Home GiornaleDibattito. Giustizia al voto, politica in trincea

Dibattito. Giustizia al voto, politica in trincea

Il referendum si avvicina tra polarizzazione, protagonismi istituzionali e silenzi strategici. Il confronto pubblico si allontana dal merito dei quesiti e assume i tratti di una resa dei conti politica.

Ci sono, purtroppo, alcune certezze negative che emergono in modo chiaro e netto a poco meno di un mese dalla consultazione referendaria sulla giustizia. Elementi che hanno ormai segnato e caratterizzato il cammino del confronto politico del referendum costituzionale.

Il protagonismo politico dellANM

Innanzitutto, ed è indubbiamente l’aspetto più importante perché più dirompente, è la trasformazione pubblica e persino plateale dell’ANM in un soggetto politico a tutti gli effetti. Un soggetto politico che, come tutti i soggetti politici organizzati, interviene quotidianamente sui temi che sono in cima all’agenda politica del Paese ed è entrato nella contesa politica a pieno regime. Il tutto attraverso convegni, comunicati stampa, conferenze, organizzazione territoriale e tutto ciò che caratterizza e disciplina un soggetto politico organizzato.

Certo, fa un certo effetto assistere a questa evoluzione e, soprattutto, non sappiamo gli esiti concreti e tangibili che si potranno avere dopo questa trasformazione profonda della magistratura italiana, o di ampi settori della magistratura italiana, quella scientificamente politicizzata. Ora, se dovesse vincere il NO, è abbastanza naturale arrivare alla conclusione che si tratterebbe di una vittoria schiacciante della magistratura più politicizzata — com’è evidente a tutti, almeno credo — con conseguenze non facilmente prevedibili per l’assetto della nostra democrazia e per l’influenza, a quel punto inarrestabile perché suffragata anche dal corpo elettorale, della stessa magistratura sulle concrete vicende politiche italiane.

Un dibattito che ignora il merito dei quesiti

In secondo luogo siamo di fronte, almeno sino ad oggi, ad un confronto squisitamente politico che prescinde quasi radicalmente dal merito dei rispettivi quesiti referendari. Non è un caso che ormai il dibattito sia tutto concentrato su come battere definitivamente ed irreversibilmente l’attuale Governo, accusato di ogni nefandezza da un lato, e, dall’altro, su come cercare di resistere a questo assalto politico all’arma bianca.

Certo, è abbastanza deprimente discutere — come ormai sta concretamente capitando — quando si dovrebbe votare per le prossime elezioni politiche in caso di vittoria del NO o che cosa ancora programmare nell’azione di governo nel caso si affermasse il SÌ. In entrambi i casi il merito del referendum è del tutto archiviato e secondario perché, appunto, non è più un referendum sulla giustizia ma la resa dei conti finale sulla durata del Governo a guida Giorgia Meloni.

La trasversalità smarrita e il silenzio dei riformisti

In ultimo, ma non per ordine di importanza, anche la stessa trasversalità che è specifica della consultazione referendaria si è, questa volta, fortemente attenuata. O per ragioni di comprensibile paura — si pensi a tutti coloro che a sinistra sono coerentemente per il SÌ per la semplice ragione che la sinistra riformista si è sempre attestata su quelle posizioni in materia di giustizia — o per motivazioni più legate a potenziali vendette e rappresaglie a seconda dell’esito del voto, assistiamo ad un silenzio imbarazzante da parte di tutti coloro che storicamente erano favorevoli a questa riforma e che adesso, per ragioni inconfessabili, sono stati semplicemente “silenziati”.

Un passaggio che impoverisce la democrazia

Ecco perché le certezze, persino oggettive, che purtroppo sono emerse sino ad oggi dal confronto referendario non sono affatto incoraggianti né sotto il profilo democratico e costituzionale né, tantomeno, sotto il versante dello stile personale e della postura istituzionale. Altro che la bellezza della politica o la qualità della nostra democrazia: qui siamo, se tutto va bene, ad un altro passaggio che segna l’imbarbarimento della vita democratica del nostro Paese e la scarsa credibilità delle nostre istituzioni democratiche. Purtroppo.