La nostalgia di ciò che si è combattuto
Che strano e singolare destino. Dopo averla criminalizzata politicamente, culturalmente e moralmente per svariati decenni e dopo aver dipinto la sua classe dirigente – tra l’altro fatta da leader veri e statisti riconosciuti – come una sorta di associazione a delinquere o, nella migliore delle ipotesi, come un clan clientelare e di pura gestione del potere, adesso c’è un crescente rimpianto di quella esperienza politica, di quella storia culturale e di quella stessa capacità di governo. Insomma, una perfetta e quasi scientifica eterogenesi dei fini dove un partito, e tutto ciò che l’ha caratterizzato negli anni, viene sostanzialmente invocato per quello che ha concretamente rappresentato nella politica italiana e, al contempo, viene altrettanto scientificamente respinto nella sua declinazione politica e culturale.
La cultura di governo come eredità
Su questo versante, quindi, non si tratta oggi di replicare, come ovvio e persin scontato, un partito o un soggetto politico che ormai è consegnato agli archivi storici ma, molto più semplicemente, di saper recuperare da quella tradizione quegli ingredienti decisivi per qualsiasi partito – o coalizione – che voglia continuare a coltivare una vera cultura di governo, che crede nel riformismo come stella polare del proprio comportamento politico e, soprattutto, che ha l’obiettivo di avere una classe dirigente che non sia banalmente una sommatoria di improvvisazione, di superficialità, di casualità e di pressappochismo.
La Dc evocata e subito respinta
Ora, come le vicende politiche quotidiane confermano a piene mani, ogni qualvolta si parla della Dc soprattutto da parte di coloro che sono e restano incalliti detrattori ed infaticabili demolitori di quella esperienza – cioè in larga parte la cultura storica della sinistra italiana oltre ai vari populismi di destra e di sinistra – scatta un meccanismo strano e singolare. Viene, appunto, invocata nei sermoni e nelle prediche sulla carta stampata e nelle sfumate osservazioni e riflessioni dei vari talk televisivi per essere poi, e altrettanto puntualmente, demolita quando si affronta il tema di un potenziale ritorno, seppur mutandis mutandis, di una esperienza del genere. Ovvero, e detta in termini ancora più semplici, la Dc viene usata solo come un espediente propagandistico per colpire, distruggere ed annientare il nemico politico di turno ma ponendo, pur sempre, un limite invalicabile quando qualcuno si permette il lusso di “riabilitare” quella esperienza cinquantennale agli occhi dei detrattori più implacabili di quel partito.
Pregiudizi che non tramontano
Ecco perché, e al di là di qualsiasi altra considerazione, questo atteggiamento alquanto sbilenco ed originale, ci insegna una cosa sola. Ovvero, i vecchi pregiudizi politici, culturali, morali e forse anche etici non tramontano mai. Anzi, nel tempo si rafforzano e si consolidano. E il caso della Democrazia Cristiana, al di là del giudizio che ognuno può dare e legittimamente declinare al riguardo, non cambia affatto. Anzi, e appunto, si rafforza. Del resto, è appena sufficiente sfiorare la lezione o il magistero politico, culturale ed istituzionale di qualche storico leader o statista Dc per arrivare alla conclusione che proprio quel partito continua ad essere il nemico mortale da non ricordare e da ridicolizzare agli occhi della storia. Fuorchè sia utile e necessario per colpire il nemico politico contemporaneo.
Evitare celebrazioni fuorvianti
Morale della favola. Forse tutti coloro – presunti storici, giornalisti, conduttori di talk televisivi, opinionisti ed intellettuali vari – dovrebbero semplicemente evitare od astenersi dal celebrare la Dc. Anche perché il loro giudizio non è sul profilo politico e sulla storia di quel nobile e qualificato partito ma solo e soltanto un banale escamotage per inserirlo nelle tristi e speculari polemiche politiche contemporanee. Almeno su questo versante gli incalliti detrattori e demolitori di quel partito – e ieri come oggi il giudizio di fondo non è affatto cambiato – lascino il giudizio a chi quel partito o quella cultura politica hanno condiviso e sostenuto. Perché tutti possono, come ovvio, giudicare e commentare l’eredità della Dc ma pochi, almeno credo, possono più credibilmente di altri dare un giudizio articolato, corretto e anche realistico. Sgombro da ataviche pregiudiziali ideologiche, politiche, personali e anche morali.
