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Da La Pira al wellbeing, il lavoro è questione umana

Giovani, adulti e lavoratori maturi chiedono all’impresa non soltanto una retribuzione giusta e proporzionale, ma riconoscimento, salute mentale, partecipazione e wellbeing integrale. Una responsabilità che riguarda anche le micro e piccole aziende.

Il lavoro come atto creativo

Giorgio La Pira, in un’opera che mi accompagna da sempre, L’attesa della povera gente, definisce il lavoro un atto creativo, essenziale all’elevazione e al perfezionamento della persona umana. È una visione che conserva, oggi più che mai, una straordinaria attualità e che aiuta a comprendere il significato profondo delle attese espresse dalle lavoratrici e dai lavoratori che non domandano più solo una retribuzione equa e proporzionata, ma il bisogno di essere riconosciuti nella propria dignità, ascoltati nelle proprie fragilità, coinvolti nelle scelte che incidono sulla vita professionale e messi nelle condizioni di conciliare il lavoro con gli affetti, la salute e le altre dimensioni dell’esistenza. È la cosiddetta questione del benessere integrale, oggi sempre più richiesto.

Quando si smarrisce il senso del lavoro

Questa visione si confronta oggi con una realtà che, per certi versi, tende a sminuirne il valore. Secondo il IX Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, circa il 65% dei lavoratori italiani intervistati dichiara di aver smarrito il senso della propria opera, il 78,9% non si sente abbastanza riconosciuto né valorizzato e il 44,7% vive il rapporto con il lavoro come un obbligo, anziché come una realizzazione personale. Sulla stessa traiettoria si colloca la rilevazione globale Gallup, che registra un coinvolgimento dei lavoratori sceso al 20% e in calo per il secondo anno consecutivo.

Pesano lo stress e la stanchezza psicofisica, l’ansia, la depressione e, talvolta, il burnout. A livello mondiale, su un campione di 141.444 dipendenti, Gallup rileva che nel 2025 il 40% ha vissuto forti condizioni di stress nella sola giornata precedente, con un’incidenza che sale al 45% fra i manager e al 42% fra gli under 35. Sul versante nazionale, Censis-Eudaimon segnala che il 54% dei lavoratori ha sofferto almeno una volta di ergofobia, vale a dire il timore di recarsi al lavoro, di affrontare un colloquio oppure di essere valutati su un progetto. Le rilevazioni interne del Centro Studi e Ricerche della CONAPI Nazionale, condotte su un campione di micro imprese, registrano, solo nell’ultimo anno, una crescita di quasi tre punti percentuali dell’assenteismo per disagio psicologico o malessere.

La persona al centro dell’impresa

Di fronte a tutto questo, ispirati proprio da Giorgio La Pira, con cui abbiamo voluto aprire questo articolo, occorre tornare a pensare il lavoro quale componente essenziale della vita umana, come lo strumento in cui la persona può essere riconosciuta nella sua dignità, dare forma alle proprie capacità e concorrere così al bene comune. L’impresa, in questa prospettiva, è chiamata a riscoprire la sua dimensione sociale e a prendersi cura di quanti ogni giorno ne rendono possibile l’esistenza, senza lasciare indietro chi vive condizioni di malessere o di particolare fragilità.

È ciò che emerge con chiarezza dalle attese che i lavoratori oggi rivolgono all’impresa: accanto a una retribuzione equa, essi chiedono sempre di più il benessere integrale, un’attenzione alla salute mentale, un equilibrio tra vita privata e attività professionale, occasioni di crescita, libertà di esprimere ciò che pensano, oltre che la possibilità di ritrovare, anche nel lavoro, una ragione per essere felici.

Il wellbeing non è una “pezza”

Per questi motivi, il wellbeing aziendale non può ridursi a un insieme di servizi o prestazioni da erogare pur di mettere una “pezza” alle “attese” reali dei lavoratori oggi, quanto piuttosto tradursi nella capacità concreta di ascoltare, coinvolgere e valorizzare le persone nella loro integralità. Non è casuale che, secondo Censis-Eudaimon, l’87,4% dei dipendenti lo ritenga ormai imprescindibile e che il 71,6% sceglierebbe un’azienda anche in ragione di ciò che essa offre sul piano del benessere. Solo in questo modo il lavoro può tornare a essere espressione della personalità umana.

Benessere e produttività, una relazione da coltivare

Questa attenzione alla persona non è un tema riservato solo alle imprese medio-grandi. Anche nelle realtà più piccole, dove le urgenze produttive e quelle organizzative, insieme alla limitatezza delle risorse economiche, rischiano di assorbire ogni altra priorità, il benessere di chi lavora incide non soltanto sulla felicità della persona, ma sullo sviluppo dell’azienda e sulla sua capacità di durare nel tempo.

Lo dimostrano gli studi del Wellbeing Research Centre dell’Università di Oxford che, su circa un milione di questionari raccolti in 1.782 società quotate, rilevano una correlazione tra soddisfazione dei lavoratori, redditività e valore d’impresa. Del resto, le evidenze disponibili mostrano che chi sperimenta un maggior benessere nel proprio lavoro tende a essere più coinvolto, collaborativo e motivato, ad assentarsi meno e a manifestare una minore propensione a lasciare il proprio impiego e cercare un’altra occupazione. Sono dinamiche che incidono positivamente sulla qualità della prestazione individuale e che, pur non traducendosi automaticamente in maggiori profitti, possono concorrere alla produttività, alla redditività, alla stabilità e alla sostenibilità aziendale.

La sfida delle micro imprese

Per questa ragione, la sfida dell’impresa contemporanea non consiste soltanto nell’assicurare una retribuzione giusta e adeguata a un’esistenza libera e dignitosa, ma nel creare le condizioni affinché ciascuno possa sentirsi parte di una comunità e partecipare al suo progresso. Le realtà medio-grandi, rileva ancora Censis-Eudaimon, si sono già attivate in questa direzione. Il nodo resta invece quello delle micro imprese che, secondo l’Istat, rappresentano il 94,9% delle unità attive nell’industria e nei servizi di mercato, occupando il 42,3% della forza lavoro.

A tal riguardo, nel corso del 2025, il Centro Studi e Ricerche della CONAPI Nazionale ha svolto una prima indagine pilota sul benessere integrale nelle micro e piccole imprese. Le risposte raccolte mostrano che la prossimità quotidiana tra titolare e lavoratori può favorire l’ascolto dei bisogni e l’emersione delle situazioni di disagio. Quella stessa prossimità, tuttavia, non basta sempre a rendere possibili interventi concreti, soprattutto quando risorse, competenze e strumenti organizzativi sono limitati.

Verso il Wellbeing Happiness Forum 2026

Attualmente, il Centro Studi sta raccogliendo, attraverso un nuovo questionario rivolto proprio alle micro e piccole imprese, informazioni sull’organizzazione del lavoro, sulla salute mentale, sulla formazione continua e sul welfare aziendale. Lo scopo non è riproporre, in scala ridotta, i modelli adottati dalle grandi aziende, ma capire quali interventi possano essere davvero praticabili nelle micro imprese.

Di tutto questo si discuterà al prossimo Wellbeing Happiness Forum 2026, perché la qualità del lavoro non può dipendere dalle dimensioni dell’impresa.

Questionario CONAPI Nazionale:
https://benesserelavori.conapinazionale.it/

 

Antonio Zizza
Direttore Scientifico Centro Studi e Ricerche CONAPI Nazionale