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Israele, nuove elezioni inevitabili?

Il trauma del 7 ottobre continua a condizionare la società israeliana. Il voto premia Netanyahu senza garantirgli una maggioranza. Per l’opposizione si apre una difficile sfida: costruire un’alternativa politica e riaprire la strada della pace.

Il trauma del 7 ottobre e la radicalizzazione della società israeliana

È già partita la litania sui social contro Israele e gli israeliani: dopo questo voto, si denuncia, la si smetta di dire che il governo Netanyahu è una cosa e il popolo israeliano un’altra. In realtà sono uniti nell’odio contro i palestinesi e pertanto meritevoli di pubblico ludibrio. Al contrario, invece, occorre cercare di comprendere e interpretare quello che comunque è il risultato di un voto libero, evento che nell’area mediorientale si registra solo in Israele (e questo non andrebbe mai dimenticato).

La mattanza del 7 ottobre 2023 ha radicalizzato l’opinione pubblica israeliana perché troppo grave è stato il trauma provocato fra le persone di ogni età in quel Paese. Forse ancora di più fra i giovani, essendo stato il massacro al raduno musicale l’emblema della tragedia di quella maledetta mattina. Ne è derivata una sensazione di apprensione e angoscia che gli israeliani non avvertivano da molto tempo.

Certo, a loro per lo più non interessa la paura che le loro bombe provocano da anni ai palestinesi a Gaza e le loro violenze causano ai palestinesi in Cisgiordania. E questo è un aspetto senz’altro ignobile che non va sottaciuto. Ma la valutazione morale non spiega la scelta politica: che si traduce in un diffuso scetticismo, per non dire altro, nella possibilità di una convivenza civile e pacifica.

Due popoli e due Stati è una prospettiva oggi assolutamente minoritaria in Israele. Se questo era l’obiettivo di Yahya Sinwar, l’ideatore del massacro del 7 ottobre, è stato pienamente raggiunto.

 

Netanyahu vince, ma perde la maggioranza

È in questo contesto (oggettivo, e non certo ideale: su questo non v’è dubbio) che deve essere valutato il voto del 27 ottobre. Il cui esito con molta probabilità condurrà a nuove elezioni, fra tre mesi. Certo non una buona condizione, per uno Stato sostanzialmente in guerra su diversi fronti, ben sette secondo una contabilità aggiornata.

A destra ha vinto il Likud, dunque Netanyahu. Con sedici anni di governo quasi ininterrotto alle spalle e con diverse indagini della magistratura pendenti, questo nuovo successo ha quasi del prodigioso. Ma è un risultato facilmente spiegabile: la paura conduce a ricercare una protezione, e l’anziano ma assai attivo premier è un’ancora di protezione alla quale aggrapparsi. Assai di più dei suoi ministri radicali, portatori di un messaggio estremista eccessivo e ignobile che convince solo individui di pari lignaggio incivile.

Al tempo stesso Netanyahu ha perduto, poiché non ha più quella maggioranza numerica alla Knesset che gli ha consentito di governare in questi anni.

 

I partiti arabi, veri vincitori delle elezioni

Il blocco del cambiamento – eterogeneo ma unito dalla volontà di innovazione e mutamento politico – che gli si è opposto ha conseguito un buon risultato, ma insufficiente: sia perché leggermente inferiore in termini di seggi parlamentari alla coalizione di destra, sia perché, conseguentemente, non ha i numeri per ottenere la fiducia in Parlamento.

A meno che riesca a superare le proprie divisioni interne raggiungendo un accordo di governo con i veri vincitori di queste elezioni: i partiti della comunità araba, per la prima volta così forti perché i loro elettori hanno per la prima volta voluto incidere, indignati e offesi dalla criminale politica del governo di Tel Aviv, a Gaza e pure in Cisgiordania a supporto dei violenti coloni.

Israele è dunque diviso a metà, e nessuno ha una maggioranza. Ecco perché un nuovo ricorso alle urne è assai probabile. Più, allo stato, di quel governo di unità nazionale senza gli estremisti di destra e senza i partiti arabi cui sembra puntare il capo dello Stato, Yitzhak Herzog.

 

La sfida dell’opposizione e la difficile strada della pace

Alle forze di opposizione e al loro leader Gadi Eisenkot l’onere di trovare un filo comune che possa unirle per evitare quel possibile ritorno al voto che potrebbe rivelarsi molto pericoloso per loro.

Il filo comune può essere costituito dalla condivisione di un cambiamento netto rispetto alla situazione attuale su due punti decisivi: il rifiuto dell’idea di una guerra infinita (che Netanyahu vorrebbe proseguire anche contro l’Iran) e il contrasto alle indegne azioni violente dei coloni in Cisgiordania.

Avviando così un percorso di rinascita del proprio Paese agli occhi di una comunità internazionale che lo ha isolato, dopo quanto ha distrutto in questi tre anni a Gaza. Sino a rimettere in carreggiata la possibilità di trovare un’intesa con i palestinesi, la grande maggioranza dei quali non è certo parte dei terroristi di Hamas.

Un’impresa improba, dopo tutto l’odio generato dal 7 ottobre e dal dopo 7 ottobre. Ma l’unica che può ridare un futuro di pace a queste terre e ai loro abitanti.

Oggi, però, questo è solo un wishful thinking. Occorre mestamente riconoscerlo.