La stabilità non è un valore assoluto
Nelle giornate nelle quali si celebra il secondo posto del governo Meloni nella classifica dei governi più stabili della storia repubblicana ricorre con una prevedibile frequenza il tema della stabilità degli esecutivi, unitamente ad una giusta riflessione sui risultati che non sono necessariamente connessi alla durata di un esecutivo, ma piuttosto all’efficacia della sua azione governativa e della bontà delle scelte strategiche fatte.
La stabilità governativa, lungi dall’essere un record da podio olimpionico, può infatti diventare per un esecutivo addirittura un boomerang se si considera che la durata toglie ogni alibi rispetto agli obiettivi non raggiunti.
La legge elettorale e il sospetto della convenienza
Su questa riflessione si innesta inevitabilmente anche il dibattito sull’annunciata revisione della legge elettorale spiegata con la necessità di dare stabilità alle prossime maggioranze di governo.
Una motivazione risibile nel momento in cui si celebra il record di durata di un governo nato proprio con l’attuale sistema elettorale; una motivazione che ha tutta l’aria di voler coprire altre ragioni molto meno nobili, legate probabilmente alle crescenti difficoltà che l’attuale governo immagina di incontrare in occasione del prossimo appuntamento elettorale per giustificare i propri insuccessi.
In altre parole, si cambiano le regole del voto per tentare di restare in partita e non perdere le prossime elezioni politiche. Ma storicamente chi ha tentato queste operazioni a ridosso degli appuntamenti elettorali non è mai stato premiato dagli elettori, che hanno mostrato di non gradire cambiamenti di regole che trasudano furbizia e spregiudicatezza.
Il premierato e il caso americano
Archiviata — ma probabilmente non abbandonata per sempre — sembra invece essere l’idea del cosiddetto premierato, ovvero di un sistema di elezione diretta del premier.
Ma anche in questo caso sarebbe opportuno far tesoro di quanto sta accadendo intorno a noi. In particolare, le gesta di Trump generano molti dubbi e perplessità sui sistemi costituzionali che vedono i capi degli esecutivi sostanzialmente svincolati dal rapporto fiduciario con le assemblee parlamentari.
È abbastanza evidente come in un sistema che subordinasse la sopravvivenza dell’esecutivo all’esistenza di un costante rapporto di fiducia con le assemblee parlamentari la strampalata vicenda politica del presidente USA si sarebbe sviluppata in modo diverso o addirittura conclusa con largo anticipo rispetto al quadriennio previsto.
E invece, nonostante il crollo di consensi e i tanti imbarazzi e dissensi presenti anche in casa repubblicana, l’elezione diretta del presidente crea un vincolo di inamovibilità che sta generando gravi danni agli Stati Uniti, ai loro alleati e a tante organizzazioni internazionali.
Il vero problema: riportare i cittadini alle urne
Il valore aggiunto della politica non è determinato dalla durata di un gabinetto ministeriale, ma dalla sua capacità di migliorare concretamente la vita di una comunità; solo una buona politica può infatti creare dello sviluppo economico diffuso e una crescita sociale e culturale condivisa.
Ma per il presente assistiamo a rivendicazioni più sui tempi che sui temi, mentre per il futuro la preoccupazione prevalente sembra essere quella di consegnare “i pieni poteri” a chi prende un voto in più rispetto all’avversario.
Questo approccio con le istituzioni democratiche è inopportuno in termini generali e diventa addirittura inaccettabile quando la metà degli elettori non si reca più a votare.
La buona politica dovrebbe puntare a riportare alle urne l’altra metà degli elettori, anziché dividere — e dividersi — i pochi che ancora votano.
