Le due rivoluzioni del nostro tempo
Due autentiche rivoluzioni culturali del nostro tempo sono l’innovazione ecologica e quella cibernetica, ed è oltremodo significativo che di esse si siano occupati rispettivamente papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ (2015) e papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas (2026), rinnovando la dottrina sociale della Chiesa, in quanto hanno insistito sulla responsabilità nella cura della casa comune e nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
Nel primo caso, papa Francesco ha proposto esplicitamente una “ecologia integrale” in alternativa all’ecologia profonda (o radicale) e all’ecologia superficiale (o settoriale); nel secondo caso Leone XIV ha proposto implicitamente una “cibernetica integrale” in alternativa all’informatica algocratica e all’informatica strumentale.
In tal modo sono state fornite, oltre a serie impostazioni di merito, anche (e direi soprattutto) preziose indicazioni di metodo, in quanto i due pontefici non si sono limitati a richiamare l’attenzione sull’ecologia e sulla cibernetica, ma hanno mostrato la necessità di farlo andando al di là dei modi e delle
mode di tanta pubblicistica contemporanea.
L’umanesimo nell’orizzonte dell’ecologia
È importante aver insistito sulla integralità che deve caratterizzare l’approccio all’una e all’altra rivoluzione, perché permette di comprendere che siamo in presenza non solo di cambiamenti epocali, ma di una vera e propria epoca di cambiamento.
Avere contezza di questo significa operare una rivoluzione copernicana, nel senso che non l’ecologia va iscritta nell’orizzonte dell’umanesimo come una delle questioni da affrontare, ma è l’umanesimo che va iscritto nell’orizzonte dell’ecologia per essere pienamente compreso.
Così l’umanesimo, finora caratterizzato (con il Maritain di Umanesimo integrale) come integrale per l’integralità antropologica (tutto l’uomo e tutti gli uomini) e l’integrazione assiologica (tutti i valori disideologizzati), ha necessità anche dell’integralità ecologica, riconoscendo che “tutto è connesso”, per cui anche l’uomo va “situato” nel contesto delle connessioni che caratterizzano la Casa comune.
Pertanto l’ecologia ha una portata sia ambientale sia sociale; con una efficace immagine di Leonardo Boff si può parlare di un duplice grido – quello della terra ferita e quello degli ultimi emarginati – cui occorre rispondere attraverso l’ecologia che, per questo, deve essere integrale.
Custodire la terra, custodire la persona
In tale contesto si pone il compito di “custodire”, un verbo caro a papa Francesco, il quale lo pose al centro dell’omelia per l’inizio del ministero petrino (19 marzo 2013), quando tra l’altro invitò a «custodire il creato», parlando di vocazione che è «semplicemente umana, riguarda tutti».
Mentre nell’ecologia si tratta di custodire la terra, ora, in presenza dell’intelligenza artificiale, si tratta di custodire la persona umana e, per questo – avverte papa Leone –, c’è bisogno di cogliere l’IA in tutta la sua complessità: non di semplice mezzo, ma di vero e proprio ambiente. L’IA non è cioè una questione meramente strumentale, ma precisamente culturale.
Il che porta Leone XIV ad affermare: «il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico», in quanto «chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale» (n. 110).
E occorre farlo in nome della centralità della persona, che è contrassegnata da “dignitas infinita”, per usare l’espressione posta a titolo della Dichiarazione circa la dignità umana (2024) del Dicastero per la Dottrina della fede.
Dall’ideologico al dialogico
Ebbene, la duplice rivoluzione ecologica (naturale e artificiale) dovrebbe essere al centro dell’odierno dibattito politico, anche italiano, che appare invece – per dirla con un verso di Giuseppe Giusti – «in tutt’altre faccende affaccendato».
E tocca a due papi richiamare le questioni che urge disputare: così la filosofia politica trova udienza più nel magistero di pontefici che nella prassi di politici.
Per uscire dall’impasse, forse potrebbe servire considerare la dottrina sociale della Chiesa non un insegnamento di parte né, tanto meno, a carattere confessionale, ma un patrimonio condivisibile al di là delle appartenenze partitiche, e traducibile concretamente secondo le diverse impostazioni culturali: insomma, una base comune per passare dall’ideologico al dialogico.
Non sarebbe poco, per cominciare a prendere sul serio cose serie.

