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Yayoi Kusama, la ricerca dell’infinito come arte trascendente

Basilea, 3 nov. (askanews) – Yayoi Kusama una delle artiste pi note al mondo oggi e le sue mostre registrano sempre grande affluenza di pubblico. Non fa eccezione in questo senso anche l’imponente retrospettiva che le dedica la Fondation Beyeler di Basilea, organizzata in stretta collaborazione con l’artista giapponese e il suo studio. Un percorso che parte dagli acquerelli e dai dipinti giovanili degli anni Cinquanta, opere poco note al grande pubblico, realizzati a Matsumoto, citt natale di Kusama, che offrono un punto di partenza interessante per quello che accadr dopo nel suo lavoro.

La mostra alla Beyeler, che si conferma per bellezza della struttura e per portata dei progetti uno dei musei pi rilevanti d’Europa, attraversa 70 anni di arte e mostra come la pratica di Yayoi Kusama abbia preso moltissime forme diverse: pittura, disegno, scultura, installazione, performance, collage, moda, cinema e anche letteratura. Nell’immaginario collettivo ci sono ovviamente le sue celebri zucche e i suoi puntini, oltre alle memorabili Infinity Room, che sono tutti punti centrali nella storia dell’artista, ma il tema che l’esposizione curata da Mouna Mekouar con Charlotte Sarrazin mette in luce che accanto a questi lavori c’ molto altro, c’ una pratica per molti versi unica, c’ una vita complessa affrontata attraverso l’arte, senza retorica e con la consapevolezza di opere che hanno costruito la loro rilevanza nel tempo. Molto interessante in questo senso, anche per la bellezza dell’allestimento, la sala dedicata ai video che ripercorrono le performance di Kusama, di una contemporaneit costante.

Insomma, visitando la mostra si ha la possibilit anche di capire che tutti gli elementi che oggi generano stupore e meraviglia e, diciamolo, pure felicit nello spettatore, sono, oltre che una cifra estetica di Kusama, la rappresentazione di un continuo confronto con la vita e la morte, con la dimensione trascendentale e con un desiderio complesso di annullamento di s. Ed importante ricordare che anche di questo che si sta parlando mentre ci si fotografa per Instagram dentro le stanza specchiate senza fine oppure nel sorprendente labirinto di gonfiabili allestito nel piano interrato del museo: una sorta di grande universo di puntini che si continua a espandere, fondamentalmente indifferente alla presenza umana.

Esposti si trovano anche dipinti recentissimi di Yayoi Kusama, che oggi ha 96 anni e vive a Tokyo, realizzati nel 2025, a testimonianza di una vena creativa che non si ferma e di cui alla Fondation Beyeler si pu continuare a fare esperienza con profondit e, naturalmente, anche gioia.

Tajani: Italia garante dello sviluppo e ricostruzione in Africa e a Gaza

Roma, 3 nov. (askanews) – Il ministro degli Esteri Antonio Tajani in un’intervista rilasciata oggi a Il Mattino ha rappresentato la postura italiana nei principali scenari geopolitici in evoluzione, sottolineando come l’Italia stia assumendo, tanto in Africa quanto a Gaza, un ruolo di garante dello sviluppo e della ricostruzione.

Il ministro Tajani, commentando le ultime notizie proveniente dal Mali, dove dei circa 60 connazionali presenti in loco molti di questi hanno deciso di lasciare il Paese, ha affermato che nell’Africa subsahariana l’Italia difende “partnership politica paritaria con quei paesi”.

“Siamo in Africa subsahariana per combattere il terrorismo e per difendere la sicurezza dei nostri cittadini, quella delle nostre aziende”, ha dichiarato Tajani.

“Difendiamo la nostra idea di partnership politica paritaria con quei paesi. I nostri piani nella Cooperazione per la sicurezza includono una missione importantissima: in Niger operano 350 nostri militari con il compito specifico di formare l’esercito e i quadri della polizia. Il Niger gioca un ruolo fondamentale: geograficamente risalendo verso Nord, dopo quel paese c’è la Libia e tutti sappiamo quanto il rapporto con la Libia sia strategico per l’Italia”, ha osservato il ministro. In merito alla situazione a Gaza, il ministro Tajani ha affermato che “omani una nostra delegazione (militari e diplomatici) sarà nella regione per nuovi incontri e per preparare la conferenza sulla ricostruzione di metà novembre del Cairo, per la quale l’Italia è paese co-organizzatore assieme all’Egitto. In questo processo vanno coinvolti i Paesi del mondo arabo perché l’obiettivo finale è pacificare l’intera regione e creare condizioni di sviluppo e progresso”.

Trump valuta un intervento militare in Nigeria (esclude una guerra con il Venezuela)

Roma, 3 nov. (askanews) – Gli Stati uniti non escludono la possibilità di inviare truppe in Nigeria: lo ha dichiarato il presidente Donald Trump, minacciando di tagliare gli aiuti a Lagos se continueranno le uccisioni di cristiani nel Paese.”Potrebbe essere… Sto valutando molte cose. Stanno uccidendo un numero record di cristiani in Nigeria” ha concluso Trump, che ha parlato a bordo dell’Air Force One.

Sabato scorso il Presidente aveva dichiarato di voler dare istruzioni al Pentagono di prepararsi a una possibile operazione nel Paese africano per “eliminare i terroristi islamici”.

Gli Stati Uniti non hanno intenzione di condurre una guerra contro il Venezuela: lo ha affermato il presidente Donald Trump, intervistato dalla rete televisiva Cbs.

“Ne dubito. Non credo. Ma ci hanno trattato molto male, non solo per via della droga” ha proseguito, aggiungendo di ritenere che la permanenza al potere del presidente venezuelano Nicolas Maduro abbia “i giorni contati”.

Gli Stati Uniti troveranno il modo di mettere fine al conflitto in Ucraina aveva dichiarato poco prima il presidente Trump. “Penso che ce la faremo, sì. Credo che [il presidente russo Vladimir Putin] voglia davvero fare affari con gli Stati Uniti. Ma ha funzionato con l’India, ha funzionato con il Pakistan e ha funzionato con il 60% di questi Paesi”, ha proseguito.

Trump ha anche sottolineato il ruolo della politica di sanzioni: “Sta funzionando con Putin, credo. Io mi sono comportato diversamente con lui perché non facciamo molti affari con la Russia… Non è uno che compra molto da noi, per stupidità. E penso che gli piacerebbe farlo”, ha concluso.

Pasolini, voce dei poveri

Cercherò di dire quello che posso e meglio che posso. Sono un sacerdote e sono venuto come sacerdote ad accompagnare all’ultima dimora l’amico e fratello Pier Paolo. Vi leggerò i pensieri che ho avuto subito dopo aver avuto notizia della sua morte. È alla mamma che mi rivolgevo e che mi rivolgo. È un documento che non ho potuto pubblicare, perciò ve lo leggo qui, nel posto, forse più adatto.

Oggi non serve neppure lo sdegno

Mamma, è a te che scrivo con tono sommesso e senza rancore. Potrei lasciare libero sfogo all’odio e alla maledizione, ma a che serve? Oggi non serve neppure lo sdegno e il furore. C’è troppa violenza su Roma. Non c’è un fiore più che sbocci in questa periferia romana, e non un alito di vento che ne spanda il profumo; non un fanciullo con la faccia pura; non un prete che preghi… E le messe in piazza S. Pietro servono a poco, né convincono molti a credere che sia questo davvero un anno santo, e che Roma è la città di Dio, secondo la parola del cardinale… C’è solo gente ingrumata e torva, gente che urla dalle baracche; oppure gioventù che pensa a strappare e a uccidere, caricando la ragazza morta nel bagagliaio, e l’altra viva appena, per poter raccontare come “finalmente ce lhanno fatta” ad ammazzare.
Mamma, ti parlo per lui, che ora ha la bocca piena di sabbia e polvere, e non ti può chiamare: ma ha tanto bisogno di te, mamma; come l’ha sempre avuto lungo tutta la sua martoriata vita: una vita di povero friulano, solo, senza patria e senza pace.

Lui, timido ma spavaldo

Eri tu la vera sua patria, il luogo della sua pace, il solo asilo sicuro. Lui così timido, fino al punto di aver paura di ogni cosa, per cui era diventato tanto spavaldo. Tu che riassestavi per lui e per noi tutta quella nostra terra, e la gente umile di cui si sentiva amico e fratello, e il suo paese è la nostra storia di popolo “passato attraverso la lunga tribolazione“. Tu, che eri per lui la sua vera chiesa, il segno di una fede magari bestemmiata ma mai tradita nel profondo della sua passione. Tu, che sei stata la sua madre addolorata sotto la croce, immagine di una umanità che ancora, dalle nostre parti e nei paesi più poveri del mondo, continua a piangere su qualche figlio ucciso, su qualche innocente crocifisso.

Mamma, vorrei dirti ora di tornare a casa, di lasciare questa maledetta capitale; di fuggirtene anche a piedi, vestita a nero come sei arrivata, col fazzoletto nero annodato al collo e che ti scende dietro sulle spalle; con la lunga sottana nera, come tutte le donne antiche del nostro Friuli antico, simili appunto a Madonne sul Calvario. Torna come una pellegrina a ritroso, verso paesi certo più miti e più cristiani. Ritorna, riaccompagnandolo in quella terra che non ha mai potuto dimenticare. Per quello era cosi gentile, appunto perché umile come umile è il suo Friuli. E tutti lo devono dire che era così buono, fino al tormento, fino a distruggersi con le sue mani. Ed era così bisognoso di amicizia, come appunto è il mio Friuli, così solo. E gridava ai quattro venti le sue contraddizioni e i suoi peccati, come un russo che ha bisogno di martoriarsi: noi abbiamo anche questi sconfinamenti nella nostra natura. E poi chiediamo scusa di esistere…

Insonne e ramingo

Era come il minatore in esilio, il carpentiere e il manovale, insonne e ramingo. E tu ora immagina che sia successo appena una disgrazia sul lavoro, quasi fosse caduto da una impalcatura; e tu come madre di un emigrante, ora lo riaccompagni al piccolo cimitero del paese. Così avendo finito il tuo compito di angelo protettore di un figlio tanto fortunato e sfortunato insieme; un figlio divorato dalla stessa vita che tu gli hai dato: una vita rovinata dalla troppa umanità. Là c’è suo padre, ora in pace nella morte, e c’è l’altro figlio ucciso pure lui per la nostra liberazione, e ci sono gli altri morti; e ci sono gli amici ancora vivi, tutta una gente di cui ti puoi fidare; una gente che non viene a disturbarti, ma che ti è vicina; che patisce con te in silenzio, senza darti nemmeno l’aria di patire. Perché, anzi, ti canterà le villotte della gioia, quella che Pier Paolo aveva cantato e composto, giovanissimo, come sua prima e più viva poesia.

Perché noi siamo un popolo che canta, anche quando ha da piangere.

È questa la nostra natura migliore, come era quella di tuo figlio, vero grande poeta del popolo, voce dei poveri! Perché, per noi, tutto il resto è “segnato”, è il destino. Noi crediamo veramente nel destino! I verbi dei nostri canti sono: “Squegni“, “mi toce“, “è dovere”. Mamma, ricordi? Così ripeteremo la preghiera che un giorno, nel “Stroligut 2 di Cjasarsa” fin dal 1944, proprio questo tuo figlio, così maledetto e così buono, aveva scritto per noi, presi dentro la furia della guerra e della morte:

 

Crist, pietàt dal nustri paìs. No par fani pi siors di che chi sin. No par mandàni ploja. No par mandàni soreli. Patì cialt e freit e dutis litempiestis dal seil, al è il nustri distìn…”.

Cristo, pietà per il nostro paese. Non per farci più ricchi di quel che siamo. Non per mandarci la pioggia. Non per mandarci il sole. Patire il caldo e il freddo e tutte le tempeste del cielo, è il nostro destino.

Lo sappiamo! Quante volte in questa nostra piccola chiesa di Santa Croce, noi ti abbiamo cantato le litanie, perché tu avessi pietà della nostra terra! Ma ora ci accorgiamo di averti pregato per nulla; ora ci accorgiamo che tu sei troppo più in alto e della nostra pioggia e del nostro sole e delle nostre brine. Oggi è la morte che ci gira intorno! Ma da dove viene questa morte? Da dove… ?. In fondo il tuo Pier Paolo, mamma, ha sempre vissuto con la morte dentro, se l’è portata in giro per il mondo lui stesso come suo fardello di emigrante, come suo carico fatale. Ed ora che l’ha raggiunta, è bene che ritorni anche lui a casa. Meglio che il silenzio scenda su quella notte.

Il 2 novembre Roma era tutta sporca

Quella tua morte del due novembre, Pier Paolo: pareva di sentire i morti morti un’altra volta, i miei morti morti ancora, tuo fratello ucciso ancora; pareva di masticare cenere di morti e fango tra i denti; pareva che la morte spuntasse ad ogni angolo: Roma era tutta sporca… E tu che portavi sull’intero tuo corpo i segni di un orrendo e assurdo “ecce homo” contrapposto a Cristo… tu finito nella gehenna come il più repellente rifiuto della santa capitale. Ma tu non avevi colpa, tu gridavi la colpa nel tuo corpo di linciato, come figlio della stessa colpa; tu, prima, incarnazione impazzita della grandezza e miseria e ora simbolo della morte ormai dissacrata per sempre. Papa Giovanni e tu, ecco i due estremi di morire… Da ricordare l’orgia di inchiostri di tutti i colori in quei giorni; e il livore e la bava della gente “più pura”. No, meglio non dire più nulla. Dato che non siamo più capaci di un minimo gesto di pietà. E questo mi fa veramente paura: di quanto sia capace di odio e di furore distruttivo (di furor mortis) un uomo di religione; di quanto sadismo egli sia fonte come nessun altro. Ma forse la ragione è proprio questa: che è un uomo di religione, non un uomo di fede, non uomo di vangelo. Come la mettiamo in questo caso? Perché pare che la moltitudine dei “praticanti” sia scatenata”.

Sinistra con più “centri”, nessuno adeguato e convincente

Che ci sia bisogno di un’area centrista all’interno dell’attuale coalizione di sinistra e progressista non c’è alcun dubbio. Ma è altrettanto indubbio che oggi, non ieri, quella coalizione ha una chiara, netta ed inequivoca guida politica ispirata alla sinistra radicale, massimalista, estremista e populista.

La guida radicale dellattuale coalizione

Non è affatto facile quindi, e né semplice, costruire una “gamba moderata”, come viene comunemente chiamata, all’interno dell’alleanza di Schlein, Conte, Fratoianni/Bonelli e Landini. Un alleanza che ha un progetto politico alquanto definito e con una agenda programmatica altrettanto chiara e granitica. È di tutta evidenza che non si tratta più dell’antica e tradizionale coalizione di centro sinistra ma, al contrario, di una nuova ed inedita alleanza di sinistra e progressista e dove le componenti centriste e riformiste, com’è altrettanto ovvio, hanno un ruolo radicalmente e strutturalmente secondario. Ecco, appunto, una sorta di “diritto di tribuna”, figlio e conseguenza di quella concezione della “tenda” o del rifugio o dell’accampamento molto cara al guru Bettini.

I tanti centri” che abitano la sinistra

Ora, e al di là di questa scontata nonché oggettiva fotografia, viene però da chiedersi anche quanti potenziali Centri ci sono oggi nella coalizione di sinistra. Anche se non è affatto facile contarli tutti.

Per fermarsi ai principali, si parte dai riformisti del Pd – centristi è ormai un termine bandito dopo l’arrivo della Schlein alla guida del partito – che blandamente contestano la linea della segretaria ma sempre con moderazione e buon senso perché le candidature, come tutti sanno, saranno pianificate e vergate proprio dall’ex leader di “OccupyPd”.

Segue il capo del partito personale di Italia Viva Renzi che, dopo il sostanziale fallimento politico ed elettorale del suo movimento, ha inventato con la sua consueta rapidità e sveltezza “Casa riformista”. Una sigla che sino ad oggi si è nascosta dietro la “lista del Presidente” nelle varie elezioni regionali. Quanto conta nessuno ancora lo sa ma comunque c’è.

Il ruolo dei cosiddetti civici

In terzo luogo c’è il movimento dei “Civici” inventato dal vero stratega della presenza centrista nella coalizione di sinistra, il sempreverde Bettini. Una presenza che vede nell’assessore di Roma Alessandro Onorato il suo leader indiscusso. A cui si affiancano una molteplicità di Sindaci ed amministratori locali tutti rigorosamente del Pd o di area Pd ma che attraverso il meccanismo delle “porte girevoli” dicono di rappresentare autenticamente e candidamente la società civile e soprattutto i “territori”. Vedremo. Ma quando parliamo dei cosiddetti “civici” – che poi sono tutti straordinari professionisti politici – non possiamo affatto dimenticare gli auto candidati, seppur virtuali, alla Presidenza del Consiglio in caso di vittoria delle sinistre. E cioè, in ordine, i sindaci di Genova Salis, di Napoli Manfredi, di Roma Gualtieri e, perché no, lo stesso Onorato.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, il “cattolico professionista”, per dirla con una felice battuta di Mino Martinazzoli, Ernesto Maria Ruffini. “mister tasse”, come viene comunemente chiamato da molti organi di informazione. Che, attraverso un suo movimento, non disdegna affatto – anche lui – di candidarsi alla Presidenza del Consiglio come espressione del mondo moderato e riformista della coalizione di sinistra e progressista.

 

Il dilemma politico finale

Ora, nella speranza di non aver dimenticato nessun’altra espressione centrista e moderata di rilevanza nazionale, resta solo un piccolo nodo politico da scegliere. E cioè, in una coalizione dominata, gestita, costruita, organizzata, pianificata e guidata dalle varie componenti della sinistra italiana, com’è possibile che venga concesso uno spazio così rilevante a tutti coloro che non si riconoscono nell’universo valoriale, appunto, delle varie sinistre riunite? Non è che, alla fine, e al di là della seppur necessaria ed indispensabile propaganda, il tutto si risolva nella riproposizione dello storico “diritto di tribuna” per i vari comprimari centristi? Nessuno ne ha certezza ma il dubbio, nel frattempo, cresce sempre di più.

Umanizzare la società: un tempo che ci interpella

Ci sono momenti nella storia in cui la realtà ci pone davanti a un bivio. Non possiamo più limitarci ad aggiustare l’esistente: siamo chiamati a scegliere, a interrogarci profondamente sul senso del vivere insieme. Il nostro tempo è uno di questi. Guerre, solitudini diffuse, crisi ambientali e sociali, fratture culturali: tutto sembra correre più veloce della nostra capacità di custodire la dignità umana.
Eppure, proprio in questa stagione difficile, sento con forza che l’unica strada percorribile è l’umanizzazione della società. Non è uno slogan: è un orizzonte concreto, fatto di relazioni che danno vita, di comunità che si prendono cura, di innovazioni che non dimenticano l’uomo. È questo il cuore del Manifesto per l’Umanizzazione della Società che presenteremo il 24 novembre a Roma, al Campidoglio, in occasione del Simposio del decennale di FareRete InnovAzione BeneComune APS.

 

Lincontro che cambia lo sguardo

Credo che l’umanizzazione non nasca da teorie astratte, ma da incontri concreti. Ricordo i volti dei tanti che ho incrociato lungo il cammino: il sorriso stanco di una donna che, dopo anni di sacrifici, chiedeva solo di essere ascoltata in ospedale; la gratitudine di un giovane medico che voleva imparare a curare “a misura d’uomo”, non solo con protocolli; la voce tremante di chi, in una periferia, temeva di essere invisibile.
Sono storie che ti restano dentro e che ti ricordano che la società si umanizza quando non riduce le persone a numeri, ma le riconosce nella loro unicità.

 

Fare rete: il tessuto della comunità

L’esperienza di FareRete BeneComune in questi dieci anni ci ha insegnato che la vera innovazione non è mai individuale: è sempre il frutto di una rete. Fare rete non significa moltiplicare contatti, ma costruire legami veri, basati su fiducia, trasparenza e corresponsabilità.
In un mondo che corre, noi abbiamo scelto di fermarci per intrecciare fili: associazioni, istituzioni, imprese, cittadini. È da queste alleanze che sono nati progetti di prevenzione, formazione, inclusione, cura di prossimità. Ogni nodo della rete è un frammento di futuro condiviso.

 

Dignità e giustizia: non compromessi possibili

Se c’è una parola che attraversa tutte queste esperienze è dignità. Una società che si dimentica della dignità delle persone perde la sua anima. L’umanizzazione significa allora custodire e difendere la dignità in ogni ambito: dal lavoro alla sanità, dalla scuola all’ambiente. Non si tratta di aggiungere valori a margine, ma di riconoscere che senza dignità e giustizia sociale non c’è progresso che tenga, non c’è pace duratura, non c’è futuro credibile.

 

Innovazione sì, ma a misura duomo

Molti temono che l’innovazione tecnologica finisca per allontanarci. Io credo che la sfida vera sia un’altra: fare in modo che la tecnologia diventi alleata della prossimità, strumento per ridurre disuguaglianze e per generare inclusione. La telemedicina, le piattaforme digitali, le applicazioni di supporto alla salute hanno senso solo se rafforzano la relazione, non se la sostituiscono. L’umanizzazione digitale è questa: non rinunciare al calore umano, anche nel cuore dell’innovazione.

 

Una chiamata a partecipare

Il Manifesto che presenteremo il 24 novembre non è un documento da archiviare, ma un invito a partecipare. Perché l’umanizzazione non si realizza per decreto: si costruisce con le scelte quotidiane, con gesti di cura, con progetti che mettono al centro il Bene Comune.
È una chiamata rivolta a ciascuno: istituzioni, associazioni, imprese, famiglie, cittadini. Nessuno può sentirsi spettatore. Siamo tutti protagonisti di questa trasformazione.

 

Un tempo che interpella

Personalmente, sento che l’umanizzazione è la vera sfida del nostro tempo. Non si tratta di aggiungere un capitolo alla storia, ma di riscriverne l’impianto: passare da una società che consuma relazioni a una società che le genera; da una logica di potere a una logica di servizio; da un’economia di profitto a un’economia di senso.

 

Lumanizzazione delle cure

La realizzazione di un autentico processo di umanizzazione della società dipende dall’attivazione di interventi a più livelli: ambientale (sia in termini strutturali che funzionali), organizzativo, relazionale.

Ma soprattutto l’avvicinamento di utenti e operatori, in una dimensione nella quale l’istituzione sanitaria diventa struttura di servizio che accoglie, orienta e promuove il benessere, stimolando il coinvolgimento e la partecipazione di tutti.

In particolare, i temi della trasparenza, dell’accoglienza, dell’orientamento e della comunicazione costituiscono strumenti fondamentali per perseguire il miglioramento della assistenza in un’ottica di umanizzazione e di qualità delle cure.

Il Manifesto sarà il frutto di tanti contributi, di esperienze, di sogni condivisi. Ma sarà soprattutto un punto di partenza: un impegno collettivo a tessere, insieme, una società capace di custodire la vita, di rispettare la dignità, di promuovere giustizia, solidarietà e speranza.

Il 24 novembre non presenteremo solo un testo. Presenteremo un cammino. E spero che molti decideranno di percorrerlo con noi.

 

Uno sguardo verso il Manifesto

Il Manifesto per l’Umanizzazione della Società sarà presentato dalla Dr.ssa Paola Pisanti, Past President(Seconda Presidenza) dell’Associazione FareRete InnovAzione BeneComune APS che ci offrirà una visione capace di intrecciare esperienza, prospettiva e impegno civile. Il suo contributo rappresenterà una chiave di lettura preziosa per comprendere come i principi del Manifesto possano tradursi in linee guida operative e in un orizzonte culturale condiviso.

 

Simposio del Decennale

Bene comune e futuro: verso una società umanizzata”
24 novembre 2025 –
ore 13:30
Palazzo Senatorio, Sala Laudato Si’, Piazza del Campidoglio, Roma

Ingresso gratuito previa iscrizione: fareretebenecomune@gmail.com

www.fareretebenecomune.it


Bio-Autori

Rosapia Farese, autrice e saggista, è Presidente e co-fondatrice dell’Associazione FareRete InnovAzione BeneComune APS.

Paola Pisanti, medico ed esperta di politiche sanitarie, ha guidato la Commissione Nazionale del Ministero della Salute sulle malattie croniche e il diabete.

Luigi Lilio, il riformatore del Calendario Gregoriano

Il proponimento di questa indagine è sottrarre a un eccesso di relativismo storico un argomento che merita di essere conosciuto con rigore: la figura di Luigi Lilio, riformatore del Calendario Gregoriano, e il luogo in cui fu emanata la bolla Inter gravissimas con cui Gregorio XIII promulgò il nuovo calendario. La conoscenza richiede impegno e metodo, perché solo la verità del sapere è capace di rinnovare la cultura e disfare i miti di comodo.

Un mistero che attraversa i secoli

Troppi dubbi ancora circondano Luigi Lilio: la nascita, la vita, la morte restano in gran parte avvolte dal mistero. I documenti disponibili non confermano i presunti natali a Cirò, attribuzione che rimane una quaestio disputanda. La ricerca storica, fondata su fonti e riscontri, invita alla prudenza e alla verifica. Da qui prende avvio un itinerario di ricostruzione che coinvolge anche Monte Porzio Catone, cittadina dei Castelli Romani, dove la tradizione colloca la promulgazione della bolla papale.

Tra Frascati e Monte Porzio: il luogo della Bolla

L’indicazione Datu Tusculi riportata nel testo originale della bolla spinge a identificare Frascati, l’antica Tuscolo, come sede effettiva dell’emanazione. Lo conferma anche la traduzione del 1582 curata dal frate agostiniano Bartolomeo Dionigi da Fano. Studi recenti dell’architetto Rodolfo Maria Strollo suggeriscono che il documento fu sigillato nella Rocca di Frascati, sede della Curia e del Palazzo vescovile, non a villa Mondragone. L’attribuzione di quest’ultima risale al gesuita Felice Grossi-Gondi, probabilmente mossa dal desiderio di esaltare la dimora gesuitica, divenuta nel 1896 collegio di grande prestigio.

Un rigore che fa luce sulla storia

La ricerca storica non è mai arbitrio degli enti locali né strumento d’identità municipale: è esercizio di verità. Le leggende e le approssimazioni vanno sostituite con la documentazione. Così la figura di Luigi Lilio, detto anche Giglio, emerge nella sua autentica grandezza: matematico, medico, uomo di scienza chiamato da Gregorio XIII a collaborare alla riforma del Martyrologium Romanum del 1583.

La verità come dovere del sapere

Restituire alla storia la sua verità significa rispettare la cultura, non piegarla. La verità non è statica: si illumina nel tempo grazie alla perseveranza di chi studia. Come ricorda Tommaso d’Aquino, “non opporsi all’errore significa approvarlo, non difendere la verità equivale a negarla”.

Questa è la sintesi di un testi che merita di essere letto cliccando su questo link 

Calcio, classifica Serie A: Napoli in testa da solo

Roma, 3 nov. (askanews) – Questi i risultati e la classifica di serie A dopo Milan-Roma 1-0

Decima giornata: Udinese-Atalanta 1-0, Napoli-Como 0-0, Cremonese-Juventus 1-2, Verona-Inter 1-2, Fiorentina-Lecce 0-1, Torino-Pisa 2-2, Parma-Bologna 1-3, Milan-Roma 1-0, lunedì 3 novembre ore 18.30 Sassuolo-Genoa, ore 20.45 Lazio-Cagliari.

Classifica: Napoli 22, Roma, Inter, Milan 21, Juventus, Bologna 18, Como 17, Udinese 15, Cremonese 14, Sassuolo, Atalanta, Torino 13, Lazio 12, Cagliari, Lecce 9, Parma 7, Pisa 6, Verona, 5, Fiorentina 4, Genoa 3.

Undicesima giornata: venerdì 7 novembre ore 20.45 Pisa-Cremonese, sabato 8 novembre ore 15 Como-Cagliari, Lecce-Verona, ore 18 Juventus-Torino, ore 20.45 Parma-Milan, domenica 9 novembre ore 12.30 Atalanta-Sassuolo, ore 15 Genoa-Fiorentina, Bologna-Napoli, ore 18 Roma-Udinese, ore 20.45 Inter-Lazio.

Calcio, Milan-Roma 1-0, Allegri: "Vittoria di squadra"

Roma, 3 nov. (askanews) – Nella gara a chi si nasconde meglio — Allegri che dice “l’obiettivo è la Champions”, Gasperini che ribatte “allo scudetto non ci penso” — il Milan smette di giocare a nascondino. Dopo Napoli e il quasi colpo a Torino, i rossoneri battono anche la Roma (1-0) e agganciano Inter e giallorossi a un punto dalla vetta. Decide Pavlovic al 39′, dopo un lungo dominio romanista. Nella ripresa, il Diavolo spreca tanto ma chiude grazie a un Maignan tornato “magic”, capace di parare un rigore a Dybala. Il tecnico rossonero riconosce i limiti iniziali: “Primi 35 minuti la Roma meritava il vantaggio, poi ci siamo sistemati meglio e nel secondo tempo abbiamo fatto bene. Ci è mancata precisione per chiuderla, ma sono contento della crescita mentale. Bartesaghi e De Winter hanno reagito, Nkunku e Leao hanno dato profondità”. L’allenatore giallorosso non fa drammi: “Abbiamo creato tanto e giocato un primo tempo importante. Ci è mancato solo il centimetro. Peccato per l’infortunio di Dybala: tornerà dopo la sosta. Sbagliamo troppo nel finale, serve più cattiveria per portare a casa partite così”. Sul fondo della scena, il ricordo di Giovanni Galeone, mentore di entrambi. Allegri: “Da lui ho imparato tutto, anche i principi difensivi. Era un uomo vero”. Roma, 2 nov. (askanews) – Gasperini: “Una volta mi rimproverò perché mi accontentavo del pareggio: mi insegnò che si gioca fino all’ultimo”.

Fip Silver Perugia, Barahona e Garcia festeggiano il bis

Roma, 2 nov. (askanews) – Due top mondiali nel maschile e due delle grandi protagoniste del Cupra Fip Tour nel femminile. Il Fip Silver Mediolanum Padel Cup di Perugia – si legge in una nota – incorona quattro giocatori straordinari al termine di cinque giorni intensi, dove sono stati protagonisti top player internazionali, le star azzurre che hanno conquistato la medaglia di bronzo nell’Europeo della scorsa settimana e i migliori talenti della NextGen. All’Arena Padel Fastweb, dove vinsero il loro primo torneo internazionale in coppia nel 2023, fanno ancora festa Javi Barahona e Javi Garcia dopo la vittoria nella sfida decisiva tutta spagnola contro Alberto Garcia e Jaume Romera, terminata sul risultato di 6-2 6-4, prima di partire per il Fip World Cup Pairs in Kuwait.

Spettacolo anche nel tabellone femminile con il successo dell’altra coppia testa di serie numero uno, formata da Nuria Rodriguez e Lucia Martinez. Le due spagnole, rispettivamente numero 36 e 38 al mondo, si sono imposte in finale per 7-5 4-6 6-2 contro Marta Borrero e Marta Arellano.

Calcio, classifica Serie A: Bologna quarto in classifica

Roma, 2 nov. (askanews) – Questi i risultati e la classifica di serie A dopo Parma-Bologna 1-3

Decima giornata: Udinese-Atalanta 1-0, Napoli-Como 0-0, Cremonese-Juventus 1-2, Verona-Inter 1-2, Fiorentina-Lecce 0-1, Torino-Pisa 2-2, Parma-Bologna 1-3, ore 20.45 Milan-Roma, lunedì 3 novembre ore 18.30 Sassuolo-Genoa, ore 20.45 Lazio-Cagliari.

Classifica: Napoli 22, Roma, Inter 21, Milan, Juventus, Bologna 18, Como 17, Udinese 15, Cremonese 14, Sassuolo, Atalanta, Torino 13, Lazio 12, Cagliari, Lecce 9, Parma 7, Pisa 6, Verona, 5, Fiorentina 4, Genoa 3.

Undicesima giornata: venerdì 7 novembre ore 20.45 Pisa-Cremonese, sabato 8 novembre ore 15 Como-Cagliari, Lecce-Verona, ore 18 Juventus-Torino, ore 20.45 Parma-Milan, domenica 9 novembre ore 12.30 Atalanta-Sassuolo, ore 15 Genoa-Fiorentina, Bologna-Napoli, ore 18 Roma-Udinese, ore 20.45 Inter-Lazio.

Tennis, Sinner: "Tornare n.1 è una cosa enorme"

Roma, 2 nov. (askanews) – “E’ una cosa enorme tornare numero 1 del mondo” ha detto Jannik Sinner a caldo dopo la vittoria su Felix Auger-Aliassime in finale a Parigi. Una vittoria che per una settimana lo riporta in vetta alla classifica, e tiene il duello con Alcaraz per il posto di numero 1 a fine anno aperto fino alle Nitto ATP Finals.

“E’ stata una finale intensa, sapevamo entrambi cosa ci fosse in palio. Non ho breakato Felix subito, poi lui ha sempre servito benissimo. In partite così devi riuscire a sfruttare le occasioni che hai” ha spiegato.

Gli ultimi due mesi, ha concluso nell’intervista a caldo, “sono stati pazzeschi. Ho cercato di migliorare come giocatore, sono felice. Ringrazio tutto il mio team: senza di loro questo non sarebbe stato possibile”.

“Felix, so che avevi tante pressioni, spero che questo sforzo qui ti possa aiutare ad essere a Torino. Sei una delle persone più squisite nel circuito, ti auguro il meglio per il resto della stagione e della tua carriera” ha detto Sinner durante la cerimonia di premiazione.

“Grazie al mio team, mi state spingendo al limite. Cerchiamo sempre di fare progressi, sono contento di condividere tutto questo con voi” ha aggiunto, prima di ricevere il particolare trofeo, l’albero che ricorda il tabellone di ogni specifica edizione disegnato dall’italiano Lucio Fanti, dalle mani dell’ultimo campione Slam francese in singolare maschile, Yannick Noah.

Simpatico Felix Auger-Aliassime durante la cerimonia di premiazione. “Non è mai facile perdere una finale, ma voglio congratularmi con Jannik e il tuo team. Costringi tutti gli altri a migliorare. A 15-16 anni giocavamo a FIFA, di progressi ne abbiamo fatti tanti da allora” ha detto. “Grazie al mio team e alla mia famiglia. Il 2025 è stato un’avventura continua, ho fiducia, grazie per il vostro lavoro”

Calcio, classifica Serie A: Lecce scatto salvezza

Roma, 2 nov. (askanews) – Questi i risultati e la classifica di serie A dopo Fiorentina-Lecce 0-1, Torino-Pisa 2-2

Decima giornata: Udinese-Atalanta 1-0, Napoli-Como 0-0, Cremonese-Juventus 1-2, Verona-Inter 1-2, Fiorentina-Lecce 0-1, Torino-Pisa 2-2, ore 18 Parma-Bologna, ore 20.45 Milan-Roma, lunedì 3 novembre ore 18.30 Sassuolo-Genoa, ore 20.45 Lazio-Cagliari.

Classifica: Napoli 22, Roma, Inter 21, Milan, Juventus 18, Como 17, Bologna, Udinese 15, Cremonese 14, Sassuolo, Atalanta, Torino 13, Lazio 12, Cagliari, Lecce 9, Parma 7, Pisa 6, Verona, 5, Fiorentina 4, Genoa 3.

Undicesima giornata: venerdì 7 novembre ore 20.45 Pisa-Cremonese, sabato 8 novembre ore 15 Como-Cagliari, Lecce-Verona, ore 18 Juventus-Torino, ore 20.45 Parma-Milan, domenica 9 novembre ore 12.30 Atalanta-Sassuolo, ore 15 Genoa-Fiorentina, Bologna-Napoli, ore 18 Roma-Udinese, ore 20.45 Inter-Lazio.

Tennis, Sinner vince a Parigi e torna n.1 al mondo

Roma, 2 nov. (askanews) – Jannik Sinner è il nuovo campione del Paris Masters! L’azzurro conquista per la prima volta in carriera il Masters 1000 parigino grazie alla vittoria in finale su Felix Auger-Aliassime con il punteggio di 6-3, 7-6 in poco meno di due ore di gioco. Una partita di sostanza e qualità per Jannik che nel primo set è stato in controllo (grazie al break iniziale), poi ha alzato il livello nel secondo set quando Auger-Aliassime è entrato definitivamente in partita. Sinner è stato risolutivo al tiebreak, indirizzato dal mini break nel quinto punto. Al quinto titolo stagionale, Jannik tornerà da domani n. 1 al mondo.

Calcio, è morto a 84 anni Giovanni Galeone

Roma, 2 nov. (askanews) – È morto Giovanni Galeone, aveva 84 anni. Era ricoverato in ospedale a Udine. Era malato da tempo. Da allenatore ha conquistato quattro promozioni: due a Pescara (1986-87 e 1991-92), una a Udine e una a Perugia. Ha allenato anche Napoli, Como, Spal. Il suo 4-3-3 è stato un modello per tanti. Si è ritirato nel 2013. A Pescara è leggenda, basti pensare che la stazione dei treni fu inaugurata alla sua presenza. Ha avuto rapporti burrascosi con i suoi presidenti: grande freddezza con Scibilia e molto teso con Gaucci. È stato il maestro di Massimiliano Allegri. Giovanni Galeone nasce a Napoli il 25 gennaio 1941. La sua storia nel calcio comincia da giocatore, ruolo di centrocampista, con una carriera che lo porta a indossare diverse maglie tra Serie B e Serie C, ma è da allenatore che diventa un nome riconoscibile, amato e discusso. Dopo il ritiro, muove i primi passi in panchina nelle categorie minori, tra Adriese e Pordenone, prima di approdare al settore giovanile dell’Udinese. Da lì parte una lunga avventura fatta di idee, di calcio propositivo e di una certa insofferenza verso i compromessi. Galeone diventa il simbolo di un modo di intendere il calcio come espressione di libertà: il pallone deve girare, la squadra deve attaccare, il gioco deve essere pensato ma anche coraggioso. Le sue stagioni più memorabili sono quelle a Pescara, dove conquista due promozioni in Serie A e regala alla città abruzzese anni di entusiasmo e spettacolo. Quel Pescara, con giocatori come Junior, Pagano, Gasperini e Allegri, è ricordato come una delle formazioni più belle e visionarie mai viste fuori dalle grandi piazze. Galeone non si accontentava del risultato: voleva che le sue squadre giocassero un calcio che divertisse, che sorprendesse, che avesse personalità. Ha allenato anche l’Udinese, il Perugia, il Napoli e l’Ancona, ma ovunque è passato ha lasciato un segno più umano che tattico. Era un allenatore anticonformista, capace di affascinare i suoi giocatori con il discorso giusto, di difenderli pubblicamente e di sfidarli in allenamento. Amava la parola più della lavagna, il paradosso più della convenzione. Molti tecnici della generazione successiva lo considerano un maestro. Massimiliano Allegri lo ha spesso definito “il mio riferimento”, Marco Giampaolo e Gian Piero Gasperini ne hanno raccolto l’eredità filosofica più che tattica: la convinzione che il calcio sia un linguaggio, e che la forma conti quanto il risultato. Fu anche un personaggio mediatico, diretto e ironico. Non risparmiava critiche, né alle società né agli allenatori. Le sue battute, spesso fulminanti, hanno attraversato decenni di calcio italiano: “Il portiere è un optional”, diceva sorridendo, per spiegare quanto contasse per lui l’idea di costruire gioco fin dal primo passaggio. Negli ultimi anni aveva continuato a commentare con lucidità il calcio moderno, restando fedele alla sua visione: il gioco come pensiero, come estetica, come rischio. Giovanni Galeone è morto a Udine all’età di 84 anni, lasciando dietro di sé una lezione più che una carriera. Non solo quella di un allenatore, ma di un uomo che ha fatto del calcio una forma di libertà intellettuale.

Tennis, Paolini ko al debutto alle Wta Finals

Roma, 2 nov. (askanews) – Aryna Sabalenka batte Jasmine Paolini 6-3, 6-1 dopo un’ora e 10 minuti di gioco. Una partita ben gestita da parte della numero 1 al mondo. Il primo set, vinto 6-3 in 36 minuti dalla bielorussa, è da dividere in due parti: dopo l’ottima partenza e il break di Sabalenka (salita sul 3-0), Paolini è riuscita a trovare il controbreak nel 7° game, ma ha poi perso la battuta nel gioco successivo. Nel secondo set, invece, tanto dominio da parte Sabalenka che ha conquistato ben due break. Inizia con una sconfitta dunque il percorso in singolare alle Wta Finals di Jasmine, che tornerà in campo lunedì in doppio con Sara Errani.

Avvistati 3 grandi droni su una base Usa in Belgio

Roma, 2 nov. (askanews) – Tre droni sono stati avvistati sopra la base militare belga di Kleine Brogel, dove si ritiene siano conservate armi nucleari statunitensi. Lo ha dichiarato domenica il ministro della Difesa belga Theo Francken. “Ieri sera sono pervenute tre segnalazioni di droni di grandi dimensioni che volavano ad alta quota sopra Kleine Brogel. Non si è trattato di un normale sorvolo, ma di una chiara missione di sorveglianza mirata a Kleine Brogel”, ha scritto Francken su X.

“Elicotteri e veicoli della polizia hanno inseguito i droni, ma li hanno persi dopo molti chilometri a nord. Le indagini sono in corso”, ha dichiarato Francken. Non è la prima volta che dei droni vengono avvistati sopra le basi militari del Belgio. Già il 25 e il 28 ottobre droni sono stati segnalati sopra la base militare di Marche-en-Famenne; sempre Francken ha rivelato il sorvolo di circa 15 droni sopra la base militare di Elsenborn il 10 ottobre scorso.

Calcio, Serie A: l’Inter aggancia la Roma

Roma, 2 nov. (askanews) – Questi i risultati e la classifica di serie A dopo Verona-Inter 1-2

Decima giornata: Udinese-Atalanta 1-0, Napoli-Como 0-0, Cremonese-Juventus 1-2, Verona-Inter 1-2, ore 15 Fiorentina-Lecce, Torino-Pisa, ore 18 Parma-Bologna, ore 20.45 Milan-Roma, lunedì 3 novembre ore 18.30 Sassuolo-Genoa, ore 20.45 Lazio-Cagliari.

Classifica: Napoli 22, Roma, Inter 21, Milan, Juventus 18, Como 17, Bologna, Udinese 15, Cremonese 14, Sassuolo, Atalanta 13, Lazio, Torino 12, Cagliari 9, Parma 7, Lecce 6, Verona, Pisa, 5, Fiorentina 4, Genoa 3

Undicesima giornata: venerdì 7 novembre ore 20.45 Pisa-Cremonese, sabato 8 novembre ore 15 Como-Cagliari, Lecce-Verona, ore 18 Juventus-Torino, ore 20.45 Parma-Milan, domenica 9 novembre ore 12.30 Atalanta-Sassuolo, ore 15 Genoa-Fiorentina, Bologna-Napoli, ore 18 Roma-Udinese, ore 20.45 Inter-Lazio.

Calcio, Verona-Inter 1-2: decide un’autorete al 94’

Roma, 2 nov. (askanews) – L’Inter passa con una autorte al 94′ al Bentegodi e batte 2-1 il Verona al termine di una partita intensa e giocata sotto una pioggia battente. I nerazzurri di Chivu partono forte e passano in vantaggio al 16′ con un gran destro al volo di Zielinski su assist da calcio d’angolo di Calhanoglu. L’Inter controlla a lungo il possesso ma rallenta con il passare dei minuti, subendo la reazione dei padroni di casa. Al 40′ arriva il pareggio: Giovane, servito da Orban, punta Bastoni e fulmina Sommer con un diagonale perfetto, trovando il suo primo gol in Serie A.

Nella ripresa i nerazzurri tentano di forzare il blocco difensivo scaligero, creando le occasioni migliori con Dimarco e Lautaro, ma un super Montipò salva i suoi. Chivu prova a cambiare volto alla squadra con Barella e Dumfries, ma il Verona di Zanetti resiste e sfiora persino il colpaccio nel recupero del primo tempo, quando Orban colpisce il palo. Ma è una autorete di Frese a decidere il match.

I carabinieri: mai espresso dubbi sull’impiego dei militari a Gaza

Milano, 2 nov. (askanews) – “Il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Salvatore Luongo, non ha mai in nessuna occasione rappresentato al Ministro della Difesa, Guido Crosetto, dubbi circa un eventuale impiego di assetti militari nella Striscia di Gaza nell’ambito della Forza internazionale che potrebbe essere dispiegata per stabilizzare l’area”. La precisazione arriva dal Comando Generale dei Carabinieri che definisce “assolutamente privo di fondamento” il contenuto dell’articolo pubblicato oggi sul quotidiano La Stampa dal titolo “Dubbi nel governo sui militari nella Striscia. I Carabinieri frenano sulla forza internazionale”. “Un’ipotesi che avrebbe potuto essere facilmente verificata se l’Ufficio Stampa dell’Arma fosse stato preventivamente contattato”, prosegue il Comando Generale dei Carabinieri sottolineando che “l’Arma dei Carabinieri dispone di competenze e unità pienamente in grado di affrontare qualsiasi esigenza operativa, in qualunque teatro d’impiego”.

Il Papa: in Darfur sofferenze inaccettabili

Milano, 2 nov. (askanews) – “Seguo le tragiche notizie che giungono dal Sudan i particolare dal martoriato Darfur settentrionale: violenze indiscriminate contro donne e bambini, attacchi ai civili inermi e gravi ostacoli all’azione umanitaria stanno causando sofferenze inaccettabili a una popolazione già stremata da lunghi mesi di conflitto”. Lo ha detto Leone XIV rivolgendosi dalla finestra del Palazzo Apostolico Vaticano ai fedeli e ai pellegrini riuniti in Piazza San Pietro per la recita dell’Angelus.

“Il Signore accolga i defunti, sostegna i sofferenti e tocchi i cuori dei responsabili. Rinnovo un accurato appello alle parti coinvolte per un cessate il fuoco e l’apertura urgente di corridoi umanitari”.

Pluri-accoltellamento sul treno per Londra in Gb, fermati 2 britannici

Roma, 2 nov. (askanews) – I due sospettati fermati dopo l’accoltellamento sul treno partito da Doncaster e diretto alla stazione di Londra King’s Cross “sono entrambi nati nel Regno Unito e sono stati arrestati con l’accusa di tentato omicidio”: lo ha riferito la Polizia dei Trasporti Britannica, in una conferenza stampa alla stazione di Huntingdon il giorno dopo la brutale aggressione.

Si tratta di un cittadino britannico nero di 32 anni e di 35enne, britannico di origine caraibica. Il sovrintendente John Loveless – scrive Sky News – ha dichiarato che i due sospettati sono entrambi nati nel Regno Unito e sono ancora in custodia cautelare.

La polizia ha dichiarato inoltre, che, sebbene inizialmente si ritenesse che 9 persone avessero ferite potenzialmente letali, dopo valutazione e cure 4 sono state dimesse, mentre due persone rimangono in “condizioni di pericolo di vita”.

Un 16enne è stato ucciso davanti a un bar nel messinese

Milano, 2 nov. (askanews) – Agguato a Capizzi, in provincia di Messina. Ieri sera attorno alle 22:30 è stato ucciso un ragazzo all’esterno di un bar. Indagano i carabinieri della compagnia di Mistretta impegnati nella ricostruzione della dinamica. Lo riferisce il Quotidiano di Sicilia, sottolineando che, secondo i primi accertamenti, a sparare sarebbe stato un 20enne già noto alle forze di polizia. I proiettili hanno colpito un 22enne, ricoverato all’ospedale di Nicosia (in provincia di Enna), non in pericolo di vita, uccidendo un ragazzo 16 anni, morto poco dopo essere arrivato nella guardia medica di Capizzi.

Il 20enne è stato fermato per omicidio, tentato omicidio, detenzione abusiva di armi, detenzione di arma da fuoco clandestina, lesioni personali e ricettazione. Lo stesso provvedimento è scattato per fratello 18enne e il padre 48enne, accusati di aver accompagnato il ragazzo sul luogo del delitto al momento dell’agguato. Gli investigatori hanno recuperato e sequestrato l’arma del delitto, una pistola con matricola abrasa. Sono in corso indagini per chiarire l’esatta dinamica e il movente dell’episodio.

Separazione delle carriere, Gratteri: vogliono sottoporre i pm alla politica

Milano, 2 nov. (askanews) – “La riforma è pericolosa sotto diversi punti di vista. Allontana il pubblico ministero dalla giurisdizione, equiparandolo a una parte privata. La mission del pubblico ministero non è quella di risolvere un caso a tutti i costi, ma cercare di arrivare alla verità, anche indagando a favore del sospettato, proprio perché a differenza degli altri attori processuali, non deve tutelare interessi di parte. Come ho detto più volte, i passaggi di funzione oggi sono limitatissimi e quando si verificano comportano il cambio di regione. Inoltre, non vi è alcun appiattimento dei giudici ai pm, non spiegandosi altrimenti il numero elevato di assoluzioni. Per cui l’obiettivo logico di questa riforma, non essendovene altri, è quello della successiva sottoposizione del pm al potere esecutivo, con buona pace della tutela dei cittadini”. Lo afferma in un’intervista a Repubblica il procuratore di Napoli Nicola Gratteri.

“Il nostro assetto ordinamentale, elaborato dai padri costituenti, è considerato un modello, perché garantisce in toto la separazione dei poteri”, prosegue Gratteri che sottolinea: “Occorre una riforma per snellire i tempi dei processi, civili e penali, eliminando inutili cavilli procedurali che, a nulla valendo per le garanzie effettive delle parti, rischiano solo di incrementare gli errori giudiziari, allontanando l’obiettivo di avere decisioni giuste e ponderate”.

Quanto ai rapporti con l’Anm “io sono stato sempre autonomo – rivendica il procuratore di Napoli -. Non mi sono mai legato a correnti. Non fa parte del mio dna. Il che non significa che chi la pensa diversamente da me sbagli. In questo caso, però, di fronte al serio pericolo di compromissione dei principi di autonomia e indipendenza della magistratura, si deve marciare uniti”.

Infine una riflessione sull’annuncio del ministro Nordio che ha promesso un intervento immediato sulle intercettazioni: “Queste riforme che ho definito ‘imputatocentriche’ finiranno per ostacolare, è una mia opinione, la lotta alla criminalità comune e organizzata. Vorrei capire meglio perché le intercettazioni sarebbero una porcheria, se dal 2017 non si possono più inserire brani di conversazioni irrilevanti. Vorrei che il ministro facesse esempi di violazioni di questo tipo. La seconda frase che ha citato sconta un verosimile difetto di conoscenza da parte del ministro sulle tecniche di indagine in materia di criminalità organizzata”.

Gherardo Colombo: la separazione delle carriere riduce l’autonomia dei giudici

Milano, 2 nov. (askanews) – I punti della riforma sulla separazione delle carriere che mettono a rischio l’indipendenza dei magistrati sono “più di uno: la creazione di un Csm dei pm separato da quello dei giudici; il sistema di nomina, per sorteggio indiscriminato dei componenti magistrati di entrambi; la creazione dell’Alta corte disciplinare e la sua composizione. Riducono a un lumicino indipendenza e autonomia dei magistrati, garanzia per la tutela dei diritti della persona. Con un paradosso: aumenta il potere dei pm che il legislatore diceva di voler limitare”. Lo afferma il magistrato Gherardo Colombo, ex pm dello storico pool di Mani Pulite, in un’intervista al Corriere della Sera.

“Le regole costituzionali che presidiano la separazione dei poteri si fanno proprio per evitare che si retroceda nella architettura necessaria ad uno Stato di diritto. Separazione dei poteri vuol dire ordine giudiziario indipendente e autonomo dal potere esecutivo”, osserva Colombo che prosegue: “Creare due Csm genera una struttura dell’ufficio inquirente molto autoreferenziale, che dovrà per forza prima o poi essere limitata, con un controllo dell’esecutivo sulla politica della repressione dei reati: il super potere del pm dovrà essere limitato. Nel contempo per i giudici l’organo di governo autonomo risulterà molto indebolito poiché non potranno eleggere i suoi componenti, che si dovranno sorteggiare, mentre la componente laica sarà comunque, seppure in via mediata, di espressione elettiva, quindi verosimilmente partitica come già accade ora”.

Con l’istituzione dell’Alta corte, spiega ancora l’ex pm di Tangentopoli, “si sottrae il giudizio sulla disciplina di giudice e pm al Csm, l’organo che si occupa di tutti gli altri aspetti della sua vita professionale e ne conosce ogni particolare e criticità. Nell’Alta corte si aumenta il numero dei membri di nomina parlamentare rispetto a quelli sorteggiati tra i magistrati. Sempre con i primi estratti da un elenco di scelti e i secondi ù cosa che in genere non dispiace ai conservatori ù tra gli apici della carriera, i magistrati di legittimità. L’attuale rapporto di 30 magistrati a 10 laici, diventerebbe in ciascun Csm di 9 magistrati a 6 laici. Si passa da due terzi a un terzo nei Csm, a tre quinti e due quinti nell’Alta corte”.

Infine una riflessione sulle parole dell’ex collega Di Pietro che si è detto favorevole alla riforma: Non mi sorprende. A volte mi vien da pensare che, per la sua persona, avesse già anticipato la riforma ai tempi suoi”.

Accoltellamento su un treno a Londra, ricoverati in 10

Roma, 2 nov. (askanews) – La polizia dei Trasporti britannica, che sta conducendo le indagini sull’accoltellamento avvenuto su un treno nei pressi di Huntingdon, nel Cambridgeshire, fornirà in mattinata un aggiornamento sull’attacco con accoltellamento. Dieci persone sono ricoverate in ospedale, 9 di loro sarebbero in pericolo di vita, dopo l’accoltellamento avvenuto sabato a bordo di un treno diretto alla stazione di Londra King’s Cross. Il sindaco di Cambridgeshire e Peterborough, Paul Bristow, ha spiegato alla BBC la polizia antiterrorismo è sul posto e sta fornendo consulenza alla Polizia dei Trasporti britannica.

Il sindaco ha inoltre elogiato il lavoro dei servizi di emergenza, dei soccorritori e delle forze dell’ordine, affermando che il personale del treno “ha risposto in modo straordinario” fermando il treno alla stazione di Huntingdon. I servizi antiterrorismo sono intervenuti per assistere nelle indagini della terribile aggressione, per la quale sono state arrestate due persone. Domenica mattina, tuttavia, non sono state diffuse informazioni sulle loro identità o sulle ragioni che potrebbero aver portato alle scene orribili descritte dai testimoni sul treno.

Dario Argento inaugura a L.A. la rassegna dedicata a Carlo Rambaldi

Roma, 2 nov. (askanews) – Grande successo per l’inaugurazione Los Angeles della rassegna “The Man Who Made Creatures: Special Effects Wizard Carlo Rambaldi”, che si è aperta sabato all’Academy Museum of Motion Pictures con il sold out.

Ospitata dal Museo e promossa dalla DGCA del Ministero della Cultura e Cinecittà per celebrare il genio italiano degli effetti speciali, la retrospettiva propone 13 film fino al 30 novembre, tra cui alcune versioni in pellicola 35mm e restauri: un onore riservato ai più grandi del cinema globale.

Una standing ovation ha accolto Dario Argento che ha introdotto il suo “Profondo rosso”, in versione restaurata in 4K da Cinecittà, chiacchierando con Howard Berger, make-up artist premio Oscar specializzato in prostetici, animatronica e creature.

Il maestro dell’horror ha ricordato Rambaldi, l’artigiano che con le sue creazioni ha vinto tre volte premio Oscar e di cui quest’anno cade il centenario della nascita, attraverso aneddoti e spassosi racconti personali: su tutti quello in cui la polizia, in un controllo di routine, fermò la macchina della moglie e collaboratrice del creatore di effetti speciali, Bruna, rimanendo a bocca aperta davanti a un bagagliaio ricolmo di mummie.

Davanti alla gremita platea del Museo Antonio Saccone, presidente di Cinecittà ha dichiarato: “In un tempo in cui si guarda solo al proprio ombelico Cinecittà guarda oltre, costruisce ponti e sinergie internazionali come questa con l’Academy Museum of Motion Pictures che dopo le rassegne dedicate a Pasolini, Morricone e Sophia Loren segna la quarta importante collaborazione grazie alla retrospettiva Rambaldi e al lavoro svolto da Camilla Cormanni che in questi anni, con lungimiranza, ha saputo costruire un rapporto proficuo con l’Academy. Oltre alle sue creazioni Rambaldi ci ha lasciato un messaggio di straordinaria attualità: L’intelligenza artificiale né i computer più potenti potranno mai sostituirsi alla grande magia del cinema. Con le macchine si può creare tutto, si possono realizzare incredibili effetti speciali, ma non si può creare la fantasia”.

Calcio, Serie A. La Roma questa sera per il sorpasso

Roma, 2 nov. (askanews) – Questi i risultati e la classifica di serie A dopo Udinese-Atalanta 1-0, Napoli-Como 0-0, Cremonese-Juventus 1-2

Decima giornata: Udinese-Atalanta 1-0, Napoli-Como 0-0, Cremonese-Juventus 1-2, domenica 2 novembre ore 12.30 Verona-Inter, ore 15 Fiorentina-Lecce, Torino-Pisa, ore 18 Parma-Bologna, ore 20.45 Milan-Roma, lunedì 3 novembre ore 18.30 Sassuolo-Genoa, ore 20.45 Lazio-Cagliari.

Classifica: Napoli 22, Roma 21, Inter, Milan, Juventus 18, Como 17, Bologna, Udinese 15, Cremonese 14, Sassuolo, Atalanta 13, Lazio, Torino 12, Cagliari 9, Parma 7, Lecce 6, Pisa, Verona 5, Fiorentina 4, Genoa 3

Undicesima giornata: venerdì 7 novembre ore 20.45 Pisa-Cremonese, sabato 8 novembre ore 15 Como-Cagliari, Lecce-Verona, ore 18 Juventus-Torino, ore 20.45 Parma-Milan, domenica 9 novembre ore 12.30 Atalanta-Sassuolo, ore 15 Genoa-Fiorentina, Bologna-Napoli, ore 18 Roma-Udinese, ore 20.45 Inter-Lazio.

Il capitalismo dell’AI divorerà la democrazia? Cosa c’insegna un romanzo di Singer.

I fratelli Ashkenazi è una grande saga familiare e un romanzo storico ambientato a Łódź, in Polonia, dalla metà dell’Ottocento fino al termine della Prima guerra mondiale. Il romanzo si concentra sulla comunità ebraica e sull’industria tessile. L’autore è Israel Joshua Singer, fratello maggiore del premio Nobel Isaac Bashevis Singer.

Ascesa e caduta della famiglia Ashkenazi

La trama segue la vita di due cugini cresciuti come fratelli: Simcha Meyer, astuto, pragmatico e avido, e Yankel, idealista, studioso e comunicatore. Attraverso le loro vicende, il romanzo descrive l’ascesa e la caduta della famiglia Ashkenazi, sullo sfondo del tumultuoso contesto della Rivoluzione industriale in Polonia: i conflitti di classe, le lotte operaie nelle fabbriche tessili, l’emergere del comunismo e il progressivo allontanamento dei giovani dalla tradizione ebraica dei padri.

Inevitabilità del progresso tecnologico

Tralasciando gli aspetti più strettamente legati alle vicende familiari, la parte che più ci interessa è quella legata alle lezioni industriali che il romanzo ci propone, e cioè l’inevitabilità del progresso tecnologico. La meccanizzazione dei telai — in termini di velocità, volume di produzione e costi — grazie alle nuove macchine a vapore, surclassa i metodi artigianali e i vecchi telai a mano, costringendo i lavoratori ad adattarsi rapidamente al cambiamento. Tuttavia, questa trasformazione genera un’enorme massa di proletariato urbano e una nuova classe di capitalisti industriali, con conseguenti disparità sociali, sfruttamento e rivolte operaie.

La ricchezza prodotta dall’innovazione, infatti, non viene equamente distribuita: il capitale si concentra nelle mani di pochi imprenditori dotati delle risorse necessarie per sostenere gli ingenti investimenti richiesti dai nuovi macchinari.

La storia, come è noto, non si ripete, ma possiamo individuare significative analogie con ciò che sta accadendo oggi con l’intelligenza artificiale, definita la Quarta Rivoluzione industriale.

Dai telai al digitale

Fra le similitudini più evidenti vi è la sostituzione delle abilità lavorative: nel caso dei telai furono soppresse le competenze manuali, e il lavoro complesso dell’artigiano venne scomposto in sequenze piccole e ripetitive, eseguibili da operai meno qualificati o direttamente dalle macchine.

Allo stesso modo, con l’AI si stanno progressivamente sostituendo le abilità cognitive: l’intelligenza artificiale è già in grado di svolgere compiti di analisi, programmazione e calcolo in modo più veloce ed efficiente degli esseri umani.

Il rischio della concentrazione del potere

Come per i telai, anche in questo caso emergono i timori di una disoccupazione tecnologica e la paura, da parte di molti lavoratori, di essere sostituiti. A un aumento esponenziale della produttività deve corrispondere la capacità di riqualificare la forza lavoro e di trasmettere nuove competenze, per evitare l’emarginazione dal sistema economico.

Il rischio, oggi più accentuato che in passato, è la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di poche aziende (e persone) che sviluppano e controllano l’infrastruttura dell’AI, accentuando le disuguaglianze economiche e la polarizzazione del mercato del lavoro, con possibili conseguenze sociali e politiche che potrebbero condurre a una riorganizzazione sempre meno democratica della società.

Il compito della politica

La risposta a queste sfide non può che trovarsi nelle mani della politica, che tuttavia, fino a oggi, ha ampiamente trascurato la portata del cambiamento in atto. Senza una visione e un progetto capaci di riconoscere le nuove tecnologie, ma anche di controllarne gli effetti in termini di redistribuzione sociale e di limitazione del potere delle grandi corporation, i governi rischiano di ridursi al ruolo di comparse in uno scenario dominato da attori che non si accontenteranno di possedere il potere economico, ma tenteranno di estenderlo all’intera società, arrivando persino a regolare i comportamenti individuali.

Nordio, Ponte di Messina e Lo cunto de li cunti

Da decenni in Italia ci si imbatte su questioni di giustizia. La questione è una domanda che va posta e di cui si attende con pazienza una risposta da non poco tempo.

Il Paese e le questioni di giustizia

Ci sono questioni di ogni ordine e tipo. Il punto non è proprio una questione di lana caprina ed ha avuto a monte mille questioni pregiudiziali. In campo potrebbero mettersi altri motivi di questione come quella di fiducia tra le istituzioni, d’onore della magistratura, sociale per la tutela delle ragioni del popolo, di principio per uno scontro inammissibile tra poteri istituzionali, morale e di principio per la parte che si sente ingiustamente attaccata dall’altra mettendo in discussione trasparenza e imparzialità. Infine potrebbe chiamarsi in appello una questione di filling che da tempo non coniuga in positivo politica e magistratura. Alla fine, tragicamente, si dovrà attendere l’esito di un referendum confermativo per sapere se la riforma Nordio, appena approvata anche in Senato, avrà corso o meno.

 

La palla al referendum confermativo

Sembra che nella storia della nostra Repubblica, degli 83 referendum nazionali, solo due di essi sono stati confermativi in tema di riforma elettorale e quella di riforma costituzionale di D’Alema. La richiesta di questo referendum può essere avanzata da 1/5 dei membri del Parlamento, da 500.000 elettori o da 5 Consigli regionali. Senza cadere nel tecnicismo, i numeri della approvazione della legge Nordio dicono che non ce ne sono stati a sufficienza perché possa entrare in vigore subito e così il ricorso al referendum per via parlamentare.

 

Il ponte di Messina e la Corte dei Conti

Su un fronte parallelo il ponte di Messina costituisce uno dei passaggi chiave per il governo, il transito per dichiarare una delle vittorie in programma. La Corte dei Conti ha eccepito dei rilievi e l’iniziale reazione del Governo è stata inviperita per poi sfumare i toni immaginando forse una più lenta cottura a vapore della faccenda. Nella lingua spagnola “cortar” sta per tagliare e Salvini teme appunto che una sorta di corte marziale voglia tagliare, fare a pezzi il progetto di una realizzazione che porterebbe per sempre la sua egida. In questo modo non sarebbe più la bella storia d’amore rappresentata nei Ponti di Madison County ma ponti tibetani di non agevole percorrenza.

 

Lo cunto de li cunti

La Corte ha detto la sua e non è stata proprio una bella favola raccontata alla Meloni e Salvini. A proposito di storie ci sono quelle del Pentamerone de “Lo cunto de li cunti” che è una raccolta di fiabe scritte da tal Antonio Basile che si anagrammava originalmente come Gian Alesio Abbattutis.

Le osservazioni della magistratura contabile si sono appunto abbattute rovinando un momento di euforia per il successo di Nordio in Parlamento. La penna dell’autore napoletano, dalle parti del 1600, ci dice della principessa Zoza, ( “schifezza” per chi non fosse pratico di quel dialetto), che non riesce più a ridere. Le riesce solo un giornoquando vede una vecchia inciampare a terra. Questa si vendicherà con un incantesimo per cuiZoza potrà sposarsi con il principe Tadeo solo se riuscirà a riempire con le lacrime ben tre anfore, così resuscitandolo da un sonno pari a morte apparente. Può darsi che anche Salvini riuscirà nei suoi intenti dopo sforzi e patimenti che gli riporteranno gioia e felicità.

Due racconti evocativi di Basile

Secoli dopo Benedetto Croce rimise le mani sul lavoro di Basile assegnandogli una dignità ed un calibro di tutto rispetto. Può darsi che in futuro che l’eventuale Ponte di Messina, passato per le maglie strette di leggi e provvedimenti, potrà essere valutato con la qualificazione e l’obiettività che merita.

Tra i racconti del Pentamerone di Basile ce ne sono un paio dal titolo evocativo, “Il catenaccio” e “La Superbia castigata”. L’opposizione ha fatto e farà del catenaccio per far saltare il progetto di giustizia disegnata dal Governo e può darsi che la superbia in mano agli uno o agli altri verrà castigata. Tra Marzo ed Aprile del prossimo anno ne sapremo qualcosa di più.

Mario Draghi, l’uomo e l’economista

Si racconta che una delle massime preferite di Mario Draghi sia attribuita a John Maynard Keynes: «Quando i fatti cambiano, io cambio opinione. E lei, Sir?». Da questa premessa prende spunto il volume della giovane giornalista, Cristina La Bella, “Mario Draghi. La speranza non è una strategia” (Santelli Editore). Non una biografia ufficiale, ma un viaggio attraverso le tappe fondamentali della sua vita. Un tentativo di mostrare l’uomo oltre l’economista, con le sue decisioni, i dubbi, i giudizi contrastanti che hanno accompagnato il suo impegno pubblico.

Gli anni della formazione

Draghi frequenta a Roma il liceo dei Gesuiti e si laurea alla Sapienza nel 1970, sotto la guida esperta di Federico Caffè. La sua tesi di laurea “Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio” è di impostazione Keynesiana, critica del cosiddetto “Piano Werner”, in cui si sottolinea l’importanza dello Stato come regolatore dell’economia, accanto al ruolo del mercato.

Gli anni di insegnamento universitario, in città come Trento e Firenze, lo vedono professore severo, esigente, ma anche capace di introdurre gli studenti al pensiero economico “internazionalista”. La parentesi al MIT di Boston, a contatto con i giganti della disciplina come Franco Modigliani, Robert Solow e Stanley Fischer, lo apre ad una prospettiva globale. È un Draghi diverso da quello che l’opinione pubblica ha conosciuto: giovane docente curioso, aperto al dialogo e al confronto.

L’avventura al Tesoro

La svolta arriva nel 1991 quando Guido Carli, d’intesa con il governatore Ciampi, lo chiama come direttore generale al Ministero del Tesoro. È l’inizio di un decennio decisivo per la politica economica italiana. Draghi guida le privatizzazioni delle grandi aziende pubbliche (IRI, Telecom e altre), scelte “necessarie” secondo i sostenitori, per modernizzare l’economia, errori “imperdonabili” secondo i critici, che parlano apertamente di “svendita del Paese” ai cosiddetti “poteri forti”. Come ricorda l’autrice, nel 1992 sul panfilo Britannia, Draghi tiene un discorso “tecnico e prudente”. Ma quell’episodio diventa il simbolo, per i suoi detrattori, di una resa (incondizionata?) ai poteri finanziari internazionali. Secondo le stime, la vendita di aziende pubbliche, gestita dal comitato di privatizzazione, tra il 1993 e il 2001 ha portato nelle casse dello Stato l’equivalente di circa 102 miliardi di euro.

L’esperienza in Goldman Sachs

Nel 2002, Draghi torna per un breve periodo a insegnare ad Harvard, prima di essere nominato vicepresidente europeo di Goldman Sachs. La decisione alimenta un pregiudizio che lo accompagnerà a lungo: essere un uomo legato (a doppio filo?) agli interessi delle grandi banche internazionali. Il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, non esita a definirlo un “vile affarista”. In realtà la permanenza di Draghi in Goldman Sachs dura solo tre anni, prima del ritorno in Italia. È uno dei nodi etici che il volume affronta: come pesare l’esperienza in un colosso finanziario globale rispetto al successivo ruolo di garante dell’interesse pubblico?

La Banca d’Italia

Nel 2005, dopo il “caso Fazio”, Draghi viene nominato governatore della Banca d’Italia. È un’istituzione ferita, bisognosa di riconquistare fiducia. Il neo governatore si muove con risolutezza: rafforza i controlli, impone regole più severe sulla vigilanza bancaria, restituisce sobrietà all’istituzione. Ai dipendenti di Bankitalia, fa recapitare una lettera in cui invita a ritrovare l’orgoglio perduto. La Banca d’Italia, scrive Draghi ai dipendenti, «ha le risorse necessarie per affermare la propria autorevolezza nella formazione della politica monetaria europea e per meritare quel prestigio internazionale che la sua storia le ascrive». In quella stessa missiva, raccomanda ai suoi collaboratori di «avere il coraggio di cambiare». Ecco, «coraggio» è una delle parole più ricorrenti nel libro. Lo stesso Draghi, come ricorda l’autrice, ha un aneddoto al riguardo: «A cavallo tra le due guerre, in Germania, mio padre vide un’iscrizione su un monumento. C’era scritto: se hai perso il denaro non hai perso niente, perché con un buon affare lo puoi recuperare; se hai perso l’onore, hai perso molto, ma con un atto eroico lo potrai riavere; ma se hai perso il coraggio, hai perso tutto».

La BCE e il “Whatever it takes”

Il 2011 lo porta alla guida della Banca centrale europea. È il momento più drammatico per l’Eurozona: la crisi greca, lo spread italiano alle stelle, i mercati che scommettono apertamente contro la moneta unica. Il 26 luglio 2012, a Londra, pronuncia parole che diventano storia: “noi ci impegniamo a difendere l’Euro a qualunque costo”. Whatever it takes.  Tale politica si concretizza nell’adozione di tassi d’interesse bassi o negativi e, superata la crisi dell’Euro, anche nell’utilizzo del “quantitative easing” cioè l’acquisto di titoli pubblici sovrani da parte della BCE, per agevolare la ripresa nell’Eurozona. Anche in questo caso, non mancano critiche: l’allora presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, accusa il governatore di spingersi oltre il mandato; nei Paesi sotto tutela della BCE, infatti, l’austerità imposta in cambio della stabilità monetaria lascia in eredità cicatrici profonde.

L’avventura a Palazzo Chigi

Nel febbraio 2021, in piena pandemia, il presidente Mattarella lo chiama a guidare un governo di unità nazionale. Draghi consegna al Paese un PNRR credibile, sostanzialmente riscritto rispetto al Recovery plan proposto dall’esecutivo Conte II. Sul piano internazionale, Draghi prende una posizione netta contro l’invasione russa dell’Ucraina, schierandosi con decisione al fianco di UE e Stati Uniti. Ancora una volta, il suo stile è quello del tecnico prestato alla politica: sobrio, diretto, privo di concessioni alla propaganda. Ma anche qui le critiche non tardano ad arrivare: c’è chi lo accusa di eccessiva fedeltà a Bruxelles, chi di fare gli interessi dell’America di Biden, chi di aver ignorato le fratture sociali interne.

Il “rapporto Draghi” e il futuro

Oggi, Mario Draghi è ancora al centro della scena politica europea. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, gli ha affidato la redazione di un rapporto sulla competitività dell’Unione. Anche qui riemerge il “doppio registro” che attraversa tutta la sua biografia: da un lato il tecnico che si muove con autorevolezza, dall’altro l’outsider che deve misurarsi con scelte cariche di conseguenze politiche e sociali.

Il “rapporto Draghi” individua tre priorità decisive per il futuro dell’UE: innovazione tecnologica, decarbonizzazione e sicurezza economica. Il sentiero indicato è un percorso che «infrangerà tabù di lunga data. Ma il resto del mondo ha già infranto i propri. Per la sopravvivenza dell’Europa, dobbiamo fare ciò che non è mai stato fatto prima e rifiutarci di lasciarci frenare da limiti autoimposti», come ha dichiarato l’ex presidente della Bce in sede di presentazione del Rapporto. In quella stessa occasione, Draghi ha sottolineato come «l’Europa si trovi oggi in una situazione più difficile», con un modello di crescita che «si sta dissolvendo» e «vulnerabilità in aumento». La sua conclusione è netta: «L’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra stessa sovranità». E la visione di Draghi, a giudizio di chi scrive, convince per credibilità e autorevolezza.

 

Per saperne di più

Cristina La Bella, giornalista pubblicista, originaria di Frosinone, è laureata alla Sapienza di Roma in Lettere e Filologia Moderna. Il libro “Mario Draghi: la speranza non è una strategia. Biografia dell’uomo e dell’economista”, Agorà Santelli, 2025, è la sua opera prima.

Cleopatra, blandisce la Curia, ma poi si infuria per colpa dei Iudices: resisterà fino a marzo?

Primo atto: il ritorno in Curia

La regina Cleopatra, gira che gira per il mondo, alla fine tornata in Curia. I senatori, avvertiti da Cesare di non far mancare il numero, si sono disciplinatamente presentati. E sono stati ad ascoltare. E pure Cesare, celato sotto un’ampia toga, si è messo sul loggione, in alto tra la plebe. Qualcuno se ne accorge e lesto va dalla regina a riferire: “Regina, c’è Cesare lassù, in alto all’ultimo piano della Curia”. Lei non alza lo sguardo, si scurisce un attimo in volto, solo un attimo, e attacca il discorso tutto d’un fiato. In tutto il tempo di due clessidre non alzerà mai lo sguardo dai quattro fogli del suo discorso.

Cleopatra snocciola numeri positivi e successi duraturi, tutti quanti fatti in questi tre anni che sta girando per il mondo – urbis et orbis come un pontifex – in nome e per conto di Cesare e del popolo romano.

Successi proclamati e veleni di palazzo

La Regina Cleopatra canta le meraviglie di quanto è riuscita a portare in termini di immagine presso gli alleati federati del continente europeo e nel mondo tutto, e mentre parla si toglie i sassolini dalle scarpe su chi pensava che lei, la divina regina d’Egitto, non fosse all’altezza del compito.

Le dame romane – che si sa, hanno la lingua intrisa nel veleno – si tolgono lo sfizio con un commento di Valeria, nipote di Giulia: “Mah! Non era quella in seconda fila nella foto di gruppo in Egitto?”

Sulla questione dei Filistei poco fuori dai confini del regno suo, Cleopatra punta tutto su coordinare la ricostruzione post guerra anche in senso militare, forte del sostegno dell’uomo al di là del grande mare. Quanto alla guerra ad Est propone la pace condivisa tra i federati, senza soldati, ma solo per la ricostruzione.

“Pare la regina del mattone” – ironizza un plebeo. “D’altro canto con tutte le piramidi che ha costruito, che ti aspettavi?”, risponde un altro. Ma Cesare vede altro. Cleopatra ha la visione lunga di chi pensa di restare saldamente ancora per qualche anno. Critica molto il sistema dei federati ma in chiave del tutto personale, sempre in nome di Cesare però.

Lirruzione dei Iudices

Alcuni Senatori non ci stanno e battagliano. Altri ovviamente plaudono. Altri stanno in silenzio. Cesare esorta: “Aspettiamo la risposta. Ha preso appunti mentre parlavano i senatori”.

Quando arriva il momento della replica, la regina Cleopatra cambia atteggiamento: si muove, guarda i seggi, risponde direttamente a qualcuno dei Senatori, ma ha sempre l’atteggiamento, ormai non più dissimulato, della maestra di mondo e di governo con la penna rossa e blu a spiegare, illustrare, correggere la limitatezza del pensiero altrui. Blandisce qualcuno e stigmatizza qualcun altro. E si toglie sassolini a piè sospinto contro le fazioni politiche che da sempre le sono contro, osteggiandola anche sulle inezie, manifestando di non avere visione complessiva della politica. E partono applausi.

Cesare ha osservato e concluso che troppa sicumera non porta bene. Finché l’alleato che la regina Cleopatra si è portata appresso dall’oceano ha la sua convenienza, la posizione tiene e tutti sono contenti. Nel momento in cui costui trova meglio sganciarsi, l’impero di Cesare è senza rete. E senza sesterzi.

Pochi giorni dopo, mentre tutto sembra avviarsi ad un monotono giorno di governo, ecco che i Iudices, di cui da un po’ di tempo si erano perse le tracce nel dibattito cittadino, sorgono imponenti e prendono tutta la scena.

Il ponte impossibile e la prova di verità

Uno dei luogotenenti della regina Cleopatra molto si è speso per collegare la penisola e l’isola più grande dell’impero romano con un ponte. Ora, si sa che i ponti etruschi a sella d’asino sono indistruttibili; quelli romani un po’ più piatti hanno necessità di manutenzione e lo sanno anche i pueri a Roma che più è grande il tratto di acqua da attraversare più piloni devi mettere nel fondo del mare o del fiume. E la Urbs di Cesare di ponti che scavalcano il dio Tiberis ne conta dodici, tutti ben manutenuti.

Costui invece si è messo in testa di fare un unico balzo da una riva all’altra e ha presentato un progetto che costa una montagna di sesterzi. Cesare e il popolo romano, tavole della lex in mano, chiedono ai Iudices di pronunciarsi. Progetto bocciato. E non perché non ci starebbero i sesterzi, ma perché presentato carente di dati tecnici.

E la Regina Cleopatra insorge, e dietro di lei il suo luogotenente, contro i Iudices. Ora, se fosse successo a Cesare – ed è successo tante volte – che i Iudices bocciassero progetti, Cesare non avrebbe battuto ciglio, ma avrebbe chiamato a sé coloro che hanno presentato il testo e alla romana avrebbe detto e fatto: “Tiè! Uno schiaffone perché mi hai fatto andare dai Iudices a prendere schiaffi in faccia e io sono l’imperatore. Tiè! Il secondo schiaffo è perché scrivi cose che non sai e ti pago pure. Tiè! La pedata sul c.. e te ne vai”.

Dopo di che, il progetto o si ripresentava secondo i crismi di una cosa fatta bene o lo si abbandonava. Ma la Regina Cleopatra è regina per l’appunto, e i Iudices nel regno suo servono per applicare le leggi che fa lei, punire i suoi nemici, ecc… ma mai per contestare il suo operato.

“Vai Calpurnio” – disse Cesare – “porta i miei saluti a Cleopatra, e vedi di ricordarle che nell’impero mio regna, finché son vivo, la democrazia. Ave”.

Ma Calpurnio aveva da poco lasciato il Foro che dalla Curia esplodevano grida di soddisfazione.

“Che festeggiano?” – chiese Cesare. “Hanno approvato la lex della carriera dei Iudices. Mo’ avemo due Iudices, uno per l’accusa e uno per il giudizio”, rispose Flavio Minor che della materia si intendeva.

“E il popolo che vuole?” – si informava Cesare. “Ah, Divo Augusto, vuole essere consultato. Sui Iudices non si fida della legge di Cleopatra. Vuole dire la sua e ha chiesto il referendum”.

“Bene! Ce tocca aspettà”, rispose Cesare con un sorriso sornione.

Epilogo: inverno lungo

La regina Cleopatra nel frattempo si agita, alza la voce e gesticola, rilascia dichiarazioni contro i Iudices rei di aver bocciato “co tanto progetto” immischiandosi così nelle scelte del governo. Freme perché sa che il risultato potrebbe essere incerto per lei. Cesare, se perdesse, finalmente avrebbe un buon grimaldello per licenziarla da Roma e spedirla oltre oceano, dove finalmente potrà scatenarsi con la voglia di comandare, dirigere, emendare, correggere, istruire, ecc…

Lui libero e lei in libertà vigilata.

Ma il vero problema sta qui: come minimo fino alla primavera prossima sono cinque mesi di possibili scontri e baruffe tra la Regina, la Curia, i Iudices, il popolo e il Divo Cesare. Lui lo sa che se la deve tenere in casa, brontolona e corrucciata, perché la cassa dell’impero non trabocca più di sesterzi. Ma meglio a casa che in giro a caccia di guai.

E la nave ammiraglia? D’inverno non si va per mare: la nave sta al porto. Ave.

Riccardo Misasi, mio padre

Quando vive un uomo? Quando decide per cosa morire, a cosa offrire la sua esistenza. “Se il chicco di grano non muore…”. Riccardo Misasi è morto, non venticinque anni fa, bensì il 10 Giugno del 1940, per iniziare a vivere la vita che allora scelse di testimoniare, una vita per la Libertà.
Il tema della Libertà è lo snodo di ogni esistenza; il resto è sopravvivere, che pur detiene il suo contenuto di rilevanza.
Cosenza, 10 Giugno 1940, durante una festa, arrivò la notizia che un comunicato importante sarebbe stato diramato via Radio. Alle ore diciotto venne pronunciata la storica dichiarazione di Guerra alla Gran Bretagna ed alla Francia.
Un’ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili”. Ma ogni decisione irrevocabile ne genera altre.

Tutti i partecipanti a quella riunione esclamarono con grida di giubilo alla vittoria. Erano presenti Antonio Misasi, avvocato, antifascista dichiarato; a Cosenza, allora, se ne contavano cinque. Con lui c’è il figlio Riccardo di otto anni circa. Antonio Misasi aspettò che terminassero i commenti, a quel puntò  pronunciò parole profetiche e disse: “Questa è la fine di Mussolini, perderemo la guerra perché non siamo pronti ad affrontarla e la finiremo a fianco degli Anglo-Francesi, perché non reggeremo l’alleanza con la Germania nazista”! A queste parole tutti si scagliarono contro di lui insultandolo e cercando di aggredirlo fisicamente.

Il piccolo Riccardo riempito di sdegno per questa violenza verbale e fisica, si frappose con il proprio piccolo corpo di bambino per evitare che questa folla inferocita potesse ferire il padre. Confidò poi ad uno dei figli che quel giorno, prese una decisione irrevocabile, disse a se stesso: “Da grande combatterò per la Libertà!.
Sappiamo che non c’è Felicità, fine ultimo dell’uomo, senza Libertà e non c’è Libertà senza coraggio.
Riccardo Misasi bambino ebbe il coraggio di scegliere di vivere per la Libertà. Ciò per cui vivi è in realtà ciò per cui muori. Questo è il senso di ogni martirio, di ogni testimonianza.

Sembrerebbe contradditorio, per un uomo di libertà, considerare le decisioni come irrevocabili. Eppure, ci sono scelte radicali, irrinunciabili; sono le ragioni di Antigone, sono le ragioni dell’Uomo, quelle della coscienza che nessuna moda, nessuna legge, nessuna potenza possono violare. C’è uno spazio interiore nel cuore di ogni uomo, che è il tabernacolo della sua identità, la sua propria libertà. Senza di essa non c’è più l’Uomo bensì lo schiavo.
Riccardo Misasi lascia una Testimonianza di fede nella Libertà coniugata sempre alla moderazione del comprendere e nutrita da una capacità di ascolto dell’altro che ha caratterizzato tutto il suo agire. Sta a noi rendere viva questa sua testimonianza al servizio dell’Uomo per poter essere i “liberi e forti”.

Quel bambino, già politico, ci indica il potenziale valore rivoluzionario dell’essere figli.  Mettersi il padre sulle spalle. Non è quello che ha fatto Gesù? Tutto ciò che possiamo fare è quindi imparare ad essere Figli.

Le parole di Gesù – “Non chiamate nessuno padre, non chiamate nessuno maestro!” – ci indicano che possiamo solo essere figli, siamo tutti solo figli, per questo siamo tutti fratelli.

Essere figlio, dopo Cristo, diventa un titolo paritario e al contempo rivoluzionario perché, traduce la responsabilità del vivere il presente in un’azione coniugatrice e riformatrice, tra l’auctoritas generativa delle culture e della storia con le prospettive del futuribile;  questo, se vogliamo,  è ereditare la Terra, porsi umilmente nel mezzo e a servizio di questo divenire. La sensibilità di Riccardo Misasi si inscrive in questo solco cristico.

È scritto: “I miti erediteranno la terra!”. Questa era la Beatitudine che amava mio padre. Tutto il suo agire nella mitezza e moderazione dei modi gli consentì di poter essere radicale e risoluto nelle scelte essenziali. Democratizzare e al contempo liberalizzare la scuola, cercare di salvare la vita di Aldo Moro contro una rigida  “Ragion di Stato”, diffondere e promuovere la cultura, creare sempre spazi nuovi di libertà e di dialogo, tutte queste cose sono inscritte nella sua scelta di attuare quella promessa.

Guardare al futuro con cuore antico era il suo motto.

Papà, avevi un cuore antico e ci hai insegnato a custodirlo sperando  sempre in un futuro migliore. Ho solo una parola che porterò sempre con me, fin a quando ci rivedremo e te la riconsegnerò perché è tua: Grazie.

La lunga storia del Ponte sullo Stretto

Era uno dei sogni del Cavaliere, diventato uno dei progetti sui quali il ministro Salvini sta esercitandosi in un doppio salto mortale. il primo, rispetto alla storia e alla tradizione politica del suo partito, già difensore con il Senatur delle ragioni del Nord contro i “ terroni” del Sud; il secondo, con la permanente realtà di una fortissima opposizione, per ragioni diverse e trasversali a questo progetto

Non vorrei entrare sulla disputa sull’opportunità o meno del ponte sullo stretto, capace di garantire un più forte collegamento tra la nostra amata Sicilia al resto del continente, ritenendo che, garantite le condizioni di fattibilità e la sostenibilità ambientale e finanziaria dell’opera, non credo si dovrebbero opporre pregiudiziali di tipo ideologico.

 

Reazioni sbagliate da parte del governo

Ciò che trovo, invece, del tutto inappropriate sono le modalità con cui il ministro dei trasporti e il capo del governo hanno reagito allo stop deciso dalla Corte dei conti al progetto.

Ho scritto a caldo che, dopo la bocciatura decisa dalla Corte dei conti, il governo Meloni ha  annunciato un progetto di riforma che è sembrato ispirato dalla volontà di ritorsione contro le magistrature, proprio nel giorno in cui il Parlamento stava approvando il progetto di separazione delle carriere. Una reazione quella della Meloni e di Salvini che evidenzia una incomprensibile confusione tra magistratura ordinaria e magistratura contabile, considerando che la Corte dei conti è un organo di rilievo costituzionale, con funzioni di controllo e giurisdizionali, previsto dagli articoli 100 e 103 della Costituzione italiana, che la ricomprende tra gli organi ausiliari del Governo.

Un governo che contesta le decisioni di un organo di rilievo costituzionale, ausiliario del governo stesso, non è avvenimento frequente nella storia repubblicana, ma, in questo caso, è prevalsa una reazione dell’esecutivo oggettivamente rabbiosa, che ha attivato immediatamente un serrato confronto politico.

Da un lato, quelli che, dal tempo del Cavaliere, accusano la magistratura (in questo caso le magistrature) di invadenza impropria sull’azione del governo; dall’altro, quelli che sono preoccupati per questo che appare un altro tentativo di  destabilizzazione dell’equilibrio dei poteri su cui si basa la nostra Repubblica.

La Corte dei conti è stata al merito della questione

Venendo al merito, a me pare, che la Corte dei conti si sia limitata a esaminare procedure e costi, come rientra nel suo compito istituzionale. Dai dubbi sulla delibera con cui il comitato interministeriale Cipess aveva dato il via libera al progetto alla richiesta di chiarimenti ed elementi informativi su quella delibera. «Risulterebbe non compiutamente assolto l’onere di motivazione – scriveva la Corte – difettando, a sostegno delle determinazioni Cipess, anche in relazione a snodi cruciali dell’iter procedimentale, una puntuale valutazione degli esiti istruttori». Sui costi, la Corte incalzava sul «disallineamento tra l’importo asseverato dalla società Kpmg» il 25 luglio scorso – quantificato in 10 miliardi e 481 milioni – e quello di 10,508 miliardi «attestato nel quadro economico approvato il 6 agosto» per un’opera il cui costo finale dovrebbe arrivare a 13,5 miliardi. Cioè quasi 3 volte tanto quei 4,6 miliardi previsti nel contratto originale del 2006 con Eurolink, consorzio incaricato della costruzione, quando la normativa Ue stabilisce che se i costi di un’opera aumentano di oltre il 50% bisogna indire una nuova gara d’appalto. Dito puntato anche su aspetti tecnici come le stime di traffico, in relazione «al piano tariffario di cui allo studio redatto dalla TPlan Consulting». Infine, tra gli aspetti procedurali si metteva in evidenza anche che, «con riferimento alla fase progettuale, non risulta in atti il parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici (voto 220 del 1997)»

Rilievi importanti

Insomma, rilievi assolutamente importanti che il governo, dopo la sfuriata iniziale, si è immediatamente impegnato a chiarire con risposte precise sui diversi punti rilevati. Dall’”andare avanti comunque”, si è passati, così, al più prudente manzoniano:” adelante con juicio”, tenendo anche presente le gravi responsabilità cui ministro e governo andrebbero incontro, nella malaugurata ipotesi, che la Corte bocciasse in via definitiva il progetto. Le spese sino ad ora sostenute, infatti, sarebbero, in quel caso, del tutto illegittime, e gli organi di governo responsabili potrebbero essere chiamati a rispondere del danno erariale causato. Così, almeno, secondo lo Stato di diritto vigente in Italia.

Il tramonto dell’unità sindacale

Verrebbe quasi da dire che c’era un tempo l’unità sindacale. Ovvero, l’unità tra le grandi confederazioni del sindacato italiano: la Cgil, la Cisl e la Uil.

Certo, tutti conosciamo – e lo si dice senza alcuna polemica – il profilo e la personalità di alcuni grandi leader del sindacalismo del nostro Paese del passato rispetto a quelli contemporanei: da Franco Marini a Luciano Lama, da Giorgio Benvenuto a Pierre Carniti, da Bruno Trentin a Pietro Larizza e molti altri.

Ma non è sul profilo dei vari leader sindacali che si deve richiamare l’attenzione. Semmai, la riflessione va concentrata sulle ragioni che hanno portato al superamento, se non addirittura all’archiviazione, della storica unità sindacale.

Le cause della frattura

La ragione fondamentale consiste nella progressiva trasformazione del ruolo, della mission e della funzione di alcune organizzazioni sindacali – nello specifico, della Cgil.

È un fatto oggettivo che lo storico e glorioso “sindacato rosso” sia diventato, a tutti gli effetti, un vero e proprio attore politico.

Fa parte organica del cosiddetto campo largo, cioè della coalizione di sinistra e progressista; partecipa attivamente e quotidianamente al dibattito su tutti i temi che sono in cima all’agenda politica del Paese; organizza manifestazioni e scioperi che prescindono radicalmente dagli interessi concreti e immediati dei lavoratori – che dovrebbero essere, comunque la si pensi, gli interlocutori privilegiati di un’organizzazione sindacale – e, infine, attacca sistematicamente un governo che ritiene un avversario sociale e un nemico politico e ideologico.

Il modello alternativo della Cisl

A fronte di questo comportamento politico, c’è un’altra organizzazione – la Cisl – che interpreta il ruolo del sindacato in modo diametralmente alternativo.

Resta fedele alle radici storiche di un sindacato che punta al merito delle questioni sul tavolo; che non coltiva pregiudiziali politiche o ideologiche nei confronti del governo di turno; che fa della contrattazione locale e nazionale la propria ragion d’essere; che non è organicamente legato a nessun partito o coalizione; che non partecipa alla costruzione di un’alternativa politica a un governo considerato nemico di classe e che, infine, lavora concretamente per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e dei ceti popolari.

Insomma, l’esatto contrario di ciò che fa, ormai da molti anni, la Cgil a guida Landini.

La posizione della Uil

La Uil, infine, dopo aver assecondato per molto tempo la strategia politica e “frontista” della Cgil di Landini, ultimamente ha ripreso a declinare un ruolo più tradizionale: quello di un sindacato che concentra l’attenzione sui principali problemi al centro del confronto tra le parti sociali e il governo.

Cercando sempre, come ricordava l’indimenticabile Franco Marini, “di chiudere i contratti” e non soltanto “di evocarli”.

Lunità sindacale come valore da ritrovare

Ecco perché, senza alcuna pregiudiziale o forzatura, è evidente che l’unità sindacale – sempre auspicabile e necessaria – non è semplice da ricostruire, in un clima che registra una distanza quasi siderale tra le varie concezioni del ruolo e della mission del sindacato nella società contemporanea.

Purtroppo, l’assenza di una vera e convinta unità sindacale è anche all’origine di una crisi della qualità della democrazia, come ricordava spesso proprio un grande leader politico e sindacale, Carlo Donat-Cattin.

Un’unità che, comunque sia, va coltivata e sempre ricercata. Anche al di là di ciò che pensano i singoli leader e capi sindacali del momento.

Sudan, un orrore che non si vuole guardare

La conquista, dopo diciotto mesi di assedio, della città di al-Fashir – capoluogo del Darfur settentrionale – da parte delle Rapid Support Forces (RSF) del generale ribelle Mohammed Dagalo, detto Hemetti, può imprimere una svolta decisiva al sanguinoso conflitto sudanese.

La determinazione e la ferocia con le quali le milizie hanno condotto la loro offensiva si erano già palesate con nettezza lo scorso aprile, quando occuparono il gigantesco campo rifugiati Zamzam (mezzo milione di esseri umani) nel sud della città, ove uccisero oltre duemila persone. Terrorizzate, molte altre fuggirono dal campo e ripiegarono entro le mura della città, andando così a intrappolarsi, perché da al-Fashir non si poteva uscire.

Verso una nuova divisione del Paese

Dopo l’insediamento di un governo parallelo a Nyala, nel sud del Paese, e ora – dopo la capitolazione dell’ultima città del Darfur ancora controllata dal governo centrale – si può dire che la regione occidentale, da nord a sud, è controllata da Hemetti, mentre quella orientale resta sotto il governo insediato a Port Sudan.

Potrebbe essere il preludio di una nuova divisione del Paese, dopo quella avvenuta con la nascita, nel 2011, del Sud Sudan. A questo punto forse auspicabile, a fronte di due anni e mezzo di guerra civile devastante per le popolazioni coinvolte. Ma non così facile da immaginare, anche solo in considerazione del recente fallimento del tentativo di mediazione per un cessate-il-fuoco condotto a Washington da Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto.

 

Lavanzata di Hemetti

Vi è anzi la possibilità che Hemetti, sull’abbrivio del successo ottenuto nel Darfur, possa puntare alla conquista dell’intero Sudan.

L’agenzia Reuters ha riportato le parole non equivoche del vice comandante delle RSF, Abdelrahim Dagalo:

“La nostra liberazione di al-Fashir è la liberazione del Sudan, la strada per Port Sudan. Stiamo arrivando e arriveremo pesantemente.”

La situazione quindi resta aperta e ogni evoluzione è possibile. Molto dipenderà anche da quanto ulteriore supporto riceveranno i contendenti dai loro sostenitori esterni: in primo luogo l’Egitto per la Sudanese Armed Force (SAF) del generale al-Burhan e gli Emirati Arabi Uniti per la RSF.

La tragedia umanitaria

Fin qui le notizie militari e politiche. Ma le più gravi, tragiche e raccapriccianti riguardano i massacri che continuano a registrarsi sul terreno.

Quella del Sudan è, secondo le Nazioni Unite, la più grande crisi umanitaria del secolo. Ma da noi, a esclusione della stampa specializzata, si continua a non parlarne.

Dentro al-Fashir, la popolazione – originariamente di un milione di abitanti – è rimasta intrappolata per un anno e mezzo, e la conclusione dell’assedio si è tramutata in un autentico bagno di sangue.

Secondo lo Humanitarian Research Lab dell’Università di Yale, oltre duemila civili disarmati sono stati uccisi, con un livello di violenza paragonabile alle prime 24 ore del genocidio in Ruanda del 1994.

Secondo osservatori internazionali contattati dall’Associated Press, la conquista di al-Fashir ricalca nei metodi quella di Geneina, capitale del Darfur occidentale, dove nel 2023 vennero uccisi 15.000 civili.

Lorrore negli ospedali

Riprese video mostrano – ancora secondo il Guardian – “dozzine di uomini disarmati colpiti e giacenti a terra esanimi, circondati da combattenti delle RSF”.

Altri video, seppur non verificati da fonti indipendenti, mostrano decine di corpi sparsi accanto a veicoli incendiati.

Le RSF hanno altresì ammazzato medici, infermieri, pazienti e familiari presenti nell’ospedale della città.

Secondo il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Ghebreyesus, “più di 460 persone sono state uccise nel reparto maternità del medesimo ospedale”.

In un post su Facebook, il Sudan Doctors Network, un gruppo di medici che monitora per quanto possibile gli eventi della guerra civile, ha denunciato: “Le RSF hanno ucciso a sangue freddo chiunque incontrassero dentro l’ospedale”.

Pulizia etnica e barbarie

Omicidi, violenze e stupri sono stati prevalentemente rivolti contro persone di etnia non araba, il che conferma la matrice delle RSF: discendono dalle milizie arabe Janjaweed, che durante il regime del dittatore Omar al-Bashir, agli inizi del secolo, si macchiarono di crimini esprimenti una volontà di “pulizia etnica” nei confronti delle popolazioni non arabe residenti nel Darfur.

Un orrore che pare senza fine.

Marocco in festa per ok Consiglio sicurezza piano Sahara occid.

Es-Smara, 31 ott. (askanews) – Il Marocco è in festa per il risultato della votazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) che doveva decidere se rinnovare o meno il mandato della Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara occidentale (MINURSO). Su iniziativa degli Stati Uniti di Donald Trump, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha dato venerdì il suo sostegno al piano marocchino di autonomia del Sahara occidentale considerato essere la soluzione “più fattibile” per il territorio contestato, nonostante l’opposizione dell’Algeria.

La risoluzione adottata con 11 voti a favore, nessuno contro e 3 astensioni – l’Algeria ha rifiutato di partecipare al voto – ritiene che il piano di Rabat del 2007, un’autonomia sotto la sovranità marocchina, “potrebbe rappresentare la soluzione più fattibile” e quindi essere “la base” di futuri negoziati per risolvere questo conflitto vecchio di 50 anni. Nel Sahara Occidentale era tutto pronto per l’annuncio: tra luminarie, festoni, bandiere e ovunque foto del re Mohammed si è vissuta col fiato sospeso la decisione dal Palazzo di Vetro.

Anche nelle altre città del Marocco si sono sentiti clacson in festa con bandiere sventolate ovunque.

La votazione del Consiglio di Sicurezza Onu arriva alla vigilia dell’anniversario della Marcia verde del Marocco. Si tratta di un evento cruciale nella storia del paese magrebino che ebbe luogo nel novembre 1975 quando circa 350.000 marocchini disarmati, rispondendo all’appello del re Hassan II, marciarono nel territorio del Sahara occidentale, allora sotto il controllo spagnolo, per affermare la sovranità del Marocco. Nonostante la sua natura pacifica, la marcia verde portò la questione del Sahara Occidentale all’attenzione mondiale. Dopo anni di sconti si arrivò a un cessate il fuoco nel 1991, su cui da allora vigilano appunto i Caschi blu delle Nazioni Unite.

Il Marocco da anni si sta muovendo sia sul fronte diplomatico che su quello economico per esercitare tutta la sua influenza sul territorio, come dimostra l’importante convegno che si è tenuto a Es-Smara nel cuore del Sahara Occidentale. Durante i lavori si è parlato di ingiustizie storiche subite dai popoli africani e dalle loro diaspore, come la colonizzazione, la tratta degli schiavi e l’espropriazione delle risorse, continuano a causare danni sociali, economici e culturali. Ministri di numerosi Stati africani, parlamentari, accademici e leader della società civile hanno riflettuto sulle ferite lasciate dall’eredità coloniale in una prospettiva che guarda alla giustizia riparativa come a un approccio morale, legale e diplomatico fondamentale per il futuro del continente. Sono stati firmati accorti economici e di scambio culturale bilaterali e multilaterali.

Un lungo lavoro diplomatico che ha portato la svolta attesa da Rabat. (di Alessandra Velluto)

Campari, Procura di Monza sequestra 1,2 mld alla holding Lagfin

Milano, 31 ott. (askanews) – I finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Milano, su disposizione della Procura di Monza, hanno dato esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip del capoluogo brianzolo per un valore di oltre 1,2 miliardi di euro nei confronti della holding di diritto lussemburghese Lagfin Sca, per il reato di “dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici” e per “responsabilità amministrativa delle persone giuridiche”.

In una nota, la Procura spiega che l’indagine, sviluppata dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Milano, ha preso avvio da una verifica fiscale nei confronti della predetta holding la quale, a seguito di un’operazione straordinaria di “fusione per incorporazione”, ha assorbito la propria controllata italiana, detentrice del pacchetto azionario di maggioranza di Davide Campari Milano. Gli approfondimenti “hanno permesso di constatare che, all’atto della fusione, non sono state dichiarate le plusvalenze dal cosidetto ‘exit tax’ per oltre 5,3 miliardi di euro maturate in capo alla società italiana oggetto di incorporazione e non tassate al momento della loro fuoriuscita dal territorio nazionale come previsto dalla normativa fiscale”.

In particolare, il gruppo societario, attraverso una serie di complesse operazioni, ha solo formalmente trasferito gli asset detenuti dalla società italiana a una branch domestica neo costituita, mentre le gestione effettiva del ramo d’azienda finanziario veniva esercitata a livello di casa madre estera. Il sequestro è stato integralmente eseguito attraverso l’apposizione del vincolo sulle “azioni ordinarie” della società partecipata dalla holding lussemburghese, fino a concorrenza dell’importo disposto nel decreto, corrispondente all’imposta non versata all’atto del trasferimento all’estero della società incorporata.

Separazione carriere, Conte: riforma pro-politici, è tornata la casta

Roma, 31 ott. (askanews) – “Il Governo dovrebbe preoccuparsi degli stipendi reali degli italiani e di tagliare le tasse .E invece si dedica a tutt’altro: alla riforma della giustizia che però serve solo a salvare i politici. La realtà è che stiamo ritornando ai tempi della casta. Ai cittadini servirebbe semmai una giustizia pi rapida ed efficiente. Ma nella riforma approvata dal Parlamento non c’è nulla di tutto questo”. Lo ha affermato il presidente M5s Giuseppe Conte, rispondendo sulla riforma della Magistratura a margine di un comizio a Lecce con Antonio Decaro.

Giustizia, Mantovano: pieni poteri? Sono di chi blocca espulsioni

Roma, 31 ott. (askanews) – I “pieni poteri” non sono quelli che vuole il governo ma i “pieni poteri sono di chi per via giudiziaria blocca la politica sull’immigrazione impedendo le espulsioni perché nessuno Stato di quelli di provenienza è sicuro”. Lo ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, intervistato a ‘Cinque minuti’.

“I pieni poteri – ha detto ancora – sono di chi blocca la politica industriale fermando per esempio gli impianti dell’ex Ilva con un sequesto di cui non si sa niente da mesi. Pieni poteri sono di chi a fronte di 162 persone denunciate per i disordini di qualche settimana fa nel centro di Roma non dà nessun seguito di indagine e rilascia in libertà gli unici due arrestati. Credo che vada usata la specificazione rispetto ai pieni poteri”.

Makaya McCraven apre Roma Jazz Festival, poi David Murray e altri big

Roma, 31 ott. (askanews) – Giunto alla 49esima edizione, torna dall’1 al 23 novembre il Roma Jazz Festival fra l’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone”, la Casa del Jazz e il Monk, sconfinando quest’anno anche nella celebre Abbazia di Fossanova a Priverno (Lt), il più antico esempio di architettura gotico-cistercense in Italia. Ventitré giorni di programmazione con artisti provenienti da tutto il mondo, dalle grandi star ai più appassionati innovatori di un genere che non conosce confini; produzioni speciali, progetti dedicati ai più piccoli e due appuntamenti che immergono il jazz nella dimensione teatrale.

Makaya McCraven, David Murray Quartet, Joe Sanders, Bilal, Camilla George, Amaro Freitas, Peter Erskine Dr.Um Band, Jemma Collettivo, Dock in Absolute, L’Antidote, Alina Bzhezhinska e HipHarp Collective con Tony Kofi e Brian Jackson, Sade Mangiaracina con Bonnot e Gianluca Petrella, Hakan Basar Trio, Adrien Brandeis, Gilad Atzmon con Daniel Bulatkin, Bernhard Wiesinger, Cecile McLorin Salvant, le Fiabe Jazz, Gianrico Carofiglio, Giovanni Guidi, Paolo Damiani con Rosario Giuliani sono i protagonisti di una programmazione ispirata al pensiero e alle parole di due figure storiche come Martin Luther King e John Coltrane, come sottolinea il direttore artistico Mario Ciampà: ‘Ogni anno mi impegno a individuare il tema più attuale e le tendenze emergenti, cercando di metterli in scena attraverso le storie dei musicisti. Certo, in momenti così difficili parlare di armonia e gentilezza, può sembrare paradossale. Quindi mi sono ispirato al pensiero di Martin Luther King Jr. – ‘La vera pace non è solo l’assenza di guerra, ma la presenza della giustizia e l’armonia dell’anima con l’universo’ – e alla figura di John Coltrane – ‘La mia musica è l’espressione spirituale di ciò che sono: la mia fede, la mia esperienza, il mio essere’ – affinché la musica e questo festival possano essere veicolo per l’esplorazione interiore e la ricerca di una pace universale’.

Il programma si apre il primo novembre in Auditorium con il concerto di Makaya McCraven, batterista e producer di Chicago fra gli artisti più innovativi e influenti della scena contemporanea. McCraven è un vero e proprio “sintetizzatore culturale”, noto anche per essere “beat scientist” grazie alla straordinaria capacità di manipolare e ricombinare classici del jazz per creare nuovi brani.

Il giorno seguente 2 novembre sempre in Auditorium appuntamento con uno dei sassofonisti più autorevoli e stimati in ambito internazionale, David Murray. Con oltre 200 album all’attivo, arriva al festival con il suo nuovo energico e vibrante quartetto composto da tre giovani musicisti di talento: Marta Sanchez al pianoforte, Luke Stewart al basso e Russell Carter alla batteria.

Un vero evento speciale nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica è quello del 3 novembre, quando Gianrico Carofiglio, accompagnato dal sassofono di Piero delle Monache terrà una coinvolgente orazione civile, dal titolo ‘Il potere della gentilezza in jazz’, sul tema della gentilezza come strumento di opposizione all’autoritarismo dilagante: “La gentilezza non è remissività ma una scelta consapevole e coraggiosa che implica responsabilità e presenza nel mondo”, afferma lo scrittore.

Quello con Carofiglio è il primo di due appuntamenti del Festival che incrociano il jazz con la dimensione letteraria e teatrale. Il 20 novembre infatti, alla Casa del Jazz, arriveranno Paolo Damiani al contrabasso, Rosario Giuliani ai sassofoni insieme al percussionista russo Sasha Mashin e all’attrice Barbara Bovoli per ‘Un fil di fumo’, una storia affascinante, omaggio al celebre scrittore Andrea Camilleri nell’anno del centenario dalla nascita.

Tornando in Auditorium Parco della Musica, il 4 novembre spazio al talento poliedrico del bassista, polistrumentista e compositore americano Joe Sanders, che arriva al festival con il suo ultimo progetto ‘Parallels’ che rappresenta il punto di maturità artistica, confermandolo come uno dei protagonisti del jazz contemporaneo.

Fra gli appuntamenti più attesi del Roma Jazz Festival, per mercoledì 5 novembre il palco sarà riservato a Bilal, uno dei nomi più rispettati del panorama musicale mondiale, un artista che ha conquistato pop star come Beyoncè e artisti del calibro di Jay-Z, Erykah Badu, The Roots, Kendrick Lamar e Solange.

Dalla scena jazz londinese arriva invece il 7 novembre in Auditorium Camilla George, sassofonista e compositrice nata in Nigeria e cresciuta nella capitale britannica.

Attesissimo anche il concerto per pianoforte solo di uno dei talenti più originali della sua generazione, Amaro Freitas, in programma al festival sabato 8 novembre. Nato a Recife, in Brasile, Freitas esprime un elegante intreccio tra le radici profonde della tradizione ritmica brasiliana – in particolare dei ritmi vivaci del nordest, come il frevo e il baião – e le sperimentazioni sonore tipiche del jazz contemporaneo.

Promette di essere indimenticabile il pomeriggio (ore 18) di domenica 9 novembre quando sul palco della Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica saliranno cinque vere leggende del jazz per un grande omaggio alla musica fusion: Peter Erskine, fra i batteristi più influenti al mondo, oltre cinquant’anni di carriera alle spalle e collaborazioni con Weather Report, Joni Mitchell e Steely Dan; Mike Mainieri, vibrafonista e fondatore degli Steps Ahead, che ha rivoluzionato la fusione tra jazz, rock ed elettronica collaborando con artisti come Paul Simon e David Bowie; John Beasley, pianista e compositore noto per aver collaborato con Miles Davis e aver creato la MONK’estra; Bob Sheppard, sassofonista tra i più richiesti della scena jazz e pop, che negli anni ha condiviso il palco con Chick Corea, Herbie Hancock e Stevie Wonder; e, infine, Matthew Garrison, figlio di Jimmy Garrison (bassista di John Coltrane), vanta collaborazioni con Joe Zawinul, Joni Mitchell, Steve Coleman, Pat Metheny, John Mclaughlin, John Scofield, Chaka Khan e molti altri. Tutti insieme sono la Peter Erskin Dr.Um Band.

Dai grandi nomi si passa nei due giorni seguenti alle formazioni più giovani che interpretano meglio le nuove tendenze del jazz. Il 10 novembre si esibirà il collettivo Jemma. Doppio appuntamento invece il giorno seguente, martedì 11 novembre: alle 19.30 alla Casa del Jazz il concerto dei Dock in Absolute, talentuosa formazione progressive dal sound dinamico e sorprendente e dalle melodie ipnotiche, con 3 album all’attivo per l’etichetta CAM JAZZ; mentre alle 21 in Auditorium Parco della Musica appuntamento con il jazz mediterraneo e meditativo de L’Antidote, band composta da tre virtuosi: Bijan Chemirani, maestro delle percussioni iraniane, Redi Hasa, violoncellista albanese e Rami Khalifé, pianista libanese. Il loro repertorio, di rara eleganza strumentale, è il vero antidoto contro i veleni del nostro tempo.

Una vera pioniera del jazz contemporaneo è l’arpista ucraina Alina Bzhezhinska, artista che sta rivoluzionando il ruolo di questo strumento nel panorama musicale, miscelando abilmente acid-jazz, trip-hop ed elettronica, ispirata da artisti come Alice Coltrane e Dorothy Ashby. Il 12 novembre in Auditorium Parco della Musica si esibirà con la band in un grande omaggio ad Alice Coltrane insieme al sassofonista Tony Kofi e al polistrumentista Brian Jackson.

Il crossover stilistico ed espressivo ritorna anche il giorno seguente, giovedì 13 novembre sempre in Auditorium, con l’esplosivo live del pianista e compositrice Sade Mangiaracina con il dj e producer Bonnot (Assalti Frontali) e al trombonista italiano più apprezzato in ambito internazionale, Gianluca Petrella.

Dall’area mediterranea arriva anche il pianista di Istanbul Hakan Basar, giovanissimo rappresentante del pulsante sound turco che arriva al Festival il 14 novembre alla Casa del Jazz.

Il Roma Jazz Festival 2025 rimane alla Casa del Jazz anche il 15 novembre con il concerto per piano solo del francese Adrien Brandeis.

Il 21 novembre, il festival prosegue ancora alla Casa del Jazz con il live di Gilad Atzmon/Daniel Bulatkin European Quartet, una delle formazioni più sorprendenti in circolazione. Sassofonista, clarinettista, polistrumentista e autore, Gilad Atzmon è una figura di spicco del jazz britannico e arriva al festival con la sua nuova formazione europea composta dal pianista ceco Daniel Bulatkin, il bassista ucraino Taras Volos e il batterista slovacco Dušan Cernák.

Il 22 novembre sempre alla Casa del Jazz appuntamento con un quintetto di assoluto rilievo internazionale guidato dal sassofonista e compositore austriaco Bernhard Wiesinger. Al suo fianco ci saranno la pluripremiata vibrafonista taiwanese Chien Chien Lu, “astro nascente del vibrafono”, come l’ha definita Downbeat; il chitarrista canadese vincitore del Montreux Jazz Festival International Guitar Competition 2014 Alex Goodman che negli anni ha collaborato con autentici giganti come, ad esempio, John Patitucci; il russo Boris Kozlov, bassista con due Grammy all’attivo e collaborazioni con leggende del calibro di McCoy Tyner; e l’austriaco Christian Salfellner, tra i batteristi più stimati in tutta Europa.

Il Roma Jazz Festival 2025 si chiude in grandissimo stile il 23 novembre in Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica con l’attesissimo concerto di Cecile McLorin Salvant.

Oltre ai grandi concerti in programma a Roma fra l’Auditorium Parco della Musica e la Casa del Jazz, il Roma Jazz Festival per questa 49° edizione presenta in prima assoluta un progetto speciale nel meraviglioso scenario dell’Abbazia di Fossanova a Priverno in provincia di Latina, il più antico esempio di architettura gotico-cistercense in Italia. Domenica 8 novembre alle ore 18 si terrà il concerto del pianista Giovanni Guidi con la Priverno Jazz Orchestra diretta dal maestro Mario Corvini dal titolo Il Cantico delle Creature, un imperdibile evento pensato per celebrare gli 800 anni dalla composizione della celebre opera del Santo di Assisi.

Infine, al Festival tornano anche i concerti dedicati ai più piccoli con Fiabe Jazz, un format/spettacolo di teatro e musica di Teatro Popolare d’Arte che rilegge alcune delle fiabe più celebri al ritmo di jazz. 2 gli appuntamenti in programma alle 11 del mattino in Auditorium Parco della Musica: il 2 novembre Aladino e il Genio della musica e l’8 novembre Kappuccetto rosso.

Prodotto da IMF Foundation in co-produzione con Fondazione Musica per Roma, il Roma Jazz Festival 2025 è realizzato con il contributo del MIC – Ministero della Cultura e il sostegno del Municipio 1 di Roma Capitale.

Trump pubblica foto dei bagni della Casa Bianca: "Marmo statuario"

Roma, 31 ott. (askanews) – Il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha pubblicato sul suo account Truth Social una serie di fotografie dei bagni della Casa Bianca, definendoli con orgoglio rifatti e splendidamente restaurati.

Tra le immagini condivise figura in particolare quella del cosiddetto Lincoln Bathroom, accompagnata dal commento: “Il bagno Lincoln della Casa Bianca è stato ristrutturato: marmo statuario altamente lucidato”, con riferimento al marmo statuario utilizzato per il rivestimento.

L’ex presidente aveva già più volte manifestato il suo interesse per i dettagli estetici della Casa Bianca e per i lavori di manutenzione condotti durante il suo primo mandato. L’attuale condivisione rientra in una serie di post recenti con cui Trump ha voluto mostrare, secondo le sue parole, “il ritorno del vero splendore e della cura dei simboli americani”.

Tete de Bois, fuori il nuovo brano "Il Vangelo secondo Pier Paolo"

Roma, 31 ott. (askanews) – Domenica 2 novembre esce “Il Vangelo secondo Pier Paolo”, la nuova canzone dei Têtes de Bois, pubblicato a cinquant’anni esatti dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini. Un omaggio musicale e poetico che intreccia memoria, visione e geografia affettiva.

Un brano che si fa viaggio tra i cieli del Friuli, tra la pianura e i sobborghi, tra le ombre del passato e la luce ostinata del presente, dove ogni pietra, ogni voce sembra ancora parlare di lui. Un cammino reso possibile da incontri straordinari, con persone e luoghi che custodiscono la memoria di Pasolini: Ezio Vendrame, il calciatore poeta; le ragazze friulane che offrirono mele e acqua ai deportati diretti ai lager; le tappe del Giro d’Italia vissute con Sergio Staino e la sosta davanti alla tomba di Pier Paolo. Fino a Barile, la Betlemme lucana, dove Il Vangelo secondo Matteo continua a risuonare come una preghiera laica, sospesa tra terra e cielo.

“Conosco i cieli lunghi del Friuli – racconta Andrea Satta parlando del nuovo brano – Sono stato amico di Ezio Vendrame, il calciatore geniale di Napoli e Lanerossi, quello che, mentre si stava avviando, palla al piede, verso la porta avversaria, vide Piero Ciampi in tribuna, lasciò andare il pallone al suo rotolare e corse a salutarlo, quello che ce l’aveva con l’amore che gli faceva male. Un poligono irregolare, Ezio, e di poligoni regolari in Friuli purtroppo ce ne sono, ma solo per sparare. Lui era un cerchio con gli spigoli, due scarpe sinistre, un poeta degli spicchi neri e bianchi del pallone e in quelli bianchi, sporchi di erba, scriveva. Conosco i cieli del Friuli perché una volta un altro Andrea mi portò alla fine della pianura, ai piedi delle Alpi, e mi fece incontrare le ragazze che sessant’anni prima avevano rischiato le loro fragili vite di adolescenti per offrire mele e acqua ai deportati destinati ai lager nazisti, appuntandosi nomi e indirizzi cui dare una speranza, urlati dall’interno dei vagoni piombati verso il nulla. E quei cieli li conosco perché nel 2009, nel Giro d’Italia di ciclismo che ci divertimmo a vivere per L’Unità, si andava con Staino a incontrare i vivi e i morti che avevamo a cuore: Carlo Scarpa alla tomba di Brion, a casa di Marco Paolini, a casa di Tonino Guerra, alla tomba di Pier Paolo. A veglia, a guardia, della tomba solo una rosa bianca di plastica e una lampada epilettica, ora si-ora no, tanto precaria quanto inutile sofferenza con il sole di maggio. Ci guardammo con Anna e il suo occhio azzurro punk e con Bruna-Bibi, lì con noi con la sua eleganza andina”.

“Quei cieli lunghi – prosegue Satta – li ho ritrovati in Basilicata, nel 2014, con mia moglie Timi, Maurizio e i ragazzi di Barile, il paesino disteso come un vecchio insonne sul vulcano del Vulture e il profilo di camaleonte rivolto alle nuvole e alle stelle. Era un anniversario tondo del Vangelo secondo Matteo e Barile, nel film, era stata Betlemme. Con noi Furio Colombo, che a Pasolini aveva fatto l’ultima intervista, la Madonna adolescente di allora che, ormai adulta, quel bambino di paese cullava come un Dio cui far prendere sonno. C’erano Giovanna Marini e il Lamento di Pasolini. I cieli lunghi del Friuli che l’anima conserva ovunque. Quei cieli, con la complicità del vento, si riaffacciano ancora oggi a geometrie variabili, fra i tabù dei platani e le greggi di ragazzi del sabato sera, i tetti distratti da assonanti e stilizzate grondaie in rame e nuove ristrutturazioni, fast generation al Pigneto. Più larghi e sereni quei cieli li puoi vedere, però solitari, a pochi passi da lì, fra gli archi del Mandrione, ben più sinceri, nella Roma popolare dove da bambino non dovevo superare il ponticello che dopo era pericoloso e mai avvertimento di mamma fu più trasgredito”.

“In quei paraggi viveva Tarzanetto, uno dei ragazzi di vita di Pasolini. Il ragazzetto che si lanciava dagli alberi nelle marrane e nelle zanzare che ora insieme a lui, vengono a casa nostra preparare le patate in padella. Ci fu in estate di patate e zanzare. Nei cieli trasferiti sopra a Villa Gordiani, però ho visto il fantasma di Pier Paolo giocare a pallone. Era lui, ne sono certo, tanti anni dopo e tanti anni fa, quando ci andavo io in quel campo di fantasmi con gli amici a giocare. Potrei dirvi come la partita andò a finire, ma il mio sogno sarebbe farlo attraverso una appassionata radiocronaca di Francesco Repice”, conclude.

Artissima, Eastcontemporary: momento per incontrare il mondo

Torino, 31 ott. (askanews) – “Qui incontro curatori, collezionisti, non solo italiani, ma soprattutto internazionali, proprio da tutte le parti del mondo. Ogni anno diverse persone, ma anche ogni anno la stessa comunit di collezionisti e curatori che tornano. E per me questo importante perch magari non riesco a vederli dall’altra parte, ma qui ci incontriamo ogni anno. Inoltre Torino una citt interessante con tutte le istituzioni e infatti un momento speciale perch oltre a fare la fiera sto curando una mostra in collaborazione con l’associazione Barriera che stata fondata dai collezionisti locali e l abbiamo creato una mostra collettiva che un po’ raccoglie e racconta tutta ricerca che ho cercato di portare in Italia. La ricerca molto specifica perch mi concentro soprattutto sull’Europa centrale dell’Es e sulle ricerche artistiche che provengono da diverse regioni che hanno un qualche passato post-sovietico”. Lo ha detto ad askanews Agnieszka Fafarek, fondatrice e direttrice della galleria Eastcontemporary di Milano, commentando il senso della partecipazione ad Artissima 2025.

Manga, supereroi e film: i cosplayer di Lucca Comics

Lucca, 31 ott. (askanews) – I personaggi di fumetti, videogiochi e film passeggiano per le strade del Lucca Comics and Games. il momento dell’anno in cui i cosplayer conquistano la cittadina toscana durante l’evento dedicato a comics, videogiochi, serie e film pi atteso dell’anno.

Artissima, le Gallerie d’Italia presentano Anastasia Samoylova

Torino, 31 ott. (askanews) – Intesa Sanpaolo Main Sponsor di Artissima 2025 e nel suo stand all’Oval le Gallerie d’Italia presentano una mostra della fotografa Anastasia Samoylova, “IMAGE CITIES”, che anticipa un grande progetto espositivo del 2026 del museo torinese. Ce l’ha presentata il vicedirettore delle Gallerie d’Italia di Torino, Antonio Carloni.

La presidente del Parlamento europeo Metsola a Roma il 3 e 4 novembre

Roma, 31 ott. (askanews) – La Presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola sarà a Roma lunedì 3 e martedì 4 novembre. Al centro della visita una serie di incontri istituzionali con il sindaco della capitale ed ex eurodeputato Roberto Gualtieri e con i vertici di Coldiretti e Confagricoltura. Lo rende noto il Parlamento europeo in un comunicato.

Gli incontri con gli stakeholder del settore agricolo avvengono mentre in Europa entra nel vivo sia il dibattito sulla riforma della Politica agricola comune, PAC, che i negoziati per il prossimo quadro finanziario pluriennale della UE per il periodo 2028-2034.

La presidente parteciperà, inoltre, all’evento organizzato da Formiche, gruppo di informazione e di dibattito politico-culturale, lunedì 3 novembre e interverrà, assieme al vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, alla cerimonia ufficiale di apertura del SIGMA Summit il 4 mattina.

Trump nega la decisione di colpire obiettivi militari in Venezuela

New York, 31 ott. (askanews) – Il presidente Donald Trump ha negato di aver preso la decisione di colpire obiettivi militari all’interno del Venezuela, contraddicendo un resoconto dei media secondo cui avrebbe dato l’approvazione all’attacco. Trump ha risposto “no” quando oggi i giornalisti sull’Air Force One gli hanno chiesto se avesse preso una decisione in merito. Venerdì mattina, il Miami Herald aveva riferito che l’amministrazione Trump aveva deciso di attaccare le installazioni militari in Venezuela e che gli attacchi potrebbero avvenire da un momento all’altro.

Tennis, Auger-Aliassime vola in semifinale a Parigi



Roma, 31 ott. (askanews) – Felix Auger-Aliassime continua la sua corsa al Masters 1000 di Parigi e si qualifica per la semifinale battendo nettamente Valentin Vacherot con il punteggio di 6-2, 6-2. Un successo che pesa non solo per il canadese, ma anche per Lorenzo Musetti, che vede ora vacillare la sua posizione nella corsa alle ATP Finals di Torino.

Prima dell’incontro, Musetti occupava l’ottavo posto nella Race, ultimo utile per strappare il pass. Con i 90 punti conquistati, però, Auger-Aliassime si avvicina pericolosamente, portandosi a 3.595 punti contro i 3.685 dell’italiano.

Se il canadese dovesse raggiungere la finale, la distanza diventerebbe praticamente incolmabile. Una vittoria a Parigi lo proietterebbe infatti oltre quota 3.800 punti, estromettendo Musetti dalla top eight.

Per difendere le sue chance, Musetti ha deciso di chiedere una wild card per il torneo di Atene, ultima tappa utile per accumulare punti. Sarà un’operazione d’emergenza, una corsa contro il tempo e contro la pressione, per non vedere sfumare la prima qualificazione alle Finals in casa.

Auger-Aliassime, invece, prosegue il suo momento di forma e in semifinale affronterà uno tra Alex De Minaur e Alexander Bublik, entrambi ancora in corsa per un posto a Torino.

Il Venezuela è nel mirino degli Usa

Roma, 31 ott. (askanews) – L’amministrazione Trump ha selezionato potenziali obiettivi in Venezuela che potrebbero essere attaccati nell’ambito della lotta al narcotraffico, ha riportato il Wall Street Journal (Wsj), citando responsabili statunitensi anonimi.

“L’amministrazione Trump ha identificato obiettivi in Venezuela che includono installazioni militari utilizzate per il narcotraffico, secondo fonti statunitensi a conoscenza della questione. Hanno indicato che se il presidente Trump decidesse di procedere con attacchi aerei, invierebbero un chiaro messaggio al leader venezuelano Nicolas Maduro: è ora di dimettersi”, ha riportato il quotidiano. Secondo uno dei responsabili, “i potenziali obiettivi presi in considerazione includono porti e aeroporti controllati dai militari presumibilmente utilizzati per il narcotraffico, comprese installazioni navali e piste di atterraggio”.

Allo stesso tempo, il quotidiano sottolinea che il presidente Donald Trump non ha ancora preso una decisione definitiva sugli attacchi.

Gli Stati Uniti stanno conducendo una campagna militare nella regione, sostenendo di combattere il narcotraffico.