Viva il Re
Questo scatto immortale si adatta bene ai politici di tutto il mondo che – quando la sorte diventa, per una ragione o l’altra, avversa – non possono resistere alla tentazione della fuga. Un termine che – a seconda delle circostanze o dell’ottica personale – può essere declinato con altri sostantivi come esilio, abbandono o espatrio forzato.
Sono rimasti nella (breve) memoria degli italiani la fuga del Re Vittorio Emanuele III, del maresciallo Pietro Badoglio e dei vertici militari all’alba del 9 settembre 1943, subito dopo l’annuncio dell’armistizio con gli alleati. L’armistizio cambiava il futuro politico della nazione e allora, meglio cambiare aria.
Craxi ad Hammamet
La pur breve memoria dei connazionali – sempre pronti a dimenticare la verità giudiziaria, che piaccia o meno – ricorderà forse meglio le modalità “irrequiete” con le quali l’ex segretario del Psi ed ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi nel maggio 1994 prese la via di Hammamet (Tunisia), dove morì il 19 gennaio 2000 e dove è sepolto.
«Nel Transatlantico di Montecitorio, una mattina dell’aprile 1994 tre noti uomini politici parlano tra di loro fitto fitto: “Per adesso vado a Hammamet, tanto non saprei chi votare. Poi vediamo che succede.” “Bettino non farlo.” “Che cosa?” “Non mollare, non andartene.” “Marco, io le mani addosso non me le faccio mettere”». Se ne andò e non tornò più.
Il racconto non è di un passante ma del suo più stretto collaboratore, Claudio Martelli, che lo riporta nel libro “L’antipatico” (editore La Nave di Teseo, gennaio 2002).
Martelli e Borrelli
Martelli tiene alla larga le parole “fuga” e “latitanza” ma sta di fatto che, coinvolto nella vicenda giudiziaria legata all’inchiesta milanese “Mani pulite”, Craxi fu condannato in via definitiva per corruzione e finanziamento illecito dei partiti. Con il cumulo delle pene gli vennero «inflitti 23 anni e 9 mesi reclusione e 20 miliardi e 210 milioni di lire di multa» (Il Foglio, 13 dicembre 2013).
Francesco Saverio Borrelli, a capo del pool “Mani pulite”, di fronte alla concreta possibilità che si intitolasse uno spazio pubblico a Craxi, in un’intervista al Fatto Quotidiano del 30 dicembre 2009 riportò i fatti alla ragion giuridica: «Sono amareggiato di questa proposta e anche sconcertato perché Bettino Craxi, se vogliamo restare ai fatti, è stato un imputato condannato con sentenza definitiva per reati notevolmente gravi e che si è sottratto all’esecuzione della pena. E’ andato all’estero da latitante e da latitante è morto».
Si può non essere d’accordo e magari avere ragione (ad esempio Nicolò Amato nel libro del 2013 “Bettino Craxi Dunque colpevole”, Rubbettino editore) ma tant’è.
Matacena & c.
Anche l’ex parlamentare di Forza Italia Amadeo Matacena è morto da latitante, a Dubai – dove viveva da una decina di anni – il 16 settembre 2022. Anche a lui – come a tanti altri politici italiani usciti sconfitti dalle aule di Tribunale – non piaceva la Giustizia.
Nel 2012 Matacena era stato condannatoin via definitiva per concorso esternocon la ‘ndrangheta. Era stato coinvolto nel maxi-processo “Olimpia”, nato da un’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che aveva fatto luce sui suoi rapporti con le cosche reggine.
Meglio fuggire – sparando a zero contro giustizia e presunti complotti – piuttosto che riconoscere sempre e non a seconda della convenienza, ciò per il quale, da uomo delle Istituzioni, si giura. Vale a dire la Costituzione, che prevede l’indipendenza della stessa magistratura.
Bolsanaro l’americano
Mica è un vizio solo dei politici italiani quello di fuggire quando si ritiene che la sorte giudiziaria e di conseguenza politica è avversa. Tutto il mondo è paese e i Paesi latinoamericani lo sono ancora di più. Lì quando il vento cambia, la fuga è quasi una regola obbligata e c’è sempre uno Stato amico pronto ad accogliere chi ha vissuto una vita più di qua che al di là del confine legale.
Ma i confini a volte sono sconfinati e – per rimanere alla strettissima attualità – ne sa qualcosa la famiglia Bolsonaro che in Brasile ha fatto per molto tempo il bello e cattivo tempo. E continua a farlo con la ricca truppa di parlamentari e senatori eletti nell’ultima tornata politica nazionale del 4 ottobre. Senza contare i vari amministratori locali.
Flavio Bolsonaro – sconfitto domenica 25 ottobre da Luiz Inácio Lula da Silvanel ballottaggio per la presidenza della Repubblica – ha pensato bene poche ore fa di cercare e trovare riparo negli Usa con moglie e due figlie. Non si sa mai, visto che la magistratura brasiliana ha aperto da tempo diversi fascicoli su di lui.
Flavio Bolsonaro avrebbe – verosimilmente – trovato rifugio anche in altri Paesi sudamericani come l’Argentina ma negli Stati Uniti già vive il fratello Eduardo, parlamentare da febbraio 2015 a dicembre 2025, quando è stato dichiarato decaduto.
C’è spazio negli Usa
Proprio nel 2025, Eduardo Bolsonaro trovò gli Usa pronti ad accoglierlo, nonostante la Corte Suprema brasiliana gli avesse tolto il passaporto, verosimilmente in seguito all’accusa di aver agevolato il padre Jair (ex presidente dal 2019 al 2023, ora in carcere dopo aver ricevuto l’11 settembre 2025 una condanna a 27 anni e 3 mesi) nel tentativo di colpo di Stato nel 2022.
Il 16 giugno 2026 Eduardo Bolsonaro è stato condannato in primo grado all’unanimità dalla prima sezione della Corte Suprema Federale per coercizione nel corso di un procedimento giudiziario: gli sono state inflitte una pena di quattro anni e due mesi di reclusione e l’interdizione dai pubblici uffici per otto anni a decorrere dal termine della pena. Lui si dichiara innocente e dichiara di essere costretto a vivere in esilio. Un esilio – va detto – dorato, visto il tenore di vita familiare.
Due domande
Chi sarà il prossimo politico che resisterà a tutto tranne che all’irresistibile fascino della fuga quando la sorte diventa avversa? Senza dimenticare di porsi un’altra domanda: ma non sarà che la capacità di resistere o meno alle fughe politiche è un indice dello stato di salute di una democrazia?

