I messaggeri e il responso delle urne
A casa di Cesare, in campagna, mentre si gode la tiepida primavera, i messaggeri si susseguono uno dopo l’altro, frenetici. Portano notizie dal Senato e dalle urne italiche.
«Divo Imperatore! – urla il primo – gli italici sono tornati alle urne e votano, votano!».
Un altro incalza: «Cesare, nostro imperatore: gli italici e i romani sono andati in molti a votare. Una cosa mai vista in questi anni!».
Cesare ascolta compiaciuto: «Conosco i miei. Per quanto si facciano affascinare dalle novità, sono più saggi di me. Sapranno scegliere. Sono chiamati a decidere sulle nostre Tavole e sulle leggi dell’Impero: faranno sentire la loro voce».
I senatori annuiscono, certi che il popolo darà ragione al Divo.
L’avvertimento di Giulia
Giulia è accanto a lui, con le ancelle. Osserva il via vai dei messaggeri e poi, con tono misurato, si rivolge al marito:
«Ricorderai, caro, che il mese di marzo non è fausto. E che tu stesso avevi suggerito a qualche senatore di consigliare alla regina Cleopatra di defilarsi dall’agone. Ma lei non ha ascoltato. Le ancelle mi dicono che l’hanno vista su e giù per il Foro, a convincere e blandire ogni cittadino. Poco stile, come al solito».
Cesare sorride appena: «Stavolta, mia cara Domina, temo che non porterà a casa il risultato per cui tanto si è spesa. Senatore Tiberius, vai agli Horti di Cesare, non al Foro, e torna subito a riferire».
Tiberius parte, trattenendo a fatica una speranza che non osa dichiarare.
Agli Horti di Cesare: il silenzio prima della resa
A casa di Cleopatra il clima è di calma apparente. Nei giardini, i suoi parlottano a bassa voce; qualcuno, già sconfortato, siede con il capo tra le mani.
Quando il carro di Tiberius entra, il brusio si spegne. Il senatore viene annunciato. Nella grande sala sostano i fedelissimi e gli alleati di governo, insieme ai luogotenenti.
Un sacerdote di Iside gli si fa incontro: «Onorato Tiberius, è giunta ora la notizia: la Regina ha perso. Non è questo il momento di una visita, anche se a nome di Cesare».
Tiberius si inchina, trattenendo a stento la gioia, e riparte.
Dietro la porta, la Regina ha ascoltato tutto.
L’ira della Regina e la lezione del sacerdote
«Sciacalli! – grida Cleopatra – ho perso e già vogliono il mio posto. Io qui sto, e qui resto».
Un sacerdote azzarda: «Roma non ti è amica».
«E dimmi allora – ribatte furiosa – quali dei proteggono questo popolo, se i nostri nulla possono?».
Il sacerdote risponde con calma: «Non si tratta di dei, Regina. Qui regna la democrazia. È il popolo che decide. Se vuoi cambiare le regole, devi prima sapere se è d’accordo».
La Regina si infiamma: «E non l’ho forse sentito? Che altro dovevo fare?».
Intanto il sommo sacerdote, Khery-heb, accende il braciere. I fumi salgono. L’oracolo è pronto.
«Il ruggito del leone non impedisce alla pioggia di cadere. Nulla puoi contro la democrazia».
Un vaso di unguenti si infrange a terra. Poi il silenzio. Cleopatra capisce: l’errore è stato suo, prima ancora che degli alleati.
A casa di Cesare: la misura della vittoria
Tiberius arriva trafelato. Ma i messaggeri lo hanno preceduto: la casa è già in festa.
Cesare, però, invita alla misura: «Non è bene festeggiare come per una guerra. Nessuna guerra è stata vinta, perché non c’è stata. Il popolo si è espresso, in democrazia. E il verdetto è chiaro: “Regina, non ci hai convinto. Le Tavole restano quelle degli avi”. Ave».
I calici si alzano, ma senza clamore.
Le Idi e il ritorno
Giulia Domina, con un sorriso appena accennato, si rivolge alle ancelle: «Le Idi di marzo si sono compiute anche per la Regina. Presto mio marito le preparerà le navi per il ritorno in Egitto».
E sorride, come chi sa che la storia, quando vuole, sa essere ironica più degli uomini.
