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D’Alema, Fioroni e la fragilità originaria del Pd

Il giudizio di D’Alema riapre il nodo irrisolto del Pd. Fioroni rivendica la propria storia cattolico-popolare e rilancia la necessità di ricostruire una cultura politica di centro.

Una fragilità che viene da lontano

Le parole di Massimo DAlema sulla nascita del Pd – riportate dal Manifesto il 4 settembre scorsohanno avuto il merito di riportare la discussione al punto di partenza. «Fabio [Mussi] non ha avuto torto nel vedere la fragilità politica e culturale di quel progetto, forse aveva ragione lui…». È un giudizio severo, tanto più significativo perché proviene da uno dei protagonisti della lunga transizione che lo condusse allo scioglimento dei Democratici di Sinistra (DS) e alla fondazione del Partito democratico.

A queste parole Giuseppe Fioroni replica con una postilla non banale, anzi forte e polemica, che sposta il problema dalla storia alla politica di oggi: «Io ho aspettato la vittoria della Schlein per tirare le conseguenze ed uscire dal partito, consapevole di essere diventato un ingombro perché ospite sgradito e pagante. Capisco però che la mia storia di moderato e cattolico popolare per alcuni era indigesta, addirittura fin dal momento della fondazione del Pd».

 

La casa comune e i suoi…ospiti

È una frase che contiene una domanda tutt’altro che retrospettiva. La fragilità originaria del Pd consisteva soltanto nell’aver unito tradizioni diverse, oppure nell’incapacità di riconoscerle davvero come componenti paritarie di un nuovo progetto? La cultura proveniente dalla sinistra postcomunista e quella del cattolicesimo democratico e popolare avrebbero dovuto concorrere, insieme, alla costruzione di una casa comune. Ma una casa comune regge se nessuno dei suoi abitanti viene progressivamente ridotto alla condizione di ospite.

Fioroni porta alle estreme conseguenze questa lettura. Sulla scia della battuta di D’Alema non dice più di essere uscito dal Pd perché improvvisamente diventato incompatibile con esso; sostiene, a questo punto, che una certa incompatibilità fosse inscritta fin dallorigine e sia emersa definitivamente con la segreteria Schlein. È qui che il giudizio di D’Alema e quello di Fioroni finiscono curiosamente per incrociarsi.

 

Il centro come cultura politica

Non è soltanto materia per storici. Si fa largo, infatti, un ragionamento che implica la ridefinizione di una chiara dialettica politica. Di fronte a una sinistra abituata a battersi con la destra, secondo un bipolarismo radicalizzato, riemerge il problema del centro politico e dello spazio che oggi possa occupare una cultura moderata, popolare, sociale ed europeista senza essere costretta a vivere come appendice della destra o della sinistra.

Su questo terreno Fioroni offrirà fra pochi giorni un’occasione per approfondire i termini di un nuovo confronto politico. A breve, esattamente Il 16 settembre, uscirà per Rubbettino Ovunque è il centro. Il titolo contiene già una risposta: forse il centro non è semplicemente un luogo da ritagliare tra due schieramenti, ma una cultura politica da ricostruire. È una sfida.