata giornalistica. Basti considerare, ad esempio, i nuovi sindaci eletti dal centrosinistra nei comuni medio-picoli, e cioè a: Mesagne (Brindisi), Rutigliano (Bari), Torremaggiore (Foggia); Bacoli, Casoria e Castellammare di Stabia (Napoli); Corigliano (Cosenza); Cassino e Veroli (Frosinone); Monterotondo (Roma); Montepulciano (Siena); Stradella (Pavia); Arluno, Busto Garolfo, Cesano Boscone, Paullo, Rescaldina (Milano); Martinengo, Osio sotto, Scanzorosciate (Bergamo); Agrate Brianza, Triuggio (Monza); Marmirolo, Suzzara (Mantova); Rezzato, Salo, Villa Carcina (Brescia). Per non parlare poi dei ballottaggi significativi a Legnago, Bassano del Grappa, Lainate, Peschiera Borromeo, Putignano, Sant’Eramo in Colle Manfredonia, San Severo, San Giovanni Rotondo, Tarquinia, Poggibonsi.

Abbiamo fatto poi una rapida ricerca fra i dati dei comuni più piccoli, per scoprire che sono centinaia le liste civiche dei comuni minori dove il centrosinistra ha sconfitto il centrodestra.

Se il Ministero dell’Interno fosse meno intorpidito farebbe uno sforzo di analisi più organico ed emergerebbe una realtà molto più articolata e interessante. Non facendo nulla, avvalora una vulgata generica che di certo giova alla destra. Ma al di là di questa necessaria polemica, vi è un dato da sottolineare ancora una volta.

La forza del vento meloniano è abbastanza priva di radicamento, non è molto diversa dal volume di consenso che la Lega di Salvini ha avuto nel 2019, o anche in parte dalla massa di voti che lo stesso Berlusconi in certe fasi ha mietuto. Sono in larga parte gli stessi voti della destra conservatrice che fluttuano dietro alla bandiera del capitano di ventura pro-tempore.

Il processo democratico nel nostro paese si costruisce con il buon governo dal basso e sui problemi dei diversi territori. Il Partito democratico si porta dietro ancora dei vizi di origine, puntando al consenso mediatico per slogan. Bisogna riconoscere alla segretaria Schlein di aver fatto una dignitosa e vincente campagna su temi specifici come la sanità o il lavoro povero e precario. Per crescere ancora bisogna però tornare a radicarsi nei piccoli e medi comuni, in tutti i quartieri urbani e metropolitani, bisogna avere un circolo ovunque, capace di dialogare e di ascoltare.

Solo lavorando così si potrà battere la destra fra tre anni, facendo crescere la classe dirigente nei comuni, perché gli eletti nazionali rappresentino realmente qualcuno e siano in capaci di affrontare i compiti di governo generale del paese.

L’astensionismo è maggioranza ma nessuno l’ha visto arrivare

Aiuto, si restringe la democrazia. Questo è il grido d’allarme uscito dalle urne per le elezioni europee. Ma mentre i partiti valutano le proprie performance tra peana e mea culpa nel perimetro della minoranza elettorale che si è espressa, poca attenzione viene data all’enorme dato dell’astensione dal voto che segnala il grave malessere della società. A questi milioni di cittadini che sono rimasti a casa sarebbe dovuto andare il primo pensiero dei leader, se tali sono. L’affluenza in Italia si è fermata al 49,69% mentre alle europee del 2019 era al 54,5% e nel 2014 al 57,22%: insomma, una disaffezione crescente. 

L’astensionismo pari al 50,31% (cioè 23 milioni di italiani circa) è il partito maggioritario vincente che segna una sconfitta della democrazia, della fiducia nelle istituzioni, nei partiti e nella cooperazione solidale. Una voragine si sta aprendo sempre più tra la politica e tanti cittadini che da tempo abdicano alle proprie libertà politiche rifugiandosi nel non voto. Cittadini rassegnati, indifferenti, passivi o disponibili anche a cedere a un “capo” parte della loro sovranità. Milioni di persone sono arrabbiate, spaesate, spaventate da trasformazioni veloci che non capiscono, spesso basate su informazioni sommarie o false. La paura delle guerre che ogni giorno entrano nelle nostre case con immagini devastanti alimenta la nostra destabilizzazione psicologica. Viene chiesta una difesa più efficace da fenomeni invasivi e destabilizzanti: migranti, crisi economiche, disuguaglianze, terrorismo, e criminalità. Essendo venuti a mancare riferimenti e confini certi, non necessariamente giusti ma rassicuranti, si cercano politici forti che riportino l’orologio indietro a un passato meno caotico. Disposti anche a rinunciare ad alcune libertà in cambio di un raddrizzamento di un mondo che sembra loro muoversi al contrario. La democrazia, con i suoi meccanismi complessi e inclusivi di ogni diversità, sembra a molti una utopia che non protegge nell’immediato.  

Anche la crisi della democrazia statunitense è emblematica, caratterizzata da slogan che inneggiano a un passato migliore. Già nel 1966 Robert F. Kennedy avvertiva dai rischi derivanti da una globalizzazione troppo accelerata rispetto al passo dell’uomo. 

Certo il risultato complessivo delle elezioni europee consegna un parlamento ove le forze europeiste mantengono la maggioranza. Ma la forte crescita della destra in Germania e in particolare in Francia, ove Macron reagisce con la terapia d’urto delle elezioni anticipatissime, certamente provocano notevoli scosse telluriche. Giorgia Meloni in Europa è ora a un bivio, gli spetta la non facile scelta politica riguardo a come collocarsi e a quale ruolo giocare. 

Se le democrazie rappresentative hanno perso appeal e non sono in grado di comprendere e dare risposte alle frustrazioni, alle condizioni di precarietà e alle diseguaglianze che gonfiano le vele dell’astensionismo e dei populismi, la situazione è grave. Chi ha ancora la testa sul collo deve prendersi la responsabilità di organizzare risposte  per evitare involuzioni che, attraverso percorsi di personalizzazione del potere, possano condurre a soluzioni autocratiche. O forse fa comodo così?

In Ue occorre una forma di governo più rapida ed efficace perché con 27 paesi aderenti (8 in lista di attesa per l’ingresso) gli attuali processi sono troppo lenti soprattutto per quanto riguarda la difesa comune e i servizi pubblici sanitari, ove la cannibalizzazione del personale, carente ovunque, rischia di creare tensioni tra i paesi. La risposta ai salari esigui poi è esiziale. Occorre che il servizio pubblico televisivo italiano porti l’Europa nelle case degli italiani per farla diventare più familiare e comprensibile. Fatta l’Europa rimane da fare gli europei. Nel nostro paese occorre una rivitalizzazione dei momenti di partecipazione attiva alla vita civile delle comunità. Stiano attenti i leader vincenti a non brindare troppo, rimangano sobri e lucidi perché altrimenti rischiano di non vedere arrivare la fine della democrazia che, come sappiamo, non é mai acquisita per sempre.

Siamo alle prese con la tela di Penelope. Eppure…

Il 1° aprile scorso ho scritto “Se non ora, dopo il voto, ritessiamo la tela”. Il voto di giugno ha evidenziato quello che era previsto: orfani di una lista di area, i Dc e i Popolari si sono frantumati nel voto e/o nell’astensione, mentre si è rafforzato il bipolarismo Fratelli d’Italia-Partito Democratico. Abbiamo assistito al fallimento clamoroso, da un lato, dei due fasulli dioscuri del centro, Renzi e Calenda, e  dall’altro, del M5S. Accanto a questi dati oggettivi, ancora una volta assistiamo alla renitenza al voto di oltre la metà dell’elettorato italiano e Giorgia Meloni, ora come alle politiche  dell’autunno del 2022 e con un incremento del 3%, conquista la maggioranza relativa della minoranza dell’elettorato italiano. La Lega, grazie al generale Vannacci, tiene nonostante il sorpasso di Forza Italia, finendo col diventare un partito più a destra dello stesso partito della Meloni. Uno spostamento destinato a forti contrasti interni, a partire dal Veneto. Il Pd si rafforza ed assume il ruolo di polo di attrazione dell’alternativa di sinistra.

L’amico Giorgio Merlo che, alla vigilia del voto, aveva caldamente sostenuto la linea di Tempi Nuovi a favore della lista Calenda collegata al raggruppamento macroniano di Renew Europe, riconosce onestamente il fallimento di questa strategia, insieme all’evidente risultato positivo di Forza Italia, che assume sempre di più il ruolo di centro moderato di ispirazione popolare nella maggioranza di destra.

È da questi dati oggettivi che bisogna ripartire, tenendo presente che, se non avviamo un serio ripensamento della nostra strategia, rischiamo di far tacere per molto tempo la voce in politica dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali. E non fa storia l’elezione dell’amico Tarquinio tra i deputati europei del Pd, timorosi che non si ripeta anche per lui l’aforisma alla Donat-Cattin, secondo cui nel Pd, come nel Pci “è sempre il cane che muove la coda”.

Se l’obiettivo che intendiamo perseguire consiste nel voler concorrere alla costruzione del centro nuovo della politica italiana, ampio e plurale, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra destinata a riunificarsi su posizioni sempre più radicali, è evidente che dobbiamo partire dalla volontà di ricomporre innanzi tutto le permanenti divisioni della diaspora Dc, le quali, col prevalere di non più accettabili velleitarismi personalistici, sono una delle cause della disaffezione del nostro potenziale elettorato, una parte del quale o si è disperso nel voto a destra o a sinistra, o, probabilmente in grande misura, si è rifugiato nel non voto.

Dovremo proprio ripartire da questa realtà presente nelle diverse parti del Paese, al fine di comprendere i bisogni e i valori di queste elettrici ed elettori renitenti al voto. In una nota ricevuta, l’amico Efisio Pinna mi scrive: “Caro Ettore, la sconfitta è su tutti i fronti. La pochezza culturale, progettuale, identitaria, di Sogno da condividere, di Valori Laici e sopra le parti, di una Leadership che avesse e la capacità di traguardare un “un Isola che non c’è”  ed un orizzonte che coinvolgesse proprio gli…abbandonati – quel famoso 51% a cui nessuno pensa – e altri temi su cui si può e si deve “unire” un Paese spaccato e frammentato, con logiche egoistiche e che non ha più una direzione chiara, racchiuso in se stesso e totalmente privo di uno slancio verso il Futuro, rappresenta la fotografia impietosa dell’Italia.

Solo una “nuova ed entusiasmante” Idea potrà smuovere il declino ormai inevitabile”.

Questa è la partita da giocare: come dare risposte e speranza alle attese dei cittadini italiani. Avevo scritto che la frase “o la va o la spacca” pronunciata dalla presidente Meloni, diventerà stringente se e quando saremo chiamati al referendum per il SI o per il NO al progetto del premierato elettivo, autentica “deforma costituzionale” indicata dal governo di centro destra. Con la riforma della giustizia e l’autonomia differenziata, insieme alle scelte imminenti sui vertici del governo dell’Unione Europea, la maggioranza dovrà affrontare alcune prove decisive per la sua tenuta, dopo l’obiettivo consolidamento emerso dal voto europeo, ma sarà proprio sul progetto presidenzialista che, anche noi, dovremo ripartire consolidando l’unità tra tutte le componenti di area Dc e Popolare, e potremo verificare se e con quali forze saremo impegnati nella difesa della Repubblica parlamentare e della Costituzione italiana.

Attanagliati all’entropia della Cosa bianca perdiamo di vista il futuro.

Tre anni senza elezioni ci consegnerebbero – se lo volessimo – un ruolo di costruzione politica di tutta la coalizione alternativa alle destre. Potremmo essere essenziali per costruire il centro, riformare il Pd e orientare perfino la sinistra populista….Ci vogliamo provare ?

Sul ruolo politico dei cattolici sposo in pieno l’articolo di Ardigò del 1994, ri-segnalato molto opportunamente su una delle nostre chat da Antonio Payar (1), e su cui intendo esercitarmi in futuro perché ormai a tanti anni dalla fine della Dc ed anche del Ppi, e sulla scorta di questi ultimi anni, urge prendere atto di un cammino che ha preso strade definite (nel bene, nel male ed anche nel limbo dell’ignavia) e su cui è possibile una programmazione culturale e formativa per le prossime generazioni solo se cominciamo adesso, e definitivamente archiviando illusioni e protagonismi.

Ma oggi vorrei stare all’oggi. Per lodare l’impegno e la coerenza di Lucio D’Ubaldo nel ricercare una via per il centro che troppe illusioni ottiche (terze vie e piani B compresi), e chiaramente questioni personali individuali, hanno precluso. Anche perché Calenda è antidemocristiano costituzionalmente, al di là della simpatia umana, la Bonino cerca disperatamente e giustamente di salvaguardare una corrente culturale ed etica del radicalismo liberale post crociano di Pannella. E Renzi…beh Renzi non è mai stato se non giovane dc fiorentino; oggi forse un mago della tattica democristiana deteriore, ma degli ideali e dei valori Dc non ha mai fatto esperienza (forse il padre, lui certamente no): nella prima candidatura alla segreteria Pd, dei cinque candidati perfino Bersani citò De Gasperi nel suo personale Pantheon, lui no (ecome sapete io sono per De Gasperi se si cita pure Dossetti, ma è una opinione personale).

Bisogna ripartire daccapo, dice Lucio. Non saprei. Perché i miei dubbi sul “centrismo” io li ho manifestati sin da quando ero nella Dc, figurarsi. Ma capisco il ragionamento e quindi vorrei dare un contributo di riflessione dopo qualche mese di silenzio costruttivo (costruttivo e talvolta ricostruttivo per me stesso, sia chiaro).

Sarò di parte e tranchant. Perdonatemi. Dunque, alla luce anche dei risultati delle europee e con tutti i “caveat” necessari, io credo che dopo il voto in Francia e quello in Gran Bretagna (che spero un giorno torni nell’ UE) la sinistra, più in generale i progressisti, riequilibreranno un po’ le cose, perché i laburisti di Starmer, che è più moderato e scialbo come figura di Blair, ma nello stesso solco, vinceranno credo a mani basse e perché Macron costringerà -aiutato dal sistema elettorale francese – gli elettori a creare un Parlamento di centrosinistra (Macron più socialisti) che potrebbe spazzare le velleità della Le Pen (e Bardella), ma anche quelle del populista di sinistra Mélenchon.

In questo scenario la Meloni non potrà che essere la più moderata dei suoi e credo che questo, per darne atto a Crosetto, renderà più normale la destra italiana. La nostra democrazia avrà anche questo merito dopo ottanta anni, ovvero di avere fatto governare tutti, senza più “fattore K” né “arco costituzionale” e nessuno potrà più fare la vittima (manco Sangiuliano…).

Detto ciò, la destra al governo è un “pianto”, dal punto di vista istituzionale ed amministrativo. L’opposizione, invece di fare campagne ideologiche, dovrebbe limitarsi a raccontare il pessimo governo quotidiano, la sanità tagliata, i servizi promessi e mai realizzati, lo sviluppo inesistente, il lavoro non incrementato né difeso realmente, senza contare autonomia e premierato inguardabili. Basta ed avanza.

Per tre anni non ci saranno elezioni. Quindi per vincere le prossime politiche bisogna costruire una coalizione. A me interessa quella di centrosinistra e, finite le chiacchiere, io la vedrei razionalmente così: una coalizione con un partito riformista progressista (ricorderei a Schlein e soci che senza la componente riformista e degli amministratori locali il 24 per cento se lo sognava e che in Inghilterra vince Starmer non Corbyn) che deve stare oltre il 25 per cento e magari tendere al 30 per cento. Quindi basta con i diritti individuali e via invece al dibattito sull’Ilva o sullo sviluppo o sul mercato del lavoro o sulla sanità etc….

Alla sua sinistra un partito di raccolta delle pulsioni varie della sinistra (ambientalismo, centri sociali, pulsioni populiste di sinistra etc…) dove far confluire anche ciò che resta dei Cinquestelle per arrivare al 10 per cento. Infine un robusto centro dell’8-10 per cento per cui serve un federatore/federatrice nuovo e dialogante. Inviamo all’Onu in qualche compito di Commissario mondiale Renzi, mandiamo Calenda al Cnel o a fare il Commissario dell’Ilva, assicuriamo la storia radicale della Bonino e si costruisca un alveo moderato che guarda al progresso della nazione e non alla sua conservazione. Solo una coalizione così composta (con inevitabili discussioni e polemiche, ma siamo sopravvissuti all’Ulivo e pure a Rino Piscitello, quindi…) può giocarsela sul filo del voto.

Poi serve un candidato/a federatore. Ovviamente il candidato Premier non può essere né la Schlein né un esponente percepito di parte. Lucio una volta mi disse che dalla riflessione del mio ultimo libro “Un’altra storia  …se quaranta anni di Thatcher e Reagan vi sembran pochi” veniva fuori che insomma tutto era nelle mani dei cattolici democratici. Confermo! Io penso che questa coalizione vada pensata, organizzata ed animata dai cattolici democratici che devono esprimere il candidato premier ma anche costruire il centro ed organizzare perfino la sinistra.

“Vaste Programme”, si dirà! Certamente un programma enorme, ma che ridarebbe a tutti noi l’impressione di non lavorare solo per le commemorazioni, l’associazione combattenti e reduci o la ridotta ugonotta…..

Io credo fermamente che si debba fare formazione nella società civile non solo per avere più votanti e meno astensionismo ma anche per chiarire le idee a chi ha idee diverse dalle nostre. Per riaprire i canali della politica in generale. E per costruire un’alternativa alle destre italiane che sono davvero poca cosa sul piano del Governo della società.

Per fare questo, tempo fa dissi che mi sarebbe piaciuto riavere il Ppi operativo come un moderno partito radicale (per metodo) in cui sia possibile avere la doppia tessera (e non necessariamente presentarsi alle urne): sto nel Ppi, faccio politica, promuovo referendum, raccolgo firme, propongo leggi, faccio pressione, cerco di costruire una differente agenda politica. Poi porto queste idee ovunque io sia (Pd, centristi, talvolta nei centri sociali e comunità di base). E contribuisco a far nascere e crescere una coalizione governativa sfidante. Un programma per l’Italia, faticoso da costruire in tre anni, con queste differenti forze ma che proprio nel processo costruttivo porta lo stigma della democrazia che si realizza e che è, appunto, fatica idee e persuasione.

Troppo idealista? Può essere. Ma l’alternativa dell’entropia “bianca” la viviamo ormai da troppo tempo. Io ne sono stanco. E voi?

 

(1) Di seguito il link per leggere o rileggere il testo di Achille Ardigò, pubblicato sulle nostre pagine il 23 maggio del 2021.

https://ildomaniditalia.eu/i-quattro-limiti-dei-cattolici-italiani

Gaza, forse comincia a intravedersi uno spiraglio di luce.

A otto mesi dalla mattanza del 7 ottobre e dopo sette mesi di attacco a Gaza si può trarre un provvisorio bilancio politico di questa immane distruzione di vite umane? Forse sì, anche se una analisi di questo tipo rischia di apparire cinica e fuorviante, a fronte delle sofferenze patite da così tante persone, da così tante famiglie.

Ma per arrivare al momento nel quale le parti in guerra e i rispettivi alleati più o meno impegnati con essa arriveranno alla consapevolezza necessaria per decidere uno stop alla guerra è necessario che ciascuna sia in grado di valutare con freddezza lo stato delle cose. È la logica, perversa ma inesorabile, di ogni umana follia, quale la guerra è.

Lo stato ebraico è riuscito nell’impresa di passare agli occhi del mondo dalla parte del torto dopo aver subito l’attacco alla propria popolazione più feroce dai tempi dell’Olocausto. La decisione del governo Netanyahu di stanare Hamas dai tunnel di Gaza distruggendo infrastrutture e abitazioni della Striscia e uccidendo migliaia di civili ha posto Gerusalemme sotto una luce negativa finanche agli occhi degli alleati più fedeli e tradizionali. La sconfitta, anche sul piano mediatico (con tutto quello che ciò significa nella moderna società della comunicazione) è da questo punto di vista netta e foriera di gravi problemi futuri perché con la sua scellerata azione militare Israele si è pregiudicato il sostegno, le simpatie delle giovani generazioni occidentali.

Da un punto di vista più specificamente militare occorre distinguere il piano immediato, quello relativo all’invasione di Gaza, dal piano strategico più generale. A Gaza non si sa ancora quando finirà ma si può fin d’ora sostenere che Hamas ha subìto pesanti perdite e tuttavia non è stato sconfitto (diversamente, come vedremo, che sul piano politico). E nemmeno sono stati liberati tutti gli ostaggi, alcuni tuttora detenuti dai loro rapitori e altri ormai deceduti. 

Allargando l’orizzonte allo scontro per procura con l’Iran (che è il vero problema di fondo, sul quale varrà la pena di concentrarsi in futuro) occorre rilevare che la superiorità israeliana è ancora indiscutibile. Anche se pagata al caro prezzo di una esistenza vissuta in perenne stato d’allerta, su ogni lato dei propri confini geografici.

Non solo. Il mondo arabo sunnita teme i persiani sciiti ancor più degli ebrei. E dunque, se si osservano con attenzione le posizioni assunte dagli stati musulmani della regione, sia quelli mediterranei sia quelli del Golfo, dietro le accuse di facciata a Gerusalemme si cela una qual certa volontà di non smantellare i famosi Accordi di Abramo sino anzi ad allargarli a Riad. Ci vorrà tempo, è ovvio. Ma il mix composto dall’avversione verso la rivoluzione islamica iraniana, così sovversiva nei confronti del sunnismo e dei regimi ad esso collegati, e dalla consapevolezza della devastante forza distruttiva di Israele, suggerisce ai regnanti dell’area una comprensibile prudenza. Il principale dei quali, Mohammed bin Salman, è impegnato in un progetto di sviluppo del proprio paese talmente ambizioso da imporre necessariamente una condizione di relativa calma nell’area, ragion per cui stava lavorando, prima del 7 ottobre, pur con tutte le cautele del caso e con il discreto e interessato supporto di Washington, al compromesso necessario per siglare anch’esso gli Accordi. Tutto lascia intendere che quel progetto non sia stato abbandonato, anche se inevitabilmente i tempi si sono dilatati.

E proprio qui sta la sconfitta politica di Hamas: non tanto sul territorio, quanto in termici strategici. Perché il sabotaggio degli Accordi di Abramo era il principale degli obiettivi del 7 ottobre. Hamas non ha valutato adeguatamente, pur essendo un movimento sunnita, quanta diffidenza (per usare un elegante eufemismo) ci sia nel mondo arabo verso l’Iran degli ayatollah, quanto timore di un suo possibile raggiungimento dello status di potenza atomica, quanto terrore di una minacciata invasione sciita vagheggiata a Teheran con il disegno geopolitico della famosa “mezzaluna sciita”, il corridoio che da Teheran raggiunge il Mediterraneo siriano.

Il sostegno persiano a Hamas è da questo punto di vista un handicap per il movimento terrorista palestinese. Che non è riuscito neppure, nonostante il massacro di Gaza, a mobilitare alla guerra i “fratelli” palestinesi di Cisgiordania i quali prediligono tuttora la soluzione dei “due Stati”, invece negata da Hamas, per la quale statutariamente vale solo la distruzione totale di Israele.

La sconfitta mediatica di Israele e quella strategica di Hamas dovrebbero, si spera fra non molto, aprire lo spazio per una trattativa che, guidata da americani, egiziani e stati del Golfo, conduca in un primo tempo alla fine dei combattimenti. Per poi avviare una seconda fase, nella quale attraverso l’ampliamento degli Accordi di Abramo si possa arrivare alla soluzione ipotizzata da (quasi) tutti gli attori in gioco: i due Stati. A quel punto Israele dovrà decidere. Ma non potrà, realisticamente, decidere di isolarsi dal resto del mondo.

Tra Meloni e Schlein lo spazio per una nuova aggregazione politica

Purtroppo hanno ragione le due signore della politica italiana quando rivendicano la polarizzazione dei consensi – della minoranza di elettori che ha votato – attorno ai partiti che guidano. Fratelli d’Italia e Partito Democratico escono rafforzati dal voto europeo e confermati nel ruolo di perno delle rispettive coalizioni. Nel contempo però nel Paese sta crescendo anche una domanda, per ora in gran parte insoddisfatta, di una politica più pragmatica ed equilibrata, legata ai problemi dei cittadini, fuori dalle estremizzazioni ideologiche dei neo onorevoli Vannacci e Salis, dei pasdaran del green e del gender, di nazionalisti e populisti.

Come ha osservato Lucio D’Ubaldo, l’esito del voto europeo costringe l’area di centro a ricominciare tutto daccapo. E qui, come è del tutto naturale che sia, si confrontano nell’arcipelago cattolico democratico almeno tre diverse opzioni. La prima è quella dei cattolici nel Pd, con tutte le difficoltà, come spesso ci ricorda Giorgio Merlo, di incidere in un partito ormai mutato nel dna rispetto alle sue origini, divenuto con la segreteria Schlein un partito non più plurale ma solo della sinistra libertaria e delle Ztl.

La seconda opzione è quella di organizzare il centro in un nuovo centrosinistra dopo la tabula rasa fatta dal voto europeo con l’esclusione dall’attribuzione dei seggi di Italia Viva e Azione. Appare scontato che per le prossime politiche vi sarà in ogni caso una sedicente gamba moderata della coalizione progressista. Resta da capire come potrebbero fare le varie formazioni minori di centro a raggiungere un accordo di programma di governo che rassicuri l’elettorato dei ceti popolari e produttivi, sul fatto che un eventuale governo Schlein-Bonelli non imboccherebbe la via verso una deriva massimalista come quella intrapresa in Germania dalla coalizione-semaforo guidata dal cancelliere Scholz.

La terza opzione sulla quale, a mio parere, vale la pena di discutere, è quella di riflettere su come costruire una iniziativa politica adeguata a fronteggiare la vasta crisi di partecipazione e di rappresentanza, testimoniata anche da una astensione che in Italia ha raggiunto il 50%, capace di organizzare in modo autonomo l’ampia area politica di mezzo, che sta tra Meloni e Schlein. Senza genuflettersi al bipolarismo destra-sinistra ma puntando innanzitutto a costruire una propria proposta politica e una propria organizzazione. In tempi di partiti personali e effimere liste di scopo, il solo fatto di proporre di articolare il centro in una forma partito, nel quale si pratichi la democrazia interna, il rispetto per le scelte espresse dagli organismi territoriali anche per le candidature, sarebbe già un grande risultato. Che potrebbe rivelarsi un antidoto alla frammentazione alla cui base quasi sempre non vi sono reali incompatibilità politiche bensì preoccupazioni individuali.

Il voto europeo ci ha detto, credo piuttosto chiaramente, che un tale progetto non potrebbe prescindere da Forza Italia, che nonostante tutto, ha saputo proporsi come una forza rassicurante. Ma allo stesso tempo dovrà saper guardare oltre il partito fondato da Berlusconi, per ambire a quel 20% che al momento rimane solo nei desideri di Antonio Tajani. A fare da collante tra i molteplici tasselli di un centro possibile, dovrebbe essere il Partito Popolare Europeo, confermato a livello comunitario come forza centrale dell’Europa. Come Pd e FdI appartengono a due importanti famiglie politiche europee, così una forza unitaria di centro dovrebbe sapersi proporre come la componente italiana del Partito Popolare Europeo che svolgerà un ruolo decisivo nell’avviare le riforme di cui l’Ue necessita per avere un futuro, nella direzione indicata da Mario Draghi.

Credo valga la pena verificare se una tale prospettiva sia perseguibile per rendere feconda nel presente la cultura politica popolare e cattolico democratica. Per due motivi in particolare. Per non arrivare nuovamente impreparati alle prossime politiche e finire per accettare cosa passa il convento dei due poli maggioritari, senza avere i numeri per imporre le priorità del centro. E per incidere o sulla formazione di nuove alleanze pre-elettorali che escludano le estreme, oppure, consci di poter conseguire comunque un risultato significativo, per incidere dopo il voto nel formare maggioranze parlamentari diverse da quelle proposte agli elettori dai poli di destra e di sinistra. In sostanza la scommessa, e la necessità per la nostra democrazia, di un centro autonomo, ma tutt’altro che equidistante o indifferente al merito delle questioni.

Che fare? Calenda e Renzi hanno frantumato il sogno neo-centrista.

Il fallimento politico, clamoroso e adesso definitivo dei partiti personali di Renzi e di Calenda, segna anche il tramonto di una ipotesi centrista che partiva dal ruolo decisivo di quei due leader politici da un lato e, dall’altro, da una maldestra e dubbia equidistanza dagli schieramenti maggioritari.

Ora, è di tutta evidenza che ci troviamo di fronte a due fatti politici inoppugnabili ed oggettivi. Sul fronte del centro destra, il massiccio consolidamento del ruolo di Giorgia Meloni e del suo partito, Fratelli d’Italia. E accanto a questo risultato, la crescita lenta ma progressiva di Forza Italia che ormai sta diventando un classico e moderno partito di centro. Un partito che, paradossalmente, proprio dopo la scomparsa di Berlusconi e con la leadership di Tajani e di Moratti, sta assumendo un profilo sempre più moderato, liberale e popolare. Sul versante della sinistra il risultato è altrettanto chiaro. La leadership di Elly Schlein si è ulteriormente rafforzata e, lo possiamo dire tranquillamente, anche consolidata. Un partito espressione di una sinistra radicale, massimalista e libertaria che, non a caso, ritrova una perfetta convergenza valoriale, politica e programmatica con l’estremismo di Fratoianni e Bonelli e il populismo antipolitico e demagogico dei 5 Stelle. Un blocco sociale e un agglomerato politico che si sono ulteriormente rafforzati – come emerge in modo persin plateale dal voto europeo – e che si pongono come vera alternativa politica all’attuale maggioranza di governo.

E poi c’è il risultato di Calenda da un lato e di Renzi e dei radicali dall’altro. Di fronte a questo risultato, del tutto fallimentare, si può fare una sola considerazione. E senza alcuna polemica politica e men che meno personale. Non nasce più da quelle due forze, perennemente litigiose e che hanno disperso uno straordinario patrimonio politico ed elettorale decollato con il voto delle elezioni politiche del 2022, un progetto di ricostruzione di un Centro politico, credibile, plurale e riformista. Non nasce più da due inappellabili fallimenti elettorali un rinnovato progetto politico. Mi pare, questo, un fatto sufficientemente oggettivo per essere ancora messo in discussione.

Semmai, e questo resta il vero tema in discussione, si tratta di ricostruire e, soprattutto, di rafforzare una “politica di centro” ma dove questo Centro esiste. Sarebbe francamente singolare pensare di ritessere una ‘politica di centro’ in una coalizione politicamente dominata da Schlein, il trio Bonelli-Fratoianni-Salis e il populismo grillino di Conte. Probabilmente, per chi continua ad avere ancora a cuore la tradizione, la cultura e il pensiero centrista e senza rincorrere illusioni e virtualismi, sa qual è la strada che non si può più percorrere. Né, d’altro canto, si può pensare di rafforzare un progetto e una posizione ritirandosi dall’agone politico contemporaneo. La dimensione testimoniale non rientra nella categoria della progettualità politica. E non vale neanche per il progetto del Centro.

Ecco perché proprio da questo voto emergono alcune dinamiche concrete da cui non possiamo più prescindere. Anche per chi, come noi cattolici popolari e sociali, storicamente ci riconosciamo in quel campo politico, culturale, sociale e valoriale.

Dibattito | La Premier al bivio di un nuovo europeismo. Un azzardo?

Bruciano i successi dei sovranisti in Europa, ma il senso delle proporzioni dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo se importnnti segnali sono arrivati – mi riferisco al distinguo netto della Le Pen rispetto ai filonazisti tedeschi – a riprova della necessità di ricordare che ci sono limiti invalicabili tracciati da fiumi di sangue. Tuttavia questo impone che si favorisca un clima di confronto più attento alla dinamiche e alle inadempienze interne che hanno consentito la vittoria sovranista in Francia e in Germania. Nel nome della Francia ma in realtà dell’orgoglio personale, Macron ha scelto la strada della rivincita immediata con elezioni a stretto giro: forse un cambio di rotta come risposta al disagio sociale avrebbe consentito quell’allargamento del campo democratico di cui la Francia ha bisogno. 

È pur vero che il sistema francese induce in tentazione perché, se anche dovesse subire un’altra sconfitta, il sistema  consentirebbe a Macron di rimanere al suo posto di combattimento accetttando la coabitation con il Premier di un governo avverso. Mi risuona nella mente la frase classica della Meloni: “Se dovessi perdere sul premierato, la madre di tutte le battaglie, io comunque non me ne andrò!” Possibile allora che il suo stile “à la Macron” non la induca all’abbandono del premierato elettivo per entrare nell’orbita dei modelli sperimentati in Europa, tra i quali appunto il modello francese? 

A differenza del premierato, il semi-presidenzialismo garantisce l’equilibrio dei poteri dal momento che il Parlamento è riscattato dal servilismo indotto dalla raffica dei voti di fiducia, l’arma che permette al governo di imbrigliare tanto la maggioranza quanto la minoranza. Un cambio di rotta, anche alla luce di questa annotazione, farebbe un gran bene alla Meloni in Europa. Sa molto bene, infatti, di stare sotto osservazione non solo per i suoi rapporti con l’estrema destra, ma perché il suo premierato è considerato attrattivo per le democrature alla Orbán, suo sodale, per altro uscito malconcio dalle europee con un calo dell’otto per cento.

Con l’adozione del modello francese, la Meloni maturerebbe un credito tra gli europeisti a tutto tondo. E potrebbe far valere fino in fondo il suo appoggio alla von der Leyen, posto che la candidata del Ppe riesca a superare i veti espressi alla vigilia delle elezioni da socialisti e liberali. Questo è il quadro che si prospetta. Ora scatta la mia similitudine, azzardata ma non ironica. Nello sport, specie in atletica leggera, l’Italia ha conseguito molte medaglie grazie agli italiani acquisiti attraverso l’immigrazione, spesso italiani dalla nascita e riconosciuti tali molto tempo dopo. Ora, perché non includere tra gli europeisti di nuova generazione la Meloni, dandole in questo modo un medaglia di riconoscimento come parte integrante della maggioranza di Bruxelles? A mio giudizio sarebbe un gesto generoso, non privo di implicazioni positive, plausibilmente in linea con la politica democratica e inclusiva dei padri fondatori.

Cesare tra le due regine, Cleopatra/Meloni e Marine dei Galli.

Le due regine, Cleopatra e Marine, si riuniscono e Cesare si ritrova stretto nel mezzo. Non proprio una sorpresa ma una conferma che le uniche due regine dell’Impero, l’egizia Cleopatra/Meloni e Marine dei Galli si conquistano ciascuna a piene mani il consenso dei propri sostenitori. Grandi sorrisi e saluti a braccia aperte, promesse di conquistare quel potere che ancora manca alla felicità del popolo tutto, ovvero l’ascesa di entrambe al vertice dello Stato: uniche sovrane dei territori che Cesare ha affidato loro, dando una pedata non troppo metaforica ai due uomini che per ora ne reggono le sorti. Raccolgono folle plaudenti e alleati sorridenti (non entusiasti perché le regine si sa hanno entrambe brutto carattere) e gettano nello sgomento Cesare che si ritrova con le due “blonde girls”, come dicono quelli dell’Anglia, insospettatamente alleate e con lo sguardo rivolto verso di lui. Non promette bene.

La Regina Cleopatra/Meloni raccoglie secondo i pronti contabili di Cesare circa 6 milioni e mezzo di voti e sono numeri che a Roma danno da pensare. I suoi due ufficiali, tenenti di vascello, hanno rinsaldato le loro posizioni con la rispettiva truppa e possono garantire che gli uomini ai remi per continuare la navigazione ci saranno, con più o meno 2 milioni e mezzo di voti per ciascuno. La sua antagonista diretta, Schlein degli svizzeri, a capo dei gruppo che scende dalle Alpi verso Roma, si è guadagnata 5 milioni e mezzo di sostenitori e non era scontato visto che i suoi da sempre sono ondivaghi e riottosi nelle alleanze. Si avvicina alla Regina Cleopatra ma ancora non la vede all’orizzonte. Se mantiene il passo, e gli svizzeri sono dei gran camminatori, forse forse…

Suonati come tamburi di guerra, quelli del “stiamo alla finestra e facciamo il gruppo nostro”, che due anni fa era partiti speranzosi, adesso sono arrivati con i viveri rancidi (pessimo sistema di conservazione) e debbono aspettare le truppe di rifornimento mandate da Cesare.

Soli se ne vanno come sempre quelli che hanno messo la stella Centauri sulle bandiere. La Regina Marine invece è in gran spolvero. Ha preso il 32% dei voti dei Galli che sono andati a votare, cioè più di 7, 5 milioni di voti, che è un numero stratosferico per lei e il suo gruppo. Ma il merito va anche al giovanissimo che ha messo al suo fianco, scaltra, in posizione avanti alla sua e che sapendoci fare come un vero “enfant prodige” della scuola gallica, senza fatica ha convinto molti a sceglierlo, lasciando al palo l’uomo di mezza età e i suoi stanchi supporter. E sia il giovane grintoso che la finalmente addolcita regina Marine sono determinati a sedersi sulla sedia del potere e a scalzare gli uomini di Cesare il più presto possibile. Gli altri Galli si sono dispersi tra mille rivoli e non sono mai giunti allo stesso fiume, illusi di contare anche solo per le loro “piccole gocce” nel grande fiume che ora attraversa la Gallia tutta.

Le due Regine che il caso ha voluto vincenti, non si somigliano e si frequentano lo stretto necessario come da protocollo per i regnanti, ma in verità poco o nulla vorrebbero condividere. Gioco forza stavolta, si sono guardate intorno e subito alla mente è venuto ad entrambe il solitario Cesare che lì a Roma, riflette ansioso su destino suo accorgendosi solo ora di esser finito come la noce tra le pinze.

L’Italia dei sonnambuli premia il bipolarismo e mortifica l’area di centro

Il sospetto può esserci, la scarsa affluenza ai seggi un effetto distorsivo sui risultati l’ha prodotto. Il Paese dei sonnambuli – copyright del Censis – ha scelto di non scegliere, forse per marcare il dissenso o forse per esprimere indifferenza. Nulla è fisiologico in questo disarmo morale che la nazione ha messo allo scoperto. Al di là delle cause, su cui occorrerà applicare qualche seria riflessione, resta l’evidenza del triste record di sabato e domenica, con la percentuale dei votanti che scivola, seppur di poco, sotto la soglia del 50 per cento. In genere l’Italia superava (abbondantemente) la media europea, stavolta invece fa peggio del 51 per cento registrato nell’insieme dei 27 membri dell’Unione.

Chi ha vinto e chi ha perso ce lo dicono i numeri, inequivocabilmente. Fratelli d’Italia allunga il passo e si consolida sulla destra dello schieramento politico. A sinistra il Pd consegue un successo che va oltre qualsiasi aspettativa della vigilia, ponendo fine alla competizione con un M5S in caduta libera. Meloni e Schlein, presidiando i rispettivi campi, ridanno forza al bipolarismo. La differenza è che l’area di governo è abbastanza coesa mentre, sul lato opposto, le opposizioni restano divise. Ecco dunque una doppia stabilità, intanto per la maggioranza parlamentare, grazie anche alla tenuta di Forza Italia e Lega; e poi per la ristabilita dialettica destra-sinistra che spezza le ambizioni del cosiddetto centro riformista.

Al riguardo, mancando l’obiettivo del quorum, Renzi e Calenda si ritrovano abbracciati nella più cocente delle sconfitte. Si sapeva che il 4 per cento non era facile da scalare per Azione. Si pensava, al contrario, che la formula escogitata assieme alla Bonino – un misto di profezia e opportunismo – consentisse all’ex Premier di scavalcare agevolmente la fatidica soglia dello sbarramento. È una débâcle generale, senza attenuanti, che obbliga a rivedere la linea di condotta di un esercito in sé diviso e scollegato, ma soprattutto prigioniero di una visione della politica come ars combinatoria (salvo la capacità, che va riconosciuta soprattutto a Calenda, di enucleare coerenti indicazioni programmatiche).

Il bilancio elettorale, in definitiva, lascia sul campo i segni della mortificazione per un mondo che vorrebbe rispecchiarsi in una nuova modalità di collaborazione tra forze di orientamento progressista, ma non per questo radicale, possibilmente con un di più di elaborazione culturale. Sul deficit di idealità devono riflettere in particolare i cattolici democratici. Non si va lontano se l’appello alla rimobilitazione della “Italia di mezzo”, quella che oggi resta muta tra Meloni e Schlein, cade sul terreno arido del pragmatismo, seppur brillante e immaginifico. Bisogna ricominciare tutto daccapo.

 

Weber (Ppe) invita socialisti e liberali a confermare Ursula von der Leyen

Il presidente del Ppe, Manfred Weber, commentando i risultati delle elezioni europee stasera (ieri sera, ndr)  a Bruxelles, vinte dal suo gruppo politico, ha “invitato” i Socialdemocratici del gruppo S&D e i Liberali del gruppo Renew al Parlamento europeo, che sono rimasti il secondo e terzo partito dell’Assemblea, a formare “trovare una maggioranza ragionevole” formando un’alleanza per sostenere la candidata guida dei Popolari, Ursula von der Layen, come presidente della prossima Commissione Ue.

Weber ha detto anche di aspettarsi ora, “per rispettare il risultato delle elezioni e la democrazia”, che von der Leyen sia sostenuta anche dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, socialdemocratico, e dal presidente francese Emmanuel Macron, liberale, nell’ambito del Consiglio europeo, dove, ha ricordato, il Ppe è presente in 13 governi degli Stati membri.

“Von der Leyen ha condotto una grande campagna”, ha detto il presidente del Ppe, intervenendo nell’emiciclo del Parlamento europeo trasformato in una grande sala stampa per la notte elettorale. “Abbiamo vinto le elezioni, e questa per ora è la nostra richiesta: uniamoci (‘come together’, ndr) per conseguire la stabilità per l’Europa”, ha concluso Weber.

Il Parlamento europeo [in serata, ndr] ha pubblicato la seconda proiezione dei seggi dell’Assemblea dopo le elezioni europee, basato sui risultati provvisori risultati di 17 paesi e su exit poll o stile degli altri 10 Stati membri (Cipro, Francia, Italia, Malta, Polonia, Ungheria, Irlanda, Belgio, Slovacchia e Slovenia).Le proiezioni danno i seggi che verranno assegnati ai gruppi di appartenenza dei partiti nel nuovo emiciclo. I gruppi sono: Ppe (centrodestra), gruppo S&D (Centrosinistra), gruppo liberale Renew Europe, gruppo Ecr (Conservatori e Riformisti, destra), gruppo ID (Identità e Democrazia, estrema destra), Verdi/ALE, Sinistra, Non Iscritti (non affiliati a nessun gruppo ma presenti nell’ultima legislatura), Altri (partiti non affiliati e non presenti nell’ultima legislatura) Ecco le stime dei seggi per ciascun gruppo, seguite (tra parentesi) dal numero di seggi del 2019 e da quelli del parlamento uscente, dopo la Brexit. I seggi dell’emiciclo erano in totale 751 nel 2019, ma erano poi diminuiti a 705 nel dopo l’uscita dei 73 eurodeputati britannici, mentre i seggi della nuova Assemblea saranno 720.Totale 720 seggi: Ppe 189 (182 nel 219, poi 176), S&D 135 (154 nel 2019, poi 139), Renew 80 (108 nel 2019, poi 102), Verdi 52 (74 nel 2019, poi 71), Ecr 72 (62 nel 2019, poi 69), ID 58 (73 nel 2019, poi 49), Sinistra 36 (41 nel 2019, poi 37), Non Iscritti 50 (57 nel 2019, poi 62), Altri 50 seggi (non erano presenti nel Parlamento uscente).Da notare che il partito tedesco Afd di estrema destra (che aveva 11 seggi) era nel gruppo ID nel Parlamento uscente, ma è ora tra i Non iscritti.Da notare anche che tengono i tre gruppi maggiori, che formavano insieme la vecchia alleanza “Ursula”. I tre gruppi, Ppe, S&D e Renew, hanno insieme una forte maggioranza europeista (404 seggi), ben al di là della soglia della maggioranza assoluta di 361 seggi.

Demokrazia e intelligenza artificiale, un connubio da inventare.

Armando Editore ha dato vita ad una indovinata iniziativa proponendo una Collana, a cura di Laura De Luca e Giampiero Gamaleri, che propone la sfida tra intelligenza artificiale e quella umana, IA vs IU.

Da qui, un ghiotto libretto in cui Giampiero Gamaleri intervista l’IA sul pensiero di Marshall McLuhan. Il titolo del lavoro – I new media-Opportunità e rischi per la società” – ci anticipa una lettura di tutto interesse. In particolare un paragrafo, insieme ad altri, merita particolare attenzione. 

Viene posta la domanda se la tecnologia possa aiutare o meno la democrazia. La risposta che si riporta è oggetto di riflessione. “Lo sviluppo di tecnologie pervasive può influenzare sia favorevolmente che insidiosamente le istituzioni democratiche. Da un lato, la tecnologia può facilitare l’accesso alle informazioni, migliorare la partecipazione civica e consentire una comunicazione più aperta tra i cittadini e i governi. Dall’altro lato, la stessa tecnologia può presentare sfide come la manipolazione delle informazioni, la sorveglianza invasiva e la creazione di bolle informative che limitano le diversità di opinioni. L’effetto netto dipenderà dalla gestione delle tecnologie da parte delle istituzioni e dalla volontà della società di adottare misure che salvaguardino i principi democratici.  È importante un dialogo costante e un adeguamento delle strutture democratiche per affrontare le sfide emergenti e garantire che la tecnologia sostenga la partecipazione e la trasparenza, anziché minacciarle”.

Gamaleri commenta come l’IA non manchi saggiamente di sottolineare come tutto dipenda dall’uso che si fa delle nuove tecnologie della comunicazione. È quindi ingaggiata una lotta per piegare quegli strumenti verso la democrazia e il rispetto dei valori fondamentali della persona nella società contemporanea. 

Gamaleri ricorre a due felici immagini da portare a memoria. Le tecnologie sono come gli animali selvaggi che hanno in sé un loro inequivocabile istinto che può essere piegato rendendoli addomesticabili. Si tratta di portare a spasso sui marciapiedi delle nostre città una tigre al guinzaglio.

Inutile dire che il boccino bollente resta comunque in mano all’uomo d’oggi che volentieri, probabilmente, vorrebbe scaricarsi di responsabilità demandando all’IA la corretta gestione di se stessa. Quest’ultima, con singolare intuizione tutta umana, non cade nel trabocchetto e rimanda la palla dall’altra parte del campo, sentenziando che è materia dell’uomo maneggiare la faccenda. 

L’IA è un vestito che può essere indossato con stile o con sciatteria e che va scelto secondo le circostanze richieste.  Non può sostenersi da solo e neppure autonomamente decidere la location in cui sfilare.

L’uomo deve rassegnarsi e portare ancora addosso la sua medesima zavorra di carne e ossa e condursi avanti per come gli è possibile. Non sarà l’IA a porre fine alla tormentosa fatica di Sisifo. 

Occorre prestare attenzione alla questione. Può darsi che l’uomo, sollecitato dai fatti, si veda costretto ad un nuovo passaggio evolutivo, sviluppando nuove capacità e nuove sensibilità ad oggi non erano richieste. 

A leggerla in positivo, è possibile che espanda la sua intelligenza per non soccombere nella competizione contro il prodotto della sua stessa scienza. Potrebbe tornare più che mai comoda una necessaria sollecitazione di tal genere in un tempo cui l’umanità non brilla di alcun acume.

Siamo comunque al paradosso che McLuhan osservava a proposito della bomba atomica su cui sopra era riportata la scritta “Peace”. Bisogna gestire l’attrezzo con cura per non avere il danno di effetti indesiderati. Tutto il contrario di quanto dice Reid Hoffman, uno dei padri dell’IA, per cui “in un mondo che cambia, essere prudente è la cosa più rischiosa che si possa fare”. 

Quanto alla democrazia, per mantenere integra la sua forza ed i suoi connotati, potrà ricorrere intanto ad un restyling old fashion. Con un parziale compromesso con la passata etimologia, potrebbe recuperare la sua originaria “K”, ritrovando la vigoria di un tempo. Sarebbe cosa utile; demokrazia ha il sapore di una pronuncia più decisa e convinta. Nella storia ed ancor più in politica il fattore “K”, stavolta positivamente, non è mai da trascurare.

SuccedeOggi | William Anders, l’astronauta che fotografò la Terra.

Giuseppe Grattacaso

 

William “Bill” Anders è morto in un incidente aereo sorvolando lo spazio di mare che fa parte dello stato di Washington. Il piccolo monomotore, di cui era alla guida, è precipitato verticalmente e si è inabissato nelle acque nei pressi dell’isola di San Juan, non lontano dal Canada. Anders aveva 90 anni.

Certe volte la morte arriva e sembra il più degno epilogo di una vita, un coup de théâtre studiato da un regista in vena di trovate spettacolari, un effetto speciale. Sì, perché William Anders non era solo uno straordinario e longevo pilota d’aereo, era stato un astronauta e aveva preso parte al programma spaziale Apollo della Nasa. Anders era il pilota del modulo lunare dell’equipaggio di Apollo 8, prima missione che aveva portato degli uomini a viaggiare intorno alla luna. In quell’occasione Bill Anders aveva fotografato la Terra. È un’immagine meravigliosa e notissima: si vede il nostro pianeta che sorge dalla superficie lunare. La foto è denominata Earthrise, “il sorgere della Terra”. Tutti avranno già detto e scritto che si tratta di una foto iconica. Non so se siamo di fronte a un’immagine iconica, è certo invece che in quella foto guardiamo noi stessi, la nostra grandezza e la nostra fragilità, e il nostro improvvido destino.

L’immagine risale al 24 dicembre del 1968 e ritrae il nostro pianeta, la parte visibile del pianeta, che appare come una mezza biglia di colore azzurro accesa nel buio fitto del cielo. Più tardi, nel corso della missione Apollo 17, quel colore azzurro intenso (la Terra azzurra, ma come è possibile?) verrà certificato da un’altra foto storica, nota come Blue Marble, che è la prima immagine della Terra completamente illuminata.

Ma è l’immagine fornita da Anders a parlarci nel profondo, a risultare davvero un messaggio partito da lontano, anche perché in quella foto appare in primo piano il grigio del suolo lunare, il deserto, la distesa anonima con le sue asperità, i crateri, gli avvallamenti. In alto, nel buio del cielo visto dal nostro satellite, c’è una lampada illuminata, un colorato astro disperso, che sembra gridare a tutti noi, che su quell’astro viviamo, ci agitiamo, amiamo, ci mostriamo e ci nascondiamo, tutta la propria labilità. Quella biglia azzurra nel cielo non è poi così grande a guardarla da lì ed è sospesa, sostenuta non si sa da cosa, in attesa non sappiamo di che. Che fai tu, Terra, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa Terra?, canterà forse un giorno un leopardiano pastore errante vagabondando nell’ampia distesa dell’asia lunare, alle prese con l’irrisolto enigma di quell’astro che penzola nel cielo.

La foto di Anders, la terra che sorge azzurra e misteriosa, incompiuta e incompresa, dal suolo della Luna, ci obbliga a cambiare prospettiva, a non sentirci al centro, fosse anche solo del nostro mondo, e dunque ad assumere un nuovo punto di vista. Nella più significativa e complessa delle sue poesie cosmiche, Il Ciocco, che fa parte dei Canti di Castelvecchio (1903), Pascoli scrive che “la Terra fuggiva in una corsa / vertiginosa per la molle strada, / e rotolava tutta in sé rattratta / per la puntura dell’eterno assillo”. E poi “ella esalava per lo spazio freddo / ansimando il suo grave alito azzurro”. 

 

Continua a leggere

https://www.succedeoggi.it/2024/06/la-luna-di-anders/

Titolo originale: La luna di Anders

Elezioni europee, un redde rationem anche per i Popolari.

L’importantissimo passaggio elettorale, europeo e amministrativo, che si chiude questa sera, certifica anche quali siano le effettive forze in campo, capaci di fare eleggere propri rappresentanti nelle istituzioni.

Non si deve mai piangere sul latte versato ma bisogna guardare avanti. Tuttavia, una qualche lezione l’area popolare, che è rimasta frammentata tale e quale lo era prima delle ultime politiche e sostanzialmente come lo è stata sempre da quando è stato introdotto il maggioritario, credo la debba pur trarre.

Alla prova dei fatti si è visto che la tanto giustamente deprecata personalizzazione della politica ha pregiudicato anche l’esito dei vari, pur lodevoli, tentativi di ricomposizione della suddetta area, impedendo a iniziative con il medesimo programma, la stessa e identica linea politica, i medesi valori e la stessa cultura politica di riferimento, di scavalcare i recinti di chiusi orizzonti individuali. Il non aver saputo unire le forze, la frammentazione, ha implicato oltreché la permanenza dell’insignificanza politica anche l’impossibilità di acquisire una massa critica tale da poter ricreare in modo significativo, tangibile e capillare sui territori quelle infrastrutture della partecipazione che hanno permesso alle generazioni precedenti di formarsi politicamente e che sono essenziali per un progetto politico autenticamente di popolo.

Così, a chi non si è messo in gioco, gettando con generosità il cuore oltre l’ostacolo, contribuendo a costruire una strategia per i tempi nuovi che già sono giunti, non resta che osservare gli altri, i protagonisti della politica, cercando di inserirsi nelle dinamiche del dopo voto europeo, che di certo non saranno senza conseguenze anche sulla politica italiana.

Ognuno lo deve fare nel partito che considera meno distante dagli ideali del Popolarismo, e senza l’illusione che i limiti che si sono manifestati sinora di colpo possano scomparire nella nuova fase politica che sta per aprirsi dopo il voto europeo. Limiti destinati a durare, a meno che non si sappia recuperare una delle lezioni di Aldo Moro, quella della lungimiranza politica. Solo se si sarà capaci come area politica, pur divisa e dai numeri esigui, di vedere all’orizzonte le cose che altri faticano ancora a scorgere, si potrà ambire a esercitare il ruolo di una minoranza significativa negli equilibri politici del Paese. Una iniziativa politica con un occhio alle trasformazioni economiche e sociali da governare secondo criteri di equità, e con l’altro occhio alla necessità di una Europa più unita, capace di una forte iniziativa di pace, che porti alla fine della guerra in Europa e a un ordine internazionale più adeguato alla realtà di questo secolo.

Da qui la necessità di un impegno per nuove politiche incisive e equilibrate, senza omissioni e senza fughe nell’assurdo deformante delle semplificazioni ideologiche, politiche capaci di affrontare le nuove sfide del progresso scientifico e tecnologico con l’anima e la mente immersi nell’umanesimo.

Tutto questo naturalmente ha a che fare anche con la questione del centro. La quale, in un tempo in cui in Europa vengono meno molte certezze del passato, riguarda tutte le forze che nei fatti la sapranno interpretare meglio. 

E sono convinto che la patente di forza di centro la debbano guadagnare sul campo anche i Popolari. Non è sufficiente esibire una storia e un’identità politica affidabile come la nostra, occorre saperla declinare e mettere al servizio del presente e del futuro, assumendosi dei rischi e delle responsabilità. In tal modo si potranno aprire nuovi canali di comunicazione e di partecipazione fra rappresentanti e rappresentati, la classe media, il popolo. La ragione sociale del popolarismo, principale antidoto al riemergere di un notabilato che con il maggioritario, la demolizione dei partiti e le “elezioni dirette”, ha fortemente indebolito il ruolo politico dei ceti popolari.

L’Unità | I moschettieri della Costituzione

Un divertente film di qualche tempo fa raccontava di D’Artagnan e i tre moschettieri ormai carichi di anni e di fatiche, costretti a tornare in servizio perché la Francia aveva nuovamente bisogno di loro, e loro non potevano sottrarsi. Qualcosa di analogo sta avvenendo da noi per la difesa della Costituzione dalla chimera del “premierato”. Un certo mumero di costituzionalisti tra i più stimati e riconosciuti del Paese, alcuni arrivati sulla soglia dei no-vanta, qualcuno di loro l’ha anche superata, sono tornati a mobilitarsi con entusiasmo giovanile per una riforma del governo che unisca le forze politiche invece di dividerle, nello spirito concorde che animò a suo tempo i costituenti. Sono i nostri “moschettieri della Costituzione”.

La destra vuole il premierato e ha la sua proposta di riforma costituzionale, la sinistra non vuole il premierato e non ha una proposta altemativa, si oppone e basta. La vulgata percepita è un po’ questa ed è divenuta parte dell’immaginario comune. Ma non è così, perché la proposta alternativa c’è ed è più praticabile e convincente di quella attualmente all’esame del Senato.

Personalità come Enzo Cheli, Andrea Manzella, Cesare Mirabelli – ecco alcuni dei nostri moschettieri – ne hanno scritto e parlato ampiamente, numerosi altri con loro, la stessa Associazione degli ex parlamentari se ne è fatta interprete a più riprese.

Proviamo allora a riassumerla di nuovo, con il (sintetico) excursus storico che essa richiede. Intanto, come chiamarla? Andrea Manzella ha coniato un’espressione, “il presidente del Governo”, che ha la sua efficacia. Nessuno si spaventi se questa storia va ripresa dall’inizio, cioè dallo Statuto Albertino del 4 marzo 1848, perché per comprendere le dinamiche costituzionali bisogna conoscerne i passaggi. Nello Statuto, che è rimasto la Costituzione italiana per un intero secolo, l’articolo 65 re-citava: “Il re nomina e revoca i suoi ministri”. Un modo un po’ troppo sbrigativo per affrontare il problema della struttura del govemo, e infatti appena 12 giorni dopo il regio decreto 16 marzo 1848, n. 66, compiva una prima integrazione costituzionale riconoscendo le figure di un consiglio dei ministri e di un presidente di questo consiglio.

Non ne erano ancora delineate le funzioni, però. Inizia a farlo il regio decreto del 26 dicembre 1850, n. 317, che introduce una divisione fra le attribuzioni dei singoli ministri e quelle del Consiglio dei ministri, organo che acquista in tal modo una sua rilevanza autonoma. È un passo avanti, ma non ancora quello decisivo, che avviene ai tempi del secondo govero Ricasoli con il regio decreto 28 marzo 1867, n. 3629, che finalmente definisce il ruolo del Presidente del Consiglio: “Mantiene l’uniformità nell’indirizzo politico e amministrativo di tutti i ministeri” (articolo 5). 

Il “decreto Ricasoli” è lo snodo fondamentale di tutta la storia che arriva ai nostri giorni. Facciamo un salto di 160 anni e leggiamo che cosa dice (ancora) oggi l’articolo 95 della Costituzione repubblicana: “Il Presidente del Consiglio dei ministri…mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri”. Come si vede, la formula è – quasi – identica a quella di oltre un secolo e mezzo fa.

Per chi vuole conoscere nella sua completezza il lungo snodarsi di questo percorso, c’è fra gli altri il saggio di Manzella Passaggi costituzionali, edito dal Mulino, con la prefazione di Giuliano Amato, ricchissimo di riferimenti di dottrina e di note bibliografiche. Qui basta ricordare che quel decreto Ricasoli venne revocato un mese dopo dal secondo governo Rattazzi, venne ripristinato nel 1876 dal govero De Pretis, venne confermato nel 1905 dal governo Zanardeli, venne mantenuto nella “legge fascistissima” di Mussolini del 1925 sul capo del governo, ed è approdato con la medesima formulazione, lo abbiamo visto, nell’articolo 95 della Costituzione del 1948.

L’articolo 95 contiene però un dato in più rispetto all’indirizzo politico e al coordinamento. È la ulteriore attribuzione al Presidente del Consiglio di una prerogativa di promozione dell’attivita dei ministri. E questo verbo, “promuovendo”, il gancio per una nuova base di legittimazione costituzionale del Presidente del Consiglio rispetto al passato, in linea con quell’ordine del giorno Perassi che accompagnò l’approvazione dell’articolo 95: “La seconda sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo di governo presidenziale né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare, da disciplinarsi tuttavia con dispositivi idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo. “Da disciplinarsi tuttavia con dispositivi idonei a tutelare” è la chiave del problema, se completare la Costituzione, come propongono i nostri moschettieri, o stravolgerne l’impianto come avverrebbe col premier eletto direttamente dai cittadini. Oggi i quattro grandi organi costituzionali, Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo e Corte costituzionale sono parimenti ordinati fra loro. L’elezione diretta del capo del governo trasformerebbe la nostra repubblica parlamentare in repubblica presidenziale, con gli altri organi costituzionali subordinati al potere esecutivo. La Lega ha fatto vedere in questi giorni come verrebbe trattato il capo dello Stato e il suo europeismo. Anche la chiesa italiana si è sentita in dovere di mostrare le sue perplessità nspetto a questo salto nel buio.

Assicurare la governabilità completando la Costituzione, ci dicono i costituzionalisti, richiede il combinato disposto di altri fattori: l’elezione del Presidente del Consiglio, ma da parte del parlamento; munire tale investitura dei poteri di un cancellierato; potestà di destituire e cambiare ministri; previsione della sfiducia costruttiva in caso di crisi di governo; una legge elettorale a supporto di questa impostazione complessiva; il bicameralismo procedurale posto a suo tenpo da Leopoldo Elia per differenziare le competenze di Camera e Senato…

Un tale progetto potrebbe essere approvato all’unanimità: realizza gli obiettivi posti dalla destra, con le garanzie chieste dalla sinistra. Sopratutto, si andrebbe oltre una stucchevole divisione ideologica, come si riuscì a fare ottanta anni fa e tornano a proporre oggi i nostri “moschettieri della Costituzione”.

 

Fonte: L’Unità – 8 giugno 2024

[Testo qui riproposto integralmente per gentile concessione del direttore dell’Unità e dell’autore]

Hanoi, a tavola niente cani e gatti…per non perdere turisti.

Il Vietnam – insieme a Cina e Corea del Sud – restano i Paesi dove, nonostante i divieti ufficiali per ragioni igienico-sanitarie, l’uso della carne di cane e di gatto resta diffusa, in particolare nelle fasce di età medie e alte, anche per ragioni legate alla farmacopea tradizionale. Sarebbero una trentina e una decina di milioni rispettivamente gli animali uccisi ogni anno per alimentazione umana in Asia. Se i numeri più alti si registrano in Cina – dieci e quattro milioni – anche in Vietnam si stima siano complessivamente quattro milioni i cani e i gatti consumati ogni anno. Per questo è significativa la notizia di un nuovo giro di vite ad Hanoi: le autorità della capitale hanno infatti diffuso una direttiva severa per impedire il consumo nell’area cittadina. Un provvedimento che è parte di una strategia fatta di tre azioni: applicazione delle leggi e regolamenti vigenti, collaborazione fra le agenzie governative coinvolte, ispezioni sul campo.

Come strumento di maggiore pressione, la direttiva ricorda i recenti focolai di rabbia (un centinaio) registrati in una trentina di località del Paese che hanno provocato anche vittime tra gli umani. Per questo, l’iniziativa pone da subito l’accento su una estesa campagna vaccinale antirabbica che interesserà almeno il 90% dei cani e gatti domestici dell’area urbana.

Significativamente, il provvedimento chiama anche a una maggiore sensibilizzazione i residenti sulle problematiche che nascono dalla convivenza con queste due specie animali, il cui contatto con gli umani rende possibile la reciproca trasmissione di diverse malattie.

Infine, le autorità sottolineano l’aspetto umanitario ma anche pratico, di promozione turistica, della fine dell’uso alimentare di animali domestici per “trasformare Hanoi in una città civile e a misura del turismo secondo gli standard internazionali che riguardano il benessere degli animali e la sicurezza alimentare”. L’intento è dunque quello di promuovere anche l’immagine turistica della capitale, spesso poco considerata, mettendola in prima fila nel movimento contrario allo sfruttamento commerciale e alimentare di animali altrove solo di compagnia.

In realtà in questa direzione spingono già da tempo diverse organizzazioni e municipalità impegnate a sradicare pratiche tradizionali che non trovano giustificazione nel contesto attuale del Paese. La prima era stata, alla fine 2021, Hoi An, città del Vietnam centrale, località storica fra le principali mete turistiche del Paese. L’accordo firmato con l’organizzazione Four Paws International ha portato da allora a ripulire la città da una pratica negativa per la sua immagine e la sua economia.

Europa, elezioni tra astio e astensionismo.

A poche ore dal voto, non si leggono particolari entusiasmi per andare al seggio per scegliere i nostri rappresentanti al Parlamento europeo. Gli scontenti potrebbero dire che ancora una volta la politica ha mancato una occasione per riguadagnare consensi. 

I fiduciosi, al contrario, hanno registrato motivi di interesse nella proposta di questo o quel partito politico. Quanto ai primi, da molte stagioni si assiste al solito ritornello che racconta una significativa percentuale di astensione a causa di quelli che non si riconoscono in nessun progetto rivolto al loro indirizzo e che si chiamano fuori dalla partecipazione al voto. 

Il giorno seguente i Partiti faranno il mea culpa ma nulla cambierà rispetto al passato. Ogni potere, di maggioranza e di opposizione, ha per intrinseca natura, come primo obiettivo, quello intanto di auto conservarsi. Se questo presupposto è fondato, ci sarebbe da fare un ragionamento senza pregiudizi e che può tornare utile per orientarsi meno istintivamente il giorno delle votazioni. 

Se ipotizzassimo nel numero dei 100 la totalità degli elettori, è del tutto evidente che per ottenere la maggioranza occorrerebbero 51 consensi. Se la metà dei 100 si astenesse, la maggioranza sarebbe raggiunta a quota 26. È ovvio che per ogni potere sia più agevole e ci sia maggiore convenienza a convincere della bontà delle sue azioni 26 elettori piuttosto che 51, per governarne poi comunque complessivamente 100. 

Ciò senza considerare che, all’interno di una composizione di forze politiche di maggioranza, il Partito più robusto è quello che con 14 voti correrebbe il rischio di condizionare più significativamente la vita di 100 elettori. 

Questo modesto esercizio matematico potrebbe indurre ogni “perplesso” a muoversi in senso contrario a quanto suggerirebbe un eventuale istintivo sentimento di mancata appartenenza alla politica d’oggi. 

Il potere, qualunque esso sia, piange lacrime di coccodrillo per la scarsa partecipazione alle urne ma in realtà è un fatto che torna comodo. Si faccia, allora, la fatica di scegliere nei partiti, malgrado i partiti e oltre i partiti, i candidati di qualità che possano meglio rappresentare il decoro dell’Italia in Europa. Scegliere l’Aventino e disertare i seggi elettorali, oltre ad essere troppo comodo e troppo facile, è anche improduttivo, se non autolesionistico. 

I contestatori obietteranno che andare al voto e non al mare può suonare di legittimazione ad una politica invece deludente, così dimenticandosi che al Potere è indifferente il riconoscimento delle masse. 

Mettere sotto braccio astio e astensione potrebbe non essere cosa proficua. “D’astio dentro il fellon tutto si rode” diceva il Tasso. Si corre il rischio di passare dalla parte sbagliata della barricata e farsi ancor più male.   

Sotto traccia, inutile negarselo, anche la pigrizia di scegliere, tra i tanti, un candidato che meriti sostegno e considerazione e che non mancherà, se pure costituisse un’eccezione. 

È questa una fatica comunque da affrontare, rifuggendo da sentimenti di sdegno o peggio ancora di noncuranza. Non si può fare di ogni erba uno sfascio. Torna inesorabile, piaccia o no, la regola per cui i difetti della politica non si correggono disertandola.

La destra merita di essere sconfitta

A quanto pare non solo la sanità, ma in questo fine-campagna elettorale anche altri temi stanno entrando nella “decretazione della disperazione” del governo Meloni. Dopo la presunta eliminazione delle liste d’attesa per le prestazioni sanitarie (annunciata ora per il 2025, ma che non vedrà luce neanche nel 2026…) è arrivata anche la social card per chi è in difficoltà, a cominciare molto probabilmente proprio da quelle persone alle quali lo stesso governo ha tolto l’utile sostegno del redito di cittadinanza. Ma oggi, in prossimità delle elezioni e nonostante il trionfalismo dei successi sbandierati dalla Meloni, ci si rende conto che esiste una crescente situazione di povertà diffusa. 

Questa ritrovata sensibilità del governo sarebbe una buona notizia, se non fosse accompagnata da un inevitabile sospetto di strumentalizzazione a fini elettorali, visto che siamo a poche ore dal voto europeo e che si tratta di questioni che non si sono aperte improvvisamente in questi giorni.

Alla Meloni dobbiamo ricordare che tra le persone in situazione di bisogno ci sono anche tanti lavoratori e lavoratrici che hanno retribuzioni vergognose che non gli consentono di vivere dignitosamente. In situazione di bisogno ci sono proprio quei lavoratori che avrebbero la necessità di essere tutelati da un salario minimo. Esattamente quel salario minimo al quale il governo si è opposto, proprio quel salario minimo sul quale il governo Meloni ha dichiarato che non è una priorità; forse per loro, ma non certo per chi si ritrova costretto a lavorare per tre o quattro euro l’ora senza i fondamentali diritti che spettano a chi lavora. 

Ma la destra è questo e come da tradizione “tira dritta” per la sua strada, che è sempre meno la strada sulla quale cammina il paese reale, quello che fa la spesa tutti i giorni, che va a fare benzina per poter lavorare, che cerca invano un appuntamento con una struttura sanitaria pubblica o che ha i figli in una scuola pubblica fatiscente. Il voto di oggi e domani può aiutare l’Italia e l’Europa a non smarrire la strada dello sviluppo, della solidarietà, della pace, del rispetto per ogni persona e per il pianeta che ci è affidato come “casa comune”.

Centro, la scelta di Tempi Nuovi.

Il movimento Tempi Nuovi-Popolari uniti per queste elezioni europee ha fatto una scelta apparentemente opinabile ma politicamente giusta ed azzeccata. Ha deciso, cioè, di votare le liste centriste. Certo, si tratta di liste profondamente diverse tra di loro ma, comunque sia, sempre ispirate ad un profilo centrista e con l’ambizione di mettere in discussione il selvaggio bipolarismo che caratterizza la politica italiana e, di conseguenza, anche quella europea.

Dicevo della scelta opinabile. C’è un elemento, peraltro decisivo, che dopo il voto dell’8/9 giugno si impone, a prescindere dalle volontà dei singoli leader e delle rispettive forze politiche. E cioè, il Centro deve essere riscoperto e rideclinato nella concreta dialettica politica italiana.

Ora, è del tutto evidente che le forze in campo in queste elezioni sono sostanzialmente tre. I radicali della Bonino con il partito di Renzi (Italia Viva). Hanno già annunciato pubblicamente che, al di là del risultato elettorale, quel patto politico in Italia finirà la sera del 9 giugno. Appunto, si

tratta di “una lista di scopo” che ha il solo obiettivo di superare lo sbarramento del 4%. E quindi, un progetto politico che prescinde da qualsivoglia prospettiva a medio/lungo tempo perché legato, appunto, alla mera contingenza elettorale. Del resto, il progetto centrista a lungo e pubblicamente annunciato e coltivato da Renzi è stato sacrificato sull’altare dell’accordo con i radicali per poter raggiungere il fatidico quorum.

In secondo luogo Azione di Carlo Calenda. Qui il progetto politico è più chiaro – anche se la tagliola del 4% è sempre in agguato – ma è di tutta evidenza che un progetto credibile di Centro non può essere appaltato solo ad un piccolo partito personale anche se l’ambizione, giusta e legittima, è quella di dar vita ad un soggetto politico plurale, articolato e capace di intercettare i settori sociali e i mondi vitali che sono riconducibili al pianeta centrista.

In ultimo c’è la sfida di Forza Italia, il partito di Antonio Tajani e di Letizia Moratti – per citare solo gli esponenti più rappresentativi – che rappresenta a livello nazionale l’area centrista elettoralmente più consistente. Certo, anche su questo versante si tratta di innescare una iniziativa politica dove, come ha detto ripetutamente Letizia Moratti in campagna elettorale, “la vera sfida non è quella di costruire il Centro nel centro destra ma, semmai, di ricostruire il Centro nella politica italiana”. Questa era, e resta, la vera grande scommessa politica per ridare spazio e cittadinanza al Centro, alla ‘cultura di centro’ e alla ‘politica di centro’ nel nostro paese. 

È di tutta evidenza che la scelta intrapresa da Tempi Nuovi coglie nel segno perché, forse, ognuna di queste tre forze politiche centriste, seppur nella profonda diversità delle singole opinioni e della serietà ed attendibilità dei suoi leader, porta un frammento di verità alla costruzione di un progetto che resta decisivo ed essenziale per il nostro sistema politico e per la stessa qualità della democrazia italiana. E, al riguardo, non possiamo non sottolineare che l’apporto della cultura e della tradizione del cattolicesimo popolare e sociale sarà, ancora una volta, decisivo e determinante per la costruzione del progetto di un Centro democratico, riformista, plurale e di governo.

Pur sapendo, e lo ripeto, che la vera sfida è quella di ricostruire un Centro. Non nel centro destra – come dice giustamente Moratti – o nel campo della sinistra radicale della Schlein, alleata con i populisti dei 5 Stelle, bensì nella intera politica italiana. Questa è la vera scommessa politica del voto europeo di sabato e domenica.

I cattolici da Camaldoli a Trieste nella lettura di Preziosi.

Il libro di Ernesto Preziosi (Da Camaldoli a Trieste, ed. Vita e Pensiero) offre una rapida panoramica del percorso compiuto dai cattolici italiani nel rapporto con la democrazia. A partire dal contributo dato già dalla visione personalista di Antonio Rosmini, dal pensiero di Giuseppe Toniolo, Romolo Murri e Luigi Sturzo cui si deve la fondazione del Partito Popolare. 

Un apporto qualificato al pensiero sociale e politico dei cattolici viene offerto dalle Settimane sociali che, fin dal loro sorgere nel 1907, trattando temi di attualità politica, hanno accompagnato la loro presenza nella società. Il lungo percorso, che si dipana attraverso il XX secolo, porta i cattolici italiani a conoscere, accettare e praticare la democrazia non solo come semplice meccanismo istituzionale, ma come metodo. E in questo modo di intendere il processo di costruzione del consenso, legandolo alla pratica di relazioni sociali, economiche, culturali e politiche fondate sulla persona, sulla sua dignità e sulla sua cura, ha una centralità simbolica l’incontro del luglio 1943 nel monastero di Camaldoli. 

È anche a partire da quell’appuntamento, come dalla partecipazione alla Resistenza e dalla Settimana sociale di Firenze (1945) su Costituzione e Costituente, che istanze, aspirazioni, idee maturate per decenni o emerse dall’urgenza drammatica della guerra diventano vero e proprio progetto di umanizzazione, rifluito poi nella Costituzione e divenuto parte costitutiva dell’identità politica del Paese. Si apre così la fase della ricostruzione nazionale, in cui l’intensa opera di alfabetizzazione democratica svolta dai cattolici vede la presenza inedita delle donne che votano per la prima volta. 

Ciò contribuisce non poco, con l’apporto di più generazioni, da De Gasperi a Moro, a dare forma e stabilità, pur tra fatiche e resistenze, alla partecipazione democratica.  Un percorso che oggi, in uno scenario in cui la forma democratica presenta segnali di crisi e corre rischi di involuzione, chiede di essere proseguito. La 50a Settimana sociale (Trieste 3-7 luglio 2024), che ha per tema Al cuore della democrazia, è un’occasione per guardare al lascito di questo lungo cammino senza nostalgie, per contribuire a pensare la democrazia in un mondo profondamente mutato e in cerca di nuove chiavi di lettura.

 

[Il testo è quello che sulle piattaforme social costituisce la presentazione del libro. Cfr. E. Preziosi, Da Camaldoli a Trieste. Cattolici e democrazia: per continuare il cammino. Nuova ediz. https://amzn.eu/d/3IJQjwy]

 

Biografia dell’autore

Ernesto Preziosi è direttore del Centro di Ricerca e Studi Storici e Sociali (CERSES). Tra le sue pubblicazioni: Giuseppe Toniolo. Alle origini dell’impegno sociale e politico dei cattolici (Milano 2012); Piccola storia di una grande associazione. L’Azione cattolica in Italia (Roma 2013); Una sola è la città. Argomenti per un rinnovato impegno politico dei credenti (Roma 2014); Cattolici e presenza politica. La storia, l’attualità, la spinta morale dell’Appello ai “liberi e forti” (Brescia 2020); Ci vorrebbe un pensiero. In risposta a una lettera di mons. Mario Delpini a 100 anni dalla nascita dell’Università Cattolica (Milano 2021); Armida Barelli. Il lungo viaggio delle donne verso la partecipazione democratica (Roma 2023).

La Voce del Popolo | La Premier di lotta e di governo.

La piccola cronaca di questa campagna elettorale rende chiaro, fin troppo chiaro, che Giorgia Meloni non può recitare due parti nella sua stessa commedia. La pretesa di tenere insieme l’anima barricadiera e quella, diciamo così, più istituzionale finisce infatti per ingenerare equivoci di ogni sorta. E tanto più quando la prima di queste due anime rischia di diventare la più sensibile. 

La premier di lotta e di governo sembra trarre un certo conforto dai troppi nemici che si fa. Ma sbaglia. Il botta e risposta col governatore De Luca ha giovato più a lui che a lei. E le troppe libertà che si va prendendo Salvini non porteranno gran voti alla Lega ma fanno gran danno alla credibilità istituzionale della premier. Il fatto è che da un capo di governo ci si aspetterebbe sempre un tratto più istituzionale. 

E quando invece egli/ella mostra di volersi dedicare più alla polemica che alla cucitura ne rimette, se non il suo prestigio, almeno la sua capacità di farsi sentire fuori dalle mura della sua stessa tifoseria. A quanto pare l’asticella del partito di Giorgia è fissata al 26 per cento, la percentuale di due anni fa. Dovesse andar sotto, sarebbe la prova di un logoramento. Dovesse restare lì, sarebbe però più un pareggio che una vittoria. 

La sensazione è che la premier abbia accentuato quel suo profilo fin troppo battagliero per mobilitare i suoi cari. Impresa che forse potrebbe anche riuscirle. Ma il metro di misura della sua azione di governo sta piuttosto nel consenso che ella attrae al di là di quelle mura. Se neppure ci si prova, però, è ben difficile che ci possa riuscire.

 

Fonte La Voce del Popolo – 6 giugno 2024.

Titolo originale: | La Premier di lotta e le libertà di Salvini.

Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia.

Meloni Cleopatra e il faticoso mercoledì nei porti

La navigazione procede e la barca di Cesare ogni tanto si deve fermare in qualche posto. Questa volta non è per fare rifornimento ma perché bisogna convincere i riottosi finanziatori dell’Impero a rimpinguare le casse dello Stato: stavolta i sesterzi stanno per finire e il tesoriere ha messo su un grugno che non promette bene.

Dopo il discorsetto al Campidoglio – “lo so che non ti si addice Cleopatra, ma anche tu Regina mia devi darti da fare, qui siamo una repubblica e se vogliamo governare ci servono i voti” – pure lei ha capito che i voti andavano raggranellati direttamente. E allora è scesa in due porti. Il primo è un porto amico con il quale la potente regina ha stretto un patto per parcheggiare a spese dell’Impero tutti quelli che vogliono entrare, ma non hanno ancora lo status di liberti o peggio ancora di schiavi. L’amico di Cesare  si offre di mettere un pezzo di terra nel suo territorio ma le spese tutte stanno nelle casse imperiali. 

Non verrà di certo un voto da questo territorio però ne possono venire molti, davvero tanti, se si vende bene il prodotto: “Tutti quelli che che stanno fuori dai confini dell’Impero li controlliamo in questo territorio, ci metteremo un po’, ma se tutto andrà bene poi entreranno senza alcuna difficoltà. Se invece andrà male, se ne torneranno a casa loro”. 

La regina Cleopatra Meloni fieramente dice che il suo esempio sarà copiato in tutti i territori dell’Impero, anche quelli che non hanno porte sul mare ma che comunque hanno una frontiera dove piazzare queste strutture di controllo in attesa di… E siccome quelli che entrano nei territori dell’impero o sono dei poveri cristi in cerca di lavoro o sono dei criminali in cerca pure essi di lavoro, il vantaggio a breve non c’è perché l’economia si basa su una forza lavoro sottostimata e in mancanza di lavoratori la produzione ristagna. Tuttavia, non essendoci soldi anche i consumi si vanno progressivamente a ridurre. 

Il volto sereno, la voce allegra e sicura,  le parole semplici e non studiate, la postura rilassata, la capigliatura leggermente scomposta, “al naturale”, la gestualità tutta  del corpo a tradire la soddisfazione e l’orgoglio con i quali la regina Cleopatra Meloni annuncia a tutti il buon risultato che ha raggiunto e quello che potrà raggiungere nei prossimi mesi. L’amico di Cesare ringrazia, finalmente dopo tante chiacchiere qualche sesterzo arriva al suo territorio e ciò rappresenta lavoro e benessere. A dire il vero si tratta per lui di un lavoretto facile, basta solo controllare che i pretoriani di Cesare facciano il loro lavoro e che i poveri cristi stiano bene in salute e ben nutriti. Insomma, più facile del previsto e non si sa bene chi dei due ne tragga più vantaggio.

È ora di cena quando la regina attracca all’altro porto che non si può dire amico, ma neanche nemico di giurato. Qui  non si faceva vedere da molto tempo; era passata di lì venendo dall’Egitto quando tonava contro Cesare e prometteva una serie di sfaceli per rimettere a posto le cose che non andavano nel suolo Italico. L’avevano accolta con tiepidezza, non per cattiveria né per scortesia, ma solo che essendo la sede loro a Roma hanno quel tanto di disincantato e di annoiato che pervade la politica della capitale dell’impero.  Ma stavolta  ci viene  da capo e allora il sorriso dovrebbe essere pieno, il viso rilassato, la voce quasi melliflua. 

Ed invece eccola qui, quasi quasi con l’elmetto calato in testa. Sta abbottonata, non gesticola, la voce è scesa di tono – ora è quasi grave – e l’argomentare è puntiglioso, ricco di numeri e dati. In realtà, sta sulla difensiva sebbene non ce ne sia motivo: sarà la stanchezza o sarà la controvoglia di stare lì, ebbene l’effetto non è proprio felice. Domina,  ribatte,  precisa,  puntualizza e gli occhi si fanno più grandi, quasi a scrutare ogni particolare del suo interlocutore, il quale giocoforza si fa leggermente più ritirato  sulla sedia. Qui non è un  gioco di parole che si vede ma un gioco di corpi che parlano: mani ferme sul tavolo, braccia conserte, capigliatura a posto, sguardo fisso, occhio spalancato, orecchio teso, labbra serrate e soprattutto voce ponderata. La regina non sta totalmente a disagio tanto che qualche sassolino dalla scarpa se lo toglie, ma è poca cosa. Tutta la figura sua pare seduta su un puntaspilli. 

Compete come gli altri ma non vuole la palma del vincitore, che passerebbe al suo secondo, ma se il comando diventasse insopportabile…allora forse la terrebbe per sé. Cesare osserva la mappa del giro della sua Cleo per i porti dell’impero alla ricerca dei sesterzi che mancano. È vigile,  pronto ad inviare il suo pharmacopola: se i risultati non saranno buoni, l’ira della Regina sarà visibile da molte leghe.

Documento | Liberazione di Roma: la voce dei democratici cristiani.

La liberazione di Roma dall’occupazione tedesca e dalla temeraria riusurpazione fascista se ha ridonato all’Italia la sua Capitale, segna soltanto una tappa nel doloroso calvario della libertà.

La guerra totale che ha finora infuriato, devastandole, su intere regioni centro-meridionali si spinge feroce e spietata nel resto della Penisola che la «tedesca rabbia» in rinnovato furore si appresta a distruggere col pretesto di una difesa né desiderata né chiesta e che invece rivela il proposito di punirla di un preteso tradimento.

Non sarà mai dai tedeschi che accetteremo lezioni di onore. La loro storia antica e recente è puntata di imprese brigantesche e di criminali aggressioni che sono sempre seguite a pubblici impegni e a solenni contrarie assicurazioni.

Dobbiamo in ogni caso proclamare che l’alleanza e la guerra nazi-fascista non furono mai volute dal popolo italiano, ma dal regime e dal suo dittatore che in ogni occasione definirono alleanza e guerra partigiane e faziose perchè entrambe unicamente legate all’amicizia dei due capi responsabili e all’affinità delle due dittature, piantate come coltelli nel cuore delle due disgraziate Nazioni.

Il popolo italiano fu estraneo all’avventata rivoluzione. Col ricatto, con la minaccia e con la menzogna, che furono le armi costantemente preferite dal regime, gli fu imposto di combattere per una causa che non era la sua e quando il 25 luglio 1943 poté finalmente disfarsi del tiranno e dei suoi pretoriani impose ai nuovi governanti l’unica soluzione logica dell’evento: ritirarsi dalla lotta ormai vana perché la Nazione non precipitasse più oltre nell’abisso cui l’aveva sospinta la tragica avventura.

Questa decisione non piacque al fanatico assertore del diritto della sua razza al dominio del mondo e, rievocato il fantasma di un duce già sommerso nell’esecrazione universale, ha fatto calare le sue orde in Italia per depredarla di cose e di uomini e per ridurla alla condizione di un’autentica «terra bruciata».

Il nostro posto è venuto così automaticamente a trovarsi sull’altro fronte, quello stesso che il Popolo Italiano avrebbe scelto se fosse stato libero nella sua determinazione e che è il fronte della libertà e della democrazia non solo per l’Italia ma per tutti i popoli oppressi, ormai serenamente schierati in linea di ferro e di acciaio contro i naturali distruttori di focolari e di civiltà.

Salutiamo quest’alba di risurrezione con un pensiero e con un proposito solo.

Pensiero di riconoscimento agli alleati che hanno reso possibile l’evento di gloria e di vittoria, pensiero di ammirazione verso i patrioti di ogni partito che in circostanze disperate vi hanno efficacemente concorso.

Proposito di unire le forze dei fratelli ormai liberi per la comune liberazione.

Tacciano i dissensi e si plachino le opposte divergenze. Diamo prova di unità, di dignità, di fermezza.

GIl alleati, verso i quali andarono e vanno la nostra simpatia ci guideranno dal nostro atteggiamento e dalla nostra capacità a rifare la nostra storia. Verrà l’ora della ricostruzione. A questa, nei suoi aspetti morali, sociali e politici armonicamente convergenti verso il raggiungimento di un’autentica democrazia del lavoro, noi democratici cristiani saremo fieri di consacrare in generosa dedizione il meglio dello nostre energie.

Ma in questo supremo momento l’arco della nostra volontà deve tendere e scoccare verso il supremo compito, cui ogni altro sia subordinato e sacrificato; l’espulsione dei tedeschi e dei traditori dal sacro suolo della Patria!

Solo così potremo congiungerci idealmente ai martiri del Risorgimento e agli eroi di Vittorio Veneto, mostrarci degni del loro sacrificio e del loro olocausto, riprendere il faticoso e incruento cammino della Storia, da cui più di venti anni di oscuro e duro servaggio ci hanno sequestrato.

Non facciamo i sonnambuli dinanzi a questa Italia afflitta dal melonismo

È forse vero! Il Censis a noi italiani ci definisce una massa di sonnambuli. Addormentati. Pericolosamente distratti e disinteressati al punto di essere ormai fisiologicamente assenti dai seggi elettorali. Ma anche incauti e maldestri. Offensivi. Amanti delle minoranze e delle sette. Ci sono frange di squadristi che vanno a Predappio, non per deporre un fiore o per una preghiera, ma per fare un saluto e cantare Giovinezza. C’è un parlamentare dei… Borghi che chiede le dimissioni di Mattarella. E c’è persino una Presidente del Consiglio che pretende dal Cardinale Zuppi – Presidente a sua volta della Conferenza Episcopale Italiana – di stare zitto e farsi i fatti suoi, perché dopo la separazione fra Stato e Chiesa non ha nessun diritto di parlare su questioni che sono di pertinenza solo e soltanto dello Stato e della  politica italiana! 

Questa è la situazione. Sono da un po’ di tempo totalmente incredulo sul possibile ritorno in Italia del fascismo storico. E mi sono anche permesso, in buona compagnia di studiosi e analisti,  di prendere  le distanze dalle categorie di destra, centro e sinistra. Dal loro utilizzo bloccato nella storia. Da un loro ripetuto uso abitudinario che oggi, a mio parere, semplifica molto il dibattito politico e soprattutto quello sociale. D’altro canto sono sempre stato convinto della sopravvivenza di  comportamenti, ricordi, nostalgie e rimpianti, atteggiamenti, posture nevrotiche, e linguaggi offensivi, che affondano le loro radici nel ventennio fascista. Rendendo così gli onori a Umberto Eco, che sin dal 1995 nel suo “Il fascismo eterno“, li aveva messi in evidenza e ci aveva avveriti sulla loro inesauribile attualità: “…un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e insondabili pulsioni…” (da Ezio Mauro successivamente definiti “Le ombre del Ventennio“). 

Espressioni e posture autoritarie e sicure, senza l’ombra di un minimo dubbio, con gli occhi sbarrati e l’indice minaccioso della mano alzata; allarmi e pericoli di “sostituzione etnica”; modi veloci di parlare e di camminare decisi; frasi offensive e litigi con pugni e spinte sin nelle ‘sacre’ aule del Parlamento;  l’elogio dell’io, dell’individuo e del Capo unico e forte con la demonizzazione del parlarsi insieme e del noi; ricordi di “Decime” – lontanissime anni luce dall’obolo alla Chiesa – da usare come segno sulla scheda elettorale e tagli di torte; esaltazione di una cultura di destra bistrattata che ha coinvolto perfino il sommo Dante Alighieri, iscritto d’ufficio dal Ministro Sangiuliano nella sezione MSI di Firenze-centro.

E poi Regioni differenti e sovrane nel proprio autonomo territorio che con la propria ricchezza se la devono sbrigare da sole; trasferimento nei campi di concentramento albanesi – dietro pagamento – di intere famiglie e di giovani emigranti che “…in fuga da soprusi e oppressioni, abbandonano la propria terra, in cerca di condizioni di vita degne”, come ripete Bergoglio. E per accontentare Salvini, amico di Trump ma invidioso delle mura da lui fatte alzare col Messico, ecco il controllo con sottomarini e cacciatorpediniere muniti di razzi su tutto il Mediterraneo, per respingere o far affogare i poveretti. E via di questo passo…

Tutto ciò con uno Stato monocratico guidato, come dicevo, per 5 anni di seguito, da un uomo forte e solitario. Frutto di un Premierato costituzionale per accontentare un omonimo Giorgio presidenzialista sin da Salò, molto amico di quella Giorgia presente sul simbolo elettorale delle elezioni europee, ma poi in futuro assente da Bruxelles. 

Il buon senso riguardo a questo futuro che attende l’Europa, i nostri figli e nipoti con la valigia in mano, con la globalizzazione ormai come dato di fatto, e con i matrimoni e le nascite in forte calo, non esiste più. Si tratta di una Europa che una volta delegittimata, disunita e slegata, è però…provvidenzialmente affiancata dalle autonome e differenti Regioni italiane, anche loro sbriciolate e disunite, nelle mani di quelli di ‘Forza Nord’, ‘Viva la repubblica del Nord’ e ‘Solo Nord’ di bossiana memoria.  

Di questi atteggiamenti e dei loro derivati ce ne sono a bizzeffe. Basta non fare i sonnambuli, osservarli e farci caso. Anche se nella storia della democrazia italiana non si erano mai visti. Come gli attacchi inauditi a un Presidente della Repubblica, nel nostro caso a quel Mattarella europeista da sempre e sovranista sì, ma nel senso di una Europa piu sovrana, più unita politicamente e federata. 

Devo dire che sulle ricadute inesplorate delle autonomie e delle differenze regionali, sono stati molto espliciti i vescovi siciliani con una lettera che condivido per intero, nella quale sollecitano soprattutto i giovani a non disertare le urne del prossimo voto europeo in quanto sono in ballo i diritti dell’uomo e della persona. A loro avviso l’astensionismo può diventare “…un silente passo che ci allontana dal sogno di un’Europa che dia respiro alla storia affermando gli autentici diritti umani (…). Siamo convinti infatti – e la storia lo conferma – che il principio di sussidiarietà sia inseparabile da quello della solidarietà. Ogni volta che si scindono si impoverisce il tessuto sociale, o perché si promuovono singole realtà senza chiedere loro di impegnarsi per il bene comune, o perché si rischia di accentrare tutto a livello statale senza valorizzare le competenze dei singoli. Solidarietà e sussidiarietà devono camminare assieme”. Più chiari di così, i vescovi di una regione italiana che pur gode di statuti speciali non potevano essere. Ma…dovevano evitarlo perché sono dei vescovi!

Concludo con l’insipienza scortese della Meloni. È ignorante. Non è una offesa, non mi permetterei mai.  Desidero solo dire che ignora o non conosce bene le dinamiche della Chiesa, ovvero della vera democrazia ecclesiale, ivi comprese quelle procedure e quegli appuntamenti…democratici, presenti informalmente nella Chiesa cattolica da millenni. È la Chiesa che ha sempre difeso la coppia solidarietà-sussidiarieta, quella dei Concili, dei Giubilei, delle Conferenze episcopali, dei periodici appuntamenti Diocesani. Quella dei Sinodi, come l’attuale in corso, e infine dei Conclavi, “chiusi a chiave” proprio per evitare interferenze di politici cattolici finti, col Rosario e il  Vangelo nelle mani, nonché gli interessi elettorali della classe politica del momento. Una Chiesa tuttavia da denunciare perché senza…Parlamento, senza essere eletta, caso mai, dai partiti diocesani. Una Chiesa che come quella siciliana,  interrogando i segni dei tempi, si permette il lusso di pronunciare che è “... proprio la storia del Paese a dirci che non c’è sviluppo senza solidarietà, attenzione agli ultimi, valorizzazione delle differenze e corresponsabilità nella promozione del bene comune…”.