Il cardinal Pecci e la sfida della modernità
Le lettere pastorali dell’arcivescovo di Perugia del 1877 e del 1878 vennero dedicate al tema del rapporto fra Chiesa e civiltà. In quei testi il cardinal Pecci si misurava con il problema di cogliere in tutta la sua portata il mutamento profondo che in quegli anni si verificava nella società. La coscienza della contingenza storica che anima quei testi è un tratto caratteristico dell’atteggiamento di Pecci, che permea anche i maggiori documenti del suo magistero una volta eletto pontefice con il nome di Leone XIII. Il bisogno di non chiudersi in una semplice censura dell’esistente ma misurarsi con i tempi e le vicende degli uomini è anche alla radice della Rerum Novarum. Quel testo veniva firmata il 15 maggio 1891 e affrontava direttamente la “questione operaia” cogliendola in tutta la sua attualità come anche in tutte le sue molteplici implicazioni.
L’enciclica si poneva di fronte a quella che era, in quel momento, una linea di frattura e di tensione che si veniva delineando sul terreno politico, a motivo delle istanze portate avanti dal Socialismo e che era però l’epifenomeno di cesure che si producevano più in profondità. E Rerum Novarum rappresenta lo sforzo di cogliere tutta la portata e le potenziali implicazioni di questo mutamento, di cui si mette in luce la radice sociale e antropologica, legata alla questione del modo di concepire il lavoro dentro una società che è segnata, in modo irreversibile, dai processi di industrializzazione. Non si tratta di questioni che si collocano sul terreno della pura riflessione e della teoria sociale e politica, ma che attenevano all’attualità di quegli anni, segnati da una lotta crescente giocata proprio su questi temi.
La dignità del lavoro e la “giusta mercede”
L’iniziativa di Papa Pecci va collocata su questo sfondo e pone la Chiesa non sul terreno della sola ripetizione di schemi apologetici. Permane certamente una valutazione che vede in questo lacerarsi del tessuto sociale l’esito di una modernità che culturalmente e spiritualmente ha messo in questione il ruolo del piano religioso. A questo si lega però l’esigenza di capire “le cose nuove” di questo tempo, nella consapevolezza che occorre dare risposte capaci di esprimere una visione complessiva e articolata del mondo.
L’assunzione di questo punto di vista spiega i nodi tematici attorno a cui Leone XIII sviluppa la propria riflessione. La difesa della proprietà privata, che viene sviluppata nell’enciclica, richiama all’esigenza di preservare e prendersi cura di quello che è l’ordine sociale. E tuttavia, il nodo storico di civiltà che si impone è rappresentato dalla questione del lavoro e della “giusta mercede”, cioè di quella equa retribuzione che non viene declinata sul piano puramente economico e nemmeno su quello esclusivamente morale.
Il richiamo alla giustizia naturale, che viene a Pecci dalla sua frequentazione della tradizione tomista, ricollega il lavoro alla sua radice antropologica che è quella della dignità dell’essere umano.
Sul piano più operativo Rerum Novarum suggeriva l’adozione di un modello di organizzazione delle dinamiche sociali connesse al lavoro che era quello corporativo, ispirato a matrici medievali. Si coglie qui il “medievalismo” che appartiene alla cultura di Leone XIII e che però non va confuso con la semplicistica idea di ritornare alla christianitas medievale. Piuttosto, proprio a motivo di una lucida consapevolezza della contingenza storica, Rerum Novarum recuperava l’idea che, nella storia lunga del cristianesimo, vi sono state esperienza anche di organizzazione sociale ed economica emerse all’interno di contesti permeati da una cultura religiosa e da un’ispirazione evangelica.
Dal cattolicesimo sociale all’era dell’intelligenza artificiale
Del resto, quel richiamo alle corporazioni venne poi declinato, nei decenni successivi, in un fiorire di realtà sociali ed economiche, dalle leghe bianche alle cooperative alle casse rurali, che rappresentarono la traduzione storica di un cattolicesimo sociale animato dalla volontà di abitare una società che il tornante dell’industrializzazione stava trasformando rapidamente in società di massa.
Sulla semina di opere e di idee rappresentata dall’enciclica di Leone XIII restano quasi iconiche le parole che Georges Bernanos affida al curato Torcy in una celebre pagina del suo Diario di un curato di campagna. Quel testo, pubblicato nel 1936 — dunque a distanza di 45 anni da Rerum Novarum — metteva in evidenza la percezione del valore del testo papale alla cui lettura «ci è parso di sentirci tremare la terra sotto i piedi». E questo perché l’enciclica, di fronte alla “novità” del lavoro declinato come “merce”, reagiva insistendo sul suo valore spirituale.
In questo senso si coglie come Rerum Novarum abbia potuto operare come punto di riferimento non solo per gli sviluppi successivi del magistero. L’enciclica ha alimentato fra i cattolici un pensiero sulle relazioni e i processi sociali, economici e politici e ha posto l’esigenza di stare all’interno di queste questioni edificando un’azione fatta di opere e radicata in un sapere che attingeva agli strumenti dell’economia, della sociologia, del diritto, della storia.
Emerge una linea di elaborazione che include figure come Toniolo e Sturzo, Fanfani e Paronetto, che si distende su un arco cronologico ampio nel quale si gioca l’azione sociale prima e politica poi dei cattolici, in Italia e non solo. I contenuti di Rerum Novarum si ritrovano infatti nella sensibilità del cattolicesimo sociale del Zentrum tedesco, oltre che nell’Opera dei Congressi e nel Ppi italiani, arrivando fino ai movimenti cattolici francesi dei decenni centrali del Novecento.
L’attenzione alle “cose nuove”, che in quel 1891 erano costituite dalle questioni relative al lavoro, vera e propria cartina di tornasole di un mutamento profondo della società, è una disposizione che la Chiesa ha esercitato rispetto molte contingenze storiche. Ed è del resto nel richiamo a questo voler stare nella storia che si coglie uno dei motivi della scelta del nome “Leone” da parte dell’attuale vescovo di Roma. Là dove le res novae sono oggi l’intelligenza artificiale e i frutti di un’innovazione tecnologica che rimette al centro domande profonde sull’essere umano e sulle relazioni sociali che questi costruisce e abita.
Fonte. L’Osservatore Romano – 15 maggio 2026
Titolo: Le cose nuove della storia
[Sottotitolo e titoletti sono della redazione de “Il Domani d’Italia”]
