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Liste d’attesa, il tempo della cura è tempo della vita

Misurare i giorni che separano una prenotazione dalla prestazione non basta. La qualità della sanità si vede anche da ciò che accade alla persona mentre aspetta e dalla capacità del sistema di accompagnarla.

Abbiamo imparato a misurare molte cose in sanità: prestazioni erogate, posti letto, accessi, costi, tempi medi, produttività. Sono dati indispensabili. Ma un indicatore diventa davvero utile quando non si limita a descrivere un problema e comincia a cambiare una decisione.

Le liste d’attesa sono un esempio emblematico.

Dire che una persona deve attendere trenta, sessanta o centoventi giorni per una visita ci restituisce una misura quantitativa. Ma quei giorni non hanno lo stesso significato per tutti.

Per una persona giovane e autonoma possono rappresentare un disagio. Per un anziano fragile, un malato cronico, una persona con disabilità o con scarse risorse economiche possono significare peggioramento della salute, paura, rinuncia alla cura, ricorso al privato quando possibile o, semplicemente, solitudine davanti a un problema che nessuno sta ancora prendendo in carico.

Quando un numero cambia significato

È qui che la misurazione incontra l’umanizzazione.

Se consideriamo il tempo di attesa soltanto come indicatore di efficienza organizzativa, la domanda sarà: come riduciamo il numero dei giorni?

Se lo consideriamo anche come indicatore di dignità, equità e qualità della presa in carico, le domande cambiano: chi sta aspettando? Per quale bisogno? In quali condizioni di vulnerabilità? Che cosa accade durante l’attesa? Qualcuno accompagna quella persona nel percorso?

Cambiare indicatore significa quindi cambiare lo sguardo e, potenzialmente, la decisione.

Non basta più aumentare genericamente il numero delle prestazioni. Diventa necessario distinguere bisogni e priorità, integrare servizi, costruire percorsi di tutela, orientare chi non riesce a orientarsi da solo e verificare se il cittadino abbia effettivamente ottenuto la risposta di cui aveva bisogno.

Il passaggio decisivo è dalla prestazione alla presa in carico.

La prossimità non si misura in chilometri

Lo stesso vale per un’altra parola molto utilizzata nella trasformazione della sanità: prossimità.

Aprire un servizio vicino a casa è importante, ma la vicinanza geografica non coincide automaticamente con la prossimità della cura.

Un servizio può essere a pochi chilometri e rimanere lontanissimo se il cittadino non sa come accedervi, se incontra procedure incomprensibili, se deve ricominciare ogni volta il proprio racconto, se i professionisti non comunicano tra loro o se nessuno assume la responsabilità di accompagnarlo lungo il percorso.

Al contrario, anche strumenti digitali, telemedicina e monitoraggio a distanza possono generare autentica prossimità quando riducono spostamenti inutili, mantengono il contatto, intercettano precocemente un bisogno e restituiscono tempo alla relazione.

La domanda, allora, non è soltanto quanto è vicino un servizio, ma quanto una persona si sente realmente raggiunta e accompagnata dal sistema di cura.

Dall’indicatore alla decisione

È questo il punto sul quale dovremmo misurare la qualità delle trasformazioni in atto nel Servizio sanitario.

Un indicatore acquista valore pubblico quando produce conseguenze: rende visibile una disuguaglianza, modifica una priorità, orienta risorse, responsabilizza un’organizzazione e permette ai cittadini di comprendere se qualcosa sta realmente migliorando.

Il tempo, da questo punto di vista, è una risorsa umana prima ancora che organizzativa.

Il tempo trascorso aspettando una diagnosi, una terapia o una risposta non è un intervallo vuoto nelle statistiche del sistema. È tempo della vita di una persona.

Nessuno sia soltanto un posto in coda

Per questo potremmo iniziare a chiederci non soltanto quanti giorni separano una prenotazione da una prestazione, ma quanta vulnerabilità viene generata o aggravata nell’attesa, quante persone rinunciano, quante sono costrette a pagare, quante vengono accompagnate e quante rimangono sole.

Umanizzare la sanità significa anche questo: trasformare ciò che oggi appare come un numero amministrativo in una domanda sulla persona. Perché il vero risultato non è semplicemente accorciare una lista. È fare in modo che, dal momento in cui emerge un bisogno, nessuno abbia la sensazione di essere diventato soltanto un posto in coda.

 

Rosapia Farese
Presidente Associazione FareRete InnovAzione BeneComune APS (FRIBC)